Lenticchie per tutti

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Oggi mi va di proporvi l’identikit del sostenitore del self-publishing duro e puro. Noto infatti certe caratteristiche comuni e temi ricorrenti in tutti quelli che sostengono l’autopubblicazione, chissà se anche voi vi ritroverete in questi tratti. Comunque cominciamo.

Innanzitutto il soggetto in questione, come tutti quelli duri e puri in ogni campo, considera disinformati, conservatori, superficiali quelli che non la pensano come lui. Se il duro e puro è in buona si limiterà a sostenere che l’interlocutore è uno sprovveduto. Se invece il caffè che ha appena sorseggiato era bollente, allora il poveraccio che mostra qualche tentennamento verso l’autopubblicazione fa parte della cricca dei soliti noti.

A seguito del primo punto, il depositario della verità sul self cita articoli, statistiche, interviste relative al mercato straniero dove il self-publishing cresce esponenzialmente. Come se questo potesse per analogia farmi vendere di più in Italia. Predica però, per giustificare l’uso di numeri che ci sono estranei, come tutti quelli duri e puri in tutti i campi, che dobbiamo avere fiducia, anzi fede, che in un giorno radioso in un futuro che è sempre dietro l’angolo, succederà anche da noi quello che per ora è lontano dal succedere. Un po’ come la fine del mondo per certe sette religiose, dure e pure anch’esse.

I numeri poi, si sa, il duro e puro, li usa se confermano la sua fede. Il grande successo di tizio, di caio e di sempronio. Poi ci sono tanti autopubblicati cesari che non vendono che poche copie. Di questi ovviamente si tace, anzi li si considera degli sprovveduti che pubblicano in self-publishing senza arte né parte. Cioè, sono quasi cugini degli sprovveduti che non credono al self-publishing. In pratica sono sì dei fedeli, ma non praticanti. Meno duri e puri dei duri e puri che invece seguono tutte le pratiche ortodosse del self. Che poi si riducono a una sola: quella già adottata dal duro e puro. E che ti porterà a un sicuro successo e ti farà entrare nel paradiso delle vendite. Il sicuro successo, il paradiso delle vendite, se segui le pratiche del sacerdote duro e puro, è un dogma di fede.

Poi, i duri e puri in qualsiasi campo, credono soprattutto al merito, alla meritocrazia, e questa è una caratteristica di cui vanno fieri. Il merito, per i duri e puri, consiste nel vendere in base al proprio nome (che si trasforma in brand), al valore intrinseco dell’opera, alle giuste strategie di marketing e tutto questo non a seguito di conoscenze, di appartenenza a clan editoriali, a giri più o meno giusti. Giustissimo. Quando però l’editore fa stranamente proprio queste cose [li vedete i libri di un Umberto Eco (una prece), di un Camilleri, di un Gramellini accatastati nelle librerie, le conferenze di presentazione, gli interventi ai saloni del libro, le pagine web degli editori e degli autori pubblicati, le recensioni sui giornali o in tv?], non vanno bene. Anzi, non è altro che sfruttamento degli autori. Chissà in base a quale denuncia collettiva degli scrittori sfruttati agli organi di polizia, che solo il duro e puro del self-publishing conosce.

Poi sono per il marketing autoprodotto, i duri e puri, altro dogma onnipresente. Per realizzarlo serve quindi una buona base di lettori potenziali (spesso definiti anche col termine di utenti, come l’Enel fa con il sottoscritto: in effetti io leggo la bolletta come un lettore legge un libro, e a volte è più eccitante la bolletta per il semplice fatto che il suo prezzo è ben più salato dell’ebook a 0.99). La buona base potenziale, per il sostenitore del self-publishing duro e puro, sentite sentite, viaggia su numeri a cinque cifre. Se non hai tra Facebook, Twitter, blog e sito personale almeno 10.000 utenti che ti seguono, non vai da nessuna parte. Ora io viaggio con 25 lettori al giorno (come Manzoni, un autopubblicato). Non conosco però nessuno della mia cerchia che viene sistematicamente letto da 10.000 altri suoi simili, se non è già qualcuno di affermato. Ma molto affermato, deve avere fatto nella vita qualcosa di davvero notevole per avere 10.000 follower, non credo basti essere aspirante scrittore per raggiungere questi numeri in una vita sola. Il nostro aspirante Cesare, con i suoi 5 miseri commenti al giorno sul blog, smetta immediatamente di pensare a un pubblico. Pensi invece alla famiglia.

Poi si dice che su Amazon il 50% delle vendite è appannaggio degli autopubblicati. Bisognerebbe però conoscere la media di vendita per libro. Il duro e puro, si sa, non è interessato alle singole formiche, guarda l’intero formicaio, perché la sua fede non può riflettere su casi singoli. Se in Italia un autore pubblicato non vende in media più di 300 copie, ci sarà una media anche per il self-publishing. Evidentemente questo numero cabalistico è tenuto segreto dai duri e puri della suddetta religione, per non scoraggiare i fedeli che puntano al successo planetario, o quanto meno nazionale, o regionale, o provinciale, o di quartiere.
Anni di sacrifici sulle sudate carte (digitali), anni di marketing editoriale nei migliori master del pianeta, tante privazioni familiari e personali, non possono essere fiaccate dall’epifania di un solo numerino che decreti il tuo insuccesso meritocratico. Perché se vendi 300 copie del tuo libro nessuno investirà mai su di te, se non tu stesso. Voi consigliereste a una persona che stimate di sacrificarsi sull’altare del self-publishing, se va bene, per 300 copie a 0.99? Il duro e puro in ogni campo lo dice, lo predica, lo suggerisce come contributo allo «spirito del self-publishing». Farsi esplodere per la fede collettiva.

