Auto-editoria e no

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Stanco dei soliti luoghi comuni al centro delle discussioni a favore o contro il self-publishing, ho chiesto a Marco Amato, uno dei sostenitori più lucidi e informati sul self che circola nella mia cittadella di blogger amici, di rispondere con franchezza a una serie di domande scomode sull’autopubblicazione, domande alle quali è impossibile sfuggire rifugiandosi dietro principi generali. Pensavo che Marco non avrebbe accettato di salire sul patibolo. Invece, da sconsiderato qual è, eccolo fieramente davanti a voi per sostenere a ragion veduta le argomentazioni di chi vuol fare a meno dell’editore. Spiriti deboli e anime delicate sono esentate dal leggere quanto segue.

Alessandro Girola è un autore di genere fermamente convinto delle potenzialità del self-publishing. Attivo sui social, con un sito personale ricco di grafica e di contributi, una scrittura briosa, una simpatia di fondo, e tanti tanti libri pubblicati. Al momento in cui scrivo ne ho contati ben 66, molti di questi venduti su Amazon e su altre piattaforme online, parecchi scaricabili anche gratuitamente. Sessantasei libri che spaziano dall’horror al fantasy, alla fantascienza, e che formano un ricco catalogo degno di una casa editrice. È lui l’autore tipo a cui dovremmo ispirarci se vogliamo autopubblicare?

«Non conosco in dettaglio la produzione di Alessandro Girola, però non ritengo che lui sia il modello tipo da cui trarre ispirazione, semplicemente perché il self-publishing non ha un’unica forma precostituita. Esistono numerosi scrittori indipendenti. Ciascuno produce romanzi con stili e forme di comunicazione differenti. In generale dal self-publishing non occorre aspettarsi nulla di diverso dall’editoria tradizionale. Tra le due forme cambia soltanto il mezzo, perché il denominatore comune è lo scrittore.
Tradotto dall’inglese self-publishing non significa autopubblicazione, ma bensì auto-editoria. Quindi il modello base cui tutti gli scrittori che decidono di pubblicare in maniera indipendente dovrebbero seguire, è il processo editoriale stesso. In primis occorre scrivere un romanzo vero. Come un vero scrittore e non uno scribacchino. Poi occorre avvalersi del processo editoriale standard come editing, correzione bozze, copertina professionale e marketing.
Nel caso di Girola, la mia impressione personale è che soffra di sovrapproduzione. Nulla di sbagliato a prescindere. Possiamo citare scrittori prolifici come Balzac, Salgari o il contemporaneo James Patterson. C’è anche da dire che il consiglio ricorrente dato agli scrittori in self-publishing è di pubblicare almeno uno o due libri l’anno. Questo consiglio è dettato per criteri di promozione. Nulla di eclatante, dato che scrittori come King o Camilleri sono già su questi ritmi di pubblicazione».

A proposito di scribacchini, c’è un autore autoprodotto, Ariano Geta, che ama definirsi proprio con questo termine. In realtà è uno scrittore vero con qualche romanzo già alle spalle. In un post del dicembre 2015, presentando ironicamente il «bilancio aziendale» della sua attività editoriale, mostra gli istogrammi delle vendite degli ebook prodotti dal 2011 a oggi: dodici romanzi in 5 anni per un totale di 800 copie vendute. Qualcosa in più di due libri l’anno e qualcosa in meno di 70 copie a libro. Lasciamo perdere i King e i Camilleri, big che viaggiano su altri pianeti. La media delle vendite nell’editoria tradizionale in Italia sembra attestarsi sulle 300 copie, che a me sembra ottimismo puro. L’autore in self che si avvale di un processo editoriale standard, dall’editing al marketing come dici tu, deve vivere le vendite ironicamente come Ariano o è comunque in grado di fare numeri medi più consistenti e tali da giustificare l’auto-editoria di cui parli?

«Ariano come già dici è uno scrittore vero. Lo certificano le 800 copie vendute. Però se parliamo di numeri e vendite, dovremmo chiedere ad Ariano che tipo di promozione ha compiuto per i suoi libri. Perché se il self-publishing significa auto-editoria, occorre farsi carico di tutto il pacchetto, compresa la promozione del libro. Io posso rispondere con il caso di Rita Carla Francesca Monticelli, una delle più affermate scrittrici indie italiane. Nello stesso periodo di Ariano ha venduto 12mila copie come testimonia questa intervista. Ma soprattutto Amazon l’ha selezionata nel programma Amazon Crossing per il suo thriller Il Mentore. Amazon Crossing seleziona alcuni promettenti scrittori indipendenti/self publishing e si fa carico della traduzione e commercializzazione in altri Paesi. The Mentor ha venduto 165mila copie in inglese consentendo alla scrittrice di iniziare a poter vivere di scrittura.
Cosa manca ad Ariano Geta per aver venduto 800 copie e non 5mila o più? La promozione. Che, non me ne volere Ariano, ma a occhio annaspa un po’. Se ci sarà l’occasione spiegherò anche perché».

Un altro tipo di autore, riflessivo, coscienzioso, letterario: Marco Freccero. Cresciuto masticando le pagine di Carver e Flannery O’Connor, ragiona ironicamente sulle vendite di un suo romanzo e ci confida che la «ditta» Freccero in 15 mesi ha venduto 15 copie. Finendo per assumersene un po’ la colpa. Non è che invece la colpa è del self-publishing che si rivela una modalità di pubblicazione penalizzante per gli autori timidi e seri, socialmente non smaliziati, e che non puntano alla letteratura di genere?

«Marco Freccero è una perla del self-publishing, perché è un autore di alta qualità, che non nicchia al mercato e conduce un discorso narrativo impegnato. Direi di umanità sociale. Nel suo caso io dico che il self- publishing non è una regola, ma un’alternativa all’editoria. Non conosco le motivazioni che spingano Marco a seguire questa strada, immagino l’indipendenza. Io credo che il successo di vendite non sia il solo parametro vitale. Credo che ci siano casi in cui è più importante la dignità della scrittura. E anche se con 15 copie (e io posseggo una di queste) Marco ha la sua importante dignità di esistere. Non è detto che ci siano editori disposti a farlo esistere. I suoi 15 lettori grazie ai suoi scritti resi disponibili dal self-publishing si sono arricchiti. Da un punto di vista di mercato la mancanza di genere che focalizzi nicchie di lettori e la tipologia delle sue storie, ovvero racconti, di certo non lo aiutano a emergere. E questo è un vero peccato».

Hai accennato all’auto-editoria e la Monticelli, nell’intervista che segnali, parla di editore-autore e autoimprenditore. Dei tre tipi di scrittori in self che ti ho chiesto di commentare solo il primo, quello «alla Girola», mi pare coincidere con la definizione: presenta la propria attività come la presenterebbe un editore; presidia un genere letterario; si muove in un mercato concorrenziale; propone un catalogo ricco; realizza la filiera editoriale dall’editing al marketing. Mi trasmette professionalità e capacità d’impresa. Tu però hai qualche perplessità anche nel suo caso. Credo sia giunto il momento di tracciare l’identikit dell’auto-editore che pubblica uno o due libri l’anno, ma che comunica ugualmente quella professionalità tipica dell’editore serio.

«Sì, Girola ha un’ottima consapevolezza del self-publishing, d’essere scrittore indie e di curare bene le fasi del processo editoriale. La mia unica perplessità è l’eccesso d’offerta. Paradossalmente pubblica troppo. Il self-publishing richiede di poter metabolizzare i libri in un percorso di prospettiva lungo anni. Però risulta difficile immaginare che a questo ritmo fra 5 anni, Girola si ritrovi con 120 pubblicazioni. L’eccesso d’offerta fagocita l’attenzione sui singoli libri. Il rischio è che i lettori non siano in grado di seguirne il ritmo. Magari Girola riesce a gestire questa mole, ma se fra tutti gli esempi citati dovessi scegliere un modello, direi senza alcun dubbio la Monticelli. Cresciuta anno dopo anno in titoli e vendite, ha saputo creare una filiera di autoproduzione del libro sana, è entrata in contatto con dei lettori desiderosi di seguirla, è stata notata e scelta da Amazon per tradurre e presentare il suo thriller negli Stati Uniti. Un crescendo senza schiamazzi e di qualità. Un percorso difficile, ma non impossibile. È questa la bellezza del self-publishing. Pur senza avere alle spalle la tradizione e la potenza di un editore, uno scrittore moderno ha la possibilità di emanciparsi, curare la propria opera con attenzione, usufruire di royalty più alte. Con la possibilità di rendere la scrittura, oltre che una passione di vita, un vero e proprio mestiere».

Caso letterario di questi giorni, Dalle rovine di Luciano Funetta è giunto tra i finalisti dello Strega. Storia interessante. Prima è stato sottoposto a un editing professionale; poi grazie a un ufficio stampa dinamico ha in poco tempo ottenuto parecchie recensioni su giornali importanti; poi l’autore ha «subito» un corso accelerato di comunicazione per promuovere il libro. Se adesso chiedi al tuo libraio Dalle rovine, è probabile che ne abbia una copia sugli scaffali grazie al lavoro dei commerciali: tutte azioni condotte da uno staff professionale insieme con l’autore per portarlo al successo. La piccola casa editrice che lo promuove non ha la potenza di una Mondadori, sono gli uomini che ci lavorano a compiere delle azioni specifiche per vendere il libro. Quali azioni specifiche devono compiere i novelli auto-editori per crescere in fretta come ha fatto la Monticelli? Se è lei il modello a cui ispirarsi possiamo copiare le sue tattiche e strategie?

«Il grande problema dell’editoria è l’impossibilità di replicare un successo. I bravi commerciali dell’editore di Funetta sono riusciti a lanciare il suo libro, ma col precedente (L’appartamento di Mario Capello) pur di qualità sono riusciti molto meno. Il risultato della prossima uscita editoriale sarà un’incognita. Eppure l’impegno dei commerciali è il medesimo. Qual è la discriminante? Ragioniamo. Funetta, col piccolo editore è finito in libreria. Un gran risultato che io chiamo “l’illusione della libreria”. Perché il libro starà sugli scaffali per altri tre mesi di promozione, massimo sei e poi l’invenduto sarà reso all’editore. Questo è quel che accade nel sistema editoriale e accadrà a Funetta nel 99% delle probabilità. Perché gli scrittori che conquistano il posto perenne in libreria sono pochi. Cosa significa questo? Significa che se fra un anno o due, un avventore giungesse su questo blog, e leggesse questa intervista, avrebbe molte difficoltà ad acquistare un libro di Funetta, mentre avrebbe la possibilità di acquistare uno dei libri della Monticelli. Qui sta il nuovo paradigma del self-publishing. Mentre l’editoria consuma e invecchia in pochi mesi, il buon scrittore indie promuove e rende i suoi libri sempre disponibili. Adesso come fra 10 anni. Quindi posto che un successo non è replicabile pedissequamente, in editoria e in self-publishing, io credo che bisogna tratteggiare non quel che ha fatto Monticelli, ma quel che possono fare di base tutti. Ovvero far conoscere i propri libri tramite blog personale, offrire il libro per essere recensito su blog e giornali, instaurare un contatto diretto con i lettori tramite i social. Così come un commerciale, anche l’aspirante autore indipendente deve acquisire e padroneggiare le rudimentali tecniche. Non occorre un corso di laurea, solo buona volontà e molta sperimentazione».

L’illusione della libreria non esiste. Centuria di Manganelli è del 1979 e il primo libro pubblicato da Tabucchi, Piazza d’Italia, è del ’75. Non furono certo dei best-seller, magari in libreria non li trovi più. Ma con un clic su Amazon eccoli sul tuo Kindle a fianco della Monticelli. E si tratta di testi concepiti ad anni luce dal digitale. Di autori che scrivevano battendo su una vecchia Lettera 22. Figurarsi se tra due anni leggendo questo post non ci sarà la possibilità di scaricarsi Fanetta, se l’operazione commerciale ha senso. E perché non dovrebbe averlo? Il digitale è la seconda vita del libro di carta, non mi risulta essere un’esclusiva concessa solo al self-publishing. Quello che invecchia dopo sei mesi, invece, è il cattivo scrittore sia cartaceo sia digitale, indipendentemente dal fatto che sia pubblicato o autopubblicato. Tra l’altro che cada subito nell’oblio mi pare positivo. Poi dici bene, è vero, promuovere un libro oggi come fra 10 anni è possibile. Ma se sei costretto a promuovere per un decennio un tuo libro, in self o con l’editore, è perché non cammina con le proprie gambe. Che senso avrebbe promuovere l’esordio di Fabio Volo se devo promuovere il suo ultimo libro uscito ieri? Non credi che la promozione di The mentor sia sufficiente a trainare tutta la produzione precedente senza doverla seguire libro per libro? Infine, attenzione: gli autori citati in precedenza, come migliaia d’altri, hanno ottimi blog, ottengono molte recensioni in rete – sui giornali forse no –, instaurano spessissimo un colloquio diretto e profondo con i lettori. Ma le vendite piangono. Forse servirebbe altro in aggiunta alla buona volontà e alla sperimentazione. L’imprenditoria editoriale non è buona volontà e sperimentazione, ma tecnica e processi razionali e consolidati.

