Squarciare il velo

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Voglio raccontarvi un fatterello nato apposta per finire sui giornali di provincia e che invece ho letto su un quotidiano nazionale, fatterello che come altri insignificanti accadimenti della vita mi costringe a qualche osservazione sulla diversa percezione della realtà che differenzia uno scrittore da tutti gli altri uomini.

Prima però il fatto, poi la differente percezione dello stesso.

Questo è il testo di una lettera inviata da un mittente a un destinatario: «Inviamo la presente per comunicarti che non rientri più nei quadri tecnici della nostra Società in vista della prossima stagione 2016/2017». Il mittente è una squadra di calcio, il destinatario un giocatore della rosa. Ma non si tratta di Higuain, passato dal Napoli alla Juventus in queste ore per 90 e più milioni.

In realtà la lettera di licenziamento è stata inviata da una squadra dilettantistica di calcio a un bambino di dieci anni, che da due militava tra i suoi pulcini. Giustamente scandalo.

La madre, infatti, non si è rassegnata a vedere in lacrime suo figlio e ha portato a conoscenza della stampa questo modo malato di intendere i valori dello sport. Parte quindi una denuncia agli organi sportivi competenti affinché qualcuno vigili sui più piccoli.

Intervistata dalla giornalista che si occupa del caso, la madre premurosa e combattiva afferma che la società si era già mossa allo stesso modo in passato per altri pulcini e questa cosa non le era piaciuta, «ma finché non toccano tuo figlio non ti mobiliti. Ora mi rendo conto che avremmo dovuto dire qualcosa già in quelle occasioni».
Altri genitori non coinvolti non hanno mostrato la solidarietà che la mamma invece si sarebbe aspettata. E questo rende la vicenda ancora più amara.

Di qui c’è la società sportiva con le sue logiche aberranti. Di là una madre a difesa di una sana educazione sportiva per il suo ragazzo. Se ora siete di quelli che pensano che abbia ragione la squadra a fare quel che ha fatto, mi dispiace, ma non potete fare gli scrittori, al massimo i procuratori di calcio. Se pensate invece che sia la madre dalla parte degli offesi, mi dispiace, ma non potete fare gli scrittori, al massimo potete fare i giudici e condannare la società al risarcimento morale della vittima.

Uno scrittore però non è affatto interessato ad amministrare la giustizia, e non ha paura di giungere al fondo della verità squarciando il velo che nasconde la realtà, soprattutto quando essa è squallida. Solo lui, in quanto scrittore, è vero uomo. Solo lui può puntare il dito su una madre disumana perché interessata alla difesa di un bambino solo quando si tratta di suo figlio. Uno scrittore non ha bisogno di avere un figlio per difendere un bambino, né di essere toccato dal cancro per raccontare il cancro, né di restare disoccupato per interessarsi di chi è senza lavoro.

Gli altri potranno essere qualcosa nella vita, ma uno scrittore per potersi definire tale, lui deve essere tutto. O è tutto, o è tutto meno che uno scrittore.

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20 commenti

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20 risposte a “Squarciare il velo

  1. Ho letto la lettera e pensato che:
    mi spiace per il bimbo;
    mia mamma mi avrebbe detto di non farla tanto lunga;
    in un ipotetico romanzo ci sarebbe il finale scontato per cui il bimbo diventerà un campione;
    in un ipotetico romanzo meno scontato il bambino scopre grazie a quella lettera un nuovo hobby che sostituisce il calcio e lì diventa un campione di qualcosa di diverso che lo terrà lontano dalle veline!

  2. Sì, ricordo quando ho parlato con il probabile futuro allenatore di mio figlio.
    – Qui si plasmano gli uomini di domani, bimbi che non si scoraggiano. Ragazzini che maltrattati dal Mister si tirano su, arrotolando i calzoncini e le maniche corte, insanguinano gomiti e ginocchia, slogano caviglie nel tentativo di diventare i campioni del futuro! –
    – Faccia quello che le pare, ma non ci tocchi il fine settimana. – dico io.
    – Le partite sono il sabato e la domenica. –
    – Tesoro, che ne dici se continui a giocare a Pokemon? –
    Ok, lo ammetto sono una madre degenere. 😉

