Guest post da 2000 euro

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Se Michele Scarparo è il blogger che pubblicamente organizza l’ormai famoso thriller paratattico – non perdetevi la sua ultima sfida alla Spoon river -, in privato mi fa pervenire brevi ma interessanti riflessioni sulla scrittura e l’editing.
Contravvenendo alle buone creanze di riservatezza pubblico quella che mi ha spedito ieri e che lo trasforma in un guest post senza chiedergli il permesso. Ecco a voi le questioni che solleva.

 

Ragionavo su questa contrapposizione che è sempre meno dicotomica, a mio parere. Da un lato abbiamo il self che diventa trampolino per entrare nell’editoria (e sono rari i casi dei «duri e puri», fedeli al proprio status di scrittore indie, che siano anche di successo). Dall’altro, comincio a pensare che anche per partecipare a concorsi importanti (come il Calvino, il Neri Pozza) che danno parimenti accesso a risorse importanti dell’editoria classica, sia necessario investire quei tot-mila euro in un editing fatto in proprio: chi sarebbe così altruista da scegliere come vincitore un buon testo potenziale ma che debba sottostare a un corposo giro di editing? Non sarà più ragionevole far vincere romanzi che siano già pronti, solo da «mandare in macchina»?

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37 commenti

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37 risposte a “Guest post da 2000 euro

  1. Purtroppo sì, non è un dubbio. Ai concorsi arrivano sempre più testi che sembrano già passati dalle mani di un editor. Ovviamente le giurie non ne hanno la certezza né sanno dire con sicurezza se ci ha lavorato un editor a pagamento, ma va da sé che, risultando più puliti e leggibili, questi testi hanno più chance.
    E in generale le case editrici, anche per mancanza di risorse loro, sono sempre più contente quando arriva un romanzo pronto per la stampa. Al di là dei costi (ho già detto fin troppo chiaramente altrove quanto questo per me NON sia secondario) il rischio maggiore secondo me è la standardizzazione. Gli editor preferiscono andare sul sicuro e imporre dei canoni per far rientrare i testi in quel minimo comune denominatore rassicurante e gli editori finiscono per preferire in molti casi il testo pulito e pronto per la stampa ma un po’ anonimo alla gemma grezza.

    • Concordo in pieno: editing e valutazione mi pare scelgano spesso la strada facile del prodotto standard. Che non rischierà l’exploit, ma neppure il tragico flop: in tempi di crisi, un risultato medio (anche se mediocre) è di certo preferibile per la maggior certezza del risultato.

  2. Molto vero. Due noticine: esistono editing meno onerosi e ben fatti, il paradosso è pagare l’editing sottoporre il manoscritto a agenti e editori, ricevere proposte di tagli e l’autore capisce che quei tagli riporteranno il testo alla condizione originale prima dell’editing, ergo ha buttato soldi e tempo. Succede anche questo, la vera realtà è che nessuno ci capisce più nulla e chi ancora ha passione si scontra con tutto questo.

    • Senza contare che spesso gli editori operano tagli solo per giungere a una lunghezza «vendibile» del romanzo, come se 50-100 pagine in più farebbero fuggire i lettori.

  3. Ora, può non voler dire nulla. Osservo però che l’ultima vincitrice del Neri Pozza, Francesca Diotallevi con Dentro soffia il vento, nei ringraziamenti finali cita anche Silvia Grassi «che si è offerta di leggere la prima stesura, e non mi ha negato franchezza e consigli utili». Chi sia Silvia Grassi non lo so, però ne ho trovate almeno due in odore di editoria. Mi sembra giusto e corretto, anche per rispetto delle giurie, che l’invio di un romanzo sia una scelta ponderata con un minimo di raziocinio e «mestiere».

    • Però il Neri Pozza non è “per esordienti”. È un concorso aperto, come direbbero gli sportivi; è ovvio che i professionisti, per capacità e relazioni, editing compreso, abbiano una marcia in più. Il premio importante, come è ovvio, attrae tutti ma loro in primis.

