I sette messaggeri

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Uno dei maestri del racconto italiano è sicuramente Dino Buzzati. Ne ha scritti tanti di famosi – penso solo al Colombre –, ma ce n’è uno che rileggo sempre volentieri ogni volta che mi ricapita tra le mani una sua antologia: si tratta dei Sette messaggeri.
Se nella vostra libreria alberga la Boutique del mistero, è il racconto che fa da apripista agli altri. Recuperatelo da lì o dal sito di Amazon, dov’è leggibile nell’estratto (basta aprirlo e saltare le brevi note introduttive). Se invece desiderate scaricarlo per una comoda lettura successiva ecco un altro indirizzo dove vi apparirà immediatamente. Lascio scegliere a voi, ma leggetelo, soprattutto se non lo conoscete. E poi ditemi la vostra. Giusto per invogliarvi vi dirò che… no, non ve lo dico.

Post scriptum Qualcuno protesta perché non lascio il tempo di commentare, data la velocità in cui si susseguono i post nel blog. A questo qualcuno dirò due cose: primo, si può sempre commentare, anche nei giorni successivi alla pubblicazione, senza limitazione alcuna; secondo, ha perfettamente ragione, perciò prometto che mi quieto per quarantotto ore, in modo che possiate dilungarvi con commenti e impressioni.

Post scriptum 2 Devo aver letto da qualche parte nelle classifiche di vendita di settimana scorsa che ci sono ben due antologie di racconti nei primi posti dei libri acquistati in libreria. Uno è Stephen King, e lo posso anche capire. L’altro in questo momento mi sfugge, credo sia un italiano.
Com’era quella diceria? I racconti in Italia non vendono perché non interessano a nessuno. Ma sarà poi vera questa storia? Tra un romanzo e un racconto, per quanto mi riguarda non c’è storia. Racconto über alles.

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28 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

28 risposte a “I sette messaggeri

  1. I racconti in Italia si vendono, li vendo perfino io. Detto questo, conosco Sette messaggeri di Dino Buzzati (ho la raccolta intera di racconti, sia quella custodita nella Boutique sia la raccolta antologica dei sessanta racconti) e devo dire che non è il mio racconto preferito, anzi forse è addirittura quello che mi piace di meno. Il racconto di Buzzati che davvero amo è Sette piani. Bellissimo! Ma ce n’è uno ancora più bello: Il cane che ha visto Dio. Questo racconto mi ha toccato l’anima…

    • Con Buzzati c’è l’imbarazzo della scelta. Tutti belli i tuoi preferiti. Sarebbe però interessante che indicassi i motivi per cui non ti è piaciuto. Io propongo, ma è proprio l’analisi di pregi e difetti il cuore di questi post. Con racconti lunghi sia gli sia gli altri sono più celati, ho scelto la brevità estrema per meglio discutere dei meccanismi narrativi, che diventano più macroscopici che in una prosa lunga, e che sono direttamente verificabili sulla pagina.

      • Presto detto. Il racconto in sé, I sette messaggeri, è un bel racconto; pienamente centrato nello stile dell’autore. Insomma, non delude. Tuttavia, mi pare, mostra solo uno stile geometrico autocompiacente, nella forma di questi messaggeri che fanno avanti e indietro fino a quando le distanze si fanno troppo estese. È vero che si trova alla fine un retrogusto che sa di ineluttabile; di disarmante stupidità nel gesto di voler conquistare il mondo, tra l’altro senza accennare mai a battaglie: c’è solo una continua, inesorabile marcia che non porta a nulla). Tuttavia in altri racconti come Sette piani e Il cane che ha visto Dio ci trovo tanto, tanto di più. Sette piani usa anch’essa la stessa geometria dei Sette messaggeri, tuttavia è un racconto allo stesso tempo ridicolo (leggi = ironico) e follemente realista: i medici sono esseri umani e come tali imperfetti, se va bene. Nel cane che ha visto Dio… be’, come posso con le mie sterili, limitate parole spiegare la grandezza di quel racconto? Anche quando il lettore pensa di aver capito dove Buzzanti voglia andare a parere, l’autore ha ancora un asso nella maniche che ti sorprende, ti disorienta, ti lascia nudo e indifeso, solo con te stesso.

      • Sicuramente l’elemento geometrico è fondamentale. Però ti chiedo, e chiedo ad altri, se è l’unico aspetto toccato dall’autore, o se lo sviluppo narrativo geometrico sia una scusa per dire altro tra le righe (e anche sopra le righe pubblicate).

    • Devo considerarlo un invito ad allargare la cerchia di scrittori di racconti includendo autori meno noti, gente del nostro livello. In realtà ci sto già pensando da un po’. Farebbe impressione accostare mostri sacri a poveri blogger? Qualcuno potrebbe accusarmi di blasfemia.

