The box

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Se per sventura da piccoli un incidente vi ha segnato la guancia con una cicatrice, da quel giorno qualsiasi cosa facciate nella vita una parte del vostro cervello dovrà fare i conti con il vostro aspetto esteriore cambiato in modo indelebile.

Il racconto breve che vi propongo oggi per il Circolo Pickwick è stato per me, dalla prima volta che l’ho letto, il mio racconto-cicatrice, quello che ha cambiato in modo definitivo la mai percezione della lettura e soprattutto della scrittura. Da quella breve lettura giovanile, ogni volta che scrivo un qualsiasi pensiero, che si tratti di fiction o di un semplice post, una parte del mio cervello rimette in moto le sensazioni che quel racconto ha provocato in me e che diventano lo standard in cui specchiarmi per garantirmi una buona prosa. Mi capita di leggere un romanzo che appena riposto è già finito nel dimenticatoio. Al contrario, The box di Richard Matheson, non so perché, è invece stampato a fuoco nella mia memoria letteraria.

Si tratta di un racconto di fantascienza, o almeno nell’antologia in cui lo incrociai rientrava in questo genere letterario.
Il titolo della traduzione era Il pulsante, a mio avviso più efficace dell’originale inglese. Anche se non amate questo genere di narrazione non abbiate ritrosia a leggerlo perché di fantascienza ne contiene poca. È ricco invece di dialogo, anzi al novantanove per cento è costituito da dialogo. Un dialogo dinamico ed essenziale. Quando i dialoghi presentano queste caratteristiche di solito si pensa a Hemingway. Invece si può rubare molto anche dalla tecnica di Matheson.

Se già non lo conoscete – in realtà il racconto è famoso – The box (Il pulsante) lo trovate qui. Leggerlo o rileggerlo è sempre una buona lezione di lettura e di scrittura. Buon divertimento.

 

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34 commenti

Archiviato in Leggere

34 risposte a “The box

  1. Non entro nel merito del racconto che proponi perché non ne ho il tempo, almeno per ora. Invece mi interessa il discorso sul “racconto cicatrice”. Ne ho sentito parlare anche da altre persone: alcune volte è un racconto, altre un romanzo, altre ancora un autore. A me, finora, non è mai capitato di imbattermi in un autore (o romanzo, racconto, ecc.) che abbia contribuito significativamente a cambiare il mio rapporto con la scrittura/lettura. Ho incrociato autori che amo (Dostoevskij, Harper Lee, ecc.), ma io sono rimasto sempre lo stesso. Quindi mi domando: ma sarà vero che una lettura – quella giusta al momento giusto – può cambiarti la vita? Io non so rispondere, tu hai sicuramente più esperienza di me, ma ci spero sempre. 🙂

    • La figura della cicatrice mi è venuta per caso. Non ho mai sentito l’espressione prima di averla formulata oggi. Resta il fatto che quella lettura minima, e oggi forse datata, aveva allora tutti i requisiti per entrare a forza nella mia memoria letteraria e modificare la mia sensibilità allo scritto. Quando dici «questo è il romanzo, è il racconto che avrei voluto scrivere io», in qualche modo poni un confronto valido per le tue produzioni future che si scontrano con la lettura appena conclusa. Per qualcuno Dostoevskij o Harper Lee hanno segnato uno spartiacque, per te no. Una lettura non può cambiarti la vita, ma può mandare in crisi positiva la tua scrittura. Dovrebbe farlo. Non è neppure detto che questo avvenga a livello conscio. Ma sicuramente anche tu hai svoltato a dei bivi che hai preso in base a letture precedentemente fatte.

  2. Letto. E sinceramente, a parte la suspense ben gestita (per cui il lettore vuole sapere che c’è nella scatola e continua a leggere), sono rimasta delusa da un finale scontato. Ma, e questo è peggio, mi fa incazzare che ancora una volta la serpe in seno debba essere una moglie, una donna.
    Come se solo loro fossero degli esseri volubili e senza coscienza. Scuso l’autore solo perché immagino che negli anni ’50 era questa l’idea…
    Il dialogo è ben gestito, peccato che se non mi piace la storia, non mi resta molto.
    Al contrario, mi è capitato di leggere un estratto di un racconto lungo dove mi ha colpito, male, la mancanza estrema del dialogo, ridotto all’osso. Tanto che il racconto, senza dialogo, mi sembrava un eccesso di “infodump” (ma anche questo è un concetto vago…)

  3. iara R.M.

