Il più grande spettacolo al mondo

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Se finora nel nostro Circolo Pickwick di lettura vi ho proposto racconti famosi di autori famosi, Calvino, Buzzati, Edgar Allan Poe – tutti classici della letteratura, tutta gente morta da tempo – oggi prendo una strada completamente diversa, direi anche rischiosa, mettendo a repentaglio la poca rispettabilità e autorevolezza che mi sono costruito mese dopo mese sul blog, proponendovi un racconto che presumo non abbiate mai letto, di un autore per giunta vivo e vegeto, e neppure famoso. Anzi, per la verità un po’ di fama se l’è creata, per via di certi suoi toni accesi, picareschi, a tratti indisponenti e polemici, in alcuni suoi interventi sul web, di cui qualcuno di voi ha certamente memoria. Sto parlando di un blogger-scrittore che risponde al nome di Gaspare Burgio, autore di libri in self-publishing, quella famosa zona franca dell’editoria dove capolavori presunti e schifezze accertate regnano sovrani. Il racconto che sottopongo alla vostra attenzione è «Il più grande spettacolo al mondo», il primo della raccolta Teatro degli anonimi, che potete leggere nell’estratto disponibile in questa pagina di Amazon.

A questo punto qualcuno di voi penserà che accostare uno sconosciuto come Burgio a un calibro come Calvino, è la prova provata che Helgaldo è da ricovero. Portato come sono a dubitare di me, delle mie azioni, dei mie stessi giudizi, potreste anche aver ragione. Prima però lasciatemi dire come sono giunto a proporvi questa «originale» lettura: sentito nominare per la prima volta Gaspare Burgio in quanto al centro di un tifone di polemiche da lui stesso create in un post di Appunti a margine della blogger Chiara Solerio, un personaggio sicuramente sopra le righe (Gaspare, non Chiara, sia chiaro), incuriosito dai suoi giudizi autoincensanti riguardo alla propria scrittura, sono andato a leggermelo in punta di piedi, potremmo dire in silenzio, e ho incrociato proprio il racconto che ora vi propongo. Per dirla in due parole, per me vale un Calvino.

Caspita, direte voi, questo ti ha pagato per sbilanciarti così tanto. Sappiate allora che, nell’ordine: A) con questo Burgio non ho mai scambiato una parola né direttamente né indirettamente; B) questo racconto è l’unica lettura che ho fatto, e non conosco null’altro della sua produzione, né in fondo desidero conoscere; C) se verrà a sapere che un suo racconto è sotto i riflettori al di fuori della sua volontà potrà sentirsi offeso o lodato, non lo so; D) c’era anche un d, ma non me lo ricordo più. Come al solito, comunque, buona lettura.
Poi, se sono davvero da ricovero, mi direte la diagnosi.

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58 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

58 risposte a “Il più grande spettacolo al mondo

  1. Grilloz

    Avevo conosciuto Gaspare sullo stesso post da te citato e avevo scaricato la raccolta, allora gratuita, per curiosità. Mi aspettavo qualcosa di eccelso o qualcosa di pessimo e non ho trovato ne l’uno ne l’altro.
    Restando sul racconto.
    A parte qualche scelta linguistica un po’ azzardata (probabilmente voluta per il tenore del racconto, ma, ripeto, per me azzardata) e qualche problemino matematico (“un buffone alla volta: prima uno poi tre”) trovo che l’autore riesca bene a creare una certa atmosfera di sciatteria e di malinconia e riesca anche a creare un certo interesse, catturando l’attenzione del lettore, almeno fino al momento in cui il pubblico in sala resta muto. Ma poi tradisce le aspettative dilungandosi troppo nella parte centrale, perdendo così l’effetto che era riuscito a generare.
    Immagino poi che dietro la storia ci sia un significato simbolico, sul quale mi sto ancora interrogando.
    Aspetto gli altri pareri 😉

    • Giusto, Grilloz, aspettiamo. Più pareri, più punti di vista, più ricchezza di analisi. Intanto mi paiono interessanti le tue osservazioni.

      • Grilloz

        Mi sto ancora interrogando sul significato, qualcosa del tipo che la parte interessante della vita sia quella vissuta, non quella osservata come spettacolo.

      • L’inversione del punto di vista, che il vero spettacolo sia la gente, noi, e non il circo, la finzione, di per sé mi pare un tema profondo. Che gli artisti osservino il mondo sgranocchiando noccioline, godendosi la rappresentazione sempre varia e straordinaria del quotidiano è a mio parere una bella metafora.