      • Blasfemia? E io, allora, bestemmierò: Spartaco, in questo genere alla Borges o alla Buzzati, è molto bravo. Dal punto di vista strettamente logico-matematico è anche meglio dei suddetti, anzi; considerato che è un medico, direi proprio tanto di cappello. Non me ne vogliano medici e altre categorie, dico solo che per uno che abbia una preparazione matematica le cose sono appena più semplici. Ma di poco, però.
        In questo momento non ho molto tempo per commentare il racconto in sé: ripasso stasera, sperabilmente. Tanto, a quanto pare, c’è tempo. 🙂

  2. Kinsy

    Andrò sicuramente a leggerlo, perché non ho mai letto nulla di Buzzanti e quindi è ora di farlo!
    Tra racconto e romanzo scelgo il secondo anche se non disdegno il primo.

  3. Ce l’ho in casa nei “sessanta racconti”. L’ho letto anni fa, gli do una rinfrescata e ritorno! 🙂

  4. Michele mi ero perso i tuoi commenti e il link. Ti ringrazio moltissimo anche a nome del Coniglio Scomparso. Ma di racconti matematici all’altezza ce ne sono bellissimi anche dalle tue parti!

  5. Quello che balza subito evidente è questa ripetizione di numeri che dà come un ritmo al testo (non li scrivo a lettere per evidenziarli meglio):
    “8 anni sono passati, 6 mesi e 15 giorni”
    “I 7 migliori messaggeri”
    ” 80 leghe”
    “Trascorsi 6 mesi”
    “Passati 4 anni”
    “40”
    “60”
    “34”
    “72”
    (Quasi quasi me li gioco! 😉 )

    Poiché sono negata con i calcoli, mi sono concentrata su altri aspetti e ho dato una mia personale lettura:
    ho visto il percorso mentale e psicologico che fa chi si allontana dalla propria terra, cosa accade quando si abbandonano le certezze delle cose conosciute per andare incontro all’ignoto che non ha meta (“Non esiste frontiera…”).
    Inizialmente c’è un legame nostalgico che crea dipendenza: la necessità di comunicare con i cari e di sapere che accade nella propria casa. Poi la distanza via via maggiore rende impossibile un aggiornamento costante: ecco che subentra una progressiva abitudine al nuovo che c’è sempre oltre un confine immaginato. Comincia a cambiare tutto, anche la prospettiva: “le nuvole, il cielo, l’aria… mi apparivano cose nuove e diverse” e le cose che il “viaggiatore” si è lasciato alle spalle sono “nomi dimenticati” e “modi di dire insoliti”.
    Fino a prenderci gusto: “un’ansia inconsueta si accende… non è più il rimpianto delle cose lasciate, ma l’impazienza di conoscere le terre ignote”.
    Mentre all’inizio c’è una considerazione del viaggio come un “inutile dispendio di anni” ( una sorta di metafora dello stare meglio dove si è, in siciliano si dice: “meglio u tintu pruvato ca u bonu a pruvari”, che sarebbe “meglio le cose cattive già sperimentate che le novità da provare”), alla fine si parla di “speranza nuova”: per chi cammina su una strada nuova, diventa inutile voltarsi indietro.

    Vabbè, più o meno ti ho impolpettato in queste righe la sensazione che ho avuto rileggendo il racconto.
    Ma ci hai capito qualcosa?

    • Hai ragione, il racconto ha un ritmo, cadenzato non solo dai numeri ma anche dal tempo verbale usato. Malgrado parli di un viaggio, che poi è il viaggio della vita, procede lentamente, non si ha l’idea di movimento, o è solo un movimento apparente. È più il passare delle stagioni, il variare delle caratteristiche morfologiche dei luoghi a dettare il tempo narrativo. Dovremmo riuscire a carpirne i segreti, le tecniche, per utilizzarli per la nostra scrittura. Una cosa è certa: l’uso del passato prossimo sbiadisce i ricordi, li rende indiretti, come se una patina si fosse già stesa su di loro, annebbiandoli. Anche altri racconti di questa raccolta hanno questo humus comune, bisognerebbe darci una sbirciata, avendo un po’ di tempo, qualche serata libera. 🙂

  6. Comincio con il dire che, da buon matematico, questi racconti avevano molta più presa su di me quando ero giovane. Adesso, con più abitudine a trattare certi tipi di categorie mentali, al limite mi fanno sorridere perché ritrovo in un racconto un concetto che di solito abita in una equazione.
    È chiaro che alcune idee (in questo caso la crescita geometrica) possano ben prestarsi, per analogia, a mostrarci qualche lato “dell’umana esperienza”; purtroppo, però, a me certe cose fanno venire in mente il lato più becero della faccenda (per dire: il mutilevel marketing e le truffe finanziarie basate sullo stesso concetto di crescita geometrica) e mi mettono di cattivo umore.
    Piuttosto, preferisco scenari da Deserto dei Tartari: molto più interessante un uomo solo, di fronte al nulla.

