Peggio per te, parola di editor

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«Io faccio tutti i segni a matita: l’editor non è una ghigliottina. All’autore mi presento con la gomma in mano, pronta a cancellarli. Però avverto: peggio per te».

Grazia Cherchi è stata una delle più importanti editor italiane di narrativa, e questa sua osservazione – a mio parere – spiega con semplicità e chiarezza quale dovrebbe essere la filosofia dell’editing. Spesso gli autori, soprattutto se esordienti, soprattutto nel self-publishing, temono la presenza ingombrante dell’editor, visto più come un boia che ha il compito di decapitare teste e tagliare frasi e scene in virtù di una non meglio definita superiorità editoriale, che nel ruolo di consigliere a fianco di chi scrive il romanzo. Da qui un giustificato motivo per non avvicinarsi all’editing professionale.

Il terrore, o il fastidio, di venir scavalcati da chi il romanzo lo legge ma non lo scrive, lo giudica ma non ne è responsabile, è evidente in molte discussioni in rete che hanno per oggetto l’editing esterno e la scrittura.

Eppure sposare la posizione della Cherchi sarebbe l’ideale per avvicinarsi con fiducia all’editing. Certo, lei parla di autori affermati ed editor di primo piano, ma credo che questo sia l’unico rapporto «sano» che possa instaurarsi tra chiunque scrive e chiunque aiuti a perfezionare ciò che si è scritto. Bisognerebbe lavorare solo a matita, sempre. Ed essere pronti a fare retromarcia, se l’autore ritiene che la nota apposta a margine del testo sia «stonata». Ne guadagnerebbero entrambi da questa pratica finalizzata alla sovranità del testo, e non dettata per istituire ruoli dominanti e subalterni nella scrittura.

A qualcuno una scelta del genere potrebbe sembrare a prima vista penalizzante del lavoro editoriale: se però l’editing è pagato, e non gratuito; se l’autore è umile, e non narcisista; se il romanzo è sofferto, e non superficiale, allora l’intervento dell’editor torna a essere essenziale alla scrittura. Se ha svolto onestamente e con generosità il suo lavoro, l’editor potrà sempre dire «peggio per te che non hai tenuto conto della mia opinione». Ci penserà poi il lettore inciampando sulla pagina proprio in quel punto a rimettere le cose in ordine, intuendo che quello scrittore poteva agire meglio su quelle frasi, poteva dirlo meglio in quel libro.

In fondo lodi e critiche convergono tutte sull’autore, non si può incolpare altri dei difetti del suo libro.

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9 commenti

Archiviato in Arti e mestieri

9 risposte a “Peggio per te, parola di editor

  1. Grilloz

    Quello che non dice è che usava la matita copiativa 😀
    A parte gli scherzi, beh, quel poco che ho visto io di editing professionale, funziona proprio così, e poi di fronte a certe “correzioni” come fai a dire “no, non mi piace?” 😉

    • Hai ragione, però c’è sempre l’autore in self-publishing (ma non solo lui, ovviamente) che non accetta nessun tipo di osservazione critica. Averceli quelli che pensano alla Grilloz… sarebbe tutta un’altra editoria.

  2. E’ un discorso molto complesso, ho avuto editing di diversissima natura, da persone più o meno competenti, il tipo di testo ha il suo peso e anche l’attaccamento dell’autore al romanzo. Nel romanzo di Natallia ogni taglio era una lacerazione, negli altri, molto meno. Recentemente ho parlato con un editore che adoro Giuntina, ne parlo spesso da me, di un romanzo che avevo comprato lo scorso anno a Torino e che presentava pagine sublimi e altre molto ma molto meno. Risposta dell’editore: abbiamo proposto dei tagli che l’autore non ha voluto fare. Ora, supponendo che le pagine da tagliare fossero proprio quelle a me meno gradite, trovo che il romanzo, piuttosto lungo e corposo di fatti, avrebbe avuto un balzo in avanti in qualità.

    • Come dicevo, e hai ripetuto tu, il lettore poi si avvede se c’è qualche conto che non torna. In qualche modo questo è il contrappasso dell’autore che non vuole interventi: finisce per essere penalizzato, perché un romanzo che poteva decollare non riesce a staccarsi in modo convincente dal suolo. È quindi un’occasione persa, prima di tutto per l’autore, che non cresce in consapevolezza narrrativa. Vendi oggi (ma lo venderesti comunque), ma non sai se il lettore acquisterà il tuo secondo romanzo. Posso accettare una volta un romanzo riuscito in parte, ma non tutte le volte.

  3. Io sarei una che si fiderebbe di un editor, però a quel punto vorrei fidarmi e affidarmi a uno con la E maiuscola, accreditato e con una riconosciuta esperienza. Ma immagino ci vogliano bei soldoni!

    • Comunque il discorso coinvolge anche i beta-lettori. In fondo l’editor è un lettore più evoluto, con qualche credenziale in più. Però non ne farei una questione di autorevolezza, ma di generosità. Se c’è sintonia e fiducia, se l’editor è comunque innamorato della storia e crede nella sua validità, può contribuire al suo miglioramento anche se non è un nome celebre, con una esperienza riconosciuta. Diciamo che l’esperienza è un biglietto da visita importante, ma ogni libro poi è unico, e ogni volta l’editor si ritrova a rifare tutto il percorso con lo scrittore, che è l’unico percorso per quel libro, ma non è stato ancora tracciato.

  4. Il problema, se mai, è arrivarci a questi editor professionali che lavorano per editori altrettanto professionali. Il web pullula di sedicenti editor che hanno le stesse qualifiche che ho io per la progettazione di centrali nucleari.

    • Non sottovaluterei la tua capacità riguardo al nucleare. Che ci sia tanta fuffa in giro sono d’accordo, ma è anche camuffata bene? Non ho opinioni o esperienze al riguardo.

      • Quanto camuffata non so, ma, da brava prof, ho sempre paura per il giovane autore talentuoso ma sprovveduto che finisce in mani sbagliate privando così noi tutti del suo capolavoro.

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