«Io infatti nella mia risposta precedente accennavo al  nuovo paradigma del self publishing. Manganelli è vero, lo si può acquistare su Amazon, ma prendiamo tutti i pubblicati del ’79, quanti sono acquistabili adesso su Amazon? Manganelli è diventato un classico e si trova, gli altri no e si sono estinti. Il sistema editoriale attuale, va forte per le novità, il mercato richiede questo, ma scricchiola alla prova del tempo.
Ti faccio un esempio. L’editore Fazi è un editore medio e di qualità, tra i miei preferiti. Ha in catalogo poco più di 650 autori. Quanti di questi 650 autori proprio adesso, in questo istante, sono ancora in promozione? Risposta: le novità e qualche punta di diamante come il romanzo Stoner o la serie Twilight. Il punto semplice della questione è che l’autore nell’editoria è un nome di un catalogo cui è stata dedicata attenzione solo all’uscita del libro. Attenzione, io non dico che l’editore è cattivo. Semplicemente il sistema del mercato editoriale funziona così. Se lo scrittore non si è affermato in quei tre/sei mesi di lancio, chi volete che lo vada a cercare su Amazon dopo? L’editore non promuove, lo scrittore nemmeno: amen. Lo scrittore indipendente ribalta questo concetto. A livello pratico, chi può dedicare maggiore attenzione ai propri libri, un editore che possiede 650 autori o lo scrittore stesso che si determina in autoeditoria?
Mi domando perché Funetta non può essere acquistato in ebook. Vuoi il paradosso? Ancora oggi Tunué, editore di Funetta, non produce la versione ebook dei suoi libri. Scelta editoriale che non discuto. Ma una volta ritirati i volumi dalle librerie, ed esaurite le copie dell’edizione in corso, non è detto che fra tre anni l’editore si farà carico della stampa della nuova edizione. Lo scrittore è nelle mani delle scelte strategiche dell’editore. Se l’editore non distribuisce più o lo fa male perché deve pensare alle novità di mercato, di nuovo amen. Viceversa lo scrittore indipendente terrà sempre a disposizione tutti i suoi libri in ebook e in cartaceo. Nel self-publishing vige il POD, print on demand. Quando un lettore acquista il cartaceo, Amazon stampa il singolo volume e lo spedisce. Il cartaceo di un self-publishing non si esaurisce mai. Quindi abbiamo da un lato un autore con editore i cui libri, appena si conclude la promozione cadono nel dimenticatoi subito. Dall’altro abbiamo lo scrittore indipendente che cura con attenzione tutte le sue pubblicazioni dal primo all’ultimo volume. Ma attenzione, io non dico che tutti i libri dello scrittore indie sono in promozione perenne. Il punto è che nel momento in cui lo scrittore indie pubblica un nuovo libro, tutti i precedenti sono pronti ed esposti per essere acquistati con un click a pari condizioni. È lo scrittore indipendente a scegliere la sua strategia adattandola e migliorandola giorno dopo giorno. Certo, un editore possiede prassi di promozione consolidate rispetto a un autore self-publishing. Ma in Italia il potenziale di promozione di un autore indipendente è solo agli inizi. Appena i concetti di promozione avanzata provenienti dagli Stati Uniti verranno acquisiti anche da noi, io sono convinto che inizierà la vera stagione degli autori indipendenti».

Per trasformare in digitale un intero patrimonio cartaceo servono risorse economiche e umane, non avviene a costo zero, e poiché le risorse sono limitate per definizione è gioco forza partire dai testi più significativi in catalogo. Lasciamo all’editore le sue priorità. Tra l’altro non è detto che tra trent’anni i supporti attuali non siano obsoleti e se dovrai spendere per trasformare i tuoi ebook per rimanere al passo con la tecnologia del 2040 non è detto che ti convenga portarti dietro proprio tutto ciò che hai autopubblicato. Mi chiedi perché Tunué non punti all’ebook? Bisognerebbe rigirargli la domanda. Non sarà semplicemente perché l’ebook non è la sua cifra? La casa editrice è specializzata in graphic novel di fascia alta e la collana di narrativa è nata solo nel 2014. Si può dedurre dalla sua storia che nel suo dna la scelta digitale vada ancora assimilata. Dietro un marchio abbiamo sempre delle persone in carne e ossa. Ogni editore è diverso non solo per ciò che pubblica, ma anche per ciò che è. Ogni casa editrice è un unicum, come le persone, e va letta come un libro (questa me la segno, ndr).

Ma non parliamo dei massimi sistemi, anzi sì. All’obiezione che la fantascienza è al novanta per cento pattume, Theodore Sturgeon rispose «Sì, certo, ma ogni cosa è al novanta per cento pattume». Non dico pattume, ma del 90 per cento che ho letto pubblicato dalle case editrici se ne poteva fare tranquillamente a meno. Mi aiuta a riempire il tempo, ma non la vita. E tu? Tutto ciò che leggi nel self ti avvince o vige anche per te una qualche legge di Sturgeon?

«Negare Sturgeon è come negare che i Lillipuziani avessero ragione. Fra i Blefuschiani dell’editoria e i Lillipuziani del self-publishing vince il self-publishing con il 95% di pattume. Per fortuna che entrambi hanno quel grand’avventuriero/lettore che è Gulliver».

Giusto, il lettore. Io non leggo letteratura di genere, mai acquistato un libro fantasy, per esempio. Se vado in Feltrinelli troverò però una selezione della letteratura mondiale del fantasy, dal Signore degli anelli a quello fresco di stampa. Invece decido qualche giorno fa di entrare nella libreria di Amazon. Nella striscia di ricerca digito «romanzo fantasy». Di default Amazon mi dà i libri «per rivelanza», che mi sembra una parola valida. Ottengo 2022 risultati. Molti di più che sugli scaffali della Feltrinelli. Ai primi due posti Amazon mi propone Futuro e Gli spettri del crepuscolo di Federico Calafati. Il primo è gratuito (con un estratto della sola prima pagina); il secondo, senza estratto, lo posso acquistare a 0.99. Entrambi hanno una recensione cliente, sempre a 5 stelle. Di Futuro si dice: «Il genere fantasy è molto complesso, e specialmente quando si gioca con i viaggi nel tempo è facile fare casino. Non qui però, è molto breve ma ricco di significato secondo me. Consigliatissimo». Dell’altro si dice: «Il pathos non manca in questo romanzo, non c’è nulla da dire. Draghi, e altre creature strane, il tutto mixato con battaglie epiche. Interessantissimo». Mi sembrano scritti dalla stessa mano. I casi sono tre, miscelabili tra loro: Calafati scrive davvero bene; Calafati è un mago del marketing; il «libraio» di Amazon mi propone il meglio del fantasy mondiale, identificato in Federico Calafati. Che facciamo, lo compro?

«Perché Amazon ami queste pubblicazioni potrebbe essere un mistero da assegnare alla trasmissione Voyager di Giacobbo. Oppure a Crozza nella parodia Kazzenger che sicuramente sprigionerebbe verità più illuminanti. A parte gli scherzi, le due recensioni potrebbero essere anche false e Amazon probabilmente ha preso una cantonata. Ma proprio qui sta la forza di Amazon. Non nella cantonata, ma nella possibilità.
Hai presente il film Rocky? L’immaginario americano: dare a un pugile sconosciuto la possibilità di combattere contro il campione del mondo per giocarsi il titolo. Ecco, Amazon fa questo, e per questo è adorata dagli scrittori indipendenti. Nel 2014 vi è stato il primo caso clamoroso di self-publishing in Italia. L’ebook più venduto di quell’anno su Amazon, più di Stephen King, di Mondadori e di qualunque altro kolossal dell’editoria è stato il thriller Prima di dire Addio di Giulia Beyman. Libro pubblicato in self-publishing. Applauso ad Amazon. Gli editori applicano il filtro editoriale, ma siamo sicuri che da tale filtro scolino sul serio tutti i libri che piacciono ai lettori? L’editoria ci ha abituato a cantonate pazzesche. Dal rifiuto per anni a Tomasi di Lampedusa, all’editor che cestinò Harry Potter dicendo che a nessuno lettore poteva fregare di una scuola di maghetti.
Amazon ha reso possibile a livello industriale la democratizzazione del libro, non scelto da una élite editoriale, da critici impettiti, da librai, ma scelto dai lettori. Sono i lettori che contano. Senza lettori gli editori, gli editor, il self, gli scrittori, le librerie, nulla esisterebbe. Da questo punto di vista Amazon non ha impoverito il mercato rendendo facile la pubblicazione a tutti e quindi a tanta immondizia. L’immondizia del self publishing ha la stessa sorte dell’evoluzione della specie enunciata da Charles Darwin, si estingue. Però il self publishing in tutto il mondo sta dando voce a tantissimi autori di qualità o non di qualità, ma che comunque piacciono ai lettori, e che probabilmente l’editoria nella sua rigidità di selezione non sarebbe stata in grado di valorizzare. C’è il famoso detto, meglio nove delinquenti fuori che un innocente dentro. Ecco, meglio nove libri in self-publishing brutti che uno bello non pubblicato. Amazon ha dato il mezzo. Schiere di scrittori hanno colto l’opportunità di affrancarsi per rendere possibile una nuova forma di autore: Lo scrittore indipendente. E annuncio una chiusa sibillina. Chi difende il self-publishing non sa cosa realmente difende e chi osteggia il self-publishing non sa contro cosa sta realmente lottando».

Meglio nove delinquenti liberi che un innocente in prigione. Giusto, ma ha un costo: non si gira sicuri per le strade, si spende in porte blindate, si votano politici a corto di argomenti che puntano sulla paura per entrare in Parlamento. Se nove libri in self-publishing brutti servono a salvarne un ipotetico decimo bello, vuol dire scaricare la mancanza di filtro editoriale su tutti i lettori che acquistano per garantire a tutti «gli scrittori» di vendere. Un meccanismo autore-centrico, direi.

Però il mio problema più grave con il self-publishing è un altro. Non leggo letteratura di genere, e quando entro in libreria ricerco un autore civile alla Saviano, una scrittura complessa alla Manganelli, un saggio autorevole alla Eco, un tascabile che mi parli della lingua italiana alla De Mauro, una riflessione sulla scrittura professionale alla Carrada, degli spunti sulla comunicazione 2.0 alla Testa. Autori, professori che non solo scrivono semplicemente un libro, ma hanno una visione complessiva di una materia e la consapevolezza di essere parte attiva della letteratura riconosciuta in quel campo. Esiste questo tipo di autore nel self dove tutti sembrano delle monadi autoreferenziali? E se esiste come lo intercetto, visto che la metodologia di ricerca su Amazon è alla Kazzenger?

«È chiaro che Amazon è un’azienda che possiede meccanismi tanto perfetti, da essere diventata la prima libreria al mondo in pochi anni. Al di là delle battute sulle tue mancate aspettative, se le librerie fisiche chiudono e Amazon cresce non credi che ci sia un servizio di alta qualità?
Ma se hai fatto caso alla chiusa della mia domanda precedente, ho detto che chi difende il self-publishing non sa cosa difende e chi lo nega non sa contro cosa sta lottando. Il self publishing non è un ghiribizzo che ha invaso l’editoria per puro caso. Il self publishing è soltanto un braccio della nuova rivoluzione industriale: di cultura, produzione e costumi che sta per mutare l’umanità.
L’autoproduzione.
L’autoproduzione di energia attraverso i pannelli solari che tramite la combinazione delle auto elettriche manderanno in crisi il sistema petrolifero, l’autoproduzione di beni con le stampanti 3D ormai alle porte. Grandi aziende falliranno, ne nasceranno di nuove. Lavori tradizionali scompariranno ne nasceranno di nuovi. La più grande mutazione della società umana è alle porte. E questo non lo dico io, ma gli scienziati. Figurati chi nega il self-publishing che faccia farà quando comprenderà cosa stava avversando.
Pertanto ridurci al self-publishing come pubblicazione bassa è qualcosa di inutile. Occorre alzare la testa e allargare l’orizzonte. Fra dieci o venti anni questi nostri ragionamenti saranno anacronistici così come erano a inizio Novecento i dibattiti se le donne fossero in grado di votare.
L’editoria tradizionale ha poco più di cento anni, l’editoria moderna poco più di cinquanta. Il self-publishing nasce nel 2009 ed è ancora un bambino. È riduttivo paragonare un bambino a un adulto maturo con prassi consolidate, non trovi?
Perché se dobbiamo paragonare qualcosa, io dico che Dante, Shakespeare, Dickens e compagnia bella avendo scritto quando l’editoria non era ancora stata inventata, erano scrittori self-publishing. Tecnicamente è così. La più grande letteratura mondiale è nata senza editore. Eppure, già adesso, da bambino, il self publishing ha un respiro e un potenziale così dirompente da convincere i primi autori a fare a meno dell’editoria o a cambiare la prospettiva considerando l’editore un partner con cui collaborare assieme e non un capo a cui vengono ceduti i diritti e i cui voleri sono inalienabili.
Tu chiedi l’alta letteratura e credi di non trovarla nel self-publishing. Beh la troverai, a poco a poco, anno dopo anno la troverai. I grandi autori, i potenziali grandi autori al momento sono trascinati dal pregiudizio di chi dice a testa bassa: il self-publishing è scarso. Come dire Dante è scarso perché non ha avuto un editor.
Il grande scrittore è frenato dal pregiudizio del pensare che l’autorefenzialità viene marchiata come uno status dall’imprinting dell’editore. Contano gli scrittori e i lettori. Sempre. A chi importa quale editore ha pubblicato per primo García Márquez. Conta lo scrittore e noi che leggiamo. Editoria o self-publishing sono la stessa cosa se lo scrittore è bravo e lo scritto di qualità.
Un dato è certo. I bambini nascono con gli aggeggi elettronici in mano e i social sotto il naso. I ragazzi attuali che diventeranno scrittori, i nuovi potenziali Foster Wallace, Manganelli e Saviano, sono già adesso, nella loro formazione, integrati con la tecnologia. Il passo all’autoproduzione è sempre più breve, molto più breve delle generazioni come noi che si sono viste capitare per caso fra le mani cellulari e social network. Il self-publishing ha bisogno di modelli di scrittori di qualità e di mercato. Ed è quello che sta avvenendo oggi. Che piaccia o meno, che lo si voglia negare o meno. Giorno dopo giorno gli scrittori indipendenti crescono, si affermano.  Negli Stati Uniti, dove il processo del self-publishing è già in una fase più matura, i difensori del vecchio sistema cominciano a dire: “Sì, hai ragione sul self-publishing, ma anche l’editoria tradizionale è ancora una buona alternativa”».

