Amore, felicità, parole

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Scrive Paolo Nori, in quel Manuale pratico di giornalismo disinformato che ho già avuto modo di citare, e sul quale torneremo in seguito più approfonditamente, dice che felicità e amore sono due parole che non ha mai usato nei suoi libri. E non le ha mai nemmeno pronunciate, se è vero che dalle parti sue, Casalecchio di Reno vicino Parma, per dire «sono stato felice» si dice a son stè ben e «ti amo», at voj ben.

Non so se la cosa sia vera. La letteratura è fiction, falsità assoluta, ma l’osservazione di Nori è interessante. Continua dicendo che per esprime i sentimenti nei suoi libri attinge le parole nel pozzo delle sue emozioni, e quando butta il secchio in quel pozzo, ecco che si riempie del linguaggio familiare con cui è cresciuto.

Non si tratta per noi poveracci scrittorucoli di riesumare un dialetto ormai del tutto sconosciuto, e francamente anacronistico. Credo che per lo più, a differenza degli autori del secolo scorso, siamo stati immersi fin dalla nascita nell’italiano, quindi rispetto a loro abbiamo una sola lingua per esprimerci. E questo se ci pensate bene è una chiara penalizzazione, un handicap profondo che non ci lascia scelta. Mi chiedo però se ora scriviamo tutti allo stesso modo, usando gli stessi termini; ma, soprattutto, usando le stesse parole che si leggono nei discorsi ufficiali, nei comunicati stampa  aziendali, in tutte quelle zone dei media dove è facile farsi capire da tutti parlando anche di sentimenti come se fossimo alle prese con la scrittura della lista della spesa: Amici, Uomini e donne, Il segreto, Un posto al sole, Forum. Ma anche i nostri blog: che ci piaccia o no, siamo anche noi parte del circolo barnum-mediatico della comunicazione spenta.

Qualche dubbio che i nuovi scrittori, specie in self ma non solo loro, scrivano in un italiano da media (nel senso del medium, più che della scuola) un po’ ce l’ho.

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13 commenti

Archiviato in Dove vanno le parole

13 risposte a “Amore, felicità, parole

  1. Non so. Io queste parole le uso, e non penso sia possibile ridurre l’efficacia e l’originalità narrativa solo a certe sottrazioni/sostituzioni. Bisogna vedere come si usano, come si abbinano.
    La frase: è arrivato l’amore, finalmente la felicità, è penosa, ma se ne possono creare di diversissime pur con felicità e amore.

    • Anch’io le uso, ovviamente. Mi chiedo però se ci sono parole affettive, di una lingua prelingua, che aiuterebbero la nostra prosa, le voci e i pensieri dei nostri personaggi a emergere nella loro unicità. Come parlano i personaggi: come presentatori di talk show? Opinionisti TV? In un italiano nato dal doppiaggio di film americani? O ci sono altre vie?

  2. A me pare un problema di sopramanico, questo. (Come tanti altri, ultimamente. Solo che è più semplice incolpare lo strumento)

    • Troppo criptico, che vuoi dire?

      • Che ci si focalizza troppo sulle parole. Ma le parole sono solo uno strumento. Felicità, amore, bene… chi se ne importa? Se Nori fosse *così* bravo, non avrebbe bisogno di pescare nel dialetto. Se noi fossimo bravi, non ci appiattiremmo sui media. Una frase non è brutta per colpa delle parole, ma solo per colpa di chi la scrive.

        La cosa peggiore è che questa sta diventando una prassi comune: è colpa del computer; della legge; di chissà cosa. Usare la testa, sopra e al di là degli strumenti?

      • Mi fai venire il dubbio che ho attribuito l’appiattimento ai social, alla tv. Spero di aver detto il contrario nel post: la colpa è nostra che ci appoggiamo alla lingua passiva dei social. Resteremmo responsabili della nostra mediocrità, anche se vincessimo lo Strega (che tra l’altro non vinciamo forse grazie anche questo limite). Ma ho anche molti dubbi sul fatto di esprimere un’opinione centrata, per questo chiedo il vostro parere. Esprimo delle perplessità, non sto sostenendo una tesi.

      • Infatti: la colpa è nostra.
        Io, invece, dicevo male di Nori: non ti salvi pescando in un serbatoio altro, per il solo fatto che sia altro. Potrà forse essere necessario, ma di certo non è sufficiente.

  3. Questo post e quello di Rivombrosa hanno la stessa matrice, o sbaglio?
    Ma per esempio, come dovrebbe scrivere una persona non da media?
    Poi, le parole amore, felicità, dolore, anche cuore, fornite dalla lingua italiana esprimono un concetto. Se io dico “ti amo con tutto il cuore” sono banale e parlo come in un dialogo da telenovela, ma ho preso un ebook che ho molto amato, “La tregua” di Mario Benedetti (non un autore qualsiasi) e ho contato 26 volte il termine “amore”, nessuno era fuori luogo e nemmeno da lista della spesa. Non demonizzerei, dunque, la singola parola, ma vedrei in che modo è usata.

    • I due post sono collegati, anche se provengono da letture occasionali, distanti e distinte tra di loro. Mi chiedo sempre come sto usando la lingua per trasmettere delle emozioni. Questa è una responsabilità dello scrittore: se la lingua è originale anche le emozioni saranno fresche; ma se uso una lingua mediana, che ha lo scopo di raggiungere più lettori possibili, anche le emozioni verranno narrate per sommi capi, si limiteranno alla superficie. Però potrei anche sbagliarmi, e le cose non stanno affatto così. Domani, per la cronaca, posto l’ultimo articolo su questo argomento, a formare un trittico di spunti diversi ma collegabili sulle responsabilità della prosa che usiamo. 🙂
      Sei quindi un’ottima investigatrice.

  4. La mia parola preferita è “apotropaico” che, non so perché, nei media non va di moda 😦
    In generale vorrei essere capita, quindi scrivo semplice, anche perché, in ultima istanza, io sono semplice e non avrebbe senso snaturarmi. Alla fine, credo conti questo: una prosa che sia aderente al suo autore e a ciò che racconta.

  5. FELICITA’ la parola dice LECITA -LICEITA’ quando tutto è nel LECITO si trova la FELICITA’ in quanto la PAROLA PARLA ORA parole celate in PAROLA ciaooo!!!!

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