  4. Ma così il quadro si fa più triste di quanto già non lo sia!
    Lo scrittore che crede in se stesso ma non nell’editoria classica si affida al self e sappiamo bene il percorso che deve fare e la salita che deve affrontare per arrivare a una cima che nonostante tutto non garantisce niente.
    Lo scrittore che crede in se stesso e nella possibilità di essere pubblicato da una casa editrice vera sa che deve scontrarsi con tutto un sistema in decadimento che renderà il suo traguardo una chimera.
    Lo scrittore che crede in se stesso ma vuole che qualcuno glielo dica chiaramente partecipa ai concorsi letterari e cosa trova? Anche lì scelte pilotate, decisioni prese sulla base del conviene/non conviene?
    Ma che speranze ha una persona che scrive e non è ricca e non conosce nessuno e vuole dimostrare di essere all’altezza di tante penne più fortunate?
    Deve piegarsi alle logiche del “se ti adegui alla massa hai una chance”? o deve pagare il lavoro a qualcuno dopo che per anni ha buttato sangue sulla sua opera, tentando con le proprie forze di darle una degna qualità?
    E il valore dei Premi letterari? Se smontiamo anche quella che dovrebbe essere una loro politica seria, davvero non ci resta che chiudere in bacheca i nostri sogni e stare a guardarli da dietro il vetro!

    • Bisogna mettersi anche nei panni di chi organizza il premio. Il Calvino, in teoria, ha una vocazione più vicina agli autori perché vuole solo scrittori inediti. Il Neri Pozza no, visto il peso della borsa. Altri, probabilmente, hanno vocazioni ancora diverse.
      Rimane il fatto che aver speso per un editing di certo aumenta la possibilità di vittoria di un testo “medio”; che un testo brutto non vincerà nemmeno con 10.000 euro di editing e che un testo bello non vincerà, ma sarà finalista o avrà una menzione d’onore anche senza editing.
      O almeno spero.

      • Io, invece, spero che un testo bello anche senza editing possa valere una vittoria. E me la tengo questa illusione, contro ogni visione pessimistica che mi pare imperante!

      • Assodato che l’editing devi farlo sia che pubblichi con un editore sia che pubblichi da solo, è serio fare l’editing in qualsiasi circostanza ci si rivolga a un pubblico. Un testo senza editing non è quasi mai bello. È proprio l’editing a conferire bellezza al testo. L’editing è l’estetica del testo (ma quante ne so?) 😀

      • Sì, io facevo riferimento all’editing sofisticato che solo gli esperti possono garantire e che mi sembra sia diventato fondamentale anche quando si partecipa a un concorso che mira a premiare la qualità del contenuto (con un editing basilare, si suppone, già affinato da chi a quel concorso partecipa con avvedutezza) e non ciò che lo ha reso esteticamente più bello.

      • In effetti l’editing di struttura è un’attività complessa e forse eccessiva per le finalità di un concorso. Mi riferivo soprattutto a qualche consiglio generale e a una preparazione del testo più formale che di contenuto.

    • Io comunque conosco esordienti veri che hanno pubblicato tramite il Calvino o con altri concorsi ancora seri. Non facciamo di tutta l’erba un fascio che qualche spiraglio di luce ancora c’è.

  5. Marco Amato

    Io protesto formalmente! Desidero anch’io ricevere i pizzini di Michele. Quanto costano a chilo?

  6. Marco Amato

    E per fare il commento serio invece io ho appena comprato XXI secolo di Paolo Zardi, romanzo rivelazione, editore Neo, finalista strega 2015.
    Alla prima pagina però trovo un’incongruenza del personaggio che mi fa dire ma possibile? E dov’era l’editor!

    • Strano: Zardi mi pareva uno preciso…
      A parte questo buco nella prima pagina, com’è?

      • Marco Amato

        Sono al secondo capitolo. 😀
        Stile? Troppo descrittivo, sta contestualizzando troppo.
        Ovvero quello che gli editor rimproverano a me. Per la serie… Non si capisce più niente. 😀

    • Grilloz

      Oddio, a me l’incongruenza è sfuggita :O però il libro mi è piaciuto, ha una sua originalità (forse non da cinquina, ma meritevole)

      • Marco Amato

        Ecco, bene, allora poi ne chiacchieriamo. 😉

      • Grilloz

        Volentieri 😉
        Aggiungo che io fin’ora di libri di Neo ne ho letti tre e mi sono piaciuti tutti e tre. Certamente si sente la indie-ità della casa editrice, gli editing non sono perfetti, non a livello di chi può permettersi i migliori, però sono storie con un loro spessore.

  7. Mi permetto di vivacizzare la discussione con un piccolo quiz (non autorizzato) con un esempio eccelso di editing (vedi frase seguente) o esempio eccelso di uno che non capisce l’editing (il sottoscritto).