E veniamo al prezzo, uno degli argomenti preferiti a favore del self-publishing. Confesso la mia ignoranza, parlerò quindi per ordini di grandezza lasciando a te la puntualizzazione delle cifre esatte; e poiché abbiamo entrambi citato Amazon, mi riferirò alla piattaforma di pubblicazione più gettonata dagli autori che si autoproducono.
Ieri ho acquistato in libreria il Manuale di lettura creativa di Marcello Fois, Einaudi, pagg. 169, euro 14. Facciamo cifra tonda per comodità: 10% del prezzo di copertina all’autore (se ti va bene è così, altrimenti non ti pubblico). All’editore restano 12,6 euro per pagare: editor, impaginatore, correttore, grafico, addetto stampa, ufficio diritti, magazziniere, contabilità generale, stampatore, distributore, libraio, e infine lo Stato grazie alle tasse. È probabile che nell’elenco abbia dimenticato qualche voce (l’iconografo, per esempio, nel caso di un libro illustrato). Dovrà stampare un certo quantitativo di copie sperando di raggiungere il pareggio a due terzi delle vendite. Incerti sono i ricavi, certissimi i costi che deve sostenere. Conseguenza: gli editori puri hanno venduto da tempo la loro azienda che faceva cultura a imprenditori misti che hanno il ramo editoria, ma ottengono i profitti vendendo altro. Questo per dire che l’editore non introita il 90% del libro, ma se gli va bene resta solo a galla.
Passiamo all’autore in self. Se vende il suo libro a 14 euro Amazon, che l’ama alla follia, nel 2014 (ora non so se è cambiato qualcosa) tratteneva il 65% dell’incasso (se ti va bene è così, altrimenti non ti pubblico). Restano 4,9 euro con cui l’autore paga: l’editor, il correttore, il progettista grafico, chi gli promuova il libro, e lo Stato sanguisuga. Amazon, che lo ama tanto e le tasse non le paga in Italia, vuole il 65% anche nel caso si pubblicasse a 0,99. Per prezzi alti e bassissimi, insomma, Bezos intasca tanto e non dà nulla. Ma per fortuna c’è la zona intermedia che piace tanto all’autore: nel 2014 era tra 2,60 e 9,70 euro (al netto dell’Iva) dove il suo guadagno scendeva a «solo» il 30%, sempre per non fare niente. L’autore-editore deve comunque pagarsi con il 70% che gli resta tutte le professionalità che servono a creare la qualità. A 9.70 gli restano 6.80 euro. Ma poiché a 9.70 difficilmente si è concorrenziali ecco che si cerca spesso un valore medio, 3,99 o 4,99. A queste cifre restano in mano circa 3 euro e sempre gli stessi professionisti da pagare (non se ne vanno mai…) se vuoi proporre sul mercato un libro di qualità pari a Einaudi. Visto che le vendite si attestano sulle 70, 150, 300 copie, l’unica azione sensata è rinunciare alla qualità e farsi tutto in casa. Quindi Amazon, che ama tanto gli autori, crea un meccanismo di formazione del prezzo che massimizza i propri guadagni: prendere poco a molti è più redditizio che prendere molto a pochi (come farebbe lo Stato con una tassa sui tabacchi), ma non rinuncia comunque a prendere sia agli uni sia agli altri. Suspense: l’autore-editore stabilisce sì liberamente il prezzo, e crede di comandare, ma è solo Amazon che fissa quanto prenderà Amazon. Qual è la conclusione? Amazon ama il self-publishing, ma è indifferente alla qualità del libro che verrà pubblicato, ti chiede anzi di rinunciare alla qualità del prodotto per farti guadagnare come scrittore (dopo avere pagato le tasse).

«Tutt’altro. Amazon vuole e spinge gli autori alla qualità. E per qualità in questo caso intendo libri scritti bene, editati, senza refusi. E questo compito Amazon lo demanda al giudice supremo: il lettore. Sono i lettori che votando un libro, esprimendo un giudizio, indicano se piace o meno.
Nessuno comprerebbe un libro con 10 recensioni a una stella. Viceversa acquisisce credito un libro con recensioni positive.
So che dirai: ma le recensioni possono essere truccate. Sì, può succedere. Amazon ha una politica di caccia spietata alle recensioni false. E quelle taroccabili sono sempre limitate.
Anche sul prezzo le impostazioni di Amazon sono chiare e semplici.
Per ogni ebook da 2,99 a 9,99 euro viene corrisposto all’autore il 70% di royalty del prezzo di copertina. Sotto e sopra tale soglia soltanto il 35%. Esistono alcune limitazioni, ma nei casi standard è così.
Questo significa che Amazon penalizza l’autore che pubblica a 0,99 o che pubblica a 10 euro.
Perché? In entrambi i casi, sotto e sopra tale soglia, per Amazon non è un’economia sana dell’ebook. Spiegare il ragionamento di Amazon, che tra l’altro io condivido, sarebbe molto lungo. Ma ad avercene di editori che corrispondono il 70% del prezzo di copertina. Amazon da venditore ha creato una piattaforma e dato delle possibilità. Dice: io prendo il mio 30%, tu col grosso della fetta prova a gestire i profitti al meglio della tua redditività. L’esito del riuscire dipende dalla bravura di ciascun autore con i propri scritti e nelle capacità di promozione. Nulla di scandaloso, anche gli editori fanno lo stesso. Libro e promozione di rado vanno a braccetto con la qualità pura del libro.
Quindi col sistema Amazon, ponendo un prezzo medio di vendita dell’ebook a 3,99 euro l’autore ha un profitto netto (già scorporato del 4% dell’Iva) di 2,68 euro a copia.
La domanda che giustamente poni è: con un profitto così basso l’autore indipendente riesce a coprire i costi di produzione?
La risposta è dipende. Dipende dai costi di produzione del libro (editing, copertina, correzione di bozze) e da quante copie l’autore riesce a vendere. Gli scrittori indipendenti stanno innovando, acquisendo delle proprietà originali di collettività. Ultimamente per l’editing e la correzione di bozze molti autori si associano fra loro editandosi i libri a vicenda. Questa soluzione permette di far scendere a zero i costi. Un’altra soluzione gratis prevede l’ausilio di lettori beta che consigliano e ottimizzano il testo. Per chi invece ha possibilità di spesa può usufruire di editor professionisti. E qui il costo diventa corposo. Queste sono scelte e investimenti che libro dopo libro l’autore può modulare nel tempo a seconda delle copie vendute.
Di certo l’ebook ha il vantaggio di rientrare in un’economia a margine. Faccio un esempio. Se un editore ha prodotto 500 o 1.000 copie di un libro, fisicamente oltre tale quantità non può vendere. Occorrerebbe una nuova edizione da far stampare. Invece con l’ebook la vendita è teoricamente infinita. Da una a centomila copie non cambia nulla. È un semplice file elettronico immateriale.
Questo significa che a seconda dei costi sostenuti dall’autore a 10 o 300 copie vendute si può avere il punto di pareggio. Da quel momento in poi ogni copia successiva venduta nei mesi o negli anni è il compenso meritato dello scrittore per la fatica sostenuta.
Paradossalmente questo tipo di economia dello scrittore indipendente è di gran lunga più redditizia dello scrittore con editore. In editoria le royalty dal 5 al 10%, di media vengono pagate dopo 12/18 mesi. E ometto di dire gli innumerevoli casi in cui l’editore non paga, paga in ritardo o semplicemente crea rendiconti delle vendite farlocche. La maggior parte dell’editoria è sana, sia chiaro. Ma capita pure questo.
Amazon e tutti i sistemi di self-publishing invece pagano a 30 giorni. Il feedback economico è immediato. Uno scrittore indipendente man mano che vende rientra subito dell’investimento economico e si trova la possibilità di poter reinvestire sul libro successivo. Fra i due sistemi economici, a meno che lo scrittore sia Camilleri o Fabio Volo, con anticipi e incassi stellari, io preferisco di gran lunga l’economia del self-publishing».

C’è ancora il tempo per una questione, a tua scelta tra quelle che reputi fondamentale conoscere per autoeditare bene.

«In conclusione vorrei ribadire che il self-publishing non è una scorciatoia per il successo. Se l’editoria possiede processi consolidati, il self-publishing no. È un mezzo che ancora deve maturare. È probabile che tutto il mio argomentare fra cinque anni possa essere superato. In qualche modo si è pionieri di qualcosa che fra venti o trent’anni (se non si è esaurito prima, tutto può succedere nell’evoluzione umana) si consoliderà in forme difficili da prevedere.
Io so quanto soffrono gli autori in self-publishing quando non ottengono risultati. Lo smarrimento di vedere che altri riescono là dove proprio ci si accorge d’aver fallito. Io posso solo dirvi che col self-publishing possedete la risorsa più preziosa: il tempo. Fino a quando il libro è vivo, fino a quando sarete in grado di tenerlo vivo, avrete ancora una possibilità. Ma soprattutto ricordate che il self-publishing, così come l’editoria, è soltanto un mezzo. Quel che conta e conterà sempre è il rapporto biunivoco fra scrittore e lettore».

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102 commenti

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102 risposte a “Auto-editoria e no

    • Figurati, prego. Sei proprio uno scrittore minimalista alla Carver…

      • Non saprei cosa altro aggiungere. Marco Amato ha risposto in maniera completa e puntuale, e non riuscirei a scrivere qualcosa di meglio. E le domande erano impegnative.

      • Tu credi che l’autore non di genere abbia le stesse possibilità con il self di uno scrittore di genere, o non pensi invece che l’autopubblicazione sia sbilanciata verso tutto ciò che risulta seriale, di consumo, di genere perché ha già un pubblico più definito a cui rivolgersi?

    • Non è semplice rispondere, e anzi forse è meglio non rispondere nulla. Ma non perché sia una domanda superficiale. Per quel poco che conosco, l’autopubblicazione è destinata a ri-creare il rapporto che c’è tra autore e lettore. Oggi, l’autore lascia la gestione del suo rapporto con il pubblico ad altri, perché è impegnato o a scrivere (quei pochi che campano di scrittura), o a lavorare e scrivere.
      Adesso con l’auto-pubblicazione chi scrive deve andare a cercarsi i suoi lettori, uno alla volta. Per alcuni è più facile, per altri (come per il sottoscritto), è più difficile. Ma niente mi toglie dalla testa che tanti “non lettori” lo siano perché vedono lo scrittore come un estraneo, che parla un’altra lingua, che vive in un mondo tutto suo. Chi invece deve costruirsi il suo pubblico, e non ha marketing o uffici stampa a disposizione, né grandi risorse finanziarie, deve per forza di cosa mettersi in gioco. Dimostrare che non è una divinità che ogni tanto si mescola con la “plebe”, ma uno che racconta delle storie, e quelle storie sono per tutti e di tutti. Questo, a mio parere, è il valore autentico dell’auto-pubblicazione: riavvicinare le persone all’autore. E in questo ambito le piccole case editrici partono avvantaggiate. Insomma: ci sarà da divertirsi. Io un po’ già lo faccio.

  1. Grilloz

    Ed ecco il whisky 😉
    Mi fa piacere finalmente leggere raggruppati tutti insieme questi argomenti. Ci sarebbe da commentare punto per punto, ma sono davvero tanti 😉
    Le mie perplessità più o meno restano, magari col tempo si svilupperà un metodo di “selezione” dei self più adeguato alle mie esigenze di lettore (la classifica di Amazon non mi convince). Come giustamente dice Marco è un’evoluzione continua e rapida e forse tra quarant’anni il libro come lo conosciamo oggi non esisterà nemmeno più.
    Un’ultima cosa, non riesco a considerare Amazon un pubblico benefattore 😉 forse il vero scrittore indie dovrebbe fare davvero tutto da solo e vendere i suoi libri direttamente dal suo sito, come fa Glenn Cooper negli Stati Uniti (o come almeno faceva all’inizio).

    • Con Marco abbiamo fissato un numero limitato di domande. Molti argomenti non sono potuti entrare in questa lunga chiacchierata. L’indipendenza totale dalle piattaforme di self-publishing è una di quelle che avrei voluto aggiungere. So che gli editori sono riluttanti a passare da Amazon, perché non sono proprietari della piattaforma. Perché un auto-editore (abbiamo imparato una parola nuova) non fa tutto da solo? Forse perché non è economico. Sono sicuro che Marco saprà risponderti con più cognizione di causa.

