Che cos’è un piccolo editore?

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Piccolo editore. Aggettivo e sostantivo accostati di frequente come sinonimo di «non ti pago», «non ti promuovo», «non ti faccio l’editing». Ragione per cui in molti traditi dal «piccolo editore» si danno al self-publishing o al pugilato. Sperando che i secondi non incontrino il loro piccolo editore alla fermata dell’autobus – saprebbero gonfiarlo e renderlo più grande –, resto sempre perplesso sulla definizione di «piccolo editore».

Tutte queste taglie – piccolo, medio, grande, extralarge – non vengono mai definite, e ognuno di noi se ne fa un’idea istintiva. E poiché gli istinti non sono sempre condivisi, capita di frequente che si usino le stesse espressioni per riferirsi a realtà diverse e a volte non assimilabili.

Si giunge così al paradosso che il piccolo editore sia per definizione quello che maggiormente affronta l’editoria con serietà, pubblicando libri meritevoli, che i grandi editori non pubblicheranno mai, a meno che non diventino nel tempo dei best-seller. Ma al contempo piccolo editore vuol dire anche fregatura, colui che ti sfrutta o non ti sostiene nella vendita e nella promozione del tuo libro. Insomma, il diavolo e l’acquasanta simultaneamente.

Mi pare infine che l’esperienza negativa, a volte drammatica, fatta da tanti blogger con un piccolo editore, e raccontata in rete, sia il motivo principale per spingere gli scottati verso l’autoeditoria.

Quando però sento con quale piccolo editore hanno pubblicato in passato resto perplesso. Non in tutti i casi, ovviamente, ma spesso questo piccolo editore per me non è un editore, ma un illustre sconosciuto.
Non conosco i piccoli editori, non tutti almeno. E non vedo perché dovrei fare io la fatica di conoscerli: casomai sono loro che dovrebbero darsi da fare per farsi conoscere da me. La conclusione che ne traggo – una mia opinione discutibilissima – è che pubblicare con un piccolo editore sconosciuto equivale ad autopubblicare.

Forse il problema è stabilire allora che cosa si intenda per piccolo editore. Per me minimum fax, lo conoscete?, è un piccolo editore. Nato in soffitta, con un telefono, è giunto a far conoscere in Italia Carver, Foster Wallace e altri. Pubblica collane mirate, ha una forte identità riconosciuta ed è diretta da personalità che contribuiscono al dibattito editoriale. Cioè, niente improvvisazione.

Qualcuno però potrebbe dire che invece è un editore medio. Altri addirittura grande, se non altro perché ha un marchio molto conosciuto. Quindi il problema è sempre quello: che cos’è un piccolo editore? Vi propongo allora un breve elenco di qualità che potrebbero, anzi dovrebbero, appartenere a un piccolo editore. Non è esaustivo, e peggio ancora, del tutto soggettivo. Però i commenti servono per arricchirlo, confutarlo, negarlo, migliorarlo.

1. Trovi i suoi prodotti nelle librerie maggiori, non solo online.
2. Ottiene qualche recensione o spazio sui quotidiani nazionali.
3. Pubblica un certo numero non irrisorio di nuovi libri all’anno.
4. Pubblica qualche autore che non è un illustre sconosciuto come te.
5. Pubblica libri che ti piacciono.
6. Ha una redazione fisica, con personale specializzato in editoria, con il quale puoi comunicare durante la realizzazione del tuo libro.
7. Non ti pubblica a scatola chiusa, ti chiede un qualche tipo di lavoro editoriale aggiuntivo.
8. Non ti chiede soldi per partecipare alla pubblicazione.
9. È presente alle maggiori fiere generiche del libro o specifiche del suo settore.
10. Organizza all’interno di tali fiere incontri con gli autori, convegni, dibattiti.
11. Non è diretto da un semplice appassionato di un qualche genere letterario senza retroterra editoriali.
12. Ha un marchio che almeno qualche volta hai già sentito, visto, annusato, letto in passato (meglio se un passato non del tutto recente).

Varie ed eventuali. Esperienze, delusioni, riflessioni. Di tutto, di più.

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34 commenti

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34 risposte a “Che cos’è un piccolo editore?

