Scrittori non si nacque

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Incredibile, c’è ancora chi si chiede se scrittori si nasce o si diventa.

Qualche giorno fa da Salvatore Anfuso, blogger molto seguito dagli aspiranti scrittori e forse anche da altri che hanno già pubblicato in passato, era questo il dilemma a cui si tentava di rispondere. Insomma, ci si domandava come ci si debba definire quando si scrive.
Volevo intervenire, ma poi non sapevo che cosa dire di sensato. Il quesito era confuso, e anche un po’ infantile, permettetemi la critica. E i commenti a un post poco centrato sono diventati altri sciocchezzai (non tutti, ovviamente) che allontanano da ciò che conta veramente: scrivere, pubblicare, far girare le proprie parole al di là della cerchia dei conoscenti intimi, poi qualcosa succederà.

Nel post viene citato Antonio De Curtis in arte Totò («Io lo nacqui»). Come definire Totò? Un attore, certo. Però scrisse anche una canzone famosa, Malafemmena, quindi è anche un paroliere – e una poesia, ‘A livella, inserita addirittura in qualche antologia scolastica, quindi è un poeta entrato di diritto nella letteratura italiana. Un eclettico, in una parola.

L’ultimo italiano a vincere il nobel per la letteratura è Dario Fo, altro attore. Avranno sbagliato ad assegnarglielo, perché se ha scritto dei romanzi non è stato certamente premiato per quelli, ma per la sua attività teatrale, l’uso del linguaggio, la feroce critica sociale che ha messo sotto i riflettori, in una vita dedicata al teatro. Scrivere, recitare quello che si è scritto, farlo capire al mondo. Basta questo per vincere il nobel per la letteratura? Direi di sì.

Pochi giorni fa ho visto Fabio Volo al cinema. Fabio Volo, per chi non lo sapesse, guarda un po’, è anche lui un attore. In aggiunta scrive sceneggiature, libri, e quando glielo chiedono articoli sui giornali. Insomma vive di scrittura, in tutte le sue forme. Dal format televisivo al romanzo.

Da ultimo ho un’amica, forse meglio dire un’ex amica. Non ha mai pubblicato niente, scrive romanzi che tiene nel cassetto, quando li manda a un concorso letterario non ottengono mai il favore della giuria. Scrive come una forsennata recensioni cinematografiche per il web che le permettono di sopravvivere. Sulla carta d’identità alla riga professione si qualifica però come «scrittrice». Come Forrest Gump, scemo è chi scema fa.

Invece di discutere sul nulla, pensate a scrivere. Romanzi, saggi, barzellette, articoli su web. Uno scrittore è uno che si contamina, la narrativa è un piccolo sistema solare nell’universo della scrittura. Se vivete solo di romanzi, vuol dire che non avete mai puntato il telescopio verso il cielo.

Non me ne frega niente se vi pubblica un editore o fate in proprio. Non perdete l’occasione per provare nuove esperienze di scrittura. Ovunque, in tutti i campi. Non esiste la scrittura, esistono le scritture. Se non avete questo dentro la testa vivrete in una cricca di mediocri, e tra dieci anni vi chiederete ancora se scrittori si nasce o si diventa. Quelli che scrivono davvero queste domande non se le pongono più da tempo. Anzi, non se le sono mai poste. Baci.

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25 commenti

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25 risposte a “Scrittori non si nacque

  1. Insomma: per fare gli scrittori bisogna essere attori, giusto?

    • P.S. io uno scrittore, che scrittore lo è sul serio (con tanto di autocertificazione), che ancora si pone questa domanda nonostante abbia pubblicato con tutte le più importanti case editrici lo conosco di persona… Dici che è per questo che non vincerà mai il nobel?

      • Uno scrittore che è scrittore sul serio e che pubblica con tutte le più importanti case editrici e che lo conosci di persona e che si pone ancora la domanda, avrebbe bisogno di qualche seduta dallo psicologo, perché avrà anche l’autocertificazione, ma non l’autostima. Dovrebbe invece averla, e vivere serenamente la sua scrittura.

    • Questa è la tesi che propongo, tanto evidente che non era necessario scriverlo. Tu, che sei intelligente, l’hai capito al volo. 🙂

  2. Ah, chi siamo, veramente? E siamo noi, a deciderlo? O la carta d’identità? Sai cos’è triste? Che quando conosciamo qualcuno, non gli domandiamo chi sia. Cosa gli piaccia. O non gli piaccia. Con chi viva. No: gli domandiamo cosa faccia (di mestiere, sottinteso, che degli hobby non ce ne frega). Ecco il nostro parametro: dimmi chi ti paga, e ti dirò chi tu sia.
    Roba da scriverci un romanzo: Uno/00, nessuno/00, centomila/00.

