Morte di una civiltà

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Quando gli esploratori atterrarono sul pianeta rosso trovarono solo polvere e deserto. Notarono però un lucciolio in lontananza e quando lo raggiunsero si accorsero che era originato da una bottiglia di vetro contenente un frammento di coccio graffiato con un’iscrizione. Trovarono la scoperta interessante e se ne tornarono a casa con la prova dell’esistenza di altre civiltà sparse per l’universo.
Consegnarono il reperto ai potenti del pianeta, i quali non sapevano che farsene. «L’uomo è un essere razionale», lesse sul coccio graffiato ad alta voce uno. Ci fu un moto di stupore in tutti gli altri. «È una minaccia», disse un secondo, «dobbiamo correre ai ripari». «Nuove tasse», propose un terzo. «Sì, nuove tasse!», dissero in molti.
Si alzò allora il capo dei capi e si rivolse a tutta l’assemblea. «Va bene nuove tasse, ma chiediamo anche il parere delle menti migliori su quest’iscrizione».

Le menti migliori furono riunite in uno spazio angusto, senza ricambio d’aria, dov’era consentito anche fumare. «Più in difficoltà li metti, più sono creativi», si giustificò l’esperto di torture. «Ma ora sentiamo cosa dicono», disse il capo dei capi.

«Non è sicuramente una minaccia», disse il linguista. «Avrebbero aggiunto un qualche segno grafico al messaggio. I guerrieri si dipingono il volto per comunicare ai nemici la loro forza, e le belve mostrano le zanne e ringhiano per paralizzare le vittime. La frase non reca alcuna esclamazione. Purtroppo non so dedurre altro».

«È un monito», disse il filosofo, «un solenne avvertimento. Il pianeta rosso era disabitato, infatti. L’ultimo messaggio lasciato per altre civiltà è questo: non la fede, ma solo elaborazioni di pensiero su principi rigorosamente logici potranno salvarci dall’estinzione».

«Non diciamo fesserie», intervenne il sacerdote. «Il pianeta si è estinto per non aver guardato oltre l’orizzonte dei modelli scientifici che non offrono risposte all’irrazionale. Benedico questa civiltà che ci lascia un messaggio tanto potente e chiaro: la razionalità è desertificazione dell’anima e conduce allo sterminio. Il messaggio indica nella razionalità la cessazione di ogni forma di vita».

«Si tratta d’altro», disse una portatrice di gameti atti alla fecondazione: «Un messaggio tanto maschiocentrico da una civiltà sepolta, confessa il fatale errore di non aver affidato alle femmine della specie le redini del mondo. L’iscrizione inchioda i portatori di gameti atti alla procreazione alle loro responsabilità distruttive della specie».

A queste parole tremarono i muri dentro e fuori dal palazzo. Il filosofo, il sacerdote e i potenti del pianeta parlavano tutti assieme, non si capiva niente. In un angolo il linguista piagnucolava irritato «Hanno già ministra, cosa pretendono di più? Uomo sta per uomo e donna, indica la specie tutta, non il genere, ignoranti…». Dovette intervenire la polizia tentacolare con i manganelli per ristabilire l’ordine. Pur con sette manganelli a testa ogni militare ci mise più di un nanoparsec* per ridurli al silenzio. Con gli idranti dispersero anche le sette attiviste che esponevano i quarantanove cartelli per la parità dei sessi all’entrata del palazzo dei potenti.

Quando tutti gli ammaccati e i malconci tacquero si fece avanti l’informatico di palazzo. «Tu cosa ci puoi dire?», gli chiese il capo dei capi.
«Dico che il messaggio contiene cinque parole, come risulta dal mio software». «Forse è un messaggio di un popolo pentatentacolare», osservò il matematico che si era guardato bene dall’intervenire prima. Una manganellata lo riportò al silenzio.
«Il messaggio contiene cinque parole», ripeté l’informatico di corte. «Questa è l’unica verità incontrovertibile. Qualsiasi tentativo di lettura, di interpretazione, è solo un azzardo destabilizzante».
Il capo dei capi, che aveva già capito tutto, gli sorrise. «Tu cosa proponi?». «Propongo di far cessare immediatamente ogni discussione».
«Come li terremo occupati, allora?».
«Ho dei progetti che aspettano solo il nullaosta del governo: gli daremo Facebook, Twitter, i blog in modo che possano parlarsi addosso mentre li monitoriamo».
«Questo li renderà felici?».
«Per un po’ sì, poi ci inventeremo altro», concluse l’informatico che aveva già capito tutto.

Post scriptum Mi dice il contatore di WordPress che questo racconto contiene 657 parole.

* Nota 1  Parsec Distanza strana, che coniuga la misura più grande che abbiamo (1 parsec = 3,26 anni luce = 30.856 miliardi di km = poco meno della distanza tra il Sole e Alfa Centauri, la stella più vicina) con un prefisso che indica l’incredibilmente piccolo (nano = un miliardesimo).
La conseguenza è che un nanoparsec vale circa 30.856 km, cioè tre quarti della lunghezza dell’equatore. (A cura di Michele Scarparo)

Post scriptum 2 Il racconto conta ora 731 parole, e potrebbe prendere direzioni impreviste.