Io che non sono duro e puro, che non faccio distinzioni tra autori in self e pubblicati tradizionalmente, dico solo che oggi è una bella giornata, ed è anche una bella vita quella che ci tocca se abbiamo la possibilità e la voglia di scrivere, e non vale la pena sprecarla per un piatto di lenticchie. Tra un editore che ti sfrutta per un piatto di lenticchie e un autore che si sfrutta per un piatto di lenticchie, il risultato finale è sempre il piatto di lenticchie. Scrivete per le persone che avete attorno, anche se venticinque, perché il successo come scrittori non dipende né da voi né dall’editore né dal pubblico. Ci sono scrittori che in vita non hanno venduto niente e oggi sono dei long seller. Il piatto di lenticchie infine mangiatelo a capodanno, che dicono porti soldi. Bone le lenticchie, spqr! Amen.

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39 commenti

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39 risposte a “Lenticchie per tutti

  1. Alle lenticchie nude e crude, io preferisco la loro più cremosa passata. Senza condirla con l’olio d’oliva extra vergine; perché sono un vizioso sì, ma puro e crudo. O era duro e crusca? Non ricordo più…

    Comunque hai detto bene: il segreto è scrivere per la mamma. Almeno lei ti leggerà sempre con amorevole cura. Cioè, la mamma di chiunque tranne la mia… Forse è per questo che punto a un pubblico slegato da vincoli familiari: chi mi conosce, già mi evita.

    Ma l’epifania di un nuovo successo letterario su quali gambe cammina? Perché tanto le case editrici quanto il self mi pare non sappiano rispondere. Forse è tutto un clamoroso scherzo del destino, il cui unico risultato è l’annichilimento.

    Più ti leggo più sono convinto che l’unico buon motivo per sedersi a scrivere quando fuori splende il sole è che farlo ti deve proprio piacere. E allora che importanza ha quanto vendi o chi ti pubblica? Si scrive per essere letti, dice una comune conoscenza. La stessa che non vende un picco. Io, invece, scrivo perché mi diverte farlo… Ma forse sono io a sbagliare.

    • Ah, Salvatore! Lenticchie per le mie orecchie… Cioè, volevo dire musica.
      Sempre più saggio, fai paura. Scrivi per le mamme d’altri, che oggi è la loro festa. Scrivi perché ti diverti, così è anche la tua.

  2. Grilloz

    Io farei volentieri parte della cricca se avessi un libro da pubblicare (o qualcuno lo scrivesse per me) e se qualcuno mi raccomandasse 😛
    Comunque a me le lenticchie piacciono 😉
    Scherzi a parte mi stupisce sempre come i duri e puri (vale in qualsiasi campo) si comportino in modo religioso, ovvero predichino e cerchino di fare proseliti; ci sarebbe da farne uno studio sociologico.

    • Anch’io amo le lenticchie, in tutti i modi. Pensa un po’, Grilloz: tutta la letteratura non è altro che una guerra sotterranea alle convinzioni banco/nero, puri/duri.

  3. E vabbé, comunque i duri e puri esistono in tutte le categorie, anche fra quelli che “chi si autopubblica non è non sarà mai degno di essere preso in considerazione perché sicuramente mediocre”.
    Le lenticchie poi, salvo rarissimi casi, piacciono a tutti.

    • Grilloz

      Lo scopro ora, io pensavo che come tutte le verdure fossero poco amate 😛

    • I giudizi di questo tipo sono censurabili, nessuno dovrebbe mai permettersi di giudicare un’intera categoria. Molto più difficile esprimere pareri obiettivi. Personalmente far parte di una parte a discapito di un’altra non è il mio credo. Leggo e giudico solo il singolo testo, e solo quello, e non chi lo scrive che in quanto scrittore ha la mia stima. Ho espresso recentemente a un autore in self-publishing la mia ammirazione paragonandolo a un Calvino. E questo non in base a vendite o simpatie, ma unicamente analizzando la sua scrittura. Dovrebbe essere così per tutti, senza la ricerca di formule valide per la pubblicazione o contro la pubblicazione. Non giudico una persona in base alle sue inclinazioni sessuali, figurarsi se giudico uno scrittore in base a come decide di pubblicare.

  4. Ho come idea di averti ispirato, e la cosa ha un fascino misterioso, visto che hai scelto il suricato come foto al post, e io ho un suricato come foto nel cell, come salva schermo. Pazzesco. Mia mamma è sempre molto critica, troppo, son già qua che tremo all’idea di cosa dirà de Le affinità, probabilmente mi chiederà se era proprio il caso di mettere in piazza così, tutti i miei deliri.
    Direi che questa frase: E questo non in base a vendite o simpatie, ma unicamente analizzando la sua scrittura, è il tuo best of, o uno dei tuoi best.
    Io sono un po’ influenzabile: leggo un duro e puro che ben argomenta e sììììììììììì mi viene voglia di essere un black block, poi però ambisco all’editore Big, ho idea di essere confusa, e non felice alla Carmen Consoli, ma piuttosto idiota, perché non riesco a godermi il momento. Uff. W i suricati, li adoro!