    Appena ho un pochino di calma lo leggo. Sono proprio contenta! 😃

  4. Le donne, per natura, sono più curiose, ma qui mi pare che ci sia il desiderio della moglie di risolvere ben altri problemi, come quello di avere dei figli così tanto desiderati e di affidarsi a una cosa tanto assurda come extrema ratio: in un momento di esasperazione tutto può assolvere al ruolo di strumento risolutivo.
    In realtà, dal primo momento in cui ho letto il funzionamento del congegno, ho pensato a quella fine lì, mi è subito sembrata la più ovvia.
    Fantastico quello che fa la donna dopo la telefonata (ma non lo specifico per non fare spoiler)

    Posso chiederti qual è lo standard cui ti riferisci, nel quale ti specchi per favorire una buona prosa?

  5. Ambientazione, finale a sorpresa, suspense: classico racconto anni ’50, di quelli che andavano su Astounding Science-Fiction. Di racconti così, ne ho svariati metri lineari di libreria.
    La cosa più interessante sarebbe fare il ragionamento e ritroso e capire perché abbia tanto colpito l’Helgaldo imberbe. Di tutto il racconto, ad ogni modo, la cosa che salverei è il dispositivo drammatico, come lo chiama l’Anfuso.

  6. Ora non dovete pensare che abbia chissà quale verità sullo scritto. Però in quel racconto ho colto un aspetto che fino ad allora mi era sfuggita pur negli svariati metri lineari di libreria letti in precedenza. Ed è un po’ quello che avete osservato tutti. Barbara parla di finale scontato, che poi è la fine ovvia che si aspettava Marina. Credo invece che dati due personaggi e un meccanismo, il finale proposto non sia scontato, ma coerente. Un racconto, più che un romanzo, è un po’ come un’equazione: alla fine tutto deve tornare ed essere logico in quel piccolo mondo che si è costruito. Proprio nella coerenza sta la bellezza e la precisione di un racconto breve.

    Trovo che l’errore più grossolano che ricorre nei racconti che leggo in rete sia la voglia di giungere a finali il più possibile sorprendenti, quasi che un finale coerente sia di per sé sbagliato e indice di scarsa creatività dell’autore. Per me è il contrario. Trovo che il finale, in molti racconti non solo sia sorprendente ma addirittura strambo e a volte ridicolo. Pensiamo a tutti gli altri racconti che si sono susseguiti nel Circolo Pickwick: hanno in comune, mi sembra, proprio la coerenza, date le premesse. Si può anche discutere quale sia il finale del racconto. Perché abbiamo almeno due possibili interpretazioni, una minore l’altra maggiore.

    Per intendere meglio il concetto di coerenza pensate se Renzo e Lucia poi non si sposano, se Pinocchio alla fine diventa un gatto, se Romeo e Giulietta vivono felici e contenti. Possiamo dire che il finale che invece conosciamo non sia valido solo perché era quello ovvio?

    • Confrontare un racconto con un romanzo non mi sembra onesto. Che Renzo e Lucia si sposino alla fine non sembra così scontato durante la lettura, viste tutte le traversie patite, non ultimo il ritrovarla nel lazzaretto.
      Pinocchio è per i bambini, entra in gioco la morale. Romeo e Giulietta… eh, l’avrei voluto vedere il caro William se scrivendo un solo “e vissero felici e contenti” sarebbe arrivato fino ai posteri!!
      Comunque, di finali se ne possono architettare in ogni dove: il marito preso dalla rabbia preme il pulsante per primo e chi muore? forse davvero uno sconosciuto, e magari si renderanno conto che vivere con i soldi ma con la coscienza sporca è più difficile, per chi non ne ha l’indole… o scopriranno di poterlo fare benissimo; oppure di nascosto l’uno dall’altro premono il pulsante e chi muore? il figlio che stava tornando a casa per le feste dal college, per dire (ma anche questa mi sembra ovvia, poi); magari insieme decidono di premere il pulsante e chi muore? tutti e due, “pensavate davvero di conoscervi a fondo?” Il problema è che il finale si intuisce già su quel “qualcuno che non conoscete” e sul fatto che tale “ingordigia” debba essere punita (come se lo scrittore volesse fare il moralista). E quindi non può che risolversi così.
      Peccato che di pulsanti ne vengono premuti ogni giorno, anche per molto meno di un milione di dollari… e la gente semplicemente non ci pensa.