  1. Grilloz

    In realtà esiste una definizione precisa (oserei dire matematica) di piccolo editore (concedimi il beneficio del dubbio sulla cifra perché sto andando a memoria) il piccolo editore è colui che pubblica meno di 50 libri l’anno. Minimum Fax (che tra parentesi è uno dei miei editori preferiti) rientra nella definizione (mi pare oscilli sulla ventina).
    Comunque i 12 punti che hai elencato sono un ottimo spunto che mi sento di condividere 😉

  2. Sì, concordo. Concordo anche con Grilloz sui 50 libri/anno. Ce ne sono diversi che passerebbero il setaccio che hai costruito, ma non credo tantissimi. Certo, minimum fax è uno dei più noti. Sarebbe bello farne una lista. Oppure sarebbe brutto perché, contandoli sulla punta delle dita, avanzerebbero dei posti.

    • Quindi un piccolo editore arriva a pubblicare un libro a settimana… Per questo non ha tempo e risorse per promuoverli tutti. Quando poi l’autore si lamenta di non essere seguito, non ha torto. Ma anche l’editore ha ragione.

      • Ciascuno ha sempre la propria parte di ragione.
        Comunque, 50 libri all’anno da 15 euro e 1000 copie medie di vendita (e sono tante!) fanno un fatturato da 750.000 euro. Tolte le tasse e le spese, io credo che rimanga un stipendio (basso) per 5/6 persone. Di questi, ne serve uno che faccia solo ufficio stampa: a tempo pieno, ce la può fare 🙂

      • Molto peggio per chi fa 10 libri all’anno: a quelle cifre, ci viene lo stipendio per uno solo. Per quanto una “one man band” sia pittoresca, non conosco nessuno che abbia le competenze di cinque persone. Figurarsi il tempo. Ergo: mi fido più di uno da un libro a settimana che di uno da un libro al mese.

      • Appena si inizia a riempire delle caselle con dei numeri, diventa una cosa seria. E si capisce quanto sia difficile pubblicare libri guadagnandoci. 1000 copie sono tante. Cioè 1000 copie di ogni autore. Serve sicuramente qualcuno che venda per permettere di pubblicare più autori.

      • Grilloz

        L’errata corrige sta sopra 😛 sorry, vi ho portati tutti sulla strada sbagliata. Tra l’altro la precisazione fa cadere fuori quota parecchi falsi piccoli editori. Dunque stiamo parlando di un editore medio, immaginiamo che l’editore medio abbia 4 collane (es: saggistica, narrativa italiana, narrativa straniera, poesia) e che ogni collana pubblichi un libro al mese siamo a 48 libri l’anno, non sono cifre così spaventose tutto sommato. Certo che pubblicare un libro a settimana in un’unica collana lascia molto a di che pensare (non potendoci essere una struttura adeguata alle spalle) alla qualità del risultato.

      • Forse sei pronto per fondare una piccola casa editrice, ci sai fare con i numeri e mi sembri abbastanza pazzo da concepire un progetto editoriale.

      • Grilloz

        Mi manca ill capitale iniziale però 😛 In realtà un’ideuzza ce l’avrei, ma non di casa editrice. Mi ha un po’ scoraggiato la mia attività di lettore di manoscritti, ecco, pensavo fosse più facile trovare buoni romanzi.

      • Per curiosità, in base alla tua esperienza: quanti letti e quanti validi. In numeri assoluti o in percentuale, così mandiamo un messaggio ai nuovi autori in cerca di editore. 🙂

      • Grilloz

        Michele, il tuo calcolo però è fallace in due punti: il numero delle copie medie, come ha già notato Helgado, e il fatto che non tiene conto che distribuzione e libraio si tengono circa il 50% del prezzo di copertina. Poi vanno considerate le royalty. Diciamo quindi che su 15€ l’editore ne incassa 6€. Tengo le tue mille copie fanno 300000€. Facendo l’ipotesi che la metà se ne vada in spese fisse retano 150000€ per gli stipendi, ok, 5 stipendi medi li tiri fuori, poi però se di copie ne vendi solo 500 o 300 ecco che iniziano i problemi. Non ho contato le tasse perché da questo calcolo pare che ciò che incassa spenda, ricavo 0 😛

