Aspiranti scimmie

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A Los Angeles nel ’29 mettevano i cetrioli negli hot dog. Ai newyorkesi questa scelta sembrava una stramberia così stramba da discuterne appassionatamente mentre mangiavano hot dog senza cetrioli.

Mi ha colpito il dettaglio dei cetrioli nei primi quattro capitoli inediti di un giovane aspirante scrittore al suo primo romanzo, che mi ha chiesto gentilmente di leggerlo e giudicarlo, non si sa in base a quali competenze. Ma poiché è lecito domandare, è cortesia rispondere.
I quattro capitoli sono ben scritti, anche se dubito che il romanzo procederà oltre. Narrano la storia di Tommy, approdato dalla provincia americana alla Grande Mela per inseguire il suo sogno di affermazione sociale. Siamo negli anni successivi alla Grande depressione e la descrizione della vita di New York e dintorni in questi primi capitoli è uno spaccato realistico di come si vivesse in quel periodo nelle strade oltreoceano.

Il bravo aspirante, che scrive correttamente e non ha bisogno di editing, è stato maniacalmente meticoloso nel ricercare tutte le informazioni, cetrioli inclusi, al fine di mostrare la sua padronanza della storia. Assorbito dai dettagli ne sono nati quattro capitoli tanto utili a un documentario sullo stile di vita americano nel secolo scorso, quanto inopportuni all’esigenza di un romanzo.
Mi chiedo perché un ragazzo di Roma o di Napoli o di Palermo senta l’esigenza di ambientare un romanzo non di genere nella New York degli Anni 30, di raccontare la storia di Tommy e di ispirarsi, ma sarebbe meglio dire scimmiottare, una trama americana che non appartiene alla sua tradizione letteraria. Come se Camilleri anziché Salvo Montalbano di Vigata avesse dato vita a Johnny Fanucci di Las Vegas.

Non è tanto per il nome e il luogo, è per il Dna dello scrittore. In Montalbano c’è Pirandello, Bufalino, Verga e forse anche Il gattopardo. Vi sono padri letterari non ripudiati, a cui restare legati con un filo. Nel Tommy di New York al massimo c’è Robert Redford nella Stangata.
Aspiranti scimmie.

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17 commenti

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17 risposte a “Aspiranti scimmie

  1. Scriverà anche bene, ma Hel, l’hai massacrato.

    • In realtà il massacro è servito ad aver più coscienza di ciò che si scrive. La considerazione che ho fatto nel post è un «a parte» rispetto ad altre questioni particolari. È una considerazione che nasce in me, e solo per voi che mi seguite, per dire attenzione, non sempre puntare a una storia internazionale è sintomo di maturità letteraria. I grandi, e non solo loro, sono grandi anche perché raccontano storie della loro terra. Vale per gli italiani ma anche per gli stranieri.

  2. Appellarsi a Helgaldo è come presentarsi all’Inquisizione chiedendo un parere sul proprio libro. Titolo: “De mercimonio” 😀

  3. Poveretto… A parte questo, ti do pienamente ragione. Bisogna scrivere del proprio mondo, reale o immaginato, ma comunque vissuto.
    PS: se mai avessi pensato di chiederti un parere su un inedito, ecco, diciamo che ho cambiato idea…

    • Sono dolcissimo con chi mi chiede un parere, tendo sempre a preservarne il meglio. La considerazione del post, come dico anche a Sandra è un «a parte», che vale solo nel blog. Spesso il provincialismo sta nell’essere a tutti i costi internazionali. Pirandello scriveva della Sicilia e ha vinto il nobel; Montale della Liguria; Fo addirittura usando un quasi dialetto settentrionale; la Deledda parlava di Sardegna. Ma anche i premiati francesi, africani, argentini non si sono mai sognati di scimmiottare gli americani. Leggere un tuo inedito, come di altri che mi seguono, sarebbe per me un onore.

  4. Ma l’aspirante sta scoprendo cosa pensi del suo lavoro tramite questo post?

    • Ovviamente no, sono considerazioni inter nos a partire da uno dei tanti aspiranti. È solo una riflessione a non farsi ammaliare dalle sirene internazionali, spesso best-seller di una stagione travestiti da casi letterari. Tu poi sei siciliana fin nelle viscere e quindi sai chi sono i tuoi «padri» letterari. C’è un nonno reale e tanti nonni nei libri.

