Tramonto della scrittura

foto_tramonto

Terzo e ultimo post sul presunto decadimento della prosa contemporanea, complici tutti quei media in cui viviamo immersi e che con il loro linguaggio semplificato – mi verrebbe da aggiungere anche le slide di Renzi e di mia figlia a scuola – ci rendono più diretti, ma al contempo superficiali, sbrigativi, dozzinali nell’espressione. Dire tutto subito, nel modo più veloce ed efficace, come se dovessimo relazionare a un pubblico più che affascinare dei lettori, narrando loro un mondo complesso, ricco di sfumature e tensioni spesso irrisolvibili.

Se ieri e l’altro ieri ho pubblicato qualche riflessione generale da quattro soldi, insomma parole parole parole, oggi do spazio all’esempio, in modo che ognuno possa specchiarsi in una di queste due prose che seguono, quanto meno riflettere su dove posiziona la sua scrittura come autore e il suo gusto estetico come lettore. Un piccolo test letterario, poco più di un gioco, ma credo istruttivo.

Estrapolare un testo dal contesto, si sa, non è mai del tutto corretto. Perdonatemi però la forzatura che rende più evidente la diversità. Resta il fatto che uno scrittore quando sceglie una forma per narrare dovrebbe poi seguirla per tutta l’opera. Perciò questi due «micro romanzi» che vi cito, in un certo senso sono un esperimento «scientifico»: isoliamo tutte le altre variabili ed esaminiamo l’unica caratteristica rimasta.

L’oggetto dell’analisi è un tramonto, chissà quante volte anche noi nelle nostre storie abbiamo descritto un tramonto e quello che può significare. Eccone due esempi.

1. «Dalle nere case esalava ugualmente uno spirito di luce, qualcosa come una maligna e lurida sudorazione della luce interna che verticalmente si proiettava allo scontro con lo spiovere di un identico spettro di luce dallo sconquassato cielo».

2. «Dal dodicesimo piano, alle sette di sera, è tutto libero fino ai primi monti; oltre il pulviscolo delle borgate estreme, un tramonto scenografico stratifica il rosso».

Mi verrebbe da chiedervi quale delle due descrizioni preferite e perché; e a quale prosa vi sentite più affini. Non voglio influenzarvi, ma credo che nella letteratura contemporanea, quella che in fondo tutti noi stiamo provando a scrivere, il primo caso sia un’eccezione, forse addirittura un intralcio alla lettura. Voi che dite?

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22 commenti

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22 risposte a “Tramonto della scrittura

  1. Marco Amato

    Nel mio giudizio (per quel che tu chiami gioco), non mi piacciono entrambi.

    Lo so che occorre presunzione per stroncare F******o e un recente premio Strega.
    Non ho mai adorato e non credo che esistano mostri sacri da venerare e basta.
    Entrando nel merito.
    Nel primo estratto F. si lascia andare al barocco sfrenato, a una frase artefatta, troppo lunga da leggere e senza fiato. Il lettore alla fine del periodo non coglie. O continua senza aver colto l’emozione o deve rileggere. Entrambe due brutte cose.

    Nel secondo estratto, del signor premio Strega, scrittore famoso per la sua prosa incomprensibile e qui calmierata, abbiamo una descrizione più lineare, ma che tende a poeticizzare troppo la situazione.

    Alle due preferisco l’Ammanniti di Io non ho paura con: … ho guardato la collina del bambino. Era lontana, in fondo alla pianura, e il sole le tramontava accanto. Era un disco arancione che stingeva di rosa sulle nuvole e sul cielo.

    È evidente che il mio è un giudizio di semplice lettore. Lascio alla critica quel che è della critica. 😀

    • Sarebbe sbagliato lasciare alla critica il giudizio. Siamo lettori e abbiamo il diritto di criticare anche presunti mostri sacri. Entriamo però anche in gioco come creatori di prosa, in fondo stai scrivendo anche tu un libro, e dovrai giudicare le tue stesse parole prima di pubblicarle, anzi proprio per pubblicarle bene.