    • Marco Amato

      Hai ragione, Amazon non è un benefattore, è un’azienda. E come tale mira al massimo profitto. Io mi riferisco più al fatto che ha rotto il mercato puntando e supportando gli autori in self publishing.
      Avrebbe potuto limitarsi a vendere libri come una libreria online. Prendi IBS in Italia o altri grandi store internazionali.
      Librai online e basta. Invece si sono impegnati e hanno condotto anche guerre contro gli editori, proprio per cercare d’affermare un nuovo tipo di mercato, di scrittura, di lettura. Insomma ha dato una spallata al passato per aprire un nuovo tipo di futuro.
      La cosa che a me piace di parecchie aziende americane è proprio la ricerca di una nuova visione. Da visionari. Voler cambiare il mondo e le regole del gioco.
      Per primo fu Steve Jobs. Ma anche Google. E di recente il nuovo visionario per eccellenza è Elon Musk, non so se hai avuto modo di conoscere i progetti e il personaggio.
      Sulla selezione hai ragione. Ancora il self publishing non può competere con l’editoria. Ma io ritengo che sia questione di tempo. È un mezzo ancora troppo giovane, dove i troppi improvvisati appiattiscono.

      • E se Amazon, una volta conquistato l’intero mercato editoriale, dovesse ritenere la figura di Marco Amato (solo per fare un esempio) scomoda, cosa le impedirebbe d’inventarsi un algoritmo che non lo faccia mai uscire ai primi posti nella classifica di ricerca? Il vero problema, secondo me, è che le 5000 case editrici italiane con il loro numero permettono all’autore di spostarsi da un editore all’altro se dovesse trovarsi la strada per qualche motivo sbarrata. Ma se Amazon non andasse a genio a Marco, o viceversa, la sua unica alternativa (al momento) sarebbe quella di vendere direttamente su un proprio ipotetico sito… Il vero pericolo, per me, della rivoluzione “editoriale” è questo.

      • Marco Amato

        Hai ragione, è un rischio. I monopoli fanno sempre male.
        Infatti negli Stati Uniti, alcuni scrittori Indie preferiscono non dare l’esclusiva ad Amazon e perdere vantaggi e vendite, per pubblicare anche con altri operatori.
        Ma anche nell’editoria abbiamo monopoli importanti già oggi. La distribuzione è in mano ai grandi editori che di certo non sono interessati a valorizzare medi e piccoli editori.
        Le librerie di catena se non erro hanno superato per numero le librerie indipendenti.

      • Grilloz

        A proposito di distribuzione, tempo fa mi era capitato su facebook un dibattito (non chiedermi di rintracciarlo, impossibile) tra due editori sul modello di distribuzione: entrambi piccoli, uno si appoggiava al grande distributore, che fa più numeri, ti garantisce di essere ovunque, ma siccome sei piccolo ti tratta da piccolo e ti ignora (ovvero quando va a proporre i libri ai librari non parla mai del tuo) l’altro invece, dopo un po’ di ripensamenti si era rivolto al piccolo distributore, comunque nazionale, che non fa gli stessi numeri del grande, ma tratta meno editori e meno libri e li cura di più (soprattutto li conosce).

      • Grilloz

        P.S. Aggiungo che il web gli stessi vantaggi che dà agli scrittori indie li dà anche alle piccole realtà editoriali. In Italia siamo ancora un po’ restii all’acquisto su internet, ma il poter raggiungere i propri lettori direttamente senza intermediari vale anche per loro 😉

      • Marco Amato

        Sì il web dà vantaggi pazzeschi. Qui ad esempio a Catania vi è una piccola libreria, “Vicolo stretto”, che oltre a essere nel nome una reminiscenza dolce del monopoli (io preferivo Vicolo stretto a Parco della Vittoria) sta riuscendo a competere con altre librerie più centrali e rinomate della città, proprio grazie ai social. Creano gruppi di lettura, eventi, presentazioni, recensioni video su Facebook. Sono due librarie davvero brave, che hanno reso la loro piccola e decentrata libreria un fulcro di interesse culturale.
        Infatti io non capisco perché molti piccoli editori non sfruttano i canali social in maniera innovativa.

      • Grilloz

        Qualcuno piccolo e giovane ci prova. Poi è tutto un mondo sperimentale, non ci sono strategie sicure (almeno mi pare guardando dall’esterno) e ci vuole l’intuizione giusta, che non è facile avere.
        Dall’altro lato vedo però il classico lassismo dell’imprenditoria italiana, spesso restia ad investire (non solo in termini economici) timorosa ad espeandersi o a sperimentare. Una sorta di pigrizia che li porta a star fermi ad aspettare e lamentarsi perchè le cose non funzionano.

  2. «Credo che ci siano casi in cui è più importante la dignità della scrittura» – questa frase riassume il mio pensiero, che si sia aspiranti auto-editori o scrittori old style.

  3. Su Girola io credo che Marco abbia torto. La sua non è sovrapproduzione, ma il suo modello di business (perché in effetti è questo, di cui stiamo parlando) è quello degli albi a fumetti: lui produce novelette e non romanzi. Roba da una cinquantina di pagine, da consumare velocemente. Autoconclusiva, ma che ti invogli a comperare anche il resto della “catena”. Non troppo costosa ma che, messi insieme quei tre o quattro titoli che facciano il peso di un romanzo medio, sforano anche i fatidici 10 euro costringendo Amazon a darli il 70%, dove altri autori sarebbero costretti a svendere oppure ad accontentarsi del 35%.
    Io credo che il suo approccio sia molto interessante, per quanto sia applicabile solo a realtà specifiche come la sua o a poliziotti/commissari…

    • Marco Amato

      Michele credo che tu abbia ragione. Il suo è un modello differente, differente rispetto allo standard in cui io concepisco il libro come un bene durevole da valorizzare nel tempo.
      Però parte della mia perplessità è derivata dalla mia precedente esperienza lavorativa quando gestivo siti e blog e sono riuscito ad averne anche 90.
      Tutti dicevano che guadagnare su internet tramite la pubblicità con siti e blog era impossibile.
      Quando mi gettai sul mercato web elaborai una strategia di massificazione.
      Se è difficilissimo guadagnare 50 o 100 euro al giorno con un solo portale, è parecchio più facile guadagnare 1€ al giorno con N siti internet.
      Questa mia strategia di base, che posso accennare non essendo più know how da tutelare (perché in genere chi insegna a fare soldi online non ha proprio idea di come si guadagni), in realtà è stata efficacissima nello sviluppo della mia attività. Ma mi ha causato parecchi limiti nel lungo periodo. La grande mole di siti, tutti vitali nel loro piccolo, non mi permetteva di poter dedicare abbastanza tempo al singolo per farlo crescere. Mi sono piantato nel mio volume d’affari. La mia scelta iniziale è risultata comunque vincente, perché essendo il mercato dei siti web poco stabile per struttura, anche a seguito della crisi di visibilità causata dai cambiamenti di regole da parte di Google, molti miei colleghi con un solo sito sono affondati subito. Io come un paracadute ho avuto la possibilità di ristrutturare il mio business senza drammi.
      Accenno questo mio background imprenditoriale, proprio perché la troppa produzione può diventare un limite alla crescita.
      Secondo me, se Girola si concentrasse su meno scritti brevi e più romanzi, per le sue competenze del self publishing potrebbe anche aspirare a vivere di scrittura.
      Ciò non toglie che se a lui piace scrivere così, storie brevi e continue, che ben venga. La scrittura deve portare felicità e non chi sa quali obiettivi.

  4. Vorrei sottoporre alla giuria, e in particolare a Marco, un post di Vibrisse proprio di ieri:
    https://vibrisse.wordpress.com/2016/05/24/autunnale-di-dario-voltolini/

    Cosa significa quando un autore, ex pubblicato con editori importanti, sceglie la via del self? Cosa significa quando un blog come Vibrisse lo recensisce?

    Personalmente lo ritengo un fallimento: la resa di un autore che non trova più spazio sui canali “normali” e si rifugia nel self. Lo abbiamo già visto succedere, proprio su questo blog, con la sponsorizzazione di Di Paolo a Sebaste (https://dadovestoscrivendo.wordpress.com/2015/11/17/spassosissimo-paolo/).
    Senza contare che una recensione su Vibrisse rischia molto l’effetto boomerang, dopo tutti i post del Bissolati…

    • Marco Amato

      Ah sul cosa significa non lo so.
      Ma perché dovrebbe essere un fallimento?
      Occorrerebbe capire quali siano le motivazioni che lo hanno spinto a fare questo passo.
      Un mesetto fa un’agenzia editoriale di Milano mi ha chiesto se potevo seguire una loro scrittrice per pubblicare in self publishing il suo romanzo. Ho detto perché no, macino esperienza.
      Lei è una giornalista. Ha pubblicato una guida naturalistica con un editore rinomato della sua regione. Questa esperienza ancora la tormenta.
      Perché l’editore accampando scuse non le hai mai dato resoconti sulle vendite né pagato un euro di Royalty. Le ha sempre detto che il libro non si vende eppure la scrittrice lo vede sempre sugli scaffali delle librerie della sua zona.
      Ma peggio ancora il libro lo scrisse 8 anni fa, e molti dei riferimenti non sono più corretti. Andrebbe ritirato dal mercato. Ma l’autrice non può fare niente, perché ha ceduto i diritti. Il nome sulla copertina è il suo, è lei che si vergogna per gli errori e non può farci nulla.
      Per il suo romanzo ha deciso il self publishing. Basta editoria. È un caso limite è chiaro. Ma parlare di sconfitta non direi. Anzi, io credo che col tempo sempre più scrittori pubblicati passeranno al self publishing.
      Mia opinione.

      • Questa non è un’intervista, sono 72 post e potrei impiegarci giorni a commentare. Vorrei avere la stoffa del self publisher, lo vorrei tanto, e riagganciandomi a questa ultima risposta di Marco, se è un fallimento lo è dell’editoria, un transatlantico che sta affonando ma le scialuppe fanno gola a molti, come disse Gaia Conventi, vorrei davvero potermi sottrarre al gioco e al giogo dell’editoria tradizionale, e delle sue scelte discutibili.
        La qualità risiede ovunque, anche nei cassetti di chi non vuole il self, per diversi motivi e per svariati altri non riesce ad accedere alle case editrici.
        Certo anche nelle vetrine delle librerie di catena e in Amazon, non faccio più distinzioni. Il self è un’opportunità, magari non per tutti, una selezione si farà col tempo, come per le specie animali, solo i più forti sopraviveranno ai cambiamenti. È sempre stato così.

      • Ciao Sandra, cosa intendi «per i più forti»? La selezione darwiniana non è una bella prospettiva se non sei un leone. 🙂

        Per dire qualcosa di interessante servono 72 post in una volta sola. 😀

      • Grilloz

        No, vero, dipende dal percorso con cui ci si arriva. Ci provò anche Stephen King tempo fa 😉

      • Marco Amato

        Eh mai giuro, provavo ad accorciare. Ma Helgaldo mi spronava a lasciare tutto.

      • Non è vero, spronavo ad accorciare tutto. 🙂

      • Marco Amato

        Caspiterina Hel, non rivelare tutti i miei tic di scrittura compulsiva.
        Va bene, allora taglio le risposte post mortem… ehm post post.

      • Al contrario, questa è l’occasione giusta per dire quello che di solito non si ha il tempo e l’occasione di dire. Spero vengano anche nuove voci. Dove sono finiti tutti quegli autori in self-publishing (che mi ostino a scrivere con il trattino e tu no – siamo opposti anche in questo –)? Sarebbe utile che vengano a raccontare la loro esperienza, grande o piccola che sia.

      • Marco Amato

        Tecnicamente sul trattino hai ragione, si scrive self-publishing.
        Ah quindi vorresti l’intervento dei miei alleati?
        Del mio popolo, della mia gente. Eh non so perché non vogliono commentare. Però so che in parecchi hanno letto e sui social l’intervista è rimbalzata fin oltre le conoscenze della mia cerchia ed altri blogger scrittori indie l’hanno definita l’intervista sul self publishing che tutti dovrebbero leggere.
        Quel che so è che molti scrittori in self publishing sono stanchi e avviliti di parlare del self publishing.
        Da più parti si sentono additati come scarsi. Non hanno voglia di polemiche, ma in questo caso di argomentare le loro scelte.
        Si sentono un po’ come certi animali da laboratorio rinchiusi dentro una teca. Esemplari strani da studiare a cui spesso viene chiesto del perché esistono.
        Speriamo che qualcuno intervenga, potrebbe essere utile a tutti ascoltare altre voci.

      • Uno dei modi più efficaci per essere utili ai titubanti, e per essere più apprezzati da quelli che per ora sono scettici, consiste nel raccontare la propria esperienza, magari dicendo quali strategie si applicano, se ci si ritrova in una delle figure che abbiamo delineato lungo l’intervista, o ce ne sono altre. Se si dà qualche numero, si racconta qualche successo, qualche difficoltà, è molto più significativo che esprimere un’opinione. Cioè, si è credibili per quello che si fa e non per quello che si pensa di fare.

      • Marco Amato

        Su questo sono d’accordo con te. Ma io nel mio piccolo ho fatto il massimo.
        Più che altro se intervenissero non mi farebbero sentire come il passero solitario… D’in su la vetta della torre antica…

  5. Questo è un aspetto che mi interessa, @Grilloz: perché King (o Camilleri) non vanno in self? O Fabio Volo che, tramite radio, in dieci minuti raggiunge più gente che Mondadori in una settimana?

    • Grilloz

      Stephen King, mi pare, vendette meno di quanto previsto ma fu piratato moltissimo e quindi rinunciò.
      In generale però penso che per essere indipendenti bisogna esserci tagliati, altrimenti si affonda anche se si è più bravi.

    • Marco Amato

      Ecco, ti rispondo sempre io!
      Perché se anch’io fossi King o Camilleri e potessi vivere scrivendo i miei libri senza alcuno sbattimento di promozione o altro… a occhi chiusi.