      • Grilloz

        Sì, un punto di vista interessante.

  2. Letto. Non avevo mai letto nulla di Gaspare; forse qualche pezzo di estratto, che devo aver accantonato velocemente.
    Per farla breve: no, un Calvino no. Il racconto è un bel racconto, per carità, migliore di tanti che si trovano anche tra i pubblicati. Per quanto riguarda il mio gusto è troppo sforzato: ha preso un’idea – buona – e l’ha stirata per troppe pagine; così facendo, sempre a mio gusto, ha perso profondità. Rimane troppo sulla superficie, senza mai permettere al lettore di sentircisi dentro. Alcune scelte, anche linguistiche, sono coerenti ma fin troppo prevedibili, visto il tono dell’assurdo del racconto.
    Calvino (ma anche Salinger, O’Connor, e persino altri cosiddetti minori) mi danno molto più gusto perché mi lasciano “nel” racconto e con l’impressione di poter capire, pur senza davvero poterlo fare. Qui mi ritrovo con una buona idea che però è sviscerata fino alla fine. Del racconto e dell’idea stessa.
    In queste poche pagine, come dicevo qualche tempo fa, c’è la statua; avrei voluto il buco, per potermela immaginare. Resta il fatto che è scritto bene; che bisognerebbe leggere più di un estratto, forse, per entrare meglio nello spirito del libro; che è migliore di altri testi e che – pur auto-confinatosi nel self, se non ricordo male – meriterebbe migliore fortuna di molti. Resta anche il dubbio che alcuni editor di cui leggo spesso i giudizi lo avrebbero forse salvato dalla prima scrematura, ma che non gli avrebbero fatto superare la seconda.
    Ma questo, come dicevo, è solo il mio piccolo giudizio.

    • Due riflessioni sulla tua analisi. La prima, siamo giustamente confinati nei limiti di questo singolo racconto, che vive da solo e da solo deve giustificare la propria validità o imperizia. Secondo, mi piace che hai usato la parola superficie. Un racconto, diversamente da un romanzo, fa della superficie la sua caratteristica. Questo è uno dei motivi principali che mi hanno spinto a proporvelo. Perché dev’esserci sempre qualcosa sotto la superficie? A volte non è bello guardare un quadro (o la vita) per quello che si vede e non per ciò che si lascia intendere?
      Sulla lunghezza poi il racconto mi pare molto breve, come tutti quelli di questa rubrica. L’avresti ridotto ulteriormente? Forse più che dilungarsi è un po’ barocco…

      • Grilloz

        Uno dei metodi per distinguere un quadro originale da un falso è la radiografia, perchè nell’originale verranno fuori gli schizzi, i ripensamenti del pittore, le correzioni, il falso, essendo una copia, non ha tutto ciò. Sì, è bello godersi solo la superficie, a patto che sotto ci siano gli schizzi 😉

      • Io non sono così convinto che la superficie sia sufficiente. Per dirla con i matematici, non sono neppure convinto che sia necessaria; devo ammettere che l’idea di un racconto senza superficie mi intriga molto, pur non avendo nessuna idea di come poterlo realizzare.
        La lunghezza non è un problema e non è “il” problema; diciamo che, sempre a mio gusto, avrei preferito che i circensi “circassero”, svogliati come avevano iniziato. Quell'”Oh!” mancato è una cesura troppo forte e crea aspettative che non soddisfa. Magari, i circensi avrebbero potuto “circare” sempre più svogliati, fino ad accorgersi del pubblico. Il pubblico, annoiato dai circensi, avrebbe potuto scivolare nelle proprie attività normali. Per chiudere, i circensi avrebbero potuto farsi dare i popcorn dagli astanti e fermarsi così, in mezzo alla pista, in estatica contemplazione degli spalti che vivono la propria vita.

      • Grilloz

        Ecco, Michele, è da quando ho letto il tuo commento che sto cercando di immaginarmi come si possa scrivere un racconto senza superficie (resterà il mio chiodo fisso a lungo) 😛

      • Hai provato con un integrale di Lebesgue? 😛

      • Un racconto senza superficie è uno di quelli dove è tutto cerebrale, filosofico, spiegazione del mondo passo dopo passo. 🙂

      • Cerebrale, sì. Filosofico, forse, o almeno non necessariamente. Ma perché spiegazione passo-passo?