  3. Questa vicenda mi ha lasciato contrito. Ma al di là della vicenda, non mi trovo propriamente d’accordo. Uno scrittore non può essere tutto. O meglio: può cimentarsi ad essere tutto ma le vicende che gli riuscirà meglio raccontare saranno senza dubbio le vicende vissute. E ancora: ci sono vicende che si possono immaginare agevolmente senza viverle in prima persona. Altre no.
    Hai ragione a dire che non è necessario avere un figlio per difendere un bambino. Ma ti potrebbe riuscire facile difendere un bambino perché comunque sei stato figlio e sai cosa si prova in certe situazioni.
    Diverso è dire che uno scrittore non ha bisogno di essere toccato dal cancro per raccontare il cancro. Uno scrittore si può cimentare a raccontarlo anche senza esserci passato, è vero. E magari gli riuscirà pure bene. Ma ho la netta sensazione che gli riuscirebbe ancora meglio se lo provasse sulla propria pelle.

    • Caro Darius, la questione è malamente trattata nel mio post, lo ammetto, e non sono riuscito a spiegarla come avrei voluto. Per me la differenza tra chi è scrittore e chi non lo è sta nel compatire il mondo. Compatire, in senso etimologico significa provar dolore del male altrui. La madre che vede l’ingiustizia solo quando l’ingiustizia tocca la sua prole non prova vero dolore per gli altri ma solo per se stessa, e non può dare nulla al mondo. Anzi, con il suo comportamento non fa che confermare che è dalla parte dell’abuso. Chi vuole scrivere deve essere malato terminale, disadattato cronico, donna stuprata, emarginato disperato e altre mille vite che chiedono di poter parlare. Poi si può scrivere anche solo di fantascienza, ma se la scrittura non è il pretesto per far vedere ai lettori le ordinarie follie del mondo e quelli che sono costretti a subirle ogni giorno, perché tanta necessità di scrivere e di raccontare?

  4. tizianabalestro

    Da giornalista non puoi guardare i sentimentalismi.
    Tolti i panni di scrittore, puoi valutare chi ha ragione, chi no.
    Sinceramente mi lascia con un secco “no comment”.
    Direi che sono schifata dalla poca umanità e solidarietà che ci circonda.
    Tasto dolente come genitori.
    Semplice per chi decide chi è “in”, chi è “out”.

  5. A parte gli scherzi.
    Sono abbastanza d’accordo con Darius: perché un personaggio sia credibile ci deve essere qualcosa di noi.
    Però, penso che anche Helgaldo abbia ragione. Ad esempio: se uno ha vissuto un disagio qualsiasi, lo può tramutare in una storia dove questo disagio diventa un cancro, anche se è perfettamente in salute. Possiamo parlare anche di un bambino che ha subito un torto da un allenatore di calcio, anche se siamo femmine e del calcio non ci importa, perché vogliamo trasmettere il concetto di una sensazione di fallimento che abbiamo provato in una determinata occasione e ci viene l’idea che parlando di calcio possiamo riuscire a trasmetterla con più efficacia. Credo che in questo senso gli scrittori possano parlare di tutto.

  6. Grilloz

    Tralascio ogni commento sul fatto di cronaca, e mi soffermo invece sull’interessante considerazione sulla natura dello scrittore. Lo scrittore deve andare a fondo, svelare la realtà, ed è proprio sotto quel velo che si nasconde la parte interessante della storia. Uno scrittore potrebbe ad esempio scoprire che la madre in realtà non è interessata per nulla alle sofferenze del figlio, ma all’ingaggio che la società sportiva aveva promesso se il figlio fosse passato in prima squadra, e scoprirebbe che il ragazzino non è per nulla disperato, deluso, forse un po’, ma lui voleva fare danza classica, cosa che gli è sempre stata negata perché è un maschio, e verrebbe a sapere dei traffici di influenze che si muovono nell’ombra dietro le società dilettantistiche: come mai il figlio del sindaco è stato preso pur non sapendo tirare un calcio al pallone? E poi scoprirebbe… insomma porterebbe alla luce la storia, che quella storia sia reala o verosimile o di pura fantasia poco importa.
    E poi lo scrittore deve essere capacee di “sentire” gli altri, vivere le vite dei suoi personaggi, provarne gioie e sofferenze.
    Si può dire che lo scrittore deve essere dotato di empatia clinica? Ovvero della capacità di provare le emozioni dei suoi personaggi, ma allo stesso tempo capace di analizzare quelle emozioni in modo clinico?