      Baricco ad esempio per il suo ultimo romanzo, La sposa giovane, ha detto proprio questo. Ha parlato col suo editore e d’accordo hanno deciso che non avrebbe fatto presentazioni o partecipato a festiva o trasmissioni tv al solo scopo di promuoversi.

      • Grilloz

        Ehm, per quel che ho sentito dire da fan di Barrico sull’ultimo romanzo posso immaginare perchè non abbia voluto fare presentazioni 😛 (ok, sono cattivo)

      • Marco Amato

        Ahah Touché!

      • Grilloz

        😛 Ok, torno nella parte del “buono” (anche se mi riesce meglio quella del brutto, qualsiasi riferimento…) io il romanzo non l’ho letto. Quel che so è che ai fan di Baricco non è proprio piaciuto, troppo lontano dai suoi soliti, troppo fuori corda. È possibile che consapevolmente abbiano scelto una promozione differente proprio perché consapevoli che questo romanzo necessitava di un diverso approccio.

  6. @ quelli + forti, quelli che arriveranno ai lettori, magari anche non con prodotti di qualità, perché la massa è mediocre e vuole libri mediocri, ma a questi autori va comunque la mia stima perché si fanno leggere.

  7. Mi sono ritagliata un arco di tempo lunghissimo per leggere tutto, post e commenti. Tu lo sai, Marco, cosa penso del self-publishing oggi, ci siamo confrontati anche in altri lidi e sempre con le stesse argomentazioni che non vale la pena riproporre qui. Sarà il periodo storico, sarà che questa è una “rivoluzione” ancora giovanissima e devono passare gli anni affinché maturi (lo speri tu e me lo auguro anch’io, credimi!), ma resto convinta che ad oggi non si faccia buon uso di questo strumento, credo che non se ne siano percepiti i reali benefici, credo che la produzione massificata di prodotti narrativi di qualunque valore, forma o genere avvia svalutato le potenzialità di questo mezzo. Come una “legalizzazione di narrativa facile” (se posso azzardare), vuoi o non vuoi, con tutti i difetti del mondo, un Editore comunque è un filtro che non lascia che ogni cosa, ma proprio ogni cosa finisca in pasto ai lettori.
    Tu vedi il fenomeno proiettandoti a come vorresti che fosse domani il self-publishing, io lo analizzo per quello che è adesso. Forse non siamo tanto in disaccordo.

    • Marco Amato

      Eh sì, ci siamo confrontati. La tua analisi è concreta e anche legittima. A me come dico nell’intervista non interessa la categoria self publishing. Lo ritengo un mezzo. A me interessa lo scrittore, self o meno. Il libro e i lettori.
      Poi quel che sarà accadrà sotto i nostri occhi e vedremo.
      Però torno a dire che spesso si dipinge l’editoria come un paradiso che purtroppo alla conta dei fatti riserva più delusioni che trionfi. 60 mila pubblicazioni (dentro ci sono anche manuali, saggi, ragazzi, di tutto) nell’ultimo anno sono tante. E non ci sono 60 mila scrittori felici.
      Il self è un’alternativa, una nuova strada. Purtroppo questa strada è affollata da tanti cattivi scritti. Speriamo che la benzina prima o poi si esaurisca e li molli. Però se ci sono anche i bravi, non possono essere accomunati ai scarsi. Ogni persona scrittore, fa storia a sé.

  8. chiarasole1981

    Ho letto con grande interesse quest’intervista, rendendomi conto che, pur “conoscendo” virtualmente Marco da un po’, e su diversi blog, conosco poco di lui. Non so se abbia un blog, né quanti e quali libri abbia (auto?) pubblicato. Quest’intervista mostra però una grande competenza, già emersa in altre sedi. Mi domando dunque: hai voglia di svelarmi qualcosa in più sulla tua esperienza? Da dove nasce? Di cosa si nutre? Grazie mille. 🙂

    • Marco Amato

      Eccomi Chiara.
      Sì, ci siamo solo sfiorati fino ad ora. Non ho un blog. E non ho pubblicato nessun romanzo. Ne ho uno completo, da rivedere dopo giudizio dell’editor. Poi ne ho un altro finito in prima stesura e un altro a buon punto.
      Semplicemente non ho fretta, non pubblico fino a quando non ho trovato la mia voce, il mio stile. Così cresco scrivendo i miei stessi romanzi. Prima o poi mi tornerà utile averne tanti a buon punto. 😉

      Il Nodo Gordiano della questione è semplice.
      Uno scrittore che deve pubblicare nel 2016, dove trova maggiori opportunità, con l’editoria tradizionale o con il self publishing?
      La risposta è: dipende.

      Sulle mie competenze, studio da anni il self publishing. Soprattutto quel che accade negli Stati Uniti e un po’ in Europa. Sono un piccolo imprenditore, quindi per me cogliere alcune sfaccettature dell’auto editoria è più immediato. Il rischio è il mio mestiere. Me la sono sempre cavata da solo, quindi affrontare il self publishing non mi spaventa affatto, anzi la trovo la mia naturale vocazione.

      Ho in mente parecchie idee innovative di comunicazione. E prima o poi, quando mi sentirò pronto per pubblicare, spero di poterle applicare. Applicare con la consapevolezza che tra pianificare un’idea e renderla effettiva, non quadra quasi mai. Per questo dico che occorre molta sperimentazione. Vedremo. 😉

      • Dunque, Marco, scusa se mi inserisco nella risposta che hai dato a Chiara, tu hai scritto un romanzo che sottoporrai al giudizio di un editor. Mettiamo che l’editor ne sia entusiasta e ti proponga di pubblicare con una casa editrice (parlo per grossi esempi: magari ti dice, voglio presentarti a qualcuno di Einaudi). Che fai, rispondi:”grazie, ma io voglio puntare sull’auto-editoria?”

      • Noto con piacere che almeno il termine «autoeditoria» è ormai accettato da tutti. 🙂

      • Grilloz

        Ma con o senza trattino?

      • Marco Amato

        @Marina in piena sincerità?

        Ascolterei cosa mi propone Einaudi.
        Se mi offrono un progetto interessante, dove per contratto pianifichiamo sul serio i passi da compiere assieme, potrei prenderlo in considerazione.
        Non voglio tediare come sono strutturati i contratti editoriali (ho notato che non piace sentire queste cose).
        Però per semplificare cederei all’editore soltanto i diritti sul cartaceo.
        Non cederei i diritti cinematografici, di traduzione e riduzione (vedi i distillati in edicola).
        Ma soprattutto terrei per me i diritti dell’ebook.

        L’opportunità che offre un grande editore è importante. Ma non è tutto, e non è detto che sia reale.
        Basta prendere tutti gli autori Einaudi pubblicati nel 2015 e vedere chi realmente ce l’ha fatta. Dove per ce l’ha fatta intendo le solite robe: successo, vendite, riconoscimenti. Gratificazioni che per me non sono nemmeno tanto affascinanti.

        Sui contratti editoriali e le differenze con il self publishing, Daniele Imperi mi ha chiesto un guest post. Quando riuscirò a scriverlo, potrò essere più esaustivo.

        E’ indubbio che un editore italiano allo stato attuale, non accetterebbe le mie controproposte.

        Ma per quanto ti possano sembrare assurdi i miei paletti, sono scelte ponderate, non fanatiche. Ci sono costi e benefici in ogni cosa. Da scrittore sognatore vorrei solo scrivere e arrivare ai lettori. Ma il piccolo imprenditore che è in me, e che deve confrontarsi con un altro imprenditore, tira le somme. Il self publishing al momento è la strada più congrua per me.
        Per il futuro non escludo nulla, anzi mi auspico collaborazioni paritarie con gli editori.

      • Grilloz

        L’unica cosa su cui la vedo proprio difficile spuntarla è i diritti sull’e-book. Fossi una casa editrice non accetterei che un libro sul quale ho investito (in editing ad esempio) possa essere venduto da un’altra parte ad un prezzo inferiore. Ma penso che qualunque imprenditore ragionerebbe allo stesso modo su un prodotto sul quale ha lavorato 😉
        La domanda che sorge spontanea è, perchè vorresti tenerti i diritti sull’ebook?

      • Marco Amato

        @Grilloz ragionamento pertinente e interessante.
        Sì un editore non accetterebbe diritti separati.
        Quindi per me l’esordio editoriale è impossibile.

        Tu dici perché vuoi tenerti i diritti dell’ebook.
        Sandra ha già dato una risposta validissima.

        Ma dal mio punto di vista è semplice, come ho detto in altre occasioni, l’editore lancia il libro sul mercato. Se nei primi 3/6 mesi il libro non decolla, il libro scivola nel dimenticatoio. Questo non è che lo dico io, lo sanno anche gli editori stessi. In alcune loro interviste tra le righe, trovi questi riferimenti.

        Io a livello umano e di scrittore, non posso accettare che il mio libro sul quale ho sputato sangue per anni, in 6 mesi possa ritrovarsi sepolto per l’imponderabile che può accadere.
        Caso 1: Il mio libro non viene recepito subito, avrebbe bisogno di più tempo per essere metabolizzato dai lettori.
        Caso 2: L’editore a seconda delle sue scadenza pubblica il libro in un mese in cui si vende poco, o peggio in un mese in cui alcuni bestseller concomitanti rubano l’attenzione e il dibattito.
        Caso X ecc ecc…
        Insomma la pubblicazione è un fenomeno imponderabile. Troppe variabili. Se io da autore voglio essere accorto e non voglio bruciare il mio libro, mi serve tempo.
        Inoltre ritengo la promozione dell’editore insufficiente.
        Per dire, Einaudi che è stata citata da Marina, nel 2016 non ha una pagina Facebook per promuovere i suoi autori. Possibile? Possibile!
        Anch’io devo fare la mia parte, e gestire una promozione efficace ha un costo.
        L’editore paga a 12/18 mesi dalla pubblicazione. L’ebook sarebbe ottimo per autofinanziarmi la promozione.
        Anzi, un editore avveduto sarebbe contento di una cosa del genere. Dal momento che lui stacca la promozione al mio libro, perché deve promuovere altri autori, ci sarei io a sostenere la promozione e incrementare le sue vendite anche del cartaceo.

        Ma poniamo il caso inverso. Io pubblico in self publishing, il libro va bene, un editore mi nota e vorrebbe pubblicarlo.
        Perfetto. Ma se io per pubblicare in self ho già finanziato a mie spese un editing professionale, se ho finanziato una costosa correzione di bozze, perché dovrei cedere in toto i diritti. I costi già li ho sostenuti io. L’editore sa vendere in libreria, venda in libreria, io mi occupo dei miei canali.

        Ecco, allargando la visione cosa significa essere auto-editore.

        Un’ultima nota. In realtà la cessione dei diritti separati già esiste anche in Italia. Ma in casi eccezionali. Ad esempio Harry Potter è pubblicato in cartaceo da Salani, ma i diritti per ebook sono della Rowling. E’ chiaro che lei ha la potenza contrattuale di un Dio.
        Anche di Twilight (ma qui non ne sono certo) la versione ebook non appartiene a Fazi. E chissà quanti altri casi ci sono. Forse ultimamente anche King, devo studiarmi il caso ancora.
        Insomma, certe cose già avvengono fra i grandi. Vedremo cosa succederà per noi formiche. 😀

      • Grilloz

        Grazie Marco, dalla tua risposta deduco che non accetteresti neanche la certezza della pubblicazione in ebook. Io credo che con un grande sarebbe difficile, proprio per il peso differente dei due contendenti, forse con un piccolo editore, ma continuo a vederlo difficile, proprio perché l’editore si troverebbe un prodotto venduto da altri senza averne nessun guadagno. Forse si potrebbe tentare una sorta di accordo di collaborazione, non ne ho idea.
        Il caso di un autopubblicato “comprato” da un grosso editore è un po’ diverso, in quel caso credo che l’autore potrebbe avere un potere contrattuale un po’ maggiore, ad esempio potrebbe strappare un anticipo che copra almeno tutte le spese già sostenute.

      • Marco Amato

        Sì certo. Non ho un programma in proposito.
        Vedremo cosa accadrà. Io parto proprio dalla consapevolezza di percorrere un percorso nuovo. Almeno qui in Italia, perché negli Usa ormai certe discussioni sui diritti separati sono acclarate.