      • Leggendo le vostre osservazioni mi immagino un racconto-saggio, più che una trama. Tanti concetti che vanno spiegati passo passo al lettore, come Holmes che spiega a Watson gli accadimenti.

      • Grilloz

        Ehm, la mia specializzazione si avvicina più alla carpenteria che all’alchimia matematica 😛

      • Scherzi a parte. La prima idea che m’è venuta – e che è la più banale, ovviamente – riguarda l’idea di approcciare un racconto come se fosse una specie di frattale. Forse con un racconto è complicato, ma con una raccolta è già più fattibile.

        Poi m’è venuta un’idea altrettanto banale, ma forse più sottile. Immagina di essere un pesce rosso, immobile, al centro della tua palla di vetro: che ne sai, tu, della superficie? Potresti addirittura concepire, dal tuo punto di vista, l’idea stessa di superficie?

      • Mi piace l’analisi di Michele, e condivido la sua opinione sull’essenza dei racconti (in generale, quindi non di quello da te proposto in particolare). Dopo Carver, raccontare ciò che si vede, anche se da un punto di vista originale, non è più sufficiente. Molto meglio lasciare la superficie ai telespettatori e addentrarsi più in profondità. Se poi si riesce, come Carver, a raccontare la storia che non c’è: per me è ancora meglio.

        P.S. anch’io l’ho trovato un po’ barocco, questo racconto, e alcuni termini, anche se rari, non sono coerenti.

      • In questo caso uso il termine barocco non con un’accezione negativa. Mi pare che ci sia un’atmosfera particolare e anche le parole usate per il racconto contribuiscono a renderla protagonista.

      • Grilloz

        Entrambe interessanti le idee, resta il problema di come realizzarle nella pratica. Forse dovremmo partire dalla definizione di superficie?

      • Secondo me, no. Oppure: basta la definizione intuitiva. Per quanto riguarda il frattale, immagino racconti a brandelli come riflessi di frammenti di uno specchio rotto.
        Per il “confinamento inerziale” 😛 basta, come ricordava Salvatore, rifarsi a certi Carver. O al Salinger dei pescibanana.

        Per ultimo, ma non in ordine di importanza, rimane il problema di scriverlo. 🙂

      • Non vi capisco più…

      • Commenti ad usum delfini, cioè, ingegneri 🙂

      • Grilloz

        Però nel caso del frattale non basta frammentare il racconto, bisogna che il frammento in piccola scala riproduca la scala più grande, e che, almeno teoricamente, sia possibile riframmentarlo in una scala ancora più piccola che si ripeta ancora. Lo so, mi sono spiegato malissimo, ma ho i neuroni ingarbugliati in questo momento 😛
        I pescibanana è il mio preferito di Salinger 🙂

      • Grilloz

        Ripensavo stamattina (non entro nei dettagli sul pensatoio preferito) alla struttura frattale, anche se forse sarebbe trovare un altro luogo di discussione per non intasare di commenti la casa del nostro ospite 😉
        Si potrebbe pensare ad un “romanzo” basato su una struttura classica, ad esempio pensavo quella del romanzo rosa (una coppia, un terzo incomodo che rompe gli equilibri, scontro, recupero degli equilibri) aspettate a storcere il naso però 😛 il romanzo dovrebbe essere diviso in un numero di capitoli, 7 ad esempio, ed ogni capitolo dovrebbe ripetere al suo interno la stessa struttura con uno dei tre personaggi a fare una delle tre parti e due personaggi secondari a coprire le due parti mancanti. Poi nella struttura ci si può mettere qualunque cosa, ad esempio un personaggio dialoga con l’impiegato in banca (la coppia) e un secondo impiegato spunta a rompere le scatole (il terzo), e così via.
        Poi si potrebbe anche pensare di ripetere ancora la struttura all’interno di ogni singolo racconto, ma qui le cose cominciano a complicarsi. 😛

      • Questa è una Calvinata bella e buona, degna successione dell’iperromanzo 🙂
        Una Calvinata 2.0, per essere precisi nella numerazione. Se hai voglia di scrivere un romanzo a più mani, si può pensare di organizzare la cosa 😉

      • Siete lanciati ormai… Però vedere un esempio concreto delle vostre elucubrazioni non sarebbe tempo perso. Metto a disposizione una pagina del blog se volete sperimentare. 🙂

      • Adesso ho dato a Grilloz un po’ di materiale sul quale riflettere. Vediamo cosa ne salta fuori 🙂

      • Grilloz

        Stavo anch’io pensando a un più mani, perchè una volta definita la struttura ognuno potrebbe sviscerarla a piacimento, cambiando stile, tempo di narrazione, persona narrante, non solo gli elementi della trama.