    • Ma anche questo racconto tratta di un uomo solo di fronte al nulla. I sette messaggeri non esistono, non sono altro che estensioni dei suoi sentimenti, del suo involucro esterno. Ma che ne raccontano nel loro andare avanti e indietro il tempo che passa dentro di lui.

  7. iara R.M.

    Un racconto riflessivo, probabilmente metaforico. Il viaggio del protagonista mi ha fatto pensare a quello della vita di ognuno di noi. L’aspetto geometrico/matematico lo percepisco, ma non è quello che mi resta impresso. Colgo di più l’aspetto dell’esperienza umana e il modo di narrare: diretto, con un intreccio tra presente, passato e futuro. La sensazione che mi resta è tutta in un pensiero: ci sono distanze che non si recuperano. Il tempo scorre sulle cose, sulle persone, trasformando tutto, quasi impercettibilmente; il paesaggio che pure è fatto della stessa sostanza di sempre: erba, cielo, nuvole, aria, vento, uccelli, non è più lo stesso o forse, non sono gli stessi gli occhi che lo guardano.

  8. Ho voluto aspettare prima di aggiungere un mio commento che ci fossero un po’ di pareri. Alcuni anche discordanti. Concordo con l’ultimo di Iara.

    A me questo non sembra affatto un racconto «matematico», ma metafisico e psicologico. Il tema è il viaggio della vita verso la morte, addirittura oltre il limite della morte, forse non percepita interamente.
    Resto un po’ stupito dall’importanza che avete dato a questo meccanismo logico. Non credo che Buzzati abbia voluto scrivere una qualche assurda progressione geometrica per il gusto di farlo. Ora, se un matematico coglie questo aspetto come fondamentale, sarà un suo limite professionale, di cui non può però farne la misura principale del racconto. L’intreccio serve solo, a mio parere, a raccontare quello che Buzzati racconta sempre in tutte le sue opere: lo scorrere della vita per realizzare un obiettivo che non arriverà mai. Come per il Deserto dei tartari, dove le schiere nemiche arrivano quando Drogo dovrà lasciare la fortezza per andare incontro alla morte, dopo una vita di attesa inutile di una gloria che sognata in gioventù non si palesa neppure in vecchiaia, così il nostro giovane trentenne parte con un’ambizione banale, credendo di soddisfarla presto con il furore della scoperta e si ritrova nel mezzo di un viaggio incomprensibile che gli fa perdere i legami con il passato (sono già tutti morti e ora ciò che incontra sui suoi passi lo vede come diverso rispetto alla gioventù) e accetta di varcare il limite (o il limite è stato già varcato senza essersene del tutto accorto), che non può essere altro che il limite della morte.

    Quello che mi piace di questo racconto è l’uso del passato prossimo anziché del presente o di quello remoto. È un po’ come se il suo fosse un testamento malinconico. Sa di avanzare verso il nulla, vede la sua morte imminente malgrado siano passati appena otto anni. Si immagina già morto, pur essendo ancora giovane. Ma i messaggeri sono la metafora della sua vita, senza doverlo dire. Recano sentimenti sbiaditi a persone che diventano con l’avanzare dell’età straniere, come capita per esempio ai vecchi che non capiscono i giovani, o ai giovani delusi nelle speranze di una vita piena.

    Ritengo quindi che Iara ha colto la vera essenza (soprattutto poetica) di questo bellissimo racconto: ogni volta che lo rileggo mi immalinconisco. 😦

  9. iara R.M.

    Mi riferisco alla malinconia che resta dopo la lettura. Credo dipenda dal fatto che tutti viviamo il medesimo viaggio, ognuno alla ricerca dei propri confini del regno.
    (Si capiva già prima? Ehm… )

  10. Grilloz

    Dopo una prima lettura:
    L’autore riesce a mostrare l’evoluzione del personaggio in appena tre pagine, e che evoluzione, sottolineata oltretutto da un crescendo di ritmo e intensità emotiva.
    Sarebbe interessante valutare più in dettaglio la struttura delle frasi, mi aspetto che rispetti la stessa struttura geometrica del racconto, lo stesso meccanismo numerico. Magari mi ci dedico nel we 😉

  11. Tiziana

    Ho fatto bene a digitare Buzzati nel tuo blog. Questo l’ho letto, siamo passati (con altri) alla lettura de “I topi”. Intanto mi leggo la tua analisi.

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