        Figurati che Andy Weir, l’autore del libro The Martian, di recente è passato nei cinema il film in Italia con Matt Damon, regia di Ridley Scott.
        Nasce come romanzo self publishing. Weir aveva pubblicato alcuni racconti su Amazon. I lettori a gran voce chiedono il proseguo della storia e il romanzo diventa un successo self. Chiaramente a quel punto lo nota il top editore Random House (colosso dei big five) che gli sgancia un assegno di 100mila dollari per accaparrarselo. Ma Weir era stato notato anche da Ridley Scott. Weir possedendo in background la cultura del self publishing che ho provato a spiegare in questa intervista, non ha ceduto all’editore i diritti cinematografici ed ha fatto bingo, intascando i diritti per intero di un blockbuster di successo mondiale.
        Ma anche l’editore ha avuto il suo cash, perché Ridley Scott, Matt Damon e comunque una mega produzione cinematografica di Hollywood hanno dato risonanza al romanzo facendolo diventare un best seller mondiale.
        E di storie sul self publishing americano se ne potrebbero raccontare, tipo quella di AG Riddle scrittore self che…
        Ok alla prossima puntata. 😉

  9. Ho trovato il post lunghissimo e interessantissimo. E io sono esausta e non ho la forza per commentare.
    In breve. Sono sempre più consapevole di non avere i soldi e il tempo per il self. Per me questo è un periodo assai incasitato, eppure alcune mie cose hanno trovato la via della pubblicazione. Ho potuto dire sì solo perché l’editore si occuperà di tutto. In un caso la decisione più impegnativa è “quante copie vuoi per te?”. Nell’altro un po’ più di lavoro, ma comunque nulla che non si possa fare a tarda sera. In un caso ho già avuto quel che mi spettava e, poco o tanto che sia, è mio e netto, nell’altro guadagnerò da zero a poco, ma comunque a fronte di sbattimento zero e impegno economico zero. Col self non avrei neppure potuto pensare a pubblicare. Quindi a oggi ritengo che per qualcuno l’editoria tradizionale sia ancora un’opportunità.
    Una cosa che invece mi genera terrore puro è l’editing fai da te. Personalmente ho seguito un corso di un anno di tre ore settimanali (se ben ricordo) di editing con un editor di Einaudi e quello che ho imparata è che non so fare editing su testi non miei al di fuori della saggistica. L’editor deve avere delle competenze tecniche e grammaticali che io che di lavoro insegno la grammatica non ho. Deve avere tempo a disposizione per controllare ogni singolo dettaglio. Deve avere una particolare sensibilità per non sovrapporre il suo gusto a quello dell’autore. Non dico che tutti gli editori abbiano a disposizione editor simili (nessuno più di me sa che non è così, anzi, poi magari quando c’è va comunque in stampa per errore la versione non editata, per dire…), però l’idea di base che basti il fai da te mi terrorizza.

    • Marco Amato

      Antonella, se posso intervengo io, anche perché passata la mezzanotte sul self publishing mi taccio per parecchio anch’io. 😀
      Sono un po’ stanchino di ruotare attorno a questo argomento.

      Io ti dico con piena cognizione che il tuo percorso è legittimo.
      Il self publishing non è il nuovo modello universale.
      Anzi, io credo che al momento vada bene per pochi. L’editoria è un sistema consolidato e questo non è messo in discussione.
      Io dico che l’uno non esclude l’altro. Ci sono nuovi mezzi, alternative.
      A seconda della propensione e delle opportunità si può scegliere.
      Se tu ti trovi bene con il tuo editore, se lo ritieni un partner valido a cui affidare i tuoi scritti, questo è quel che conta.

      Io starò sempre dalla parte degli scrittori, perché gli scrittori sono tedofori che portano la fiaccola dei sogni.
      Perché in fondo, l’unica discriminante che io trovo valida è la ricerca della felicità dentro le storie e la scrittura. Il resto sono solo dettagli. 😉

      • Il fatto è che l’assoluta libertà del self un po’ mi tenta, ma poi mi faccio due conti e mi rendo conto che la libertà è un prezzo che non posso permettermi.

    • Grilloz

      Forse peggio dell’editing fai-da-te ci sono gli editor fai-da-te che vendono servizi editoriali. Bisognerebbe insegnare ai giovani scrittori a difendersi anche da questi 😉

      • La regola è semplice: se chiedono soldi si dice no.

      • Grilloz

        Beh, insomma, l’editing di un romanzo è un gran lavoraccio, non chiederei mai di farmelo fare gratis, da scrittore però vorrei delle garanzie sulla qualità e sulla professionalità.
        (ma forse avevi capito editori fai da te, in quel caso hai ragione, ma anche se non chiedono soldi ma non sono buoni editori meglio restare alla larga, no?)

  10. @ Grilloz. intervengo io. Io ho ceduto i diritti digitali dei miei primi due romanzi, e l’e book non è mai stato fatto, questo non è giusto, se fossero ancora miei potrei pubblicarli o in self o, come mi è già stato proposto, col mio attuale editore.

    • Grilloz

      Trovo che sia una politica suicida nel 2016 non pubblicare anche la versione ebook (eppure tanti editori ancora non lo fanno, mah) poca spesa e qualche possibilità in più di guadagno, perché rinunciare?
      Tuttavia non vedo come un imprenditore (e l’editore lo è) potrebbe accettare di vedere un suo prodotto venduto sotto un marchio diverso.
      Quello che però lo scrittore potrebbe richiedere è la garanzia dell’uscita anche della versione ebook, magari a distanza di qualche mese dall’uscita del cartaceo.
      Tra l’altro credo che il vincolo tipico del contratto editoriale, magari Marco può venirmi in aiuto, sia “e in ogni altra forma” escludendo quindi anche la versione audiolibro, ad esempio.
      Nel tuo caso (e non solo nel tuo, ne conosco altri) hai ragione, non è giusto, però non saprei come se ne potrebbe uscire se non non accettando il contratto e cercando un altro editore.

      • Marco Amato

        @ Grilloz,

        Sul perché ti ho risposto nel commento più su.
        Visto che mi chiedi la formula dell’editore per ottenere tutti i diritti, non voglio essere polemico, ma è scritto proprio così sul contratto, è da fantascienza.
        Se vuoi in privato ti passo il contratto, mi scoccio a copiare la dicitura completa, ma in un top editore è scritto che i diritti appartengono all’editore in qualsiasi forma e rappresentazione “per qualsiasi mezzo conosciuto o che dovesse essere reso disponibile dalla tecnologia”.

        Cioè in pratica se verrà inventato un nuovo dispositivo di qualsiasi genere e tipo, in cui è possibile leggere un libro, i diritti appartengo già all’editore.
        Fantascienza, appunto. 😀

      • Grilloz

        Beh, i contratti son scritti da avvocati immagino, se non ne sanno una più del diavolo loro 😛

  11. Sarò banale, ma mi sento di ringraziare tutti e due: domande molto mirate e puntuali, risposte molto interessanti e da approfondire. Questo è il primo post che mi sono stampato da cui estrarre vari mantra da tenere ben presenti (nel bene e nel male).

    @ Marco Amato.
    Vorrei aggiungere il tuo blog nella mia blogoteca personale.
    Potresti farti un blog una volta per tutte? 😀 😀 😀
    (domanda inutile, lo so: ho già visto la tua risposta altrove…)

    @ Helgaldo.
    Il tuo blog è già nella mia blogoteca personale.
    (lo so: è una precisazione che potresti aggiungere alla tua personale lista de “Cose di cui non me ne frega un ca…sco” 😀 )

  12. Okay, basta chiacchierare: volgiamo la sorpresa! 🙂

  13. Intanto chiedo scusa per il ritardo, purtroppo questi ultimi giorni sono stato un po’ influenzato e mi sono connesso poco. In qualità di “direttamente citato” dico subito che mi riconosco nelle critiche ricevute: sì, sono carentissimo per il marketing. Per quanto riguarda il discorso più generale intorno al self-publishing, mi riservo di postare un commento più articolato, ora purtroppo vado un po’ di fretta.
    Grazie per avermi messo tra i “protagonisti” del post.

    • Mancavi solo tu alla festa. 🙂

      • Grazie per aver tenuto in fresco un’ultima coppa di spumante 🙂
        Allora, commento più articolato…
        In verità le tue domande e le risposte di Marco hanno sviscerato benissimo l’argomento e non c’è molto da aggiungere.
        Posso dire che il self-publishing naturalmente non è privo di difetti, anzi, ne ha molteplici: zero selezione, chiunque può pubblicare il proprio sedicente capolavoro, chiunque può frodare la buona fede degli utenti facendosi scrivere recensioni-fuffa positive da amici e parenti…
        Però, ecco, neppure l’editoria tradizionale è priva di difetti. Per semplificare in modo sin troppo semplicistico (frase stupenda per uno che si spaccia per scribacchino) 🙂 è più o meno come dibattere se sia meglio sposarsi o restare single; o se sia meglio essere un lavoratore dipendente o un libero professionista. Non esiste una risposta univoca ma ognuno deve trovare la propria strada.
        Ecco, il self-publishing digitale di Amazon ha estremamente semplificato l’autopubblicazione. È come se prima c’era una legge che imponeva delle tasse pesanti una serie di limitazioni a chi volesse restare single o diventare libero professionista, rendendo quindi più opportuno (quantunque non obbligatorio) sposarsi e lavorare come dipendente.
        Ora è arrivata la semplificazione: niente più tasse sui single o sugli autonomi, ergo: niente spese folli e problematiche varie per chi non riesce a (o non vuole) cercare un editore.
        Per questo percepisco Amazon come qualcosa di positivo (anche se è evidente che Amazon insegua il proprio profitto aziendale, ma non ci trovo niente di scandaloso: qualunque impresa ha questo scopo, Feltrinelli ed Einaudi incluse…) In Romania ai tempi di Ceausescu i single pagavano un mare di tasse perché il dittatore si era messo in testa che tutti dovevano sposarsi e fare figli per far crescere il popolo romeno.
        Caduto Ceausescu la legge è venuta meno, e ora i single respirano. Significa che essere single è diventato più rilevante che sposarsi? No, quello è e resterà sempre una questione irrisolta. Ciò che è venuto meno è il condizionamento anti-celibato. Secondo me Amazon ha eliminato una serie di condizionamenti anti-autopubblicazione che prima erano quasi inevitabili non per oscure manovre degli editori ma per la natura della pubblicazione cartacea e della distribuzione. Ecco, diciamo che Amazon ha sfruttato al meglio un’innovazione tecnologica creata dal progresso e moltissimi se ne stanno avvantaggiando. In fondo è la definizione che si può applicare a quasi tutti gli apparati tecnologici che hanno modificato lo stile di vita dell’umanità, no?

      • Grilloz

        In realtà, se non sbaglio, prima di Amazon esistevano Lulu e Smashwords, che non mi pare creassero particolari problemi. Forse Amazon ha una distribuzione maggiore e più visibilità.
        Credo che però la vera svolta sia stata l’invenzione dell’ereader con display e-ink e del formato epub (formato pubblico che Amazon non usa, una delle ragioni per cui non la amo 😛 )
        Comunque anche prima non era impossibile andare da un tipografo e stamparsi 100 copie, il mio capo tanti di tanti anni fa lo fece, certo era meno immediato, ma d’altro canto anche mandare un manoscritto ad un editore ai tempi della macchina da scrivere era tutt’altro lavoro 😉

      • Marco Amato

        @ Ariano mi fa piacere sentire la tua voce e mi spiace aver giudicato la tua promozione non abbastanza efficace.

        Trovo il tuo discorso molto maturo, complimenti sul serio.
        Noi non ci conosciamo, non abbiamo ancora avuto il piacere, però ad amici ho detto che se ne avevo l’occasione, mi sarebbe piaciuto poterti dare una mano con la promozione, almeno nel delineare alcuni punti cardine che possano permetterti di valorizzare al meglio i tuoi romanzi. Nulla di eclatante, non ci sono miracoli di bestseller nel mio carnet, però magari una migliore disposizione si può tentare.
        Nei miei tempi ristretti e in quel che posso io sono qui.
        E’ stato un piacere. 🙂

        @Grilloz, sì certo esistevano altri mezzi, però Amazon ha fatto le cose in grande, rendendo la tecnologia alla portata di tutti. Vale lo stesso con la Apple. I touch screen esistevano già, le app pure, eppure ha creato l’Iphone e ha cambiato per sempre la telefonia, costringendo i leader del mercato come Nokia a chiudere i battenti.
        Prima di inventare l’automobile è stato inventato il motore. E’ l’assemblaggio dei pezzi spesso a fare la differenza.

      • Grilloz

        Dal punto di vista tecnico Luu non mi sembrava più complicato di amazon, oltre tutto offriva anche l’Isbn gratuito (americano però).

      • Marco Amato

        Sì, ma se tu chiedi in giro chi è Lulù ti rispondono una donna?
        Chiedi cos’è Amazon e non ti dicono le amazzoni. 😀

      • Grilloz

        In Italia no, ma in US… e siamo al solito discorso 😀

      • Mah, se posso dire la mia in merito a Lulu: ho avuto modo di provarla anni fa, ma non mi ha mai entusiasmato. È vero: anche su Lulu il processo di pubblicazione era molto semplice ma a livello di gestione delle royalties ai tempi avevo visto molte “ombre”. E ricordo che i forum erano pieni zeppi di gente che si lamentava per svariati motivi…

        Per amor di obiettività, aggiungo che son passati anni e magari la piattaforma è sensibilmente migliorata. Però nel frattempo personalmente ne ho provato altre due e non credo di ritornare su Lulu.

  14. Grilloz

    Giusto per mettere un altro po’ di carne al fuoco (vorremo mica far scemare così presto una così bella discussione?) cosa dire della questione dell’Iva ora che è scesa al 4% anche per gli ebook, ma se l’Isbn tu non hai il 22% pagherai?

    • Marco Amato

      Vuoi sentire i miei insulti al governo o preferisci l’autocensura?

      • Grilloz

        Pensa che oltre tutto per questa riduzione dell’Iva prima o poi ci beccheremo anche un’ingiunzione dall’EU 😛
        Governo o non governo quello che mi diede fastidio dell’iniziativa #unlibroèunlibro fu che dopo la riduzione dell’Iva sugli ebook il prezzo non scese da nessuna parte, anzi, parecchi hanno anche alzato il prezzo.

      • Marco Amato

        Beh ne abbiamo così tante infrazioni con l’Unione Europea che proprio quella sui libri non è nemmeno la ciliegina.
        Sull’abbassamento dei prezzi io non avevo dubbi che non ci sarebbero stati.