        Il “pensatoio” del mattino funziona sempre 😛

      • Per non impestare i commenti di Helgaldo, appunto, scrivimi che ti do qualche link su cui riflettere nel tuo pensatoio… 🙂

      • Qui si passa da Calvino (Burgio) a Einstein-Michele-Grilloz…

      • Da EPR a EMG 😀
        (questa la capisce solo chi ha una bella infarinatura di fisica 2)

      • Grilloz

        ehm, sono passati troppissimi anni da Fisica 2 😛

      • Grilloz

        Ho bisogno di passare più tempo sul pensatoio 😛

      • È già qualcosa che tu non abbia spedito me, al pensatoio 😛

      • È già qualcosa che non abbia spedito voi nel pensatoio…

      • Grilloz

        Diciamo che un pochino me lo sarei aspettato :O

      • Sì, lo so. Una cosa bizzarra, ma davvero interessante 🙂

  3. Premesso che non ho né il tempo né la sanità mentale per un’indagine approfondita e un’analisi ponderata, mi ritrovo abbastanza in Michele (frattali a parte, che so a malapena che sono, figuriamoci se riesco ad analizzarli). Un bel racconto, che starebbe benissimo su una pubblicazione anche importante, di un autore da tenere d’occhio, coltivare, mettere sotto contratto, ma che ancora non è Calvino. Non escludo che abbia le potenzialità per diventare un autore imprescindibile, però.
    Nel caso specifico, ho seguito il blog a pezzi e bocconi, mi pare di capire che gli sia stato consigliato di tentare con dei big dell’editoria e lui abbia preferito di no. Ora, di fronte alla prova schiacciante delle potenzialità, mi chiedo se oggi un editore potrebbe fare la differenza e far esplodere queste potenzialità o se esse sbocceranno meglio lasciando che sia l’autore ad autogestirsi. Purtroppo per avere una risposta dovremmo sdoppiare Gaspare e seguire entrambi i sentieri per confrontarne i risultati.

    • Cara Tenar, ovviamente nessuno può essere Calvino. Se ho, anche provocatoriamente, innalzato uno di noi al rango di Calvino in questa mia rubrica è perché ritengo che il suo breve racconto è scritto con una maturità espressiva che non stonerebbe accanto a nomi ben più noti. Almeno in queste poche pagine. Poi serve anche una continuità, ma su questo non posso pronunciarmi perché è l’unica cosa che ho letto di Burgio.
      Sulla matematica, i frattali, non ho capito nulla. Però approfitto delle osservazioni fatte per far notare che questa racconto mostra anche delle geometrie quanto meno esistenziali.

  4. Okay, arrivo tardi. ma ora dove mi inserisco in mezzo a tutte quelle disquisizioni dei due fisici/matematici sopra, EPR EMG Calvino 2.0 Einstein e pensatoi mattutini vari ed eventuali?
    Leggo il racconto di Burgio e torno a dare, spero, normalità al tuo post! 😉

  5. Allora, per me questo racconto ha un tocco di genialità che non sottovaluterei. In un possibile concorso io non avrei dubbi. Lo selezionerei per portarlo sul podio. Ho notato la scelta dell’autore (non so se e quanto voluta) di sottolineare il lato grottesco del circo: vestiti sporchi, scarpacce polverose, dettagli pezzenti, il liofante deperito che porta la palandrana con disonore. Tutto questo comunica squallore (nota personale: a me il circo intristisce in generale), che fa da apripista alla netta inversione delle righe successive: “poi si cominciò”, il vero spettacolo è altrove, il grottesco e lo squallore si trasferiscono nelle tribune dove c’è il pubblico pagante. È più triste la quotidianità, fa più spettacolo questa teatralità ordinaria che quella organizzata e preparata da chi ne ha fatto un mestiere.
    Ancora, non mi è sfuggito l’uso in genere poco “usato” in narrativa e qui “abusato” del dispregiativo: fungaccio, pancacce, versacci, letteracce, termini che quasi fanno da ponte tra lo spettacolo allestito per intrattenere e quello reale. Alla fine del più grande spettacolo del mondo siamo noi gli unici attori. Trovo l’idea originale!

