Helgaldksy

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Sembra, pare, si dice che l’artista senza volto re della street art, Banksy, writer clandestino di innumerevoli opere illegali in tutto il mondo, amatissimo da chi ama l’arte, odiatissimo dai potenti di cui ha messo alla berlina i simboli, dicevo pare che ora abbia un nome e un cognome: Robin Gunningham. Ma soprattutto un volto, quello di un uomo di mezza età neanche troppo affascinante e di condizione agiata, che lo rende molto simile alle facce di bronzo che contesta con le sue opere di arte diffusa.

Perché ci sia il mito, si sa, bisogna che non ci sia il volto. O che il volto si trasformi in icona stilizzata come quello del Che sulle magliette. Banksy ha perso forse definitivamente questo plus, e già i suoi detrattori si fregano le mani: la prossima volta che apparirà all’improvviso una sua opera in una strada di New York, Robin Gunningham dovrà dimostrare di essere rimasto nel suo tinello a Londra a scaldarsi una camomilla perché quel giorno non si sentiva troppo bene.

Questa faccenda dell’indeterminatezza in tutto ciò che è artistico è un vantaggio non da poco. Artisti, attori, cantanti, anche se con un nome e un volto, tendono ad alimentare il mito di se stessi. Si nascondono sotto pseudonimi sapientemente costruiti, fanno trapelare della loro vita privata solo ciò che può accrescerne il valore e la stima presso il pubblico, costruiscono a tavolino le loro origini allo scopo di sembrare uno dei tanti ma che a differenza dei tanti ce l’ha fatta. Vicende e fatti che li rendono ordinari, quotidiani, banali come noi, vengono stralciate perché nocive al mito e all’immagine che vanno creando attorno a sé.

Non vogliono apparire alle prese con le rate del mutuo, con i colloqui con i professori che hanno per oggetto lo scarso rendimento dei figli a scuola, con il carrello della spesa, con le beghe da divorzio. Anche lo psicologo per le loro zone irrisolte se lo scelgono di fama, quello con il maglioncino colorato per intenderci, che fa già audience. So che anche gli autografi, con quelle curve così tonde, allegre e vincenti, che spontaneamente concedono ai fan, sono studiate a tavolino affinché tutto risulti mitico.

Nel nostro caso, quello della scrittura, sono rimasti solo in due anonimi totali ormai: Elena Ferrante e il sottoscritto. Lei vende migliaia di copie, anche sui mercati esteri, e l’anonimato pare contribuisca ad aumentare la curiosità sul suo caso letterario. E poi ci sono io, per ora alle prese con la mia firma da gallina. Tranquilli, però, sto migliorando.

Ma ora ho un dubbio: che mi miglioro a fare se nessuno mi conosce e mi ferma per la strada chiedendomi l’autografo? E allora quasi quasi vi confesso la mia vera identità. Facciamola finita con questa fisima dell’anonimato.

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27 commenti

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27 risposte a “Helgaldksy

  1. Grilloz

    Graffiteggi su carta? 😉

  2. Fai pure, così io rimango l’unico anonimo al 100% e ho l’esclusiva futura dell’iconicità potenziale. Sì, solo potenziale, perché anch’io – non ci crederai ma è così – continuo a poter passeggiare tranquillo senza essere fermato da decine di persone che mi chiedono se possono scattare una selfie insieme a me
    😀

  3. Be’, citi il mutuo perché ne ho parlato diffusamente io? Copione 😀
    Pagherei per sapere chi sei. Per la cronaca: quando ho vinto il thriller paratattico Hel ha messo solo le sue sigle come mittente sulla busta, cosa che non ti ho mai detto caro Hel: il mittente non serve al destinatario per sapere chi gli scrive prima di aprire la busta, ma al postino se la busta non viene recapitata, per cui con le sole sigle era un po’ difficilino 😀

    • Effettivamente, ora che ci penso, non vorrei sbagliarmi, sento che hai ragione, ebbene sì. Nel mutuo ci sei un po’ tu come ispiratrice. Per spedirti il libro anonimo ho fatto a botte con l’impiegato in posta: e se poi il pacco torna indietro a chi lo diamo?, fa lui. Povera Sandra, dico io. Per fortuna non è tornato indietro…

      • Bastava scrivere Helgaldo nel mittente, tu dici di no, ma in realtà tutti sanno chi è Helgaldo (non chi ci sia dietro). Non ti ho mai detto che il libro mi è piaciuto assai!