  15. Molti argomenti fondamentali sono rimasti inespressi per questioni di spazio durante l’intervista. Mi sarebbe piaciuto aprire anche una questione sul testo, quando possiamo dire concluso un romanzo poiché la nuova tecnologia permette una lavorazione ulteriore del testo anche dopo la pubblicazione digitale, possibilità che credo esista con Amazon.
    Inoltre, che un autore chieda l’editing al suo testo è un suo diritto, come è un diritto dell’editor rifiutare di editare testi non validi. Il filtro editoriale serve a questo. Cioè l’editing paradossalmente serve solo per testi validi, e non per qualsiasi condizione di testo.

  16. Da statistica mezza-calzetta quale sono, al momento mi sovvengono due note (che questo saggio me lo dovrò leggere a puntate):

    – Non dico pattume, ma del 90 per cento che ho letto pubblicato dalle case editrici se ne poteva fare tranquillamente a meno.
    Il problema è che ognuno ha quel 90% variabile. Per cui nel mio 90% ci potrebbe esser il 10% che voi salvate. E viceversa.

    – Meglio nove delinquenti liberi che un innocente in prigione. Giusto, ma ha un costo: non si gira sicuri per le strade, si spende in porte blindate, si votano politici a corto di argomenti che puntano sulla paura per entrare in Parlamento.
    Ribaltiamola: mettiamo l’innocente in prigione con i 9 delinquenti. Se l’innocente sei tu ed è prevista la pena di morte?
    E se l’innocente non sei tu, sei ancora “libero”, quanto tranquillo davvero ti senti di girare per un paese dove gli innocenti finiscono facilmente in prigione?
    Parafrasando: se il libro non pubblicato fosse il vostro, pur sapendolo meritevole?

    …e devo ancora finire la lettura. Nemmeno a metà, trovo sia davvero un bel confronto. 🙂

  17. @ Marco Amato: ho moltissimo da apprendere. Sono sempre disponibile a scoprire come posso migliorarmi 🙂

  18. Rita Carla Francesca Monticelli

    Grazie, Marco, per le ripetute citazioni. 🙂 Scopro solo adesso questa lunga e interessante intervista e non può che farmi piacere trovare un’analisi così accurata del self-publishing. Non capita spesso. Ti ringrazio anche per questo. 🙂

    • Ciao Rita,
      vorrei approfittare della tua presenza per sentire un po’ la campana di chi ce l’ha fatta: dopotutto qui si è fatto un gran bel discorso, ma la mia religione recita, testualmente, che un grammo di pratica vale più di una tonnellata di teoria. 😛
      Concordi con l’analisi di Marco o c’è un qualche punto che secondo te non è corretto? O un qualche aspetto fondamentale sul quale si sia sorvolato?
      E poi, soprattutto: qual è stata la scelta più “vincente” che tu abbia fatto e quale, invece, l’errore per il quale ti sei detta: “mai più”?
      Grazie mille se vorrai rispondere e tanti complimenti per tutto quello che hai fatto! 🙂

      • Rita Carla Francesca Monticelli

        Ciao Michele,
        prima di tutto ti ringrazio. 🙂
        In quanto all’analisi di Marco non ho niente di particolare da obiettare. È chiaro che, seppur trattandosi di una lunga intervista, ha appena scalfito la superficie di cosa significhi essere un self-publisher. Non sarebbe possibile andare più in profondità in un ambito così limitato. Io sono reduce dall’aver tenuto un corso di self-publishing all’Università dell’Insubria e in sedici ore non sono riuscita neppure a coprire il 10% di quello che ci sarebbe stato da dire. In ogni caso Marco è stato in grado di mettere in evidenza alcuni punti fondamentali, tra cui ritengo particolarmente importante il fatto che il self-publishing digitale esiste prarticamente solo dal 2009 e quindi deve ancora maturare. Se poi ci soffermiamo a guardare la situazione in Italia, dobbiamo parlare della fine del 2011, cioè quando Kindle Direct Publishing è arrivato anche da noi. Questo aspetto in aggiunta a una minore penetrazione della lettura in formato digitale fanno sì che qui noi siamo ancora più indietro.
        Se, invece, guardiamo al mercato anglofono, lì (quasi) nessuno più si stupisce del self-publisher che vive del suo lavoro, facendo di se stesso un’azienda. Mi viene in mente un caso eclatante come Hugh Howey (l’autore di “Wool”), ma accanto a lui che è popolare in molti altri mercati linguistici, compreso quello italiano, ci sono migliaia di self-publisher anglofoni più o meno di successo, che vanno da coloro che guadagnano dai propri libri quanto farebbero con un modesto “day job” a quelli che invece hanno migliorato drasticamente la propria situazione economica.
        Comunque, in generale, volendoci soffermare un attimo di più su questo aspetto “venale” (cosa che mi pare più che giusta, poiché siamo parlando di un mestiere), in realtà gli autori indipendenti che se la passano meglio sono quelli che sono riusciti a interagire proficuamente anche con l’editoria tradizionale. Non mi riferisco solo ai cosiddetti “ibridi”, cioè che si alternano tra pubblicazioni autonome ad altre con editori, ma soprattutto quelli che riescono a sfruttare a proprio vantaggio l’editoria tradizionale per alcuni aspetti in cui il self-publishing è (ancora) carente (per esempio, il mercato del cartaceo) o che semplicemente sono al di fuori della loro portata (per esempio, i mercati in altre lingue), moltiplicando così le loro fonti di reddito.
        Altra cosa che amo sempre ripetere è che quello di self-publisher è un percorso molto personale. Sì, ci sono delle “regole” di massima che andrebbero seguite, ma poi alla fine ognuno trova la propria strada che è unica e irriproducibile anche dalla stessa persona nelle stesse precise condizioni. Questo perché esiste un fattore essenziale: la fortuna. Senza di quella, non si va da nessuna parte. Il trucco sta nel tenere gli occhi aperti e vedere le opportunità che essa ti offre, anche laddove pare non ce ne siano affatto.
        Una mia scelta vincente?
        Mi è difficile individuare una sola cosa. Il mio percorso è costituito da una serie di scelte di cui ognuna è scaturita da quella precedente. Talvolta non ho dovuto neppure scegliere. Le cose mi sono presentate davanti e ho avuto la lungimiranza di mettere da parte le mie riserve (e un po’ di pigrizia che voleva trattenermi) e afferrarle. 🙂
        Se devo individuare un evento specifico, posso dire che tutto è iniziato da un giorno di circa quattro anni fa quando, dopo aver pubblicato il primo ebook a pagamento (il primo libro della serie di “Deserto rosso”), mandai un’email alla redazione di FantascientifiCast per offrire (senza particolari speranze di riuscita) una copia gratuita.
        Il mio ragionamento era semplice: io scrivo fantascienza e allora vado a presentarmi a chi può mettermi in contatto col mio target di lettori, come appunto un podcast di fantascienza.
        Il giorno stesso ottenni risposta da uno dei podcaster (Omar Serafini) che mi disse di averlo già acquistato. Ecco, in quel caso, senza volerlo, gli ho ricordato quel libro e da lì hanno preso piede una serie di eventi che hanno portato alla prima volta di un mio ebook nella Top 100 di Amazon (pochi giorni dopo quello scambio di mail), alla mia partecipazione saltuaria al podcast, fino all’essere prima ospite e poi inviata del podcast stesso nell’ambito di alcuni eventi offline, che hanno generato tutta un’altra serie di effetti.
        Riguardo al “mai più”, invece, non esiste qualcosa di cui mi sia pentita nell’ambito delle mie attività di self-publisher, anche perché qualsiasi cosa è modificabile, può essere corretta e migliorata. Il problema nasce su certe faccende in cui non si ha il controllo. In questo senso probabilmente col senno di poi avrei fatto delle scelte diverse nel momento in cui ho venduto alcuni diritti di traduzione de “Il mentore” ad Amazon Publishing. Non posso entrare nel dettaglio, per via delle clausole di riservatezza. Si tratta di alcuni aspetti che in quel momento per me erano secondari, anche perché non avevo affatto alcuna intenzione di tradurre o far tradurre quel libro, ma adesso, quasi due anni dopo, hanno acquisito maggiore importanza. Ma è anche vero che, se avessi cambiato qualcosa allora, forse non avrei ottenuto lo stesso appoggio da parte di Amazon a livello di promozione con l’edizione inglese e non avrei raggiunto gli stessi risultati e la situazione in cui mi trovo adesso.
        Di certo questa esperienza è stata istruttiva e mi ha confermato, se mai avessi avuto bisogno di una conferma, che diventare una self-publisher, senza mai tentare neppure un approccio con l’editoria tradizionale in Italia, è stata la migliore decisione che abbia mai preso come autrice.

    • Marco Amato

      Grazie a te Rita Carla, non voglio fare eco ai ringraziamenti. Ma la tua testimonianza è importante, perché assieme a Giulia Beyman o a Riccardo Bruni, solo per citare altri due autori che seguo con interesse, avete tracciato un solco che ha dato ispirazione e coraggio a molti.

  19. Ciao Rita, intanto complimenti per il successo, molti vorrebbero essere al tuo posto!
    Volevo farti qualche domanda, anche se leggendo l’esauriente risposta che hai dato a Michele, mi sono fatta già un’idea.
    Te le pongo lo stesso per un maggiore approfondimento.
    Marco ha detto: “Cosa manca ad Ariano Geta per aver venduto 800 copie e non 5mila o più? La promozione.”
    Mi chiedevo, allora, quale potrebbe essere una strategia efficace, una tattica vincente. Come sei riuscita tu a conquistare il tuo numeroso pubblico?
    È solo una combinazione di fortunate coincidenze o bisogna avere doti particolari di intraprendenza e di imprenditorialità?
    Secondo te, ha un peso il fatto di abbracciare un genere letterario molto apprezzato dai lettori?
    Qualche suggerimento sul modo di tentare un approccio valido a un self-publishing di qualità è sempre gradito.

    • Marco Amato

      Ciao Marina, replico al volo su quel che volevo dire con quell’affermazione, dato che durante l’intervista non c’è stato modo d’approfondire e chiarire l’aspetto marketing.
      Rita comunque potrà darti una risposta esauriente data la sua autorevole esperienza.
      Quando Helgaldo mi ha posto la domanda io non conoscevo Ariano e i suoi libri. Ho guardato sul suo blog, ho cercato le sue pagine social e ne ho tratto quella risposta. Io per mestiere mi occupo di promuovere i miei prodotti un po’ in tutto il mondo, e anche con un po’ di presunzione (altrimenti se non vendo il pane ai miei figli non potrei portarlo) credo di conoscere bene l’aspetto promozionale.
      Così come chi vuol praticare tennis, danza classica o qualunque altra disciplina deve conoscere i fondamentali, ho dedotto che ad Ariano mancando i fondamentali, si è ritrovato nella condizione di non poter esprimere al meglio il valore dei suoi libri.
      Posto quel che ha detto Rita nella risposta a Michele è una certezza di verità, non esiste un percorso di successo replicabile. Le caratteristiche intrinseche del singolo romanzo, le interconnessioni, la fortuna stessa, sono delle componenti a volte cruciali. Ma converrai con me, che quando viene adotta una strategia promozionale con delle basi solide si hanno di certo più probabilità rispetto a quando non se ne adottano.
      Ariano in tutto questo non ha nessuna colpa, e a me in qualche modo è dispiaciuto giudicarlo così. Però ho potuto vedere, leggendo il suo blog che è una persona in gamba e intelligente, e forse da tutto questo potrà trarne degli spunti che di certo gli permetteranno di crescere.
      Per cosa intendo con i fondamentali, il 31 Maggio uscirà presso una blogger amica abbastanza notoria, alcuni consigli pratici che io le ho formulato in privato e che lei ha deciso di condividere con tutti tramite una serie di post. Ci sarà modo di scendere sul concreto, almeno spero, al netto dei miei limiti umani. 😉

      • Grazie, Marco. La promozione è una nota dolente anche per me: la paura di esagerare, di risultare pedante, di sortire poi l’effetto opposto e suscitare disinteresse nel pubblico che, invece, vuoi conquistare è un cruccio che mi piacerebbe risolvere (ormai per il futuro. Le vecchie produzioni le lasciamo al loro destino!)
        Rita diceva di avere mandato una mail alla redazione di fantascientifiCast per offrire una copia gratuita del proprio libro. È stata solo fortuna se uno dei responsabili avesse letto già il libro o c’è un modo più adeguato degli altri di porsi o si va per tentativi e basta?
        Mi chiedo come possa riuscire a farmi leggere dalle persone giuste, a sostare a libro aperto sulla scrivania di un professionista del settore?

      • Marco Amato

        Marina, io comprendo molto bene quel che dici. Io ad esempio so già cosa dovrò fare quando sarà il mio momento di pubblicare. La mia strategia sarà molto articola, complessa, ma soprattutto partirà dall’elemento base ovvero il genere e le caratteristiche peculiari del mio romanzo stesso. Per dirti, se scrivo un distopico, di certo non lo promuoverò nei circoli dei romanzi rosa.
        Ma nonostante io abbia studiato e fatto i compiti, ti giuro che ho la mia bella dose di tremarella nell’affrontare tutto questo. L’imponderabile, la reazione degli altri. I dubbi titanici “e se il mio libro non è abbastanza bello, se non piace”, perché se una cosa non piace non ci sono strategie che tengano. E io ne ho più consapevolezza degli altri. Per quante strategie si possano intentare, il fallimento è sempre più probabile del successo.
        Quindi conosco le tue paure come quelle di tutti gli altri e ne sono solidale. Agli amici che mi chiedono una mano dico: coraggio, non ci abbattiamo se le cose non vanno bene, un passetto alla volta, proviamo ad andare avanti.