    • Dunque non sono da ricovero…

      • Perché, due menti matematiche che sviscerano il frattale come fosse una cosa che si mangia, ti hanno fatto sentire matto? 😛

      • Eh, sì, Marina! Mi hanno fatto sentire proprio fuori luogo.
        Invece mi piace la tua analisi dei termini scelti, perché è da lì, dalle parole che bisogna partire, e non da concetti tanto profondi da essere elitari. In realtà è con le parole e non con i concetti che si costruiscono le storie, le parole usate ci influenzano, entrano nella nostra psiche, ci distillano le sensazioni. Per questo dico che bisogna guardare alla superficie e non concettualizzare troppo, specie in un racconto. Credo che Burgio, magari sbaglio, sia un autore che lavora sulle parole, a volte anche parole brutte, che non useremmo mai perché non suonano bene, e proprio per questo servono allo scopo.
        E poi questo racconto a me ricorda la polvere che invade sempre i circhi, La Strada di Fellini tragica e sporca come la tragedia umana, e la nostra umanità che non è mai edulcorata, mai bella, eppure meravigliosa perché a volte ci fa gridare un Oh! di meraviglia. E ci fa sembrare il miglior spettacolo del mondo.

      • Grilloz

        In effetti quelli da ricovero siamo noi 😛

      • Ehi, parla per te: io non sono da ricovero. Sono già ricoverato, io! 😛

    • Grilloz

      Aspetta, cioè vorresti dire che tutte queste persone coi camici bianchi non sono colleghi?

  6. Grilloz

    Dopo le divagazioni fisico-matematico-cialtronistiche ritorno un momento in tema, anche per fare un po’ l’avvocato del diavolo (qualcuno lo deve pur fare, no?)
    Partendo dal presupposto che c’è del materiale, che c’è anche una certa capacità espressiva, e che come già detto, anche da altri, c’è una buona capacità di creare l’atmosfera (anche la scelta dell’imperfetto tipica delle favole pare fatta di proposito), trovo però che resti materiale ancora un po’ grezzo, che avrebbe bisogno di un passaggio di editing (di uno bravo però).
    Ciò che più di ogni altra cosa mi ha dato questa senzazione è lo sbilanciamento. Lavora bene a creare l’atmosfera, a preparare il finale ad effetto, ma poi il finale ad effetto lo diluisce troppo, facendone perdere il sapore. Attenzione, non è una questione di lunghezza complessiva del racconto, potrebbe anche impiegare molte più pagine a preparare il finale, ma poi quando arriva il momento deve scioglierlo in poche righe. È un po’ come quando racconti una barzelletta, puoi dilungarti quanto vuoi a prepararla, ma quando arriva il momento la battuta deve arrivare secca, se ti dilunghi qui a spiegare non fa più ridere. Qui è lo stesso. Più o meno metà del racconto è impiegata a preparare il finale, è un crescendo, arriva all’apice con quel “Poi si cominciò”, da lì il resto dovrebbe svolgersi in poche righe, invece si dilunga ancora per una lunghezza quasi pari a quella della parte prima. é un po’ come se dopo aver scalato la montagna invece di trovarti con una vista mozzafiato ti trovassi in una pianura o un lieve declivio.

    L’altra cosa che faccio fatica a digerire è la libertà sintattica che si prende, sicuramente voluta, e quindi quasi un po’ arrogante, come per dire, io me ne frego delle regole. Non sono un lettore fiscale e accetto anche un congiuntivo sbagliato se ha uno scopo (o anche di peggio) ma di una frase di questo tipo: “Il Più Grande Spettacolo del Mondo aprì i battenti alla data convenuta (quella del riquadro fosforescente), ma pressappoco” faccio fatica a capirne lo scopo, oltre che il senso.

    Tutto questo per alimentare una discussione che mi pareva interessante 😉

    • Sai che proprio quello che tu trovi essere un difetto per me è anche il pregio di questo racconto? Cioè il fatto che ci sia un perfetto bilanciamento fra le due parti della narrazione: quella relativa al circo con le sue connotazioni grottesche e quella successiva del pubblico che ripete le azioni che dovrebbero comporre lo spettacolo (le acrobazie, il domatore di leoni, i pagliacci che fanno ridere), come un ideale gioco di specchi tra le esibizioni che avrebbero messo in campo i circensi e quelle reali delle persone “comuni” che assistono. La misura, nella narrazione, di questi due momenti, per me, doveva essere la stessa, perché il racconto non è la preparazione alla sorpresa finale che spiazza, ma proprio la contrapposizione fra le due realtà che andava giustamente mostrata.