    • Cara Sandra, molte confusioni sono più profonde di qualche certezza. Quale scrittore non è ondivago, confuso, altalenante? Cercare la strada giusta è un po’ trovarla. Non si tratta di prendere una decisione, ma di vagliarne tante, e da tutto prendere il meglio, con spirito critico e curiosità. Avessi le idee chiare io… Però so chiaramente che i puri e duri, in ogni campo, sono quelli irrispettosi delle idee altrui. La storia ce l’insegna (ma questo discorso è troppo al di là di un misero post sul self, e non compete certo a me). Baci.

  5. Mi sento chiamato in causa: vedo che si parla di lenticchie 😀 … Per il resto concordo sul fatto che il “duropurismo” è una caratteristica degli estremisti in tutti i frangenti della vita. Caratteristica che, personalmente, mi guardo bene dall’assecondare. Sia per quanto riguarda la pubblicazione, sia per quanto riguarda la vita.

    • La vita viene prima, la pubblicazione ne è solo il riflesso. Chi vive nelle sfumature non rischia di scrivere storie troppo di un certo tipo, dove tutto è già scontato.

  6. Sarà che è ora di pranzo… Ma mi è venuta voglia di lenticchie, anche se non ho il tempo di lasciarle in ammollo… Dovrò accontentarmi di lenticchie pre cotte… Cosa che temo sia anche metafora di molti prodotti finiti, sia self che pubblicati.

  7. Mmm… mi sa che non sono né dura né pura. Sai già come la penso e come la vivo. La gente ti giudica in ogni caso, su qualsiasi cosa. In ufficio evitavo di dire che sono vegana, ma poi è venuto fuori perché non mangiavo mai le torte di compleanno offerte dai colleghi (ho mentito anche sulla data del mio compleanno per non ricambiare perché sono una brutta persona), appena l’hanno scoperto sono diventati tutti medici e dietologi pronti a darmi in testa anche se a me non interessa cosa mangiano loro. Sto bene con le lenticchie, sia in alimentazione che in editoria, ma se riuscissi ad aggiungerci della polenta sarei anche più soddisfatta 🙂

    • Questo post culinario a base di lenticchie diventa sempre più un piatto raffinato. L’aggiunta della polenta è quasi doverosa, considerando poi che la temperatura esterna si sta abbassando direi di andare a prendere il paiolo…

  8. Marco Amato

    Ah solo per confermare che il duro e puro al quale si riferisce il buon Helgaldo sono io. Scusami ma mi sembra un torto non dare a Cesare quel che è di Cesare. 😉
    Per il resto: Ora pro nobis. 😀

    • Cosa sono disposto a fare per averti ospite sul mio blog? Questo è anche altro. 🙂

      Perché non ti lasci intervistare? Apriamo una discussione vera sulla realtà del self, dove soppesare i pro e i contro. Mandami un tuo indirizzo mail, non so come rintracciarti, paladino del self…

      • Marco Amato

        L’intervista sarebbe stata una gran bella cosa. Ne sarebbero uscite delle nuove visioni interessanti. Ma ormai da Sandra ho giurato voto di castità… ehm voto di obbedienza al silenzio dai commenti nei blog.
        Credo che le anime d’annate debbano evitare il 15 minuti di fama profetizzati da Warhol, così, per non saper né leggere e né scrivere. 😀

        P.s. dal menù dei commenti di worpress per ogni commento è riportato il nome e l’indirizzo mail. 😉

      • Allora ti scrivo, anima d’annata. Ottima annata, il 75…

      • Marco Amato

        Insomma, del ’75 c’è un po’ di roba avariata.

        E visto che ti sei impegnato a farmi venire ospite nel tuo blog, faccio un po’ l’ospite invadente e approfitto dell’insonnia notturna per far quel che mi viene meglio. Argomentare.

        Paladino del Self publishing.
        Sai quanto mi fa sorridere questa tua affermazione. Parecchio. Perché rende evidente che non hai proprio capito di cosa stiamo parlando.

        Non stiamo parlando di self publishing, ma del momento storico in cui nasce la figura dello scrittore indipendente.
        Cos’è il self publishing, di cosa stiamo parlando, cosa hai capito al momento?

        Qualche amico mi ha detto ma perché hai commentato dicendo che eri tu la persona del post, non ci fai una bella figura. Helgaldo ti ha ridicolizzato distorcendo quel che dici.
        Io rispondo tutt’altro. Questa è una bella occasione, questi sono galloni guadagnati sul campo.
        Perché fra 5/10/20 anni, questo articolo (e tutto ciò che è inserito nel web è perpetuo), darà il valore di quanto poco ai nostri tempi si riuscisse a comprendere.

        Come ben sai l’editoria tradizionale ha poco più di cento anni e l’editoria moderna poco più di cinquant’anni anni. Per millenni l’umanità ha fatto a meno dell’editoria eppure sono nati dei capolavori fantastici. Senza editor ed editori. Ma pensa un po’ come è strano il mondo.

        Questo tuo post è una chiara cartina di tornasole dello spirito dei tempi.
        L’esempio più lampante che mi viene in mente, sono gli articoli denigratori dei critici a un movimento pittorico nato nell’Ottocento. Uno di questi critici fu così geniale che denigrando quel consesso di scarsoni con i pennelli fra le dita, li chiamò impressionisti.

