Io ricordo

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Quarant’anni fa, il 6 maggio 1976, poco dopo le nove di sera, ero un ragazzino delle elementari incantato di fronte alla tv un giovedì. C’era allora un solo canale televisivo, forse due, non ricordo più. Guardavo Mike Bongiorno, Rischiatutto, Canzonissima, un film, chissà, questo non me lo ricordo. Mi ricordo solo che ero imbambolato davanti a quello scatolone con le parole e le persone dentro.
Sedevo su una sedia dall’aria vissuta, questo me lo ricordo, con delle eleganti gambe lisce e laccate. Amavo quella sedia perché aveva un’aria nobile, imperiale, ma leggera come un valzer. In effetti, poco dopo le nove quella sedia ha iniziato a danzare. L’ho sentita prima scricchiolare, poi muoversi, poi abbracciarmi e sollevarmi in un lungo istante dove mi è sembrato di volare. Ho ondeggiato a destra e non sentivo più la gravità, i piedi anziché puntare a terra salivano nell’aria. Come risvegliato dall’incantesimo della tv ho guardato mio padre e ho semplicemente detto: «Sto volando».

Fu un terremoto devastante a darmi l’ebbrezza di volare. Il terremoto che studiavo solo a scuola, e che mi affascinava sul sussidiario, quella sera decise di bussare fino a Milano, e farmi sentire per la prima volta quanto io sia insignificante, poco più di un insetto. A quel tempo, dove in tv c’era un solo canale, forse due, le informazioni non si propagavano come le onde sismiche. Dovemmo tutti aspettare il giorno dopo, scendendo giù all’edicola, per capire che qualcosa era successo nelle Alpi Carniche, a nord di Pordenone. Il giornale di papà diceva che un terremoto aveva scosso in Nord Italia, e che in Friuli vi erano gravi danni e decine di morti. Ma la notizia non era ben definita, era ancora frammentaria. Mancavano i social, Facebook, i telefonini, per raccontarci in diretta la portata della devastazione, la drammaticità delle persone sotto le macerie. Oggi è tutto più facile, più veloce, non devi immaginarti niente. Sai tutto al momento, e dopo due tre ore di speciale televisivo la notizia è satura, l’hai già metabolizzata, sei passato oltre anche se fissi lo schermo e provi una sensazione d’angoscia per le vittime.
Ma in quei giorni no. La notizia cresceva lentamente e inesorabile, sempre più drammatica. Il maltempo si aggiungeva a renderla ancora più terrificante, i fiumi straripavano, le frane si susseguivano sulle popolazioni. Si parlava di migliaia di morti (furono alla fine mille), e tutti, tutti erano commossi da quanto era successo, e si raccoglievano indumenti nelle case per inviare aiuti alle popolazioni del Friuli. Non c’era però la telefonata sorniona, intercettata tra due costruttori che se la ridevano per l’enorme business che si apriva per le loro aziende. C’erano però già le polemiche per i soccorsi lenti alle popolazioni, c’era il timore che dopo i primi aiuti la macchina della ricostruzione si sarebbe fermata, c’era l’orgoglio della gente friulana che non si sentiva vinta, «prima le fabbriche, poi le case». C’era anche la mia maestra che a scuola ci raccontava quello che era successo. C’era qualche compagno che piangeva. Scrivevamo pensieri su quanto era accaduto. Chissà che cosa scrissi allora, purtroppo non me lo ricordo. Però io mi ricordo del 6 maggio 1976, e allora scrivo oggi, 6 maggio 2016, per sentire se ci sono altri ricordi di quel giorno.

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7 commenti

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7 risposte a “Io ricordo

  1. Del 6 maggio 1976 ricordo con una chiarezza commovente di non essere ancora nato. Lo ricordo proprio come fosse oggi: 6 maggio 2016.

    • E allora non puoi ricordare nemmeno quello dell’Irpinia. Alla sera, al tg, dissero che era “solo” crollato un palazzo, a Napoli. Ma non c’erano feriti o morti (mi pare) e comunque quello era l’unico danno del terremoto. Ce ne volle parecchio, prima che si sapesse che dall’interno non arrivavano voci non perché tutto andasse bene…

  2. I miei genitori erano usciti a cena, da soli. Un evento rarissimo, per noi che facevamo fatica ad arrivare a fine mese. Io ero andato dai nonni, in un palazzone altissimo rispetto alla città in cui abitavo allora. Verso sera, loro guardavano la tv, in salotto, e io giocavo per terra, dietro le loro sedie. Ad un certo punto mia nonna mi sgridò, ingiungendomi di smetterla di spostarle la sedia. Ma non ero io, che non mi ero accorto di nulla. Dopo un’occhiata al lampadario ballonzolante, ci fu il fuggi fuggi per scendere in strada.
    Prendemmo l’ascensore: che ne sapevamo, a quei tempi?

  3. Non ricordo quello del 1976, però ricordo la sensazione lasciata da una scossa sismica avvertita a Caltanissetta ai tempi del liceo. Tornavo a casa in motorino e a un certo punto fu come se mi mancasse il terreno da sotto i piedi. Ho pensato a un giramento di testa e mi fermai per paura di qualche incidente. Da ferma fu peggio: capii cosa stava accadendo quando vidi un gruppo di ragazzi saltare giù da una panchina gridando: “il terremoto”.
    Ero terrorizzata, ma durò pochi secondi. Da allora penso ai terremoti seri e distruttivi e rabbrividisco sempre all’idea che anche dieci secondi possano sembrare un’eternità.

  4. Oh, mamma santa è vero. Grazie Hel, per me quel terremoto fu devastante, mio padre era friulano, di un paese vicinissimo all’epicentro. Piango.

  5. iara R.M.

    Non c’ero ancora nel 76.
    Mia madre mi racconta quello del 1980 in Campania. Le sere trascorse a dormire in macchina. La paura di rientrare in casa. La sensazione che nessun posto fosse abbastanza sicuro. Anche a quei tempi non c’erano social e cellulari e non riuscire a comunicare con chi abitava al paese vicino, per sapere se era tutto a posto, era uno strazio. Dovevi metterti in macchina e andare a vedere. Quando la natura si scatena, ci mostra quanto siamo piccoli e superbi. Ma anche un popolo di coccodrilli. Io ho vissuto quello del 2009. Ero a Chieti. Ricordo che avrei dovuto sostenere un esame. Università chiusa. Studenti scioccati. Ricordo telefonate, tante telefonate e pianti interminabili. Ricordo che per mesi ho avuto l’incubo di addormentarmi al campus e di risvegliarmi sotto le macerie, ancora viva, senza poter chiedere aiuto. Scappavo dal pensiero di quell’incubo. Sapevo che chi l’aveva vissuto davvero non c’era più. Ogni volta che entravo in un posto affollato, chiuso, mi guardavo intorno e mi piazzavo vicino alla via di fuga più vicina. Poi, tutto è finito. Gli incubi, la paura, la certezza che la terra dovesse ricominciare a tremare.
    Nella scuola in cui insegno, facciamo le prove di evacuazione e spieghiamo la prassi in caso di incendio, terremoto… e penso sempre che è tutto talmente finto e lontano dalla realtà. Ma questo è un altro discorso.

  6. Pingback: La signora T. | ilibridisandra

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