        Di certo, anche come faceva emergere giustamente Helgaldo, un romanzo di genere, ha più possibilità di entrare in contatto con lettori appassionati.

        Però, riguardo a Rita, e non so quali siano state le sue strategie (ma si vede che si muove bene e con cognizione) lei dice che ha avuto fortuna ad aver avuto un feedback da fantascientifiCast, però, mi pare (scusami Rita se mi sbaglio) ma lei segue e partecipa anche in gruppi americani di scienza e fantascienza legati a Marte. Gruppi magari frequentati da scienziati della Nasa.
        Cioè, a mio giudizio, lei non è che ha avuto fortuna per il singolo caso. Ma semplicemente passo dopo passo, anno dopo anno, si è inoltrata verso i settori della sua serie fantascientifica e per di più marziana. Così facendo è più probabile che prima o poi si inneschi la scintilla “della fortuna”.
        La sua serie Deserto Rosso è bella e piace, basta vedere i giudizi entusiastici dei lettori su Amazon. Quindi le potenzialità le ha.
        La cosa importante a mio giudizio, è non fossilizzarsi sui manuali di marketing o sui consigli tratti qua e là. Anche e soprattutto fossero i miei di consigli. Occorre sperimentare molto. Trovare modi garbati e interessanti di approcciarsi agli altri. Riuscire a instillare gocce di curiosità ai lettori. E questo è qualcosa che si costruisce tentativo dopo tentativo, fallimento dopo fallimento.
        Ti posso dire, che nell’impiantare il mio ultimo tipo di attività, così globale e difficile, il primo mese ho raccolto una serie di fallimenti e sconfitte talmente dure da giungere sulla soglia della disperazione (perché ai tuoi figli non puoi dire, papà ha sbagliato, il pane serve per forza). La voglia di mollare è stata tanta. Eppure con perseveranza ho insistito lavorando di seguito anche 18 ore al giorno, anche la notte di Natale e la notte di Capodanno, cercando di imparare dai miei errori successivi. E poi ho avuto la stessa impressione di Rita, il miracolo. La fortuna. E’ andata dritta la prima cosa e da quel momento tutto è stato più facile.
        Io mi sento di dire che non bisogna arrendersi mai. Anche quando la realtà difficile si presenta lampante e sconfortato ritieni d’essere un idiota che smanaccia il vento, non bisogna arrendersi. Occorre cercare d’imparare e crescere.

      • Ri-ciao Marco 🙂
        Quello che tu dici sui gruppi americani di scienza e fantascienza che seguo è vero (sono in contatto con persone che lavorano alla NASA e gestisco un gruppo di 500 iscritti dedicato alla fantascienza ambientata su Marte), ma è una cosa che ho iniziato a fare successivamente, quando ho deciso che avrei tradotto la serie in inglese, prima ancora di iniziare a tradurla. È successo nello stesso periodo in cui ho inaugurato il blog in inglese (inizio 2013, mentre il primo libro tradotto in inglese è uscito nel giugno del 2014).
        Quando ho pubblicato il primo episodio di “Deserto rosso” in Italia (nel giugno 2012) avevo solo la mia limitata platform personale dovuta al blog e alla mia pagina FB. Una cosa che allora mi ha sicuramente favorito è il tempismo. KDP era arrivato in Italia da circa sei mesi e i titoli a disposizione erano ancora pochi. Ero un pioniere di un nuovo mercato dove c’erano invece tanti lettori affamati di fantascienza (genere che in Italia è ampiamente snobbato dall’editoria tradizionale).

        E la conseguenza è stata che sono riuscita a diventare popolare in Italia, mentre nel mercato anglofono, in cui la fantascienza è un genere mainstream, non sono riuscita a riprodurre gli stessi risultati, nonostante fossi più preparata. Mi sono creata una serie di lettori affezionati, ma in piccolo numero, poi alla fine “Red Desert” ha venduto un sacco di copie solo quando è uscito “The Mentor”, grazie all’effetto domino. 🙂
        In pratica neppure io sono riuscita a riprodurre le strategie vincenti usate in Italia, nonostante anche sul mercato anglofono sia stata intervistata due volte in un podcast di genere (Mars Pirate Radio), abbia cercato di fidelizzare i lettori con una serie i cui libri terminavano con un cliffhanger e venivano pubblicati a breve distanza l’uno dall’altro (ma ho scoperto che creare engagement in Italia è mille volte più semplice che sul mercato anglofono per una questione culturale), abbia utilizzato l’account della protagonista su Twitter, ecc… Ho pure potuto aggiungere nuovi strumenti, non disponibili sul mercato italiano, come le promozioni a pagamento o siti come Noisetrade Books che permettono di dare gratuitamente un libro (il primo della serie) in cambio dell’indirizzo e-mail della persona, che può anche decidere di lasciare una mancia (qualcuno mi ha addirittura lasciato 9 dollari per un libro di 21 mila parole!). Eppure il risultato è stato assolutamente inferiore (circa 2600 copie finora contro più di 8000 mila in Italia, per quanto riguarda questa serie), anche se i feedback sono sempre stati molto positivi, inclusi quelli provenienti da persone che lavorano nel campo delle scienze spaziali.

      • Grazie per questa generosa serie di considerazioni, travestite da risposta a singoli commenti, che arricchiscono come una ciliegina sulla torta questa approfondita intervista sul self-publishing. Il fatto che tutto ciò accada in un minuscolo blog qual è il mio, è allo stesso tempo bellissimo e preoccupante. 🙂

      • Marco, mi piace tanto la tua ostinazione. Sai essere convincente e sei tenace: io penso che al momento della pubblicazione del tuo romanzo saprai cavartela alla grande, senza lavorare diciotto ore al giorno, né saltare Natale e Capodanno.
        Un grande in bocca al lupo.
        Purtroppo la mia strada è in salita, perché non scrivo narrativa di genere e, come giustamente, ha detto Rita, individuare un target è un punto importante da cui partire. Comunque terrò presenti i vostri consigli, chissà che non ci si veda accanto, negli scaffali delle librerie! 😉

      • Marco Amato

        Grazie Rita,
        Leggiucchiando anche il tuo percorso inglese, m’era parso d’aver captato anche questa tua capacità di penetrare con cognizione, anche il difficile mercato anglofono.
        Notevole, complimenti.

        @ Marina,
        Grazie per l’in bocca al lupo, ne avrò bisogno. ;).
        Io sono ostinato perché rispetto a quanto accaduto nel mio passato, nel mio presente non sono più disposto ad arrendermi anche di fronte agli eventi avversi.
        Per il tuo percorso in mainstream però non è nulla di segnato e impossibile. Nel futuro nulla è già scritto che non possa essere cambiato.

        L’augurio di trovarci di fianco fra gli scaffali delle librerie è il miglior augurio possibile. 😉

    • Ciao Marina,
      prima di tutto, grazie mille! 😀

      La tua domanda in realtà mi viene fatta di continuo e purtroppo la mia risposta è sempre la stessa: non esiste una formula magica, una strategia efficace da suggerire, tanto meno che sia valida per tutti.
      Chiunque dica il contrario mente.
      Esistono infinite strategie, tutte valide, ma che potrebbero non portare ad alcun risultato dopo mille sforzi come pure a portarne di enormi con minimo sforzo. Ci sono mille varianti da considerare: il tipo di libro, il tipo di target, il singolo self-publisher e la sua “platform” (cioè tutte le persone con cui è in contatto), il periodo in cui ci si promuovere (poiché il mercato è in continua evoluzione).
      C’è una lunga lista (ci fatto quattro ore di corso) di cose che si possono e si devono fare per “esistere” nel web come autore: avere un blog in cui pubblicare post inerenti ai temi dei propri libri (quindi non un blog che parla di scrittura, a meno che uno non scriva libri sulla scrittura), una pagina su FB in cui programmare minimo 5-10 post al giorno (e non parlo certo di spam sui propri libri, ma sempre di argomenti che possono piacere al proprio lettore target), uno o più account Twitter dove pubblicare tweet interessanti per il proprio target con una frequenza di 1 ora o meno, avere un account su Goodreads da gestire come autore e dove pubblicare le recensioni alle proprie letture, un account su YouTube con i propri video, uno su Google+, Pinterest ecc… tutti tenuti attivi e aggiornati, magari farsi intervistare in altri blog, podcast ecc…, crearsi una lista di contatti nei media e coltivarli inviando loro i comunicati stampa, ma anche interagendo con loro, e così via.
      L’unico elemento comune è avere chiaro quale sia il nostro target di lettori e dove questi si trovino, per andarli a cercare o per proporre dei contenuti che li attirino a noi, poiché essi rappresentano dei potenziali lettori.
      I risultati variano da caso a caso e da momento a momento.

      È ovvio che bisogna avere attitudini di imprenditorialità. Il self-publishing è un lavoro di natura imprenditoriale e come tale non è per tutti. È necessario credere fortemente nel prodotto che si propone e nel proprio brand o comunque dare l’impressione (che poi è ciò che conta) di crederci in maniera incrollabile, in modo da trasmettere questa impressione al proprio target, trasmettere assoluta positività e allontanarsi subito da situazioni pubbliche negative, poiché possono allontanare il potenziale lettore.
      In poche parole: bisogna sapersi vendere.
      C’è chi è naturalmente portato per farlo e quindi deve solo imparare una certa disciplina che va oltre gli umori del momento (questo è l’aspetto più difficile). C’è chi, invece, non lo è, ma questo non significa che non possa imparare. Se si è veramente motivati, se si vuole veramente portare il proprio messaggio ai lettori, si può imparare. Ma lo si deve volere veramente, senza scuse.

      Di certo la scelta di un certo genere letterario è una di quelle varianti che ti dicevo. Di solito il self-publisher di successo è un autore di genere, poiché riesce più facilmente a etichettare il proprio lavoro e a individuare il proprio target di lettori. Non potendo contare su una promozione roboante esterna, con il proprio libro che viene sbattuto in faccia ai lettori, è essenziale sapere chi sono i lettori e dove trovarli, e ciò è possibile solo per la narrativa di genere.
      Poi ci sono generi con mercati più grandi di altri, ma questo può essere un vantaggio come pure uno svantaggio. Se il mercato è troppo grande, si finisce per essere una goccia in un oceano. Se invece è sufficientemente piccolo, è più facile emergere e farsi conoscere all’interno della propria nicchia.
      Non tutti hanno tempo/voglia di promuoversi. Se tu lo fai, emergi e tendi a diventare popolare all’interno della nicchia.
      Una caratteristica del self-publishing è che, a differenza dell’editoria tradizionale, non ha la necessità di rivolgersi a un grande pubblico per ricavarne profitti, poiché non deve mantenere un’azienda con costi e dipendenti. Per questo motivo basta un numero di lettori anche abbastanza ridotto insieme al fatto che si può pubblicare con maggiore frequenza rispetto all’editoria tradizionale (io per esempio pubblico due romanzi ogni anno, in italiano) per ottenere dei risultati economici interessanti.

      Entrando poi nello specifico della tua domanda su come farsi ascoltare dalle persone giuste, il “trucco” è apparire professionali, rivolgersi a loro come farebbe l’ufficio stampa di una casa editrice, quindi niente mail amatoriali, ma messaggi strutturati secondo alcune regole precise che spingano la persona in questione a fermarsi e leggere il messaggio invece di cancellarlo.
      Tu dici: come faccio ad apparire come se fossi un ufficio stampa? Devi acquisire questo tipo di competenza, studiare. Esistono una miriade di libri e post sui blog (ovviamente in inglese) che spiegano come rivolgersi, per esempio, a un recensore. Di fatto non è molto diverso all’approccio nei confronti di un agente. Bisogna prima di tutto assicurarsi che chi sta dall’altra parte sia il target giusto, usare un oggetto del messaggio che richiami un tema attinente al proprio libro (ritorno sempre su questo punto, perché è il più importante) e non il libro stesso (nessuno lo conosce, quindi è inutile citarlo nell’oggetto), chiamare sempre l’interlocutore per nome o nickname o cognome (se si tratta di un contesto più formale), affinché sia chiaro che sai a chi ti stai rivolgendo (queste persone sono tempestate da richieste), e infine scrivere un messaggio breve con questi elementi: 1) un’apertura sui suoi interessi che sono attinenti al tuo libro (un breve periodo, es. “ho letto nel tuo sito/blog che ti piace…” ecc..); 2) un pitch del libro (un paragrafo, 2/3 periodi al massimo) con il titolo messo in evidenza (es. in corsivo; oppure tutto in maiuscolo come fanno gli anglosassoni); 3) qualche rapido cenno biografico sull’autore (se rilevante); 4) 1/2 link di riferimento (in genere il proprio sito e la pagina FB, che deve apparire attiva), ringraziamenti e saluti.
      Si può preparare una mail di questo tipo da adattare e modificare volta per volta.
      Si può aggiungere a questa in allegato il comunicato stampa dell’uscita del libro (deve contenere un pitch diverso da quello usato dentro la mail), se si scrive poco dopo o prima dell’uscita stessa.
      Poi chiaramente questo è uno schema generico che può essere adattato al singolo prodotto, in base anche alla creatività dell’autore. L’unico elemento essenziale è la brevità. Nessuno ha voglia di leggere lunghe mail.

      Poi, come dicevo, ci vuole anche la fortuna, ma bisogna aiutarla, perché quella raramente arriva, se non ci si dà da fare. 🙂

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