        Immagina l’impressione di quel critico nel comprendere, anni dopo, di non aver compreso un tubo della modernità del suo tempo. E come ben sai, gli impressionisti sono nati in quegli anni e non in altri secoli precedenti, perché in quegli anni è stato inventato un elemento fondamentale: il colore a tubetto. Senza l’invenzione del colore a tubetto non ci sarebbe stato il movimento artistico di maggior rivoluzione pittorica.
        Ecco, il self publishing è questo, una innovazione tecnologica che consente alla produzione scrittoria: narrativa, letteratura, poesia, di potersi esprimere in maniera differente rispetto al canone attuale dell’editoria.

        Sta nascendo la figura dello scrittore indipendente.
        Quindi se tu dici a me paladino del self publishing non capisco di cosa parli. Io dico tutt’altro.

        Essere duri e puri del self publishing non significa essere talebani. Significa aver compreso le dinamiche attuali dell’editoria e convenire che allo stato attuale allo scrittore si pongono altre possibilità, nuove opportunità.
        Esistono il treno, l’aereo, l’auto, la nave, la moto.

        Se leggi bene i miei commenti con i quali ho insozzato il web, ti rendi conto che io non propongo ricette e soluzioni comprovate. Non propongo una Mecca, semplicemente provo a far sorgere un altro punto di vista anche qui in Italia. Guardate che nel mondo si stanno sviluppando altri modelli. Il nostro concetto “editoria centrico” viene oggi giorno sorpassato/integrato da nuove idee.

        E questo che dico, non è che se lo sta inventando Marco Amato sull’occasione, ma è un dibattito che circola al livello mondiale sulla nuova concezione di scrittore indipendente.
        I link servono a questo, a informarsi, ad ampliare le conoscenze.
        Certo, lo scrittore indipendente potrebbe essere una moda passeggera, come potrebbe essere una rivoluzione strutturale dell’editoria.
        Dumas e Dickens pubblicavano i loro romanzi in appendice sui giornali. Perché ai loro tempi non esisteva l’editoria. Fossero nati cento anni dopo avrebbero pubblicato con un editore. Se nascessero oggi con buona probabilità fra trenta/quaranta anni sarebbero scrittori indipendenti.

        Con buona probabilità, già oggi stanno nascendo i prossimi grandi scrittori, i prossimi premi Nobel della letteratura che semplicemente pubblicheranno in self publishing perché si riterranno scrittori indipendenti. Quando ero ragazzo non esisteva internet e cellulari. Oggi non se ne può fare a meno.
        Perché ogni donna che oggi prova l’asciugatrice afferma che è una grandiosa opportunità?
        Perché ne trae un beneficio tangibile.

        E allora quando io dico che il self publishing nasce come risposta all’editoria, non c’è la presunzione di dire: il duro e puro ti accusa di non essere informato.
        Ma semplicemente, all’atto concreto, senza l’aura da sogno che è pubblicare con un editore, come funziona oggi l’editoria?

        Ebbene, e ti assicuro che queste cose non le dico io, ma è un pensiero affermato fra molti studiosi, persino dagli editori stessi, oltre che tangibile.

        E’ vero o non è vero che l’editoria oggi è una catena di montaggio che sforna libri a raffica?
        E’ vero o non è vero che se un editore pubblica X scrittori durante l’anno a ciascuno d’essi può dedicare una frazione del suo tempo?
        E’ vero o non è vero che di norma, salvo eccezioni e bestseller, un libro ha una promozione di 3/6 mesi, dopo i quali sprofonda in un rapido oblio.

        Perché è questo il punto. I libri nel sistema editoriale attuale scadono subito. Troppo rapidamente. Un libro uscito da sei mesi è già vecchio.
        Vuoi una prova empirica?
        Prendi i 12 libri selezionati nel premio Strega 2015. Non ti sto parlando del 2010, ma dell’anno scorso.
        Quanti dei 12 libri selezionati dal più prestigioso premio italiano si trovano ancora adesso nelle librerie? Quanti hanno ancora promozione e quindi vendono?
        E non dico d’andare a guardare nel meagastore di Milano di migliaia di metri quadri, ma nelle librerie italiane normali, da Catania a Pordenone. I libri migliori selezionati dal premio strega sono già stati quasi tutti fagocitati in un solo anno. Ma che portento favoloso l’editoria.

        E non importa se tu scrittore hai impiegato 1 o 5 anni per scrivere il tuo libro. In 6 mesi per l’editoria il libro è già vecchio. Scade nell’oblio.
        In questo sistema si salvano gli scrittori brand: King, Baricco, Murakami. Loro sono gli eletti che ce l’hanno fatta. I loro romanzi sono ormai dei classici moderni e hanno un posto perenne nelle librerie.

        E se alla rapida volatilità dei libri pubblicati con editore, aggiungi che i contratti editoriali, così come sono congeniati, sono troppo vincolanti. Incatenano il libro dello scrittore a un modello editoriale che andava bene negli anni ‘80/’90.
        Potrei spiegarti nei dettagli quali sono i punti e i nodi dei contratti editoriali che non funzionano più per reggere i tempi moderni. Ma dal profilo di me che hai tratto, da invasato duro e puro, non so se potrei essere abbastanza sensato per le tue orecchie.