      Il post tende non a dare risposte e giudizi, ma a verificare come si sceglie di narrare. Trovo le tue osservazioni interessanti. Il primo tramonto è ostico, non arriva direttamente. Barocco, forse. Quindi artificioso? Mi sembra che ci sia del lavoro dietro, due luci che si incontrano. C’è voglia di narrare un disagio, non è un tramonto statico, né paesaggistico. Il secondo tramonto invece mi pare un esempio chiaro di una prosa sciatta: «tramonto scenografico», cioè uso nell’immagine della parola stessa che la definisce – ti metto la parola tramonto così capisci anche se sei distratto – con un’aggiunta di un aggettivo di quelli che si trovano nei dépliant turistici. Il lettore è contento perché capisce, ma passa oltre, per non dire sopra alle parole, non ne resta traccia.

      Hai fatto bene ad aggiungere a Fenoglio e Siti un altro tramonto. Se ne conoscete altri andrebbero citati…

      Anche Ammanniti però a ben guardare è della stessa famiglia di Siti. «Un disco arancione che stingeva di rosa sulla nuvole e sul cielo», è una di quelle frasi da cioccolatino Perugina. Provocatoriamente, siamo ormai lettori e scrittori da frasi Perugina?

      • Marco Amato

        Il periodo di Fenoglio è ricercato senza dubbio. Ma poco efficace per me. La similitudine con i due aggettivi credo sia il problema. Non rende proprio. Com’è la luce maligna e lurida?

        Come altro esempio posso citare:
        D’estate, i crepuscoli sono lunghi e tranquilli. Spesso la signorina Maudie ed io sedevamo in silenzio nel portico, a guardare il cielo che trascolorava dal giallo al rosa, mentre stormi di rondini passavano a volo radente sulle case. (Il buio oltre la siepe.)

        Come Ammanniti è da bacio Perugina? Io credo che il tentativo di questi scrittori sia trasmettere l’atmosfera.
        L’atmosfera di una scena (interno/esterno) può essere resa giocando sulle tre caratteriste sensoriali che noi lettori possiamo ricostruire con la nostra esperienza.
        Gli scrittori che sanno rendere la pagina sfruttano alla perfezione questi tre elementi che sono: la luce (e i colori), il suono e gli odori.
        In Ammanniti: “Era un disco arancione che stingeva di rosa sulle nuvole e sul cielo.”
        La frase è semplice, ma ci fa vedere il colore della luce. Noi siamo lì, col protagonista che sta guardando la collina sulla quale si trova il bambino prigioniero e il sole che le tramonta accanto. Abbiamo un’emozione da questo tramonto legato al buio che incombe sul mondo e sul bambino.

        In Harper Lee abbiamo invece la rievocazione di tanti momenti ripetitivi che però riscontriamo come nostri. E l’immagine risulta efficace proprio perché la scrittrice inserisce il suono (in questo caso l’assenza):
        “la signorina Maudie ed io sedevamo in silenzio nel portico”.
        E subito il colore: “il cielo che trascolorava dal giallo al rosa.”
        E infine l’immagine abusata delle rondini, che però è efficace perché stranamente facciamo caso agli stormi più al tramonto che in altri momenti della giornata. Nella nostra sensazione collettiva sembra che gli uccelli al tramonto si affrettino per andare a dormire.

        Ecco, a me piace questa prosa semplice, eppure ricca di immagini che evocano sensazioni precise. Da lettore vedi e senti che sei lì, in mezzo alla scena, dentro la storia.

      • Ragionare sulle parole è sempre una buona cosa per chi vuole cimentarsi con la scrittura. Sulla luce maligna e lurida abbiamo due approcci differenti. Tu ti chiedi giustamente com’è, io mi domando invece perché.

        Maligna e lurida perché giunge dall’uomo, quindi non è pura, ed è frutto di fatica, di lavoro, perciò lurida. Il fatto che una luce che sale dalla terra, dalle case, artificiale si scontri con quella che scende da un cielo non azzurro o limpido, che sarebbe banale, ma sconquassato trovo che sia una descrizione non edulcorata, non per piacere a un pubblico. Da dove sto scrivendo, poi, purtroppo le rondini volano solo nei libri, qui siamo soffocati dall’asfalto bollente di Milano… magari fossimo in un tramonto da campagna americana. 😦

        In fatto di tramonti, più esistenziali che da cartolina, abbiamo Dante:

        Era già l’ora che volge il disio
        ai navicanti e ‘ntenerisce il core
        lo dì c’han detto ai dolci amici addio;

        e che lo novo peregrin d’amore
        punge, se ode squilla di lontano
        che paia il giorno pianger che si more;

        Nessun riferimento al cielo.