      • Grilloz

        Letti 9 promossi 0. Motivo della bocciatura generalmente: testo totalmente privo di qualsiasi interesse, scrittura approssimativa (solo uno però così zeppo di refusi, e chiamarli refusi ecco, non rende l’idea) da risultare quasi illeggibile, trama colma di contraddizioni e incongruenze.
        Mi è andata un po’ meglio con le valutazioni di pesce pirata (sì, facciamo valutazioni di manoscritti, per chi fosse interessato) lì c’è stato un bocciato su tre e due promossi con debito fomativo (si dice così, vero? è un po’ che non frequento il mondo scolastico)

      • Mi sa che prima o poi ti vedremo all’opera come consulente…

      • Grilloz

        Pagato in (in)visibilità, temo 😛 😀

  3. Minimum Fax non accetta manoscritti.
    Se Hel dici che pubblicare con un editore di cui non si sono mai visti libri in giro, seppur non chieda compensi, sia da sprovveduti, forse sì, ma se l’alternativa è tenersi il manoscritto nel cassetto allora forse no. Nel senso mettere in circolo i libri e soprattutto le belle idee aiuta l’autore a prendere coscienza di sé, non è poco. Perché la scrittura è come una matrioska: non sai quante altre bambole contiene all’interno, ti tocca aprirla per scoprirlo e a quel punto sei in ballo ed è difficile tornare indietro.
    Spesso si confondono i piccoli con quelli che non appartengono ai 4 ora diventati 3 gruppi editoriali, gli indipendenti insomma.
    Diciamo che quelli non noti sono i piccolissimi. Se questi micro sono il male e i grandi, laddove nei grandi ci metto pure Minimum Fax, Fazi, Marcos y Marcos, inarrivabili allora resta il self. Questa è la vera equazione.

  4. Marco Amato

    Anch’io concordo con te, definire piccolo editore non conta nulla. Si va dall’improvvisato del sottoscala a Minimum fax, Marcos & Marcos, Adelphi che mi pare sia tornata indipendente.

    Però appunto, esistono i piccoli che in fondo non hanno possibilità migliori del self. Cito qui cosa dice un piccolo editore:

    Proviamo a interrogarci sulle modalità economiche dell’oggetto-libro. Un editore, trovato un libro che giudica necessario portare all’attenzione del pubblico italiano, fa un investimento economico sul libro stesso e, per rimanere dentro a una cifra accettabile di spesa, deve pubblicare di questo libro almeno 1000 copie. L’autore fa qualche presentazione, manda il libro a concorsi, fa un po’ di pubblicità in rete (parliamo di piccola e micro editoria, i soldi per la comunicazione scarseggiano, quindi si spera soprattutto nel passaparola e nella capacità dell’autore di sfiancare amici e parenti), …, prova a interessare qualche giornalista, “intasa” i social network (che sono più o meno gratuiti e dunque ambitissimi) con mirabolanti descrizioni dello stesso: il totale dei venduti, dopo 6 mesi, quando va molto bene è 300 copie. Rimangono in giacenza all’editore, dunque, 700 copie di un libro che ben dopo 6 mesi dalla sua pubblicazione purtroppo è già morto.

    Chi vuol trovare la fonte basta che fa il copia e incolla.
    In una testimonianza di questo tipo per me pubblicare in self è uguale, se tutta la promozione viene addossata all’autore.

    Una nota sui conteggi di Michele.
    In realtà l’editore dal prodotto libro incassa il 40% (comprensivo del 10% autore). Il restante sessanta va diviso fra distributore e libreria in 30 30 ciascuno.
    Quindi nel tuo esempio il fatturato dell’editore è di 300 mila euro.
    A questi vanno sottratti appunto i diritti d’autore (75 mila euro) I costi di stampa di ciascun libro (fosse 2€ a libro = 25 mila euro), i costi di magazzino, le bollette, affitti, tasse e dipendenti. Ogni dipendente messo in regola (regolare senza part time fasulli o a progetto) non costa meno di 30 mila euro l’anno comprensivo di contributi. Quindi solo 4 dipendenti incidono per 120 mila euro.
    Insomma per me, e detto da me, a livello imprenditoriale gli editori sono piccoli eroi. Fare impresa in Italia è difficile… per molti editori da mission impossible.