        Nella sostanza cos’è che dicono gli scrittori indie che si vanno affermando nel mondo.
        Pubblicare con un editore è un azzardo.
        Se nei primi sei mesi il libro non decolla in vendite e fama, l’editore alza spallucce e dice: mi spiace, io ci ho provato, ma adesso devo occuparmi delle nuove uscite che ho in programma. Servono novità.

        Quanti libri di scrittori bravi, pubblicati da editore, sono caduti nell’oblio solo perché non c’è stato il tempo di farli recepire ai lettori? Libri che magari richiedevano maggiore impegno e pazienza.
        Purtroppo è così, nell’editoria attuale non c’è tempo e pazienza, o emergi subito oppure riprovaci col prossimo libro, quello attuale è perduto.

        Da questo nasce lo scrittore indie.
        E d questo che parlo io. Non dello stupidotto che senza mai aver letto un libro in vita sua, messo il punto finale pubblica in 24 ore su Amazon e fa self publishing.

        Ti sembra dal mio argomentare che io sono il paladino di questa gente?
        Di costoro a me non frega nulla. Nemmeno considero che esistono, si estinguono per selezione naturale. Pubblicano e il loro libro è disperso fra altre decine di migliaia di libri che nessuno leggerà mai. Punto e si arrangino.

        Ma cos’è, cos’è a questo punto lo scrittore indipendente?
        Dai sono a 1140 parole ma stavolta voglio strafare. L’ultimo commento è come l’ultimo desiderio di un condannato a morte, si può osare.

        Lo scrittore indipendente, che si avvale dell’innovazione tecnologica del self publishing tiene per sé i diritti del libro.
        Ciò significa royalty più alte, possibilità di autoprodursi i formati che richiede sul momento il mercato.
        Non ha scadenze impellenti come nell’editoria, affermarsi entro sei mesi oppure l’oblio. Lo scrittore indipendente ha davanti a sé anni per promuovere il proprio libro.
        Possiede il bene più prezioso: il tempo.
        Possiede la libertà di scegliere e testare le proprie strategie per farsi conoscere dai lettori.
        Lo scrittore indipendente non considera i lettori utenti, ma bensì amici.
        Mentre lo scrittore pubblicato ha il filtro intermedio dell’editore, lo scrittore indipendente ha un rapporto diretto con i lettori. Sono il suo bene più prezioso.
        Ma soprattutto per lo scrittore indipendente i suoi libri non scadono mai.
        In piccolo ricrea il meccanismo che funziona per l’elite editoriale. Di Camilleri si vendono a giro un po’ tutti i libri di Montalbano.

        Lo scrittore indipendente non è un brand. Però ha la sua piccola possibilità di crescere.
        Primi pochi lettori compreranno il libro d’esordio. Quando pubblicherà il secondo, avrà già una base di lettori che lo conoscono. I lettori del secondo libro potranno anche scoprire il primo.
        C’è una crescita lenta, naturale, spontanea.

        I limiti d’essere scrittori indipendenti è che occorre essere accorti, consapevoli. Utilizzare gli strumenti che funzionano nell’editoria. Se lo scrittore indie ha un potere economico si autofinanzia un editing professionale. Se non ha questa possibilità prova a mettere su un insieme di lettori beta che lo sappiano consigliare.

        Gli scrittori indie non sono esperti di marketing. Provano, cercano strade, ma soprattutto hanno bisogno di modelli da imitare per crescere. Modelli che si svilupperanno a poco a poco. Negli Stati Uniti già ci sono, in Italia ancora no. Per questo è importante parlarne. Per questo ne parlo.

        L’editoria tradizionale ha più di un secolo di esperienza sulle spalle. Il self publishing è un bimbo che cammina appena, ma deve imparare molto.

        Io quando verrà il mio turno pubblicherò in self publishing perché mi sembra naturale. Mi sembra un’opportunità importante dei tempi moderni che voglio sfruttare.
        Non vado a infilarmi nel calderone editoriale sparando manoscritti a mucchio che non verranno nemmeno letti. Non sono il tipo che va a ingraziarsi l’elite editoriale con mille lecchinaggi e inchini.
        Non sono disposto a correre l’azzardo del ritmo editoriale. Il patema che se il mio libro non si afferma subito me lo sono giocato per sempre. Toh, mi sono giocato un sogno perché l’editore ha promosso male il libro, perché pioveva, perché l’imponderabile sfiga ha detto: ti è andata male.

        Io non sono un grande scrittore. Non so a che livello sono. Saranno i lettori a valutarmi. Ma so che voglio giocarmi le mie opportunità al meglio.

        Non ho ambizioni da grande editore, uno status di scrittore da acquisire nella società letteraria. Non me ne frega nulla d’apparire o avere conferme di tal fatta.
        Sarei già contento se da scrittore indipendente avessi un seguito, anche piccolo. Mi basta.

        Sta in questo l’essere duri e puri. Nell’avere le idee chiare.

        E poi… ma non è fantastico essere uno scrittore libero. Che non dipende dai dettami del mercato editoriale, che non dipende dai capricci e dalle strategie commerciali dell’editore.

        Perché lo scrittore indipendente così come tutti gli scrittori considera il proprio libro un sogno che si avvera. L’editore considera il libro come un prodotto da piazzare per trarci un reddito che faccia funzionare la sua baracca.