      • Gli esempi dei romanzi servivano per far capire che anche loro, come i racconti, sono soggetti a una logica interna, pur nella diversa lunghezza e possibilità espressiva. La Provvidenza, che veglia su Renzo e Lucia, sarebbe sconfitta se alla fine non si giungesse al matrimonio. Tutta l’impalcatura di Manzoni diventerebbe incoerente. Pinocchio racconta ai bambini, quindi il lieto fine pedagogico è necessario, altrimenti non è più una favola (per quanto nera). Romeo e Giulietta è una tragedia e lo spettatore lo sa ancor prima che i personaggi entrino in scena. Quindi è la coerenza, e non il sorprendere (il sorprendere è necessario nel mezzo della storia) che dà “il giusto” finale alle storie. Nei romanzi è più difficile vedere questi meccanismi, perciò ho pensato a una serie di racconti brevi, dove si vede più facilmente perché funzionano o non funzionano. Questo può servirci per tutte le volte che siamo incerti sul nostro finale inedito.

        Il marito preso dalla rabbia che preme il pulsante non sarebbe coerente con le premesse che lui stesso indica. Sarebbe un burattino in mano all’autore. Se muore uno sconosciuto non lo possiamo sapere all’interno di questo racconto. Per vivere nel rimorso occorre uno sviluppo troppo lungo in uno spazio così ridotto di pagine, varrebbe invece per un romanzo come indica Michele. Se muoiono entrambi perdiamo la frase finale detta a uno dei due (morirebbero senza aver appreso nessuna lezione). Tutte le tue soluzioni, sia chiaro, sono possibili esattamente come quella pubblicata: occorre però, per renderle coerenti che i personaggi sviluppino un altro tipo di dialogo, dialogo coerente rispetto al nuovo finale che proponi. Quindi il fulcro è sempre la coerenza.

        Interessante poi la tua considerazione finale: che i pulsanti vengano premuti tutti i giorni è il sottotesto del racconto. E’ proprio questo che sta dicendo la moglie all’uomo. Cosa vuoi che sia un pulsante in più o in meno? Perché proprio noi dovremmo ora avere degli scrupoli, se poi muore un bambino denutrito dall’altra parte del mondo? Trovo quindi che il racconto dica di più del suo finale.

      • Non sono convinta.
        Nel senso: se non l’avessi letto qui, con i commenti a supporto, ma l’avessi letto altrove, avrei sinceramente detto “ma che cacat….?!”
        Non è intrattenimento, per me, perché si capisce il finale. Non mi lascia niente, perché che ognuno non conosce né l’altro (e nemmeno sé stesso, aggiungerei io) è tema già affrontato, di cui si può sempre scrivere, ma almeno inserendo qualcosina in più. Che ogni giorno si clicchi su pulsanti inconsapevoli delle loro conseguenze, anche…
        L’unica spiegazione che mi riesco a dare è del contestualizzare il racconto nell’epoca in cui è stato scritto: 1950, dopoguerra americano, boom economico, super potenza mondiale, libertà su tutto e tutti…ma a quale prezzo? Forse, all’epoca, il racconto lasciava il segno.