  5. Paolo (Seme Nero)

    – Paolo cosa fai?
    – Scrivo un libro. Spero me lo pubblichino, così…
    – Ma vai a giocare al superenalotto, invece di perdere tempo con quelle buffonate!

  6. Il pregio delle case editrici che non appartengono ai grossi gruppi è l'”avvicinabilità” che garantiscono a chiunque: ho diversi libri di “minimum fax” e in molte occasioni ho incontrato Marco Cassini che è una persona squisita e molto alla mano. C’è quasi più gusto ad avvicinarsi a case editrici che “ti coccolano”, in un certo senso, che provano a conquistare il lettore prima che il mercato o meglio che provano ad affermarsi tramite il rapporto stretto con il cliente-lettore.
    Ogni anno vado alla Fiera della piccola e media Editoria ed è un piacere circolare per le bancarelle e fare due chiacchiere con i responsabili. E poi c’è il fattore “identificabilità” che connota alcune case editrici indipendenti che sono per così dire “specializzate”: Iperborea pubblica narrativa nordeuropea e ha un fitto catalogo con cui riesce a fare una discreta concorrenza.
    Non mi piace definirla piccola o media editoria, c’è un’editoria indipendente che esce dalle logiche dei grandi numeri e dei movimenti per grossi comparti ed è quella di minimum fax, e/o e di altre citate, che lavora in modo serio e competente e non è ai livelli di chi si improvvisa e arranca con pochi mezzi e scarsi professionisti, che significa risultati scadenti.

  7. Credo che i tuoi 12 punti un aspirante scrittore debba stamparseli e appenderseli in camera.
    Io ho semplificato (dando per assodato che alcune cose, tipo se ti paga, lo scopri purtroppo dopo): i suoi libri sono presenti nelle mie librerie di riferimento. Ha pubblicato almeno un autore che stimo (il mio attuale editore l’ho scoperto seguendo le pubblicazioni della mi autrice preferita).
    Oltre tutto ho scoperto che agli editori piace molto una lettera di presentazione che dice “ho scelto di proporre a voi il mio manoscritto, perché adoro il romanzo XXX da voi edito e ho particolarmente apprezzato la qualità dell’edizione”.

  8. Grilloz

    Volevo aggiungere un’ultima (forse) considerazione sulla piccola editoria indipendente. Un buon editore ha una sua identità ben precisa. Se prendiamo l’esempio di minimum fax, chiunque abbia letto un paio di suoi libri può riconoscerne l’identità, che tipo di libri cerca, che tipo di libri ama pubblicare, come li cura, come li presenta. Una cosa che ho notato passeggiando per gli stand dell’ultimo salone del libro è che gli editori (piccoli o medi che siano – i grandi li ho proprio saltati) che pubblicano di tutto passano inosservati, sembrano le bancarelle dei mercatini dei libri usati con un guazzabuglio di colori, impostazioni grafiche, formati. Quelli che attraggono l’attenzione sono gli editori che hanno una propria linea coerente, copertine con una cerrta cura grafica che si accosta ad un progetto definibile e ben riconoscibile.
    Io poi ragiono da lettore, e per me riconoscere l’impronta di un editore è un grande vantaggio. Capisco però che per uno scrittore diventi più difficile, perch magari quel libro che hai nel cassetto, che ha anche un’ottima qualità, potrebbe non adattarsi a nessuno di questi editori seri.

    • Questa considerazione, interessante come tutte le altre, è fondamentale. Il piccolo editore dovrebbe lavorare su una nicchia di temi e autori. Solo così è apprezzato. Minimum fax è cresciuto dopo avere pubblicato Carver, per esempio. Questo ha liberato risorse per aprire altre collane, al cui vertice sono stati posti autori che hanno una visione di un certo mondo e questo ha un peso. La narrativa contemporanea italiana di minimum fax credo sia stata progettata in modo preciso, in un segmento determinato.

      • Grilloz

        Ho letto Cognetti e Milone e entrambi hanno uno stile molto “americano” se mi concedi il termine. Invece Meacci (al quale fra l’altro auguro di entrare in cinquina) ha uno stile più italiano, molto toscano e in qualche modo anche manzoniano (sempre se mi concedi il termine :P)

  9. @ Grilloz, ma se ti mando un manoscritto e passa l’esame, poi cosa succede?

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