        Quindi mi spiace ma proprio riguardando il mio profilo da te così ben argomentato non riesco nemmeno con sforzo a riscontrarmi. Parli di me, ma il mio profilo sono le argomentazioni di questo commento.
        Io argomento e motivo.

        E mi spiace deluderti, ma non mi riscontro proprio nemmeno fra i paladini del self publishing. Io parlo d’altro.

        Ma tanto so che questo mio commento (che qualcuno dirà equivale a guest post) è sprecato. E’ più facile deviare il corso di un fiume o spianare una montagna che cambiare l’animo di un uomo. Dice un proverbio cinese.

        Appurato ciò, visto che le lenticchie sono per tutti, due cucchiaiate le gradisco volentieri. 😉

      • Grilloz

        Mica vero che ciò che si scrive su internet resta per sempre, quando chiuse splinder molti blog andarono persi, alcuni (tipo il mio) forono salvati dall’oblio con un veloce backup 😛

        Tornando in tema di lenticchie, quel che dici è tutto vero, quello che mi spaventa (da lettore intendo) è il rumore di fondo, ma questo rumore di fondo esiste anche nell’editoria tradizionale, anche se meno intenso e, forse perchè quel rumore lo conosco meglio, mi ci so muovere più agevolmente e non rischio di affondare. Come lettore ho trovato alcune case editrici medio/piccole indipendenti i cui lavori mi soddisfano e dalle quali compro volentieri, pubblicano meno di un libro al mese e, almeno per quel che posso vedere io da fuori, li seguono per un po’ di tempo (di rado compro le ultime novità, anche perchè spesso approfitto delle offerte :D).
        Il problema dello scrittore indipendente è proprio la sua indipendenza, non tutti sono capaci, alcuni, anche bravi come scrittori, non sono bravi a far tutto da soli, anzi, aspettano timidamente che un passaparola parta spontaneo dai loro 24 lettori e quando vedono che ciò non accade si demoralizzano, mentre ad emergere sono proprio gli scrittori che sanno fare più proseliti, indipendentemente dalle loro qualità.
        Di uno di questi, uno che compare spesso quand si parla di self italiano, uno di coloro che “ce l’hanno fatta” che vendono parecchio (anche se nessuno sa realmente quanto visto che amazon vieta di divulgare i dati) ho avuto modo di leggere un “romanzo” (tra virgolette perchè vista la brevità si dovrebbe parlare di racconto lungo, o forse, meglio ancora, visto che non si conclude, di una prima parte di un romanzo) beh, al di la di un’idea abbastanza originale, lo sviluppo l’ho trovato approssimativo, affrettato, troppo vago (insomma avrebbe avuto bisogno di un bell’editing profondo). Per intenderci per me vale un decimo della Troisi (è ho detto tutto).
        Ecco, non so se facciano più danni al self la miriade di autopubblicati “perchè tanto è facile e gratis” o i cosidetti bravi che però sono più bravi a promuovere che a scrivere.

      • Marco Amato

        @Grilloz i dubbi che smuovi sono leciti. Ci sarebbe tanto da argomentare, ma lo spazio è breve e la voglia di commentare poca. 😀

        Veniamo alle cose serie.
        Dal 1996 a oggi Archive registra tutto il web.
        Vai sul sito archive(.)org digita l’url del tuo sito splinder nella casella in alto e come per magia lo rivedrai vivo e vegeto. Addirittura saranno presenti decine di versioni del sito suddivise per anni mesi e giorni. Dai primi vagiti all’oblio, nel cuore dei server americani esiste ancora.
        C’è rimedio a tutto, persino alla morte, allo scripta manent sul web no. 😀

      • Grilloz

        Ma è una cosa folle!!! c’è davvero!!!
        (ammetto che ci ho messo un po’ a ricordarmi il link :D)

        Comunque poi di quegli altri argomenti toccherà parlarne prima o poi, magari davanti a un bel piatto di lenticchie 😛

  9. Oddio, cos’ho tirato su col mio post! Questo invece di post mi ha fatto sorridere, perchè mi piace come scrive Hel, e il parallelo con la fede è indubbiamente divertente, però trovo che Marco sappia davvero il fatto suo, chiamiamolo pioniere magari, se può piacergli e abbia ragione.
    Lenticchie per tutti, perchè siamo tutti amici, vero? 😀

    • Cara Sandra, come te adoro Marco, anzi un po’ invidio la sua predilezione per te. Ma il blog è dialogo più che opinione. Oppure opinionare dialogando. Mi piacerebbe intervistarlo sulle buone pratiche del self, vediamo se lo convinco. Tu mettici una parola buona, visto che ti ascolta. E poi dalle risposte alle domande, chissà, altre domande vostre, altre risposte sue.

  10. Vedo che Marco l’ha presa bene… A me invece questo post mi ha lasciato un po’ di amarezza, ma non per l’argomento in sé, più che altro perché vedo una persona che non se lo merita affatto messa sotto accusa. I duri e puri intesi come fanatici di qualcosa possono fare molti danni, e questo lo si vedi in molti ambiti, ma questo non è proprio il caso, perché Marco danni non ne fa, anzi. Quindi trovo che questo aceto (che con le lenticchie poi non ci sta bene) sia fuori luogo, benché stemperato dai commenti.
    Ci sarebbero pure dei punti validi in questa analisi, argomenti che si presterebbero a un confronto, ma non mi è piaciuto il tono. Sentivo di doverlo dire, anche se mi sono riproposta di non commentare più il tema self. Marco potrà avere anche dei torti in quello che dice, ma non merita assolutamente di essere messo alla gogna.