    Sottopongo alla vostra eccelsa attenzione (perdonate l’eccelsa ripetizione) questo paragrafo in cui mi sono imbattuto ieri leggendo un libro.

    “Nessuna ragazza cresciuta nel grande delta egiziano, che era stato la culla delle tre principali religioni […] poteva esserne esente.”

    Pongo la domanda del quiz: cosa pensate dell’editing del romanzo quando vi imbattete in una frase del genere ?

    Risposte:

    Numero A: nessun problema, trovo che la frase sia corretta, non vedo cosa possa centrare l’editing.

    Numero B: la frase contiene una discutibile imprecisazione, ma non è compito dell’editing ravvisarla e/o farla correggere.

    Numero C: la frase contiene una imprecisazione grossolana sfuggita all’editing.

    Numero D: Questa frase, come del resto, probabilmente tutto il romanzo (il brano si trova a pagina 95, ndr) non è stato sottoposto a editing.

    Per non influenzare la risposta non dico autore, titolo e casa editrice. Vi basti sapere che è un autore internazionale, non è esordiente (ha due presunti best-sellers alle spalle), l’opera è stata tradotta (e volutamente non ho messo l’opzione Numero E cioè “è un errore di traduzione”…).

    P.S.: naturalmente è contemplata anche la possibilità di rispondere con la mia stessa premessa iniziale, cioè: il lettore (il sottoscritto) non capisce nulla di editing 😀 …

    • Marco Amato

      VOTO C e motivo.
      Beh posto che per Delta egiziano l’autore intenda il delta del Nilo, è comunque di una ignoranza mostruosa.
      La culla delle tre religioni sarebbe la Mesopotamia. Ma anche questa affermazione è errata perché la Mesopotamia è la culla dell’Ebraismo.
      Il Cristianesimo ha culletta Palestinese, altra zona, come la distanza fra Russia e Spagna. E la cullina Islamica è l’Arabia.
      Semmai, le due religioni successive hanno radici in comune con l’Ebraismo, ovvero sono ladre del Dio.
      Forse il narratore con editor annesso voleva dire che in Egitto, in epoche diverse sono esistite le tre religioni.

      Sarebbe anche da contestare la frase “le tre principali religioni”. Principali stabilite in base a cosa? Per popolazione no, perché la religione Ebraica è tra le più piccole. Per prestigio? Buddisti ed Induisti non sarebbero d’accordo.
      Insomma 4 allo scrittore e 3 all’editor. 😀

    • Che quesiti complessi. Cerco di interpretare «a favore». Crescere nel delta egiziano può voler dire crescere in una zona del mondo ricca di contaminazioni culturali e religiose. Come New York oggi, dove varie etnie e idee si confrontano e si fondono. I traffici e quindi le idee passavano da lì, non certo dalle tribù nate da Abramo, che hanno portato alle tre religioni monoteiste, ma non ai tempi dell’Antico Egitto. Se le ragazze di allora vivevano nel 1000-500 avanti Cristo non potevano conoscere nessuna delle tre religioni di oggi. Magari si riferisce a quella Greca e Romana, a quella Assira. Chissà. In che periodo storico è ambientato il romanzo?

      • Il romanzo (che si presenta come thriller storico) è ambientato nel 1944 e negli anni immediatamente seguenti. La ragazza (“cresciuta nel grande delta egiziano”) è una studiosa egiziana trentenne.

        Concordo sull’ipotesi delle contaminazioni culturali e religiose però, solitamente, quando si parla di “culla delle tre principali religioni”, la zona che viene in mente al lettore medio (e io sono tra questi, visto che non mi reputo un esperto) è proprio Gerusalemme e dintorni. Concordo anche sull’ipotesi di Tenar (alla quale ho risposto più sotto), però, essendo la frase un accenno e non un capitolo approfondito, ci si aspetta che il lettore, leggendo “culla delle tre religioni”, pensi alla Palestina, al massimo alla Mesopotamia. Non esattamente al delta del Nilo.

      • Pensavo fosse ambientato nell’Antico Egitto, ma se siamo nel 1944 allora non c’è storia, si tratta di una svista parecchio imbarazzante.

    • Grilloz

      Invece a me da l’idea che la risposta giusta sia proprio E, che l’autore abbia usato un’espressione che avrebbe dovuto essere tradotta con mezzaluna fertile, e il traduttore a travisato. In ogni caso quella frase introdotta dal che a me suona comunque infodump.