        🙂

  2. Posso? A me non piace nessuno dei due. Il secondo è contumace: che vuol dire “scenografico”? Se devo immaginarmi il tramonto allora poi mi invento pure la storia e mi risparmio i soldi del libro.
    Il primo, invece, è troppo carico: di aggettivi e di metafore, come piume sulle scaglie di un serpente. Va bene il ritmo lento, però così è troppo.

    Allora te ne suggerisco un terzo: non è un tramonto, perché non ho avuto il tempo di trovartelo, però credo si capisca comunque.

    «C’è qualcosa di indicibilmente toccante nella nostra natura, quando d’improvviso, all’apparire della primavera, mostra tutta la sua potenza, tutte le energie donatele dal cielo, si adorna, si agghinda, si colora di fiori…»

    • Sull’aggettivo scenografico siamo in accordo…

      • Ma sul resto no 🙂

        Tu dici che in Fenoglio si vede la voglia di narrare un disagio. Io dico che, quantomeno, è tutto troppo compresso. Il pezzo che ho messo io viene da “Le notti bianche”; subito dopo paragona la primavera pietroburghese al volto di una ragazza, forse malata, che per un istante ha uno sguardo da far innamorare. Ma ci impiega una pagina, il vecchio Fëdor.
        Magari anche il vecchio Beppe, dopo, ci mette una pagina per spiegare il suo tramonto e io non lo so; rimane il fatto che quelle due righe mi sembrano talmente costipate che mi fan venire voglia di saltarle.

      • La considerazione che possiamo fare, fino a questo punto, è che nessuno di noi tre si ritrova né come lettore né come scrittore in una prosa classica. Barocca, costipata, difficile: possiamo definirla in tanti modi, ma il risultato non cambia. Da editor oggi bocceremmo uno scrittore come Fenoglio. Mi sento solo di dire che la descrizione del suo tramonto si allontana dall’immagine della banalità di un tramonto, e lo fa volutamente (anche se non possiamo comprenderne la ragione dal solo passo citato). Siamo però critici anche con i contemporanei, sfruttano figure usurate, mediocri. Classici no perché ormai troppo distanti (i classici si leggono per cultura, ma non per farne un modello); la prosa moderna risulta invece omologata e trasversale a tutte le comunicazioni (dalla pubblicità al post, dallo storytelling aziendale alla fiction televisiva). In mezzo noi che scriviamo, o presumiamo di scrivere, diversamente da entrambi. Che letteratura abbiamo in mente? Quella di Michele, Helgaldo, Marco slegate tra di loro e da tutti?

  3. Fenoglio. No, non scriverei come lui, sebbene mi piaccia lo stile ricco e corposo, questa metafora del tramonto mi sembra strabordante. La lingua mi si attorciglia mentre leggo : cASE- ESAlava, luriDA suDOrazione. SContro, SPiovere, SPettro SConquassato. Sembra tutto un rincorrersi di gruppi di consonanti e sillabe, un eccessivo ricorso a figure retoriche.
    E in più mi costringerei a rileggere il periodo per entrare dentro il pensiero dell’autore perché così, a una prima lettura, non lo capisco: scontro con lo spiovere di un identico spettro di luce dallo sconquassato cielo. Ma che significa?

    Veniamo a Siti: un tramonto scenografico stratifica il rosso. Sono parole che vogliono colpire, ma l’aggettivo “scenografico” mi suona poco elegante, anche un po’ grezzo. Fra le due prose, questa è meno ampollosa, ma ugualmente poco efficace.

    Non ho esempi da fare, ma sono sicura di avere letto metafore sul tramonti e albe durante le mie letture e forse qualcuna persino apprezzabile.
    Ma se invece si dicesse semplicemente “tramonto”?
    Parliamo tanto di prosa semplice e diretta, perché descrivere qualcosa che in sé provoca già una sensazione?
    “La luce, al tramonto, è un antidoto contro la stanchezza” e amen!

    • La luce, al tramonto, è un antidoto contro la stanchezza. Questa non è male. Mi ricorda il logorio della vita moderna, un Cynar… cioè un classico. 😀

      • Allora, chiedi un esercizio: rendere al meglio il concetto di tramonto.
        Segnatela per l’autunno, però, che in estate in pochi hanno voglia di muovere le idee: già ci pensa il caldo a scioglierle! 😉

      • Per carità, vi ho già tediato abbastanza con queste fisime.