    • Cara Mariateresa, nessuna gogna. Come sai bene ho il massimo rispetto per chiunque, e tu lo sai, figurarsi poi per Marco. Una scrittrice racconta in un blog, in una lunga intervista, la sua esperienza editoriale iniziata in una piccola casa editrice, e ora approdata alla Mondadori. Nell’intervista dice tra l’altro che il self non è secondo lei la pratica giusta per un aspirante scrittore, perché in casa editrice c’è un confronto con editor e altre figure professionali che fanno maturare l’autore. Dice anche che se vuoi scrivere in self è sacrosanto pagare adeguatamente l’editing, la grafica, la correzione di bozze, tutto quanto serve a pubblicare un libro degno del rispetto del lettore. Tutta roba che avrai scritto anche tu mille volte. Se vai però a leggere i commenti, di tutto ciò che ha detto resta solo una frase: chi pubblica in self è uno scrittore di serie B. E giù tutti a dire che la signora è sprovveduta, intrallazzata come si deduce dalla sua stessa biografia editoriale, pessima scrittrice.

      Quando tutti scagliano pietre (gli farei leggere la rivolta del pane di Manzoni), estrapolando singole parole e accusando di stregoneria il malcapitato di turno che ha argomentato lungamente e razionalmente, a me sembrano dei Savonaroli del self. Dovrei adottare il loro credo?

    • Marco Amato

      Allora adesso è tutto chiaro. Questo post da te scritto in realtà voleva prendersela con Sandra e Barbara, ma per sbaglio sono finito io come bersaglio.

      Perché è stata Sandra a soffermarsi sulla scrittrice.

      Io nel post di Sandra ho scritto 4 commenti per un totale di 1734 parole.

      E della scrittrice ho scritto solo 59 parole di cui più della metà è un paragone:
      “Io non conosco la scrittrice dell’intervista, però posso affermare con palese franchezza che è un po’ sprovveduta in materia di self publishing. Nulla di male, ci mancherebbe, anch’io di fronte a problemi di salute ipotizzo cause e rimedi, e poi quando vado dal medico specialista e peroro le mie deduzioni da ignorante, al medico gli si arriccia il naso.”

      Io ho detto solo che è “sprovveduta” in materia di self. E dove sarebbe la lesa maestà dei savonarola?
      Io che mi documento in mezzo mondo sul self credo di comprendere se ne ha parlato in termini superficiali o meno.

      Quindi è Sandra che è la Savonarola, ma giusto lei, non è dura e pura del self. Che gran confusione. Sandra ammettilo è colpa tua. 😛

      • Allora mi concedi l’intervista? 🙂

      • Marco Amato

        Caro Hel, mi stavo concedendo il tempo della serenità per risponderti.
        Mi hai contattato in privato ed è giusto che ti risponda in privato.

        Ma visto che la domanda è anche pubblica ti dico che sono molto e parecchio stanco di commentare. E anche parecchio nauseato di discussioni e polemiche. Di certo in parte anche mie. Mi prendo le mie responsabilità.

        Mi chiedi l’intervista sul self? Non sono certo io a tirarmi indietro. Immagino le domande trappolone, ma credo d’essere in grado di saper affrontare qualsiasi tipo di domanda.
        Ma se me la chiedi adesso, adesso non posso.
        Mi sono sentito un po’ aggredito e preso di mira per le mie opinioni.

        Ho provato ad argomentare problematiche editoriali, nuove visioni del self publishing e in risposta sono stato preso per talebano, capo di sette di fanatici!?! Boh.

        Concedimi una settimana, due, un mese.
        Tanto il buon Salvatore attende due miei guest post promessi. Il caro Daniele Imperi uno.
        Il tempo scorre, arriveremo pure alla nostra intervista.

  11. Un momento, la carriera dell’autrice citata è ASSOLUTAMENTE LIMPIDA e nel post ho attestato la mia stima per lei e le sue opere. Convengo che estrapolando una frase dal testo, il post è fatto proprio su quella frase, poi si punta l’attenzione su quell’affermazione, però non mi sta bene e da lì ripeto nasceva il post, questo dare addosso ai selfisti che magari non sono riusciti a farsi non dico apprezzare, ma manco leggere dai Big.

    • Cara Sandra, non farti impressionare dalla dialettica di Marco. Purtroppo analizzo le parole. Hai scritto un bel post: hai esordito dicendo che non ti è piaciuta una frase dell’autrice. Marco ha esordito dicendo che da duro e puro quell’autrice è sprovveduta sul self, di cui solo lui forse ha in tasca la verità. Altri si sono accodati al suo commento ipotizzando chissà quali intrallazzi l’hanno portata in Mondadori. L’intervista era zeppa di consigli pacati sia a chi scrive per il self, sia no. Il riferimento alla ricchezza che l’autore acquisisce con lo scambio con l’editor, tu ne sai qualcosa, è sacrosanta. Non mi pare che questo sia assimilabile allo sfruttamento che Marco dà per scontato in ogni contratto editoriale. Se oggi tu ti muovi nel self, senza editor, è perché sfrutti una esperienza che può essere solo interna alle case editrici. Dovresti pagare tu per ciò che la tua editor ti ha trasmesso. La signora diceva anche che correttori, editor, grafici, bisogna sempre pagarli, anche se sei in self, e non avere fretta di pubblicare. Questo non suona bene a molti del self.