      • Grilloz

        Un punto di vista interessante (visto che sono riuscito ad alimentare ancora un po’ la discussione? 😛 ) la simmetria però è un gioco difficile e pericoloso, il rischio di apparire piatto è lì dietro l’angolo. Cerco di andare al di la del giudizio soggettivo e parto da presupposto che la simmetria, lo specchio, sia voluto e provo a domandarmi se è riuscito. A mio giudizio no, almeno non fino in fondo. Anche Michele sopra ha avuto questa sensazione di stiramento. In un bilanciamento simmetrico avrebbe dovuto mettere un crescendo o un decrescendo, così come fa nella prima parte, invece la seconda parte appare più piatta, più lineare, più un ripetersi di scene (toni) alla stessa altezza. Il lettora arrivato a quel punto potrebbe dire, ok, ho capito cosa mi vuoi comunicare, ma perché continui a girarci attorno?
        Per tornare alla metafora della montagna in un racconto simmetrico dopo una salita ripida mi aspetterei una discesa altrettanto ripida, invece mi trovo un lieve declivio.
        Ma aspettiamo anche il parere del padrone di casa 😉

        P.S. cerco il pelo nell’uovo perché è un buon racconto, uno pessimo non meriterebbe molte riflessioni 😉

      • Il padrone di casa dice che a casa di Helgaldo non ci sono padroni 🙂

        Mi trovo d’accordo con Marina. Di più. Quello che mi piace di questo racconto sta nel dosaggio ben distribuito delle parti. Fai l’esempio della barzelletta. Nel prossimo giro del Circolo Pickwick proporrò proprio un racconto con un finale di una riga, che sorprende il lettore. Ma qui già dal titolo il nostro autore non ha voluto sorprendere, impressionare, stupire. Dichiara che vedremo il più grande spettacolo del mondo e ce lo fa vedere, con tutti i suoi numeri che si susseguono l’un l’altro. Il clown, l’acrobata, il giocoliere, il domatore con la testa nella bocca del leone c’è comunque: siamo noi. I circensi potrebbero essere gli scrittori, siamo cioè noi che scriviamo storie che dovrebbero meravigliare e che invece non se le compra nessuno. Ma la vita stessa offre queste storie ai nostri occhi. L’unica cosa da fare è sedere e gustarsele.
        Non c’è l’intento di stupire, trovare la battuta che brucia la situazione in una frase secca. No, lo spettacolo va gustato, va visto per intero. Niente effetti speciali (in apparenza, in realtà si vira verso il grottesco, come grottesco è il circo). In fondo il racconto è di una logica ferrea, solo questa conclusione è possibile, date le premesse. Non c’è motivo di correre sul finale, non stiamo cercando la risata, la gag, l’inversione totale. Ma uno stupore prolungato. Vedo anche un invito, molto poetico, a guardare con occhi nuovi i fatti della vita.

        Più in generale ho proposto questo racconto e non altri perché ritengo che sia un buon esempio di ottima scrittura. La frase che non ti suona, non so, a me pare espressiva, così bisognerebbe scrivere. O almeno questo è uno dei modi. Pressappoco.

        Da notare anche il nome del circo (vado a memoria): Mintrigo. A me pare perfetto per un circo. Mi ricorda il Medrano, uno di quei piccoli circhi che viaggia lungo la penisola. Però Mintrigo m’intriga… forse è solo una combinazione, chissà.

        Non sono poi d’accordo con lo svolgimento alternativo di Michele (se è in ascolto). In un racconto la realtà deve avere dei contorni chiari, basarsi sugli opposti. Nei racconti precedenti è così: la vita dei due giovani sposi considera solo i momenti di assenza; nei Sette messaggeri conta la vita spesa solo ad aspettare il ritorno di chi è partito; nel Barile dell’Ammontillado conta solo farla franca da un delitto senza spiegarne il movente. In un romanzo non si può considerare un solo aspetto della vita. Il racconto, se ben costruito, punta proprio a questo. Non dà una spiegazione del mondo, che è la missione del romanzo: dà una visione del mondo, che è la missione del racconto. Ed è tanto più riuscito quanto quella visione è lucida, forte, spiazzante. Michele, con il suo sviluppo, ne farebbe un romanzo. Il che è un’altra possibilità.

      • Ormai siete in troppi a dirmi che sono romanziere. Finirà che ci credo pure io…

      • Non dovresti crederci, dovresti scriverlo.

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