    • tizianabalestro

      Quello che penso anch’io.
      Lo scrittore ha il ruolo di ricercare la verità nella notizia, mentre l’uomo (non scrittore) più farsi l’idea e commentare o farsi paladino di una o l’altra campana. Ho scritto “no comment” perché non vorrei commentare il gesto o la presa di posizione dei genitori. Tu hai messo il punto sul ruolo di chi scrive. Anche se alcune cose lasciano perplesse, non solo questo fatto, ma in generale. Noto una società poco incline al dialogo, sempre in continua competizione.

    • Sposo la seconda parte del tuo intervento, in più ci aggiungo la risposta a Darius, che potrebbe interessarti perché è in linea con quanto scrivi, che poi è il senso del post. Ti dirò di più: mi è venuto in mente Il quarto stato di Pellizza da Volpedo. Il pittore era figlio di proprietari terrieri, eppure prova empatia clinica per questi diseredati al punto da immortalarli con una precisione e una drammaticità tale che è diventato un classico, perché è una scena che racconta tante cose universali.

    • Stavo per commentare alla stessa maniera.
      La madre che un paio di mesi prima gioiva per l’esclusione di due ragazzini incapaci, valorizzando invece la permanenza del proprio figlio in squadra. E questa volta l’esclusione colpisce proprio lei, perché quell’allenatore non ci ha mai capito niente. Il ragazzino pensa che finalmente lo lasceranno suonare il violino in pace 😉
      Storie ordinarie anche del vicino campetto parrocchiale.
      Che poi… se vuoi dargli dei valori etici a un bambino, il calcio è l’ultimo degli sport!

      • tizianabalestro

        Gioire per l’esclusione di altri compagni di tuo figlio è veramente senza commento.
        Sul calcio poi, per me è lo sport più competitivo e maleducato che ci sia.Almeno per esperienza di mamme vicine a me).
        Una madre un giorno mi raccontò , mentre eravamo in palestra guardando i nostri rispettivi figli che giocavano a basket (sport eccezionale) ,che portò via il figlio dopo che l’allenatore li incitava a dársele se necessario per prendere la palla all’altro ragazzo (anzi bambino, perché l’età è quella.)
        Non contento, per marcare il concetto di bullo da campo , bestemmie e quant’altro dell’allenatore che poi i bimbi assorbivano come spugne ripetendole a sua volta. Ora, sarà un caso isolato, ma quando guardiamo i calciatori, spesso sono sleali, se le danno.I tifosi idem non brillano come persone seguaci sani di una squadra. Quanti fatti di cronaca lo affermano?
        Un cestista non è così, idem per chi segue una partita di pallacanestro. Tutti composti, tutti leali.

      • Il vero problema sono gli adulti, bisognerebbe educarli…

      • tizianabalestro

        Lo penso anch’io.
        Gli adulti da soli non capiscono niente, ed è stancante per i bambini dover sempre spiegare tutto. (cap. I, p. 9 “Il piccolo principe”):)

      • Pensavo proprio a quella frase quando ho scritto il commento.

      • tizianabalestro

        Bello, direi. Sentire o pensare allo stessa modo. O provare lo stesso con la frase che pensiamo. Quasi empatico.
        Sono abbastanza empatica ( a volte è un bene, a volte un male), però così è (se vi pare).

  7. tizianabalestro

    Ok. 😉

  8. Lasciando da parte il fatto di cronaca, la difficoltà dello scrittore, secondo me è che per caratterizzare dei buoni personaggi, anche se secondari o sgradevoli, deve in qualche modo viverli. Essere, in questo caso, sia ragazzino, che mamma che allenatore. Poi ovvio che uno sarà protagonista, sarà suo il punto di vista, magari, e lì c’è una scelta, anche di campo, dell’autore, ma per far muovere bene il bieco allenatore senza scrupoli deve trovarlo dentro di sé.

  9. Simona C.

    Il bravo scrittore racconta, come il bravo attore interpreta, ruoli che non ha necessariamente vissuto, ma nei quali si cala grazie a sensibilità e immaginazione fino a renderli perfettamente credibili.

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