  4. Ogni tanto ci penso a questa cosa dell’anonimato. Potrebbe essere una spinta in più, non solo per dire quello che si vuole su un blog, tanto senza un volto e un nome dietro i detrattori non possono attaccarsi a niente (in senso letterale); soprattutto perché l’anonimato, lo pseudonimo colto crea sempre quella curiosità che ben manovrata non stenta a diventare ossessione. Ovviamente dietro ci vuole anche del buon talento. Se Elena Ferrante scrivesse come un cane, l’anonimato gli servirebbe a nulla. Tuttavia questa storia dell’anonimato si scontra con il mio ego… Che fare? Lei che è sapiente, caro Hell, mi dia un buon consiglio.

  5. Ho capito!
    Tu sei Elena Ferrante!

  6. Giù le maschere, dunque! Vogliamo nomi, cognomi e volti di tutti gli anonimi! 😀

  7. Io amo Banksy e già dal film su di lui si sapeva che era un signore di mezza età inglese con la beer belly, ma non per questo ho smesso di apprezzare la sua arte intelligente.

    Ho letto una ventina di pagine di “My brilliant friend” di Elena Ferrante, cioè il primo libro della trilogia “Neapolitan” e non riesco a proseguire perché leggere un italiano in inglese è come mangiare la pasta senza parmigiano…

    • Questo è molto interessante. Cos’è che ti stona? Cosa trovi di diverso in My brilliant friend rispetto a un libro nativo inglese?

      • L’effetto è circa quello che si prova a leggere uno slang o un dialetto che non si conosce di prima mano. Per esempio, quando leggo Gadda o Camilleri capisco il senso della storia, apprezzo i personaggi, ma ho sempre la sensazione di non potermi gustare i colori e gli odori delle strade su cui sta accadendo il fattaccio.

        Ti faccio un esempio per spiegarmi meglio: nel libro della Ferrante, la scena iniziale dove le due bambine salgono le scale fino all’appartamento di Don Achille, dice:

        “The mothers were making dinner, it was time to go home, but we delayed, challenging each other…”

        A parte il fatto che un inglese non userebbe mai questa struttura della frase, per cui nella mia testa leggo queste parole con un accento, non riesco a cogliere l’urgenza e l’importanza dell’essere a casa per cena che avrei invece sicuramente colto nella stessa frase in italiano.
        Non so se anche per te è così, ma a casa mia (a Reggio), quando la pasta è pronta da scolare tutti devono lavarsi le mani e sedersi a tavola, e appena il piatto è in tavola si comincia a mangiare, a costo di scottarsi la lingua. Nelle famiglie anglosassoni invece è già tanto se si mangia insieme, il cibo può stare sulla tavola per mezz’ora prima che qualcuno passi di lì, magari per poi mettersi il piatto sulle ginocchia, seduto sul divano.

        In questa ottica, “the mothers were making dinner” ha un vago aroma di hot dog, non trovi? 😀

      • Sto alla finestra a osservare la vostra conversazione. 🙂
        Non ci capisco nulla, ma è piacevole trovarvi qui a chiacchierare.

      • Sì, anche dalle mie parti è così. Però non sono ancora riuscito a farmi un’idea chiara di come debba suonare la scrittura di Elena Ferrante (o di un altro italiano) in inglese. Viene da chiedersi se i romanzi originariamente scritti in inglese che leggiamo noi in italiano non suonino in modo completamente diverso nella lingua d’origine… Secondo te perché Elena Ferrante piace tanto in America? (… e a quanto pare adesso anche in Inghilterra).

      • Sto alla finestra a osservare la vostra conversazione. 🙂
        Non ci capisco nulla, ma è piacevole trovarvi qui a chiacchierare.

    • Ciao, Lisa. Eh, Banksy! Fossimo come lui…

      • Hell, smetti di origliare, è una conversazione privata! ;D

        I romanzi tradotti perdono moltissime sfumature.
        I nomi dei personaggi non andrebbero modificati (in Harry Potter, Mad Eye Moody è molto più bello di Alastor Moody), la struttura della frase non può essere sempre mantenuta (Isabel Allende in spagnolo è molto più musicale che in italiano, tradotta risulta ridondante), le note a piè di pagina sono utili ma svegliano dal sogno narrativo.

        Non so proprio perché la Ferrante è così famosa, ecco perché ho deciso di leggerla. Chissà, magari il segreto sta proprio nell’aver suscitato la curiosità dei lettori. Oggigiorno il talento vale meno del gossip, no?

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