Servire le parole giuste

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Ecco l’incipit di Eragon di Christopher Paolini:

Il vento ululava nella notte, portando con sé un odore che avrebbe cambiato il mondo. Uno Spettro, alto e flessuoso, alzò la testa per fiutare l’aria; aveva sembianze umane ma i suoi capelli erano cremisi e gli occhi rossi come braci incandescenti.

(Se capelli e occhi dello Spettro hanno lo stesso colore – rosso acceso –, un aggettivo è di troppo. Ma Paolini non rinuncia a una scelta lessicale ricercata: i capelli dello Spettro sono cremisi. È una parola usata per impressionare il lettore e raggiungere perfettamente il suo scopo. Da notare come prima e dopo, le scelte siano improntate alla semplicità. Di fatti che cosa può fare il vento di notte se non ululare? E anche il paragone con cui si chiude la seconda frase è molto scontato: gli occhi rossi come braci incandescenti).

Luca Ricci

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33 commenti

Archiviato in Arti e mestieri

33 risposte a “Servire le parole giuste

  1. Avrà venduto a carrettate, ma è loffio. Tanto loffio.

    Ancora una volta a riprova (e non ne sentivo il bisogno) che la sceneggiatura vince sulla psicologia dei personaggi e sulla qualità della lingua.

  2. Giochiamo un po’…

    Il mugghio del vento portò con sé un odore nuovo: l’odore di una mattina di sole di primavera, di novità inattese, di voglia di cambiare – se non il mondo – almeno la propria vita. Uno Spettro, alto e flessuoso, alzò la testa fiutando l’aria con uno sibilo sordo; da lontano si sarebbe potuto scambiare per uno straniero qualsiasi ma, da vicino, era impossibile non accorgersi dei capelli cremisi e delle iridi di fuoco.

    Meglio? Peggio? Uguale?

    • No, è un’altra scrittura. La tua è da scrittore di qualità che non vende. L’altra, ma è una provocazione, è quella dei King, dei Grisham, dei Cornwell, cioè dei best seller.

    • Per me meglio!
      Dai, gli occhi rossi come braci incandescenti e i capelli cremisi?
      Ma io non me lo figuro uno spettro con i capelli cremisi, non è solo un aggettivo ridondante, è proprio un aggettivo brutto.
      Modestissimo inutilissimo parere.

    • Ti direi diverso Michele, quello di Paolini mi pare più inquietante.
      L’odore di una mattina di sole di primavera diciamo che al contrario mi rassicura.
      Riguardo la scrittura, mi pare che tu voglia interagire maggiormente con il lettore, in cerca di empatia.
      Mi piace il tuo, ma anche su quello di Paolini, non ci sputerei sopra.
      Se vogliamo esere pignoli, direi che cremisi tende più al fuxia che al rosso. 😉

      • Per carità: Paolini vende, io no. E, come dice la rosea, chi fa gol ha sempre ragione.

        Però ognuno ha la propria estetica e la mia si ribella un po’. Usciamo quindi dalle mie boutade e parliamo seriamente, tipo “Circolo Pickwick”.
        La cosa che più rimprovero a Paolini, in quelle quattro righe, è la sciatteria. Lui aveva 15 anni e quindi è stato comunque bravissimo, però il testo è quello che è e prescinde dall’autore: quando spendo 20 euro per un libro, per il mio portafogli vale proprio 20 euro e non ho uno sconto sull’età dello scrivente.
        Il vento che ulula è banale. L’odore che “cambia il mondo” è il massimo del “tell, don’t show”. Gli “occhi di bragia”, dopo il 1300, non sono più un colpo di genio. L’unico tentativo di venir fuori da un frullato di cose già lette è quel “cremisi”, come a fare vedere che si conoscono anche parole un po’ meno che comuni.
        Certo, bisognerebbe leggere il testo originale perché magari il traduttore c’ha messo del suo. Però rimango dell’idea che il testo sia sciatto.

  3. Paolini ha pubblicato il romanzo a pagamento e l’ha distribuito molto bene grazie ai soldi genitoriali, poi è stato notato da un editore, o qualcosa del genere.

    • È così (basta dare uno sguardo a wikipedia).

      Per carità: lui a 15 anni scriveva un libro e io… ehm, sorvoliamo sulle mie attività puberali. Però venderne qualche milione sposta la cosa a un altro livello: ammiro il 15enne ma biasimo tutti gli altri. Possibile che non si potesse fare di meglio? Un lavoro analogo, con una lingua analoga, che probabilità ha di essere pubblicato (e qui tornano le tue considerazioni sulla botta di c.)?

  4. Voglio una maglietta con la frase di Michele “la sceneggiatura vince sulla psicologia dei personaggi e sulla qualità della lingua.”
    Confucio non l’avrebbe detto meglio.

  5. Ancora, ancora…

    Chiunque l’avesse visto da lontano avrebbe pensato a uno sventurato preda delle fiamme; lo spettacolo, esaltato dalla notte e dal rombo del vento impetuoso, sarebbe stato affascinante quanto terribile. Osservato da vicino, invece, sarebbe stata la paura a farla da padrone: lo Spettro, occhi e capelli fiammeggianti, aveva alzato la testa per fiutare l’aria, finendo per sembrare ancora più alto di quanto già non fosse. Aveva annusato sibilando, conscio dell’odore che si nascondeva delle raffiche. Un odore particolare, giunto prima di quanto si aspettasse. Sapeva che annunciava guai: il cambiamento stava arrivando a gran velocità.

  6. Ah. Uhm.
    A me questo incipit piace molto. Quindi sono loffia e da bestseller.
    Ops.

    Che Michele abbia della genialità lo si sa, anche se non vende bestseller. Peccato che non lo faccia.

  7. Però però… c’è il però dell’età dell’autore. Facile criticare, la prima io, un ragazzo di 15 anni che scrive una storia. Ma a quell’età io scrivevo “caro diario, oggi L. mi ha baciato per la prima volta!”, non il primo volume di una saga.
    Che poi il libro abbia fatto il botto conta, certo, (soprattutto un numero nutrito di invidiosi), ma resta un fatto: scrivere in quel modo a 40 anni significa volere essere lontano dal successo, farlo a 15 cercarne uno. E Paolini lo ha trovato.

    • Infatti: su di lui niente da dire, se non: “invidia”. Però quando vendi un libro ne hai fatto un prodotto, che è indipendente da chi l’ha scritto. Se un bimbo di 5 anni è capace di fare un disegno con la prospettiva possiamo dire che è un genio, ma di certo da Christie’s non lo battono a qualche milione di dollari, no?
      Che Paolini cercasse un successo va bene; che lo abbia trovato in quel frangente buon per lui ma rimane il fatto che, imho, il prodotto “Eragon” poteva essere migliore. La colpa è dell’editore, mica di Paolini.

      • Forse proprio l’editore o il pubblico hanno premiato proprio l’intraprendenza/fantasia/genialità/ (come possiamo chiamarla?) di questo quindicenne!
        Non lo so, mi sembra che questo cambi la prospettiva.
        Bisognerebbe vedere, semmai, se le ultime produzioni, frutto, immagino, di una maturità anche letteraria raggiunta dall’autore, siano migliori o se siano rimaste ferme alla scrittura di allora. In quest’ultimo caso, qualche domanda verrebbe spontanea. Forse anche qualche risposta!

      • Non è però detto Marina che la scrittura vada perfezionata per scrivere best seller. Proprio perché non si muove da questo livello è gradita dai lettori, quindi anche dagli editori. Questo è il modo corretto di scrivere i best seller.

    • Anche tu hai ragione, ottimo spunto.

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