  5. iara R.M.

    Però, non capisco perché mai un ragazzo di Roma o di Napoli o di Palermo non possa ambientare la propria storia a New York. Mi viene da pensare che la cosa importante sia la capacità di narrare quel tipo di realtà che si sceglie.

    • Hai ragione, si può ambientare una storia dove meglio si crede. Però scrivere seriamente non è solo inventare, ma anche vivere la scrittura come un modo per comunicare un territorio, una comunità, un modo di sentire (magari per criticarlo aspramente e prenderne le distanze). Harper Lee scrive Il Buio oltre la siepe forse perché è americana in un certo periodo storico. Poteva scriverlo anche un polacco di Varsavia, ma la sua tradizione letteraria e culturale nuota in altre situazioni. Non si può prescindere dal fatto che siamo italiani, con una certa letteratura nazionale e a volte regionale che diventa nazionale. Direi che uno scrittore maturo tiene conto anche di questo mentre scrive. Altrimenti siamo nell’esotico, Salgari per esempio.

  6. Io personalmente non mi sono mai sentita italiana, forse perché sono iraniana per metà. Sta di fatto che come altri ragazzi della mia età – ho appena superato la ventina – sto cominciando a scoprire gli autori italiani solo di recente, con qualche piccola eccezione. Quindi prima di cominciare a scrivere dovrei farmi una cultura letteraria sul mio paese solo perché il caso ha fatto sì che nascessi su questo pezzo di terra, invece che altrove? Dov’è finito il nostro essere cittadini del mondo?
    Sono d’accordo sul fatto che bisognerebbe scrivere di ciò che si conosce, ma ciò che si conosce non è per forza ciò che ci è vicino. La documentazione è tutto, ma anche questo è ovvio. Il fatto è che lo “scrivi quello che hai vissuto” per certi versi è limitante, quando la scrittura – almeno per me – dovrebbe essere un’esperienza che ti impone di superare i tuoi limiti, che siano fisici o psicologici o linguistici. Allora quale dovrebbe essere la nostra opinione su chi scrive storie ambientate in un’altra epoca o in un mondo che non esiste?
    È scimmiottare il leggere letteratura americana e scrivere storie ambientate in America, ma non lo è leggere letteratura italiana e scrivere storie ambientate in Italia. Perché? È il luogo in cui siamo nati, a decidere chi saremo per il resto della nostra vita? Non abbiamo neanche un minimo di scelta? Non capisco. Sarà che non l’ho mai sentito mio, tutto questo bisogno di nazionalismo.

    • Hai sicuramente ragione a vuole essere cittadina del mondo. Il mio post era una riflessione sulla letteratura che non riguarda questo genere di aspetti, né tantomeno i nazionalismi. Penso a Manzoni che scrive I promessi sposi dopo essere stato folgorato dai romanzi storici di Scott. Ma non gli passa per la testa di ambientarlo a Londra, né a Foscolo di trasferire in Germania Jacopo Ortis. Entrambi sono stati cittadini del mondo pur raccontando storie di casa loro. Capita questo per la maggior parte degli scrittori, poeti, registi, pittori. Van Gogh ha avuto un periodo orientale. Ma è diventato famoso, cittadino del mondo, per quello che dipingeva dietro casa. Si tratta di rendere internazionale il locale e non locale l’internazionale. Nel primo caso siamo di fronte a uno scrittore, nel secondo a un cattivo scrittore. Ovvio che sto parlando di letteratura non di genere.

      • Ma non è un po’ un’esagerazione affermare che chiunque ambienti un romanzo in un luogo diverso da quello in cui è nato sia un cattivo scrittore?