      • Barbara, dobbiamo intenderci. Se propongo un racconto, tra infiniti racconti che sono stati scritti, non è perché ritengo che sai un capolavoro di editoria, ma perché penso possa contenere elementi ricorrenti che ci aiutano a svelare i motivi per cui una storia funziona o no. Se scrivessimo, come dici tu, cagate così troveremmo più facilmente editori disposti a pubblicarle. Invece scriviamo capolavori incomprensibili, che gli editori non se li filano. Poi si potrà dire che l’editoria pubblica solo cagate. 🙂

        Però The box è diventato un film nel 2009, e hanno investito in questa storia 30 milioni di dollari. Qualche spunto buono l’avrà dato questo raccontino per arrivare a tanto. Spunto buono anche per i nostri tempi. Tempi ricchi di pulsanti che influenzano scelte globali.

      • Ci hanno fatto un film portando il racconto a romanzo, però! Allargando personaggi e inserendo la componente aliena, che fa esperimenti psicologici sul genere umano, come diceva iara RM, e sono gli stessi alieni a forzare la decisione. Capisci bene che è tutt’altra cosa.
        Interessante poi leggere che “Il film si basa sul racconto Button, Button, scritto da Richard Matheson nel 1970 a sua volta tratto dal racconto fantastico Il mandarino scritto nel 1880 da José Maria Eça de Queiroz.”
        Di cui poi trovo: “L’imprevedibile avventura di un tranquillo impiegato di Lisbona che, suonando un campanello piovuto dal nulla, provoca la morte di un Mandarino cinese, ereditandone così le immense ricchezze.”
        Come sarà stato scritto nel 1880?

      • Però bisogna stare attenti a non confondere il dito con la Luna: se fosse come hai detto tu, allora potrebbero prendere le cagate che scrivo io (certificate d.o.p.) e, con l’aggiunta di un 30 milioni di dollari, farle diventare un film.
        E invece non lo fanno, ‘sti maledetti, che gliele regalerei pure: perché?

      • Primo, perché gli americani sono molto patriottici (per non dire chiusi) e investono solo sul loro materiale.
        Secondo, lo sceneggiatore era curioso di vedere se ampliando la storia, rendeva meglio?
        E comunque, non è andata bene: Incasso Totale Italia: € 1.474.000 Incasso Totale Usa: $ 15.046.000 I 30 milioni di dollari non li hanno coperti.

      • E allora potevano darli a me: era meglio per tutti. D’ora in avanti sarò Michael Shoemaker.

      • Il racconto era entrato nella serie tv Ai confini della realtà, adatto come lunghezza per quel format. La citazione cinematografica serviva per dire che ha avuto un discreto successo se ha ispirato cinema e tv. Difficile pensare che una storia impalpabile arrivi così in alto. Forse contiene elementi che hanno interessato editori, produttori, registi.

        Ma giriamo la frittata, per rendere interessante la discussione. Hai detto che non è interessante per te perché si capisce il finale. Presumo che cerchi di scrivere storie dove il finale lasci ammirato e spiazzato il lettore. È quindi questo il tuo intento quando scrivi, giungere a un finale inaspettato per il lettore? E se questo è uno degli elementi che danno valore a una storia, ci indichi qualche finale di questo tipo?

      • Eh eh caro Helgaldo, io non sono uno scrittore, io sono uno scribacchino.
        Non cerco finali spiazzanti, cerco storie non scontate, che sebbene dal genere posso pensare che termineranno in un dato modo (s’è mai visto un rosa che termina male? …”Io prima di te” infatti non lo leggo, me ne tengo alla larga… o s’è mai visto un giallo dove non venga trovato il colpevole? se non è una serie…) non me lo fanno presagire al primo capoverso.
        Probabilmente sono più lettore da libri che da racconti. Ergo, scribacchio solo “scene” di un romanzo. Il finale è una cosa complessa, certo, ce n’è più di qualcuno che mi ha rovinato tutto il libro! Ma non è che il mio giudizio sui finali debba essere sottovalutato dalla mia capacità di scrivere finali…
        Non mi piacciono le frittate, ma le strapazzate quelle sì.

      • Non ti ho chiesto di scrivere un finale, ma di segnalarcene qualcuno. Portare esempi concreti arricchisce la discussione. Dall’esempio si ricava sempre un giudizio, da un giudizio invece non si ricava mai un esempio. Magari poi te ne viene in mente qualcuno letto in passato e che varrebbe la pena segnalare.

      • Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank di King, appena letto. Che definiscono racconto, ma a lunghezza è quasi un romanzo. Parte con una frase che ti lascia lì, di come un carcerato ha fatto entrare Rita Hayworth nel carcere di Shawshank. E tu continui a leggere pensando “impossibile!”. Narra varie vicende, ben scritte, non si capisce dove vuole arrivare, mai. A metà, si scopre che [SPOILER] Rita Hayworth è solo in poster, non in persona, ma ormai il racconto ti ha preso e arrivi alla fine, che ovvia non è (ci sono quelle che King chiama “risonanze” ma niente che faccia presagire gli eventi), seppure, secondo quanto dici, è la sola possibile (evasione/uscita sulla parola).

      • Giusto per far comprendere a tutti a cosa ti riferisci: è il racconto da cui è stato tratto Le ali della libertà.

    • E infatti la cosa migliore del racconto è il dispositivo drammatico.

  7. iara R.M.

    Sinceramente, a me il racconto è piaciuto. Non tanto per l’impatto inaspettato del finale, quanto per l’aspetto psicologico che mi sembra centrale nella storia e io adoro le trame che indagano la psiche umana. Non trovo banale la risoluzione del conflitto della donna, anzi, ritengo che per tutti sarebbe stato più semplice e conveniente scartare l’eventualità di quella scelta. Mi è sembrata una provocazione rivolta a tutti, nonostante il ruolo della “cattiva” sia stato affidato a una donna. Anche i dialoghi mi sono piaciuti. Li ho trovati molto naturali. La battuta finale, mi è parso voler dare un ulteriore spunto di riflessione… Non sempre conosciamo chi ci è vicino. A volte, non conosciamo bene neanche noi stessi. Ecco. Volendo immaginare un finale diverso, io avrei fatto morire proprio la signora Lewis.

    • Se ho proposto questo racconto è per le ragioni che hai indicato tu. Dico anche, altro spunto per riflettere, che il finale a me pare l’incipit, cioè il motore del racconto stesso. La sentenza finale dell’ometto, che è un ometto senza nessuna caratterizzazione fino a un attimo prima, in realtà diventa il giudice implacabile per la donna, giudice che emette la condanna definitiva e inappellabile, ricordiamoci che c’è di mezzo un omicidio.
      Ma chi è il vero colpevole?

      Quella frase per me è la prima che è stata concepita e poi il racconto è stato costruito tutto a ritroso. Da qui la coerenza che spiegavo prima.

      • In effetti questi racconti si scrivono proprio così, a ritroso. Essendo un racconto (limitato cioè il lunghezza) poteva finire solo così. Se fosse stato più lungo (un romanzo, magari) io avrei fatto premere il bottone alla donna, lasciandola macerare nel rimorso per un qualche centinaio di pagine. Più le cose sarebbero andate bene, con quel milione di dollari, peggio lei sarebbe stata. Magari fino al suicidio, perché siamo davvero sicuri di conoscerci davvero?

      • iara R.M.

        La tua domanda: ma chi è il vero colpevole? Mi ha fatto venire in mente un test/giochino (uno tra i tanti) che veniva fatto tra gli studenti di psicologia, dove appunto c’era un omicidio e vari personaggi che potevano essere ritenuti più o meno responsabili a seconda della personale opinione. La soluzione, era piuttosto semplice o anche banale. La colpa è solo esclusivamente di chi compie il delitto.

      • Questa riflessione, partendo dal gioco psicologico, ha un potenziale narrativo interessante, per quanto banale, anzi proprio perché banale.

  8. Però, secondo me, un finale coerente è diverso da un finale scontato. Coerenza non significa aspettarsi che una storia finisca in un dato modo, ma verificare che, date certe premesse, lo svolgimento porti a una certa conclusione. La prevedibilità è intuire subito dove andrà a parare la storia. In questo racconto, la coerenza sta nel portare la donna a lasciarsi vincere dalla curiosità e a schiacciare il pulsante, qualcuno dunque morirà (coerenza della costruzione), ma chi? non è detto che dovesse essere per forza il marito, come nota Barbara. Anzi la storia che destabilizza (e lascia le cicatrici), a mio avviso, è proprio quella che ti fa pensare una cosa e poi, senza lasciare il terreno della coerenza, alla fine ti sorprende. Io, invece, nella contrapposizione netta tra la la moglie più possibilista e il marito coscienzioso, ho subito visto la brutta fine che avrebbe fatto quest’ultimo.