      • Pensaci, se no si potrebbe chiedere a Miscarparo di ospitare una nuova rubrica: una parola a settimana da “raccontare” con un limite di battute.
        Chi? Chi ti ha fatto sentire tedioso e con le fisime, che gliene dico quattro! 😛

  4. Ho notato che ci sono due generi di scrittori alle prime armi. Quello che ricama sulle parole e non gli importa quello che dice e quello che si preoccupa di quello che dice senza curare la forma. Poi si capisce e si cerca di imparare che in una storia ci vuole equilibrio. Nonostante penso di far parte del secondo gruppo, dovendo scegliere, opterei per il primo tramonto, perché vorrei trovare la possibilità di leggerlo a diversi livelli. Il primo è troppo semplice.

  5. Io temo di essere troppo narratrice e troppo poco scrittrice per entrare nel merito. Dipende da come il tramonto si incastra nella narrazione. Le descrizioni che ricordo con amore sono quelle perfette per quel momento, per quella storia. Per un tramonto, non si devono limitare a dire che il sole sta scendendo, ma che sta scendendo in quel particolare momento, su quei personaggi, in quello stato d’animo. Il primo tramonto va sicuramente più in questa direzione del secondo, ma temo che domani non li ricorderò entrambi. Mi manca la storia intorno.

  6. iara R.M.

    Condivido molte delle opinioni già scritte. Anche a me, non piacciono nessuna delle due. La prima è complessa e l’emozione non mi arriva. La seconda, affida al termine “scenografico” tutta l’evocazione del momento; mi sembra dire: il tramonto immaginalo un po’ come vuoi.
    Preferisco le descrizioni da baci perugina di Marco Amato. La considerazione di Tenar sull’essenzialità di ricondurre la descrizione al momento di quella storia. Sono d’accordo con Marina quando scrive che la semplicità di una parola, può essere più efficace di un inutile giro di parole.
    E’ bellissima la descrizione della primavera citata da Michele.
    E insomma, sono molto preoccupata della banalità della mia scrittura.

  7. (Per non farmi influenzare, non ho letto i commenti altrui: quindi mi scuso per eventuali “ripetizioni”).

    Onestamente, non mi convince nessuna delle due versioni. La prima la trovo troppo artificiosa. La seconda la trovo un pochino banale.
    E’ anche vero (volendo spezzare una lancia a favore di entrambe) che l’estrapolazione dal testo originale provoca inevitabilmente una perdita di “efficacia”. Comunque, se dovessi essere costretto a scegliere, opterei per la seconda. Il motivo non c’è: semplicemente scelgo la meno peggio… 😀

    • Caro Dariush, sei stato saggio a non leggere i vari pareri. Il senso del post non chiedeva tanto quale fosse il brano migliore (appartengono a due scrittori ugualmente importanti), ma se la nostra scrittura si avvicina più a l’uno o all’altro modo di scrivere. La prima è sicuramente letteraria in senso stretto, l’altra è un ibrido che secondo me oggi è vincente, perché dà meno problemi alla lettura. Il vantaggio di arrivare a tutti con immediatezza paga però il dazio di esprimere concetti più stereotipati, con il pericolo di trasformarsi in pseudo Moccia o Volo senza nemmeno averne la consapevolezza.

      • Ma dimmi una cosa: a te davvero piace la versione di Fenoglio? C’è la voglia di narrare un disagio, ma c’è riuscito secondo te? Va bene, non dobbiamo scrivere come Moccia e sono d’accordo, ma la scrittura è un po’ come un abito che inevitabilmente segue i tempi: nell”800 si usavano sbuffi, cerchi e merletti, nel ‘900 gonne lunghe con orli alle caviglie, nel 2000 si va con spacchi inguinali. Chi scrive oggi non può adottare la prosa di uno scrittore del secolo scorso, sarebbe anacronistico, originale, forse, ma anche ridicolo, non so…
        Ho detto una cavolata?
        Il fatto è che io mi interrogo ogni giorno sul mio modo di scrivere e vorrei trovare quello giusto per non sembrare un’ ampollosa scrittrice contemporanea, ma nemmeno una che va spiccia con le parole.