  8. Oh, bene. Risposta consolante. Anche io propendo per la C e spero di non dover virare sulla D (saprò dirlo a fine lettura).

    Comincio a pensare che l’editing (o meglio: l’editor) sia una specie in via di estinzione… però mi fermo qui perché credo di essere già andato fuori tema rispetto al post iniziale al quale tento di ricollegarmi chiedendomi che senso abbia rischiare di investire tot-mila euro per farsi fare un lavoro di editing con il rischio concreto di imbattersi in uno staff di principianti (credo che l’editor non lavori mai da solo…).

    • Dipende da dove va a parare il romanzo. Da archeologa devo far notare che secondo alcuni studiosi di religioni antiche il monoteismo è nato in Egitto, quanto il “faraone eretico” ha introdotto il culto di Aten, dio unico. Secondo altri anche l’ebraismo si è affinato (dopo un’origine presumibilmente mesopotamica) in realtà in Egitto e solo in un secondo momento si è spostato e radicato in Palestina. Oltre non mi addentro perché la storia delle religioni non è il mio campo e nel mio piccolo non sono d’accordo con questa teoria, che però esiste. Bisogna davvero vedere dove va a parare il romanzo. Una frase da sola può essere tante cose, da una svista a un errore fino a una presa di posizione.
      Ieri sono sobbalzata su un “le vestali di Giunone” in un romanzo storico ambientato nell’antica Roma, ma sono solo a pag. 20 e mi sembra prematuro gettarlo nel fuoco, anche se ho già invocato le fiamme di Vesta su autore ed editor per ribadire che la signora non è al servizio di nessun’altra divinità. Potrei comunque sbagliarmi io, magari in qualche autore antico l’espressione è attestata. (Credo che sugli errori nei romanzi storici farò un post…)

      • Le baccanti di Era? 😛

      • Approfondimento interessante. Ho provato a documentarmi prima di porre il quiz ma volutamente non ho approfondito troppo perché penso che scrivere “la culla delle tre principali religioni” sia un accenno per indicare brevemente una zona geografica e invitare il lettore a pensare “subito” a quella zona (favorendo quindi la sua immediata interpretazione del brano) senza dover andare ad approfondire oltre modo (perché ritengo che l’autore non si debba aspettare che il lettore vada ad approfondire, anche se io l’ho fatto…).

        Comunque non prendo questo pretesto (e nemmeno i tre errori di battitura già trovati…) per giudicare il romanzo e gettarlo nel fuoco.

        Sono clemente e ottimista… 😀

        E’ solo che, come dicevo poco sopra, ho l’impressione che l’editor sia una specie in via di estinzione (che lo si paghi o meno tot-mila euro…).

      • Marco Amato

        @Tenar
        Ah sei archeologa? Io adoro gli archeologi.
        Come ben sai qui in Sicilia siamo pieni di roba interessante.
        Sì concordo anch’io che l’Egitto è una tappa fondamentale dell’Ebraismo.
        Se il racconto biblico ha un minimo di storicità, gli Ebrei arrivano in Egitto con Giuseppe. Ripartiranno con Mosè. A Mosè è attribuito il Pentateuco, i primi cinque libri della Bibbia (attribuzione ormai poco credibile).
        Insomma la Bibbia stessa col suo popolo hanno una chiara impronta egiziana.
        Il problema però è la precisione del testo. Dire culla, significa nascita o primi passi.

  9. Grilloz

    Ma autori che sappiano scrivere un buon libro da soli non ne esistono più?
    No, non è una battuta, sì, l’editing serve, ma se l’editing si limita a rifiniture estetiche. Per chi ha letto On writing, ad un certo punto King mette un brano prima e dopo l’editing, e il mio parere da lettorucolo dopo la prima lettura è stato, ok, cosa c’è da sistemare qui? Poi sì, quando ho visto l’editing mi son detto, ok, sì, così è meglio. Ma editing o non editing quel brano già valeva.

    • Marco Amato

      Appunto King.
      Non credo che King subisca un editing ormai. Ha una esperienza di scrittura ineguagliabile. Quel brano di revisione l’ho attenzionato anch’io e mi son detto proprio la stessa cosa. 😀

      • Grilloz

        Io capisco che per uno scrittore possa essere frustrante non essere come King, però da lettore ti dico, chi se ne frega? A me basta che ci siano abbastanza autori come King 😀

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