      • Un’affermazione così drastica è sicuramente eccessiva. Ma proprio perché drastica può servire a chi è agli inizi per partire con il piede giusto. Hemingway scrive di America, ma in seguito ci racconta anche l’Europa, ma solo perché vissuta drammaticamente in prima persona. Quindi anche un Nobel è partito dalla sua terra. Così Pirandello, altro Nobel. Ma anche per la scrittura di genere, pensa a King e la sua provincia americana come la fonte che ispira le sue storie. E il mondo fantastico del Signore degli anelli non a caso è nato dove le tradizioni scritte e orali affondano nei boschi della Gran Bretagna, dove tutto nasce dalla Tavola rotonda e fa parte della tradizione di un popolo.
        Non sto dicendo che non si possa scrivere senza legarsi a una tradizione, ma sono pochi i casi di autori cresciuti come enclavi di mondi lontani dalla loro vita.
        Se un aspirante giovane scrittore esordisce senza un retroterra letterario a cui attingere non può che riprodurre meccanicamente quanto ha letto altrove. Dico solo questo.
        Comunque emerge immediatamente se siamo originali, cioè se la prosa nasce da noi (con tutti gli influssi del mondo che ci circonda), oppure se è indotta da concetti appiccicati addosso da altre culture. Sei iraniana, e allora penso a come il cinema iraniano tratta storie d’amore. Sono molto diverse per sviluppo e tematiche da quelle di Hollywood o italiane. Sono però universali anch’esse, cioè da cittadini del mondo come dici giustamente tu, proprio perché tipiche di un mondo, di una tradizione. A cui non bisognerebbe rinunciare tanto alla leggera.
        Non mi viene in mente nessuno scrittore importante che non sia partito col seminare il proprio terreno. Al contrario, ha seminato così bene che i frutti della sua scrittura sono germogliati poi in tutto il mondo. E forse è questo il modo migliore di essere cittadini del mondo.

  7. Io scrivevo da ragazzina. Posti inglesi, nomi inglesi. Adoravo gli scrittori americani pur non disdegnando gli italiani. Non vivevo con i piedi per terra ma su una nuvola ovattata e guardando giù non potevo che vedere nebbia.
    Con tutto il rispetto per l’autore, capisco cosa intende Helgado. Certo che, se il tipo avesse passato tante delle sue estati in America dagli zii emigrati allora le cose cambiano…

  8. Marco Amato

    Il tuo ragionamento è corretto.
    Però ad esempio Bob Robertson ha rivoluzionato il genere western pur chiamandosi in realtà Sergio Leone. Aveva addirittura ricostruito le location in un racconciato deserto spagnolo e quindi lontano dalle sontuose distese americane filmate da John Ford nei suoi capolavori.
    Probabilmente se Leone non si fosse finto americano nessuno gli avrebbe dato il credito sufficiente per vedere il primo dei suoi film western. Grazie a questo escamotage oggi Leone è un mito negli stessi Stati Uniti.
    Eppure, quando guardo i film di Leone li trovo più vicini a me rispetto a Ford proprio perché nello stile di Leone c’è tanta Italia.

    Tornando alla narrativa, le radici dello scrittore sono essenziali. Io mi sento siciliano e trovo in Sciascia il mio padre spirituale. Nel romanzo giallo che sto scrivendo, col commissario siciliano, a volte mi pongo il dubbio che alcuni personaggi sembrino simili a quelli tratti da Camilleri. Ma non perché mi ispiri a Camilleri, ma perché Camilleri riporta tratti comuni di Pirandello o Brancati, che entrambi non fanno altro che riportare la sicilianità di fondo che ci contraddistingue. Richiami su richiami, echi di echi.

    Però è anche vero che Pirandello e Verga scrivevano del loro contesto limitato. Ma limitato fisicamente.
    Mentre noi oggi ci troviamo a vivere in un mondo globale dove le distanze sono prossime a poche ore d’aereo o a zero minuti con un dispositivo elettronico.
    Io concordo col tuo ragionamento, occorre partire dalle proprie radici. Ma sono anche conscio che questo mondo troppo connesso un po’ smarrisce le identità.
    Io non soffro la sicilitudine evocata da Sciascia come marchio indelebile del siciliano. Sono guarito o la mia generazione si è impoverita? Questo non lo so.

    • Ripudiare ha lo stesso valore che seguire, l’importante in letteratura (anche nel cinema) è il confronto. Penso anche ai richiami di Tarantino a Sergio Leone. Credo nel cambiamento nella continuità. La connessione odierna è vera dal punto di vista tecnologico, non è automatica dal punto di vista esistenziale. Siamo più turisti del mondo che scrittori del mondo.
      Pirandello opera in pieno relativismo, e Verga è un positivista. Guardavano alle idee europee, anche se le declinavano in Sicilia.

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