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25 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

25 risposte a “Morte di una civiltà

  1. Mi piace nonostante quel nanoparsec: misura di spazio, non di tempo.
    L’uomo è un essere razionale. Lo scrittore, no. 🙂

    • Michele, ma lasciati andare qualche volta! Va’ dove ti porta il cuore, non la ragione! 😛

    • Lo sai che ci sono gli editor pure nella scientifica? Non ne parla mai nessuno… Saresti un grande redattore. E poi l’errore insistito è per non rendermi perfetto. 🙂

      • 🙂
        Mi son voluto divertire a calcolare quanto sia, un nanoparsec. Distanza strana, che coniuga la misura più grande che abbiamo (1 parsec = 3,26 anni luce = 30.856 miliardi di km = poco meno della distanza tra il Sole e Alfa Centauri, la stella più vicina) con un prefisso che indica l’incredibilmente piccolo (nano = un miliardesimo).
        La conseguenza è che un nanoparsec vale circa 30.856 km, cioè tre quarti della lunghezza dell’equatore.
        #sapevatelo

      • Lo aggiungo come testo e note, mi pare una cicca da scrittori. Il racconto commentato… posso?

      • Parsec, già usato come ben hai osservato, mi piace perché è una parola che evoca scienza, distanze e fantascienza. Il prefisso nano la rafforza. Il fisico, l’astronomo, arriccia il naso, ma il lettore normale ha il piacere della fantasia leggendola, ognuno immagina a suo modo il nanoparsec. Diventa una parola letteraria. Ma l’uomo è un essere razionale, giusto? Come commenterebbe allora il coccio dentro la bottiglia un letterato?

      • Un letterato sorriderebbe sotto i baffi, immaginando un intellegibile dolore 😉

  2. Ma nooo, un tuo racconto, l’ultimo che ho letto è archiviato non ricordo sotto quale etichetta! Che mi piace lo dimostro con il pulsante un po’ sopra! 🙂

  3. iara R.M.

    Mi sono piaciute tutte le 657 parole contenute in questo racconto.

  4. Mi è piaciuto un sacco!

  5. Bello… però io ho contato 644 parole. Per sicurezza le ho ricontate tre volte: sono proprio 644… (o anche il Post Scriptum fa parte del racconto?) 😀

    • Quindi non è un racconto… È un tautogramma? 🙂

      • Che poi non è neppure un tautogramma… Come si chiamano quelle frasi autoreferenziali tipo:
        «Questa frase ha cinque parole»
        oppure:
        «Questa frase contiene ventiquattro vocali e trenta consonanti»?

      • Autoreferenziale, hai centrato il senso dell’intervento informatico. Vediamo se trovi altri sensi nelle varie parti. In realtà questo post non è un racconto, ma una delle mie solite osservazioni sbilenche travestite da racconto.

      • Cos’altro è, un racconto, se non un’osservazione sbilenca?

        Appena ho un minuto ci provo 🙂

      • Sulla predilezione delle varie categorie di esperti per i propri totem, vere scorciatoie del pensiero, inutile aggiungere. Che ci possa essere una finalità didascalica, nel tuo racconto-post, mi pare chiaro, anche se non capisco perché, alla fine, tu ti vada accomunando all’informatico. Forse il tuo è lo stesso percorso di certi ricercatori russi che, per evitare qualsiasi problema e ingerenza da parte del regime, spinsero gli studi della matematica a vette eccelse. Quando si dice: “la matematica non è un opinione”, nel senso più letterale del termine.
        Ci sono anche alcune incongruenze interessanti, che forse hai messo a bella posta ma, più probabilmente, ti sono sfuggite nella foga di scrivere. La più evidente è un “capo dei capi” che, scendendo verso la fine, è attorniato da una “corte”: un interessante arco del personaggio, operato nello spazio di due o tre paragrafi.
        L’invenzione più geniale, però, è l’esperto di torture come organizzatore del think-tank: questa, secondo me, te la dovresti rivendere. Ci faresti “la grana grossa”, sai?

      • La tua cultura supera di gran lunga le mie motivazioni. Lavoro su concetti infantili e tu mi accosti ai ricercatori russi. Ma così facendo ti accodi al filosofo, al sacerdote, alla portatrice di gameti femminili per la fecondazione. Entri insomma nella storia come personaggio. Anzi, poiché sei entrato con nome e cognome nel racconto, la tua è una doppia new entry.

        Se si aggiungono altri due o tre interventi entro anch’io di diritto nel Circolo Pickwick…

      • Ma io *sono* un personaggio 🙂

    • Sì, il post scriptum è il centro del racconto. Questi commenti sono parte del racconto. Noi siamo parte del racconto. Ma non è un racconto, è un messaggio in bottiglia lanciato nella rete. Si salvi chi può. 🙂

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