    • Hai ragione. Considera che però abbiamo solo due personaggi, speculari. Il marito fa una brutta fine, e lo sai già. Ed è lei che l’uccide, e lo sai già: ma quello che ancora non sai è il perché fino a che l’omino non te lo svela per telefono. Una volta che però lo dichiara, non puoi che accettare il fatto. Lo accetta la donna e nello stesso istante lo accetti tu che leggi.

  9. Simona C.

    Io sto con Matheson. Alcuni motivi sono già nei vostri commenti, altri si trovano in una regione “ai confini della realtà”.
    A lasciarmi una cicatrice letteraria più profonda, però, è stato un altro scrittore abitante di quella regione: Ray Bradbury.

    • Bene Simo. Ma ora devi dirmi perché stai con Matheson in questo racconto. Bradbury, dovrei trovare qualcosa per un prossimo Pickwick, racconto breve, però. Hai qualche idea da suggerirmi?

      • Simona C.

        C’è un racconto particolare di Bradbury che potresti usare, mi pare che il titolo in italiano fosse “Sorrisi grandi come l’estate”. Ricordo bene il racconto, ma non sono sicura del titolo, appena lo ritrovo tra le varie raccolte, te lo segnalo.
        Sto con Matheson perché ha compresso abilmente più di un tema molto ampio in poche precise frasi e battute che poi riesplodono alla dimensione naturale nelle riflessioni del lettore.

  10. Marco Amato

    Invece io capisco bene l’effetto cicatrice di cui parli. E in qualche modo, anche se non ragazzino avverto anch’io i principi della cicatrice. Io provai questo effetto quando da adolescente bramoso di rispose sul mondo e la vita lessi Leonardo Sciascia. La cicatrice fu così profonda che feci diventare quell’autore il mio padre spirituale.

    Il racconto non lo conoscevo, ma è parecchio interessante (o cicatrizzante).
    Il dispositivo drammatico c’è tutto, ma è la potenza del conflitto che qui assume i toni delle necessità umane. Un semplice pulsante, una situazione paradossale e quasi incredula, scatena il conflitto interno nella donna.
    La verità, i desideri, le necessità morali, il riscatto sociale (perché lavorare se posso premere un pulsante?). L’estraniamento. Il dolore della morte è dolore solo se mi tocca da vicino. E lo vediamo nelle differenze fra un attentato in Francia o in una zona remota.
    Perché è qui il grande dilemma che da lettori/uomini ci poniamo tutti. Se in fondo basta schiacciare un pulsante, perché non farlo.

    Di contraltare, come ai margini, ma prepotente, si staglia la figura del marito. E’ estraneo all’oggetto. E’ insensibile al mistero, al fascino, alle potenzialità e al mutamento di vita.

    Marito e moglie che nella quotidianità apparentemente sono affiatati, in realtà rappresentano uno spartiacque netto. La distanza abissale che in molte coppie copre l’apparente velo di quotidinità che viene chiamato amore.
    Lui sa ciò che va fatto, senza pensarci, nemmeno un po’.
    Questa dicotomia è straniante. La un lato i dubbi atroci smossi dai desideri, dalle voglie di vita che battono sui giorni sempre grigi e uguali (il viaggio in Europa), dall’altro la serenità di chi sa come devono andare le cose nel mondo.

    Il finale in tal senso non è poi così scontato, perché moltiplica il sapore della beffa del destino. Quel che incombe, l’ineluttabile come punizione delle nostre azioni. Quasi che desiderare di più in una società che tende a livellare, sia moralmente sbagliato, oltre che fatale.
    Insomma, c’è di che ferirsi in questa storia, per una bella cicatrice.

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