  3. No ma infatti secondo me, ed è una cosa che penso da tanto, sta smania di conoscere il lavoro altrui è pessima. Ma come possono gli adempimenti fiscali di cui mi occupo identificarmi?
    Ho molto apprezzato questo post, caro Hel. Sono stanca di questo mondo pieno di pippe mentali, io sono una persona molto tormentata dentro per robe mie, però poi madò fuori basta, eh. Non possiamo essere un po’ più leggeri, senza essere cretini? Molte persone fanno cose a tempo pieno che non dichiarerebbero mai. Tipo “mettere zizzania”, “cucinare discretamente credendosi grandi chef”, eppure queste cose le identificano parecchio.
    bacione

    • Mentre scrivevo il post avevo in mente l’ultimo argomento che hai postato sul tuo. Non sei più in rosa, sei in rosso – letteratura mainstream – senza che te ne accorgessi. Giusto? Sbagliato? L’importante è scrivere, e tu lo fai anziché perdere tempo in inutili definizioni. Siamo rosa, rossi, fucsia, arcobaleno.

      • Lungi da me sentirmi migliore, né ora che sono rossa, né prima col rosa (che poi col romanzo dell’allungatoia mi sa che mi ripiazzeranno nel rosa), ma davvero: scrivete! E le definizioni, e il marketing, e il self. Un buon scrittore scrive tanto e butta via tanto.

    • – Ciao, come ti chiami?
      – Mario.
      – Cosa fai di bello, nella vita?
      – Metto zizzania – quindi aveva appena piegato l’angolo delle labbra, sotto i folti baffi, e aveva aggiunto – Piacere di averti conosciuto.

      • Complimentoni, ci hai quasi preso, si chiama Maria. E tu lo sai come si dice zizzania in greco? Diconix, c’è un celebre albo di Asterix, Asterix e la zizzania, dove al villaggio arriva questo Diconix e tutti attaccano a litigare.

  4. Io non sono uno scrittore, quindi non mi interesso a queste problematiche.
    Mi chiedo piuttosto se noi che amiamo immaginare storie e magari trascriverle per non dimenticarle (e anche per farle leggere agli altri, beninteso) siamo congenitamente portati a immaginare storie o lo diventiamo in base alle nostre esperienze di vita.
    Sì, davvero: immaginatori di storie si nasce o si diventa?
    (“immaginatore” è un neologismo che proporrò a breve all’accademia della Crusca, a meno che qualche allievo della maestrina dalla tintura rossa non mi preceda).

    • Per esperienza personale ti posso dire che immaginatore si diventa: più immagini, più diventi bravo a immaginare. Un po’ come per qualsiasi attività umana, la pratica è la vera teoria.

  5. Oggi ho avuto problemi a certificare la mia esistenza, figuriamoci se mi ci metto nella definizione di scrittore.
    Per intanto scrivo.

  6. Sì, anch’io ho letto l’articolo di Salvatore e anche tutti i commenti che ne sono seguiti. Mi sono posta la domanda: ma tu, Marina, sei una scrittrice nata o lo sei diventata? Il problema è che la risposta mi ha messo in crisi: non sono nata scrittrice, ma non lo sono nemmeno diventata. E dunque, come la mettiamo? Cosa sono, se amo scrivere? Niente, una che ama scrivere, stop! E mi piace al punto che metto tutto il resto al secondo posto e scrivo, penso e scrivo, scrivo e penso. Innamorarsi della scrittura è possibile? Sì, sempre, ma forse essere scrittori è un’altra cosa!

    (Hashtag: #pensieri&parole)

  7. Grilloz

    Ma chi scrive commenti può definirsi commentatore?
    (o commendadore, nel caso sia raffreddato?)

  8. Già ho letto questo articolo e già mi sono chiesta le domande sbagliate. Stop. Riprendo a scrivere. Ciaoooo!

  9. iara R.M.