      • Non dici mai cavolate, ci mancherebbe. Casomai le dico io, infatti ho infarcito i miei commenti di forse, perché non sono per nulla bravo a sostenere una parte a discapito dell’altra.

        Credo però che una delle responsabilità di uno scrittore che non sia di genere (Clive Cassler ormai fa scrivere ad altri le trame che lui imposta, e quindi non è interessato allo stile) consista nel lavorare anche sulle parole per raggiungere un certo effetto. Non si tratta di scrivere come Fenoglio o Manzoni o Gadda. Come dici tu, sarebbe anacronistico e ridicolo. Ma dalla lettura di Fenoglio, Manzoni o Gadda credo che ognuno di noi possa trarre indicazioni su come dovrebbe lavorare, su quello che dovrebbe ricercare scrivendo.

        Nella seconda frase, «tramonto scenografico» è una scelta lessicale da guida turistica, da spot pubblicitario (cioè è un cliclé, come la bionda fatale al cinema – è così che mi dipingono, dice Jessica Rabbit): questa prosa non ha nulla da insegnarmi, non è letteratura. Il pulviscolo poi mi ricorda gli allarmi per le polvere sottili, i particolati, di cui si parla a intermittenza sui giornali, specie d’inverno. La frase, per la mia sensibilità, è infarcita di parole che vengono soprattutto da un linguaggio cronachistico mediocre e pigro. Quel tramonto non rimanda a nulla, è solo ornamento sulla pagina.

        La prima frase al contrario è per me ricca di inciampi, quindi di difficoltà, voluti. Se torno a rileggerla, dopo una lettura veloce dove non ho capito nulla, scopro che la luce esala perché è uno spirito; e che le nere case esprimono qualcosa di più che case nere. Dalle nere case esala una luce (che penso sia chiara, forse gialla, forse tremolante). Quindi ora, e solo ora, vedo che nella parte inferiore la scena è popolata da sagome indistinte e nere di palazzi, già immersi nella sera. Delle case c’è solo la silhoette, una sagoma nera, ma dagli occhi maligni e luridi dovuti alla luce interna. Una luce (artificiale) che si proietta (come un guerriero) allo scontro con un altro spettro (quindi un altro spirito, questo non elettrico, ma del tutto naturale) che spiove (come pioggia) da uno sconquassato cielo. Sconquassato come suono mi ricorda dei tuoni lontani. E spiove perciò si collega come senso con sconquassato.

        Dirai che mi drogo e forse è vero. Ma anche Fenoglio poteva scrivere «tramonto scenografico» e tirare dritto. E invece dice che scrivere è una fatica nera (probabilmente questo aggettivo lo usa per molte immagini). E mi costringe a fermarmi, rallentare, tornare indietro, leggere attentamente le parole. Fenoglio è letteratura, e può non piacere, ma resta. Siti è editoria e piace, ma non so se resterà.

        Ovvio che non voglio scrivere come loro due. Ma uno mi arricchisce, l’altro mi intrattiene.

      • Sì, è vero, però, e parlo in generale perché non è un pregiudizio che ho nei tuoi confronti, Fenoglio può permettersi di “dare lezioni” di letteratura perché il tempo ha restituito l’eco della sua opera ed è considerato un classico. Tu adesso immagina l’esordiente di turno che fa un lavoro mentale del genere per descrivere un fenomeno naturale come un tramonto: gli editori gli correrebbero dietro, ma per dargliele! E il lettore non direbbe: “beh, lo ha scritto Fenoglio”
        Comunque, ho capito perfettamente il tuo discorso e lo trovo giusto: l’importanza delle parole è tale solo se diventa importanza di sensazioni e se ci sono solo parole che si incastrano bene ma sono vuote di significato, a nulla vale averle usate con tanta convinzione per fare della buona prosa che sia anche buona letteratura.

      • Effettivamente mi sono fermato alla prima domanda, alla quale viene da rispondere più in veste di lettore che di scrittore.

        In tutta onestà ti dirò che alla seconda domanda (prosa più affine), alla quale bisognerebbe rispondere più in veste di scrittore, non saprei cosa dire. Vuoi perché non mi sento affine a nessuno dei due (anche per mancanza di talento da parte mia, nessun problema a riconoscerlo…), vuoi perché penso di avere uno stile completamente diverso.

        P.S.: noto che le mie due risposte alle due domande del post (da lettore e da scrittore) non sono tanto distanti…

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