Cosa leggiamo quando leggiamo letteratura straniera?

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Scrivendo in privato a qualcuno di voi – ma devo averlo detto pubblicamente anche nel blog – consigliavo di leggere soprattutto gli autori italiani per succhiare da loro i segreti della buona scrittura, materia prima con cui plasmare il proprio romanzo che cresce capitolo dopo capitolo.

Questo vuol dire che gli scrittori stranieri scrivono male? Certamente no, ma non scrivono nella nostra lingua. Per questo esistono i traduttori, che traducono – cioè trasportano – il testo straniero adattandolo al nostro modo di parlare e di pensare. Tradurre, ho letto poco tempo fa, voleva dire in principio trasferire un carcerato da una prigione a un’altra. Da lì, ecco il termine traduzione.

In effetti il traduttore è un po’ prigioniero del testo. Può muoversi in certi intorni delle frasi, ma non inventare più di tanto. Oppure può inventare? Se l’editore è serio, poi, non basta un traduttore. Il suo lavoro verrà affinato da un editor per stemperare quei passi che hanno troppo il sapore di traduzione grezza, e restituirci la voce straniera, quale essa sia, nel modo che suoni più naturale per il lettore madrelingua italiano.

Così uno pensa magari di aver letto Moby Dick e quindi Melville. In realtà si è trovato di fronte a parole scelte da un signore (forse più signori) che non ha mai viaggiato per mare né nella mente di Melville. Che non scrive nemmeno alla Melville. Non mi credete? Leggete qui sotto, e ditemi poi qual è quella traduzione (o quelle) che no, proprio non vi suona. Oppure sì, questa prosa è viva, vitale, ricca di segreti da succhiare.

Parto dal testo originale, famosissimo, in modo che potrete, se vorrete, aggiungere la vostra versione a tutte le altre. O nuove traduzioni che avete letto perché vengano a loro volta commentate.

 

Call me Ismael. Some years ago – never mind how long precisely – having little or no money in my purse, and nothing particular to interest me on shore, I thought I would sail about a little and see the watery part of the world. It is a way I have of driving off the spleen and regulating the circulation. Whenever I find myself growing grim about the mouth; whenever it is a damp, drizzly November in my soul; whenever I find myself involuntarily pausing before coffin warehouses, and bringing up the rear of every funeral I meet; and especially whenever my hypos get such an upper hand of me, that it requires a strong moral principle to prevent me from deliberately stepping into the street, and methodically knocking people’s hats off – then, I account it high time to get to sea as soon as I can.

Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa – non importa quanto di preciso – denaro in tasca poco o niente, e nulla di speciale a trattenermi a terra, pensai di viaggiare un po’ per mare e di vedere la parte acquatica del mondo. È il mio modo di combattere la malinconia e di controllare la circolazione. Ogni volta che sento la bocca prendere una piega torva, e il calendario della mia anima è fermo a un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi sorprendo fermo davanti alle imprese di pompe funebri e a seguire tutti i funerali che incontro, e specialmente quando le paturnie prendono il sopravvento al punto che devo fare appello ai miei più forti principi morali per impedirmi di scendere in strada a scaraventare in terra il cappello del malcapitato di turno, so che è giunta l’ora di andare per mare appena possibile.

Lara Fantoni

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa, – non importa esattamente quanti, – avendo poco o punto denaro nella mia borsa e nulla di particolare che mi trattenesse a terra, pensai di andarmene navigando un poco in giro a vedere la parte del mondo coperta dalle acque. È questo un modo che uso per scacciar l’umor nero e per regolare la circolazione. Quando m’accorgo che mi si va formando una piega arcigna intorno alla bocca; quando nel mio animo v’è un umido, piovigginoso novembre; quando mi vedo involontariamente sostare davanti ai negozi di casse da morto e mettermi in coda a ogni funerale in cui mi imbatto; e specialmente quando l’ipocondria prende un tale sopravvento su di me, ch’io debba ricorrere a un forte principio morale per impedirmi di scendere deliberatamente in strada per far regolarmente volar via dalla testa della gente il cappello; allora giudico che sia gran tempo di andar per mare quanto più presto possibile.

Renato Ferrari

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.

Cesare Pavese

Chiamatemi Ismaele.
Alcuni anni fa – lasciamo perdere precisamente quanti – avendo punto o poco denaro nel borsellino e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di far vela qua e là per un po’ e andarmene a veder la parte acquea del mondo. È un sistema che ho io per scacciar l’umor nero e regolare la circolazione. Ogni qualvolta che m’accorgo di star volgendo la bocca al torvo, ogniqualvolta che nell’anima mia umido e piovigginoso s’instaura novembre, ogniqualvolta che m’accorgo di soffermarmi involontariamente davanti ai magazzini di bare e di accodarmi a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogniqualvolta la mia “ipo” prende un sopravvento tale su di me che c’è bisogno d’un vigoroso principio morale per impedirmi di scendere intenzionalmente in strada e metodicamente sbatter giù il cappello dal capo alla gente… allora stimo sia ormai tempo di mettermi in mare al più presto possibile.

Alessandro Ceni

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15 commenti

Archiviato in Arti e mestieri

15 risposte a “Cosa leggiamo quando leggiamo letteratura straniera?

  1. Confronto interessante, grazie. Adesso, però, devi riprovare con Delitto e castigo, naturalmente partendo dal cirillico! 😛

  2. Ecco, magari qualche purista mi dirà che non è la più accurata, ma personalmente trovo che quella di Pavese sia l’unica “traduzione”. Le altre, chi più chi meno, mi hanno lasciato un senso di “scolastico”. Forse anche ingiustamente, ma tant’è.

  3. Purtroppo è un limite insito in ogni traduzione: le sfumature di significato svaniscono. Tuttavia, credo che una buona traduzione valga il 90% del testo originale, più che sufficiente per apprezzarlo quanto merita.

  4. iara R.M.

    L’ultima la trovo terribile.

    • Non l’ha scritta un signor nessuno, tutt’altro. Vai a vedere chi è il traduttore, e per quale casa editrici ha tradotto questo romanzo.

      • iara R.M.

        Non la preferisco in ogni caso. E’ vero che non bisogna essere scolastici quando si traduce, ma neanche stravolgere. Dove finiscono le sfumature delle parole di cui tanto parliamo?
        Per dirne una, non è uguale scrivere: malinconia, tristezza, umore nero.

      • Non volevo convincerti della bellezza della traduzione, ma porre l’accento sul fatto che non si tratta della traduzione di un dilettante, ma di un professionista della scrittura per una casa editrice di primo piano.

  5. iara R.M.

    L’elemento soggettività è sempre dietro l’angolo.

  6. Mi ha colpito l’ultima frase. Non delle traduzioni, ma del testo originario: “I account it high time to get to see as soon as I can”.
    O tutte le traduzioni sono sbagliate, oppure il testo originario è “I account it high time to get to SEA as soon as I can”.
    Oppure come traduttore valgo meno di zero… il che non lo escluderei affatto. 😀

  7. Tiziana

    Concordo con Michele. Preferisco la traduzione di Pavese.
    Dariush, complimenti per l’annotazione linguistica.

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