    Ciao. Io credo che si nasca con una certa sensibilità, un’ attitudine, un insieme di propensioni invisibili che dirigono le scelte e rivelano preferenze Poi, le esperienze, i condizionamenti sociali, le circostanze e gli incontri della vita conducono da qualche parte: a essere, a non essere, a diventare qualcosa, anche niente. Non credo che porsi delle domande sia sbagliato… la ricerca è sempre un percorso interessante. Riguardo il tema delle etichette, mi sono già espressa a sfavore molte altre volte, ma sembra che siano proprio necessarie per vivere serenamente e per identificare in modo sicuro (?) chi ci circonda. A ogni modo, c’è chi è, chi si definisce e chi detta i criteri.
    Vorrei chiedere… chi ama scrivere è scrittore? Chi vende è scrittore? Chi scrive bene anche se non ha mai pubblicato niente è scrittore? E chi scrive male, ma pubblica e vende per altre ragioni è scrittore?
    La fusione/confusione tra arte e mestiere mi confonde; ma anche quella tra passione e attitudine/inattitudine mi intreccia i neuroni. Ehm… immagino che per questo tipo di divagazioni esista un campo ben attrezzato: la filosofia.

  10. Ho fatto fatica a seguire il tuo ragionamento, hell.

    L’esempio di Totò come artista eclettico non regge, secondo me. Chi non ha scritto almeno una canzone e una poesia in vita sua? Le sue sono diventate famose solo perché le ha scritte lui, non perché siano migliori di milioni di altre rimaste in un cassetto.

    L’esempio di Fabio Volo, poi, è discutibile. Farà anche tante cose ma, da quanto sento dire in giro sui blog, non ne fa nemmeno una bene. Forse sarebbe meglio che ne scegliesse una e diventasse bravo in quella.

    La tua ex-amica, non ho capito se pensi che faccia bene o male a definirsi scrittrice. Ho visto Forrest Gump, ma mi sfugge il nesso.

    La maggior parte degli scrittori che seguo religiosamente scrivono solo romanzi, quindi secondo me non è vero che per puntare alla luna bisogna provarsi in diversi campi. È meglio seguire il proprio istinto e fare quel di cui ci si appassiona, quando viene. Io, come dice il mio migliore amico, prendo i “dritti” e circa una volta all’anno mi metto a studiare qualcosa di nuovo, l’anno scorso per esempio è stato l’orto, che prima non avevo mai degnato di una seconda occhiata. Mi è venuto maluccio, come primo esperimento, ma meglio di quanto mi sarebbe mai venuto se l’avessi fatto l’anno prima, quando invece avevo il dritto delle immersioni subacquee. Adesso ho il dritto del romanzo e l’anno prossimo magari vorrò recitare come Totò, o scrivere canzoni alla Mogol, o scrivere sceneggiature come si è messo a fare Nick Hornby, ma non sta a me scegliere.

    Il mio consiglio per tutti quindi è di fare quel che si vuole quando si vuole, così che verrà bene perché lo si è fatto con piacere.

    • Cara Lisa, l’esempio di Totò e Fabio Volo, ma pure Fo, serve per dire che personaggi che non sono scrittori, hanno comunque prodotto scrittura ritenuta da molti di valore. Regolarmente pubblicati tutti e tre, e presenti su Wikipedia anche per ciò che hanno scritto, non solo per quello che hanno fatto. Nessuno di loro eccelle in questo campo, ma sono degni di menzione, molto al di sopra di altri che si definiscono scrittori. Dall’altro canto c’è chi se lo scrive pure sulla carta d’identità per autoconvincersi. Ma chi sono io per giudicarlo? L’importante è scrivere, non definirsi. E se un romanzo resta nel cassetto non morirà nessuno. Però occorre rigore, la mia amica scrive tutti i giorni con il bello e il cattivo tempo, se ne ha voglia e anche se non ne ha, se è ispirata e anche se fa fatica. Prima scrive, poi pensa al resto. In questo è al pari di altri già emersi.
      Seguire l’istinto nella scrittura è un modo giusto per iniziare, ma scrivere professionalmente, cioè essere scrittori, non è questione di istinto. Il “quando viene” non è un criterio che riguarda chi vuole definirsi scrittore. Il quando viene, quando ho voglia, è puro dilettantismo. Puoi farlo con piacere, ma non è affatto detto che verrà bene. Di solito viene male.

    • Ogni modo per «essere» è il modo migliore con cui possiamo «essere»… Per un fiore non è importante quale vento tiri, l’importante è che il polline voli per i campi…

  11. Il discorso si espande a tutta l’arte… artisti si nasce o si diventa?… È una tipica domanda labirinto, che il grande animale umano escogita per incanalare l’evoluzione: Chi cerca scuse per «non essere» avrà una domanda da porsi, per «apparire».

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