      • Marco Amato

        Caro Hel, peccato e per fortuna il post di Sandra non c’è più.
        Peccato perché avrei preso tre lettori a caso e avrei chiesto un parere oggettivo. Ma cosa hai letto nei miei commenti?
        Io la scrittrice non l’ho proprio presa in considerazione.
        Io ho parlato di contratti editoriali. Ne sto studiando parecchi italiani e internazionali. E sto sollevando alcuni dubbi generali. O forse in questo paese Italia talmente tanto ingessato da pregiudizi e coorporazioni non si possono nemmeno sollevare dubbi? A te ti fa scandalo se sollevo dubbi? O ne deduci che dato che dubito ho la verità universale chiusa in tasca?

        Se volevi leggere fra le mie parole, avresti compreso che io dico: siamo sicuri che i contratti editoriali in Italia, che nell’era digitale si basano ancora in larga misura sulla legislazione che risale ai tempi del fascismo, siano congrui ai nostri tempi?
        Siamo certi che certi contratti propinati come norma siano ancora validi di fronte alla concorrenza delle piattaforme di self publishing?
        Sono argomenti interessanti, che secondo me andrebbero dibattuti. Ma non da me o da te, o dall’altro blogger, ma dal mondo degli scrittori, dei critici, degli editori. Invece a chiunque ne parlo sorge un’ombra di omertà spaventosa.
        Lo so, lo capisco, che è difficile che qualcuno possa dire le cose schiette come le dico io. Il rischio di inimicarsi gli editori è grande.

        Tu continui a ribadire che io sono un portatore di verità assoluta sul self publishing e che debba evangelizzare il mondo.
        Ma da dove trai tali conclusioni?
        Se io ti dico guarda che c’è la nuova prospettiva degli autori indipendenti, perché non la analizzi anziché restare nella solita nenia del self publishing uguale schifezza, ma non scelgo e magari qualcuno lo salvo.

        La scrittrice per me ha detto cose ovvie, trite e ritrite. Certo anche i self devono basarsi su editor, correttori di bozze, l’ho detto nel commentone su e in ogni dove nel web.

        Io non so tu dove sei cresciuto e cosa pensi che siano i duri e puri, ma al mio paese i duri e puri non sono mica i talebani. Quelli sono fanatici imbecilli.
        I duri e puri al mio paese si chiamano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I duri e puri sono coloro che hanno le idee chiare e che non sono disposti a scendere a compromessi nemmeno per trarne tornaconto personale.

        Io potrei lodare e incensare i contratti editoriali dicendo che sono la meraviglia donata da Dio. Metti che un editore mi nota per come lo lodo e mi sceglie.
        Io credo che ci sia una forma di ingiustizia nei contratti editoriali. Non sono adeguati. Bisogna sollevare il problema e lottare. Perché gli scrittori, parte debole del sistema editoriale, meritano maggiori attenzioni, più dignità.
        E lo dico, con coraggio, anche se un giorno (e ne sono pienamente cosciente) potrebbe tornarmi contro. Questo significa essere duri e puri.

        In un Italia di arrivisti, piena di miseria morale, dove tantissimi sarebbero disposti a incensare il padrone per un pezzo di pane, io non mi adeguo. E’ evidente che non tutti gli italiani sono così. Esistono persone che ammiro con un senso morale e un senso di giustizia talmente grande che io mi tolgo tanto di cappello.

        Per te va tutto bene? I contratti editoriali sono tutti rose e lillà. Mi sta bene. Non ti vuoi porre dubbi? Va bene.
        Ti garantisco che non è un problema mio.

        Io dal mio posso dire agli scrittori, perché leggo e amo scrittori, fate attenzione, ragionateci prima di firmare, perché se qualcosa va storto, chi ci rimette è in primis lo scrittore. Un editore ammortizza le perdite su altri N libri che avranno un fatturato positivo. Allo scrittore invece se va male la pubblicazione, ha scritto solo quel libro e ci rimane fregato perché ha firmato un contratto senza vie d’uscite.

        Ma credo che sia arrivato il momento di chiuderla qui. Ti ringrazio per le attenzioni che mi hai riservato.
        Ora pro nobis.

  12. Io ora più che altro mi muovo in goWare che è un editore, l’esperienza col self rimarrà molto probabilmente isolata. Sì, il post era bello, era, l’ho cancellato, a malincuore, e senza alcun rancore, credo che la situazione sia un po’ sfuggita di mano e vorrei chiuderla: tu e Marco siete miei amici seppur virtuali e sono molto dispiaciuta.

    • Qui ci vorrebbe un’intervista doppia in stile Le iene, Heldalgo/Marco Amato…

      • Sarebbe divertente. Più bello io… 😀

      • Marco Amato

        Io però non sottovaluterei anche un’intervista doppia dall’analista. Per entrambi. Andrebbe bene anche un terapeuta di coppia. Chissà, magari Helgado è una pulzella. Comunque io opterei pure per uno psichiatra vecchia scuola. Camicia di forza e una sana scarica di elettroshock, al bisogno. 😀

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