Di poesia e video hard

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Una 31enne l’altro ieri si è suicidata perché non reggeva più all’idea di essere derisa sui social per un video hard che la vedeva protagonista più di un anno fa, e condiviso incautamente con cinque «amici» per motivi personali, uno dei quali ha però pensato di rilanciarlo in rete, rendendolo virale in pochi giorni. Da allora, una ragazza anonima si è trovata al centro dei social e della notizia e tutti i tentativi che ha fatto anche a livello legale per rimuovere la sua immagine e il suo nome da internet non sono bastati. Ha dovuto prima cambiare città e poi identità per non essere riconosciuta. La sua fama però l’ha braccata ovunque, neanche fosse Belen in persona. Qualcuno aveva persino ipotizzato che fosse un lancio mediatico di una nuova pornostar. Purtroppo si trattava invece solo di un atto giovanile, incauto ma innocuo, di una ragazza come tante che non è riuscita a sottrarsi a una fama involontaria, fama che l’ha infine distrutta sotto il peso del meccanismo social che una volta creato è inarrestabile. Anche la notizia della sua morte non ha interrotto l’ironia e le parodie in qualche parte della rete dove la compassione ha lasciato da tempo il posto alla crudeltà.
C’è da chiedersi se la rete non sia maschilista e violenta, e nient’altro.

Sempre l’altro ieri sulle colonne di Repubblica Natalia Aspesi denunciava la violenza verbale che ha subito nei giorni scorsi sui social per avere scritto «incautamente» che non ha mai letto la poesia A Zacinto di Ugo Foscolo. I foscoliani si sono subito scatenati verbalmente in tutto il loro splendore contro la scrittrice coprendola di insulti.
Ieri è intervenuto, sempre su Repubblica, uno dei più famosi studiosi del poeta di Zante, per giustificare l’ovvio: non si può leggere tutto ciò che è stato scritto e questo non dà il diritto di attaccare con violenza chi non conosce una singola poesia, e non è comunque reo di nulla. Sarebbe stato forse più efficace limitarsi all’ultima esternazione di Umberto Eco, la rete è il luogo dell’imbecillità, che sintetizza il concetto senza bisogno di sofisticate difese d’ufficio che scateneranno altre pagine web. Non credo comunque che l’Aspesi non sappia difendersi da sola dalla gogna dei social. Anche qui c’è da chiedersi se la rete non sia maschilista e violenta, e nient’altro.

Se chi legge la poesia e chi guarda i video hard agisce poi nello stesso modo sui social, con violenza e intransigenza, mi domando dove stia mai la superiorità culturale che dovrebbe nascere dagli amati libri. Credo che le due notizie social dell’altro ieri si tocchino. Quelli anti Aspesi, scrittrice e giornalista nota e che sa difendersi, sono gli stessi anti 31enne, ragazza anonima e che non può difendersi. Poesia e video hard a braccetto. Alto e basso insieme. Sempre e comunque al ribasso social.

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17 commenti

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17 risposte a “Di poesia e video hard

  1. Credo che gli utenti dei due casi siano spinti da motivazioni diverse.
    Nel caso della ragazza suicida è la stupidità e l’ignoranza il motore della condivisione del video e della derisione. Lei ha compiuto la leggerezza di fidarsi di alcuni “amici”, ma tutti quelli che hanno condiviso il video dopo hanno commesso un reato, diffamazione, punibile per legge. Perché la rete è un luogo pubblico e in rete nessuno è anonimo. Ergo, tutti coloro che hanno condiviso o deriso quel video sono punibili. I problemi sono due: sono talmente stupidi da non rendersene conto (potrebbero invocare l’insanità mentale?), la giustizia italiana (e tutto il sistema governativo) sono indietro millenni sul fronte internet, ci sono poche risorse in campo ed è difficile che vengano puniti tutti. Ma qualcuno pagherà. Qualcuno sentirà un dlin dlon a casa e riceverà quanto meno una multa, magari il triplo dell’incassato con la pubblicità sul video. I colossi non pagheranno: né i social che sono privi di assistenza (sai quante segnalazioni inevase ho all’attivo io?) né la stampa che aveva preso alla leggera il caso (gravissimo errore).

    Ps: il maschilismo non c’entra niente. Sono convinta che molti commenti feroci arrivino anche da donne. Mi è capitato spesso di leggere in rete il “se l’è cercata” proprio dal pubblico femminile.
    Sul secondo caso credo c’entri di più la concorrenza e l’invidia. E’ una giornalista, quindi di sicuro c’è qualche aspirante giornalista non arrivato che si sentirà defraudato del posto. E l’invidia. Questa signora scrive su un giornale senza aver letto Foscolo! Vorrei interrogare ognuno dei commentatori per vedere il loro livello di conoscenza… E data la vastità di poesia e letteratura, avranno sicuramente tralasciato altro d’importante per Foscolo, no? C’è anche l’altra faccia della medaglia (che suona come un “se l’è cercata”): non conosco la giornalista, ma leggo che negli anni ha fatto parte di un particolare universo politico-culturale, e che abbia espresso una superiorità di taluni rispetto agli altri. Quelli che sono stati considerati “inferiori” devono essersene risentiti. Certo, non hanno usato gli stessi toni…

    • Il web mescola tutti: cretini, intellettuali, provocatori, gente che ne fa buon uso, gente che lo sfrutta con ignoranza. Sui social ti imbatti in un universo di umanità che sai come schivare se vuoi prenderne le distanze, ma di cui puoi diventare inconsapevole vittima se non sei accorto. La povera ragazza che non ha retto alla cattiveria di un gioco altrui, al di là della sua condotta errata, se lo è, ha peccato forse di troppa ingenuità (mi guarderei bene dall’espormi in un certo modo sapendo quali insulse abitudini circolano fra molti giovani, ma questo sa tanto di “te la sei andata a cercare”, dunque fai conto che sia solo un mio pensiero), ma la Aspesi non è una sprovveduta, è una scrittrice, una giornalista, vuoi che non conosca bene certi meccanismi che si attivano in rete sol che un personaggio pubblico apra la bocca? Secondo me lei ha buttato al vento una provocazione sapendo che sarebbe stata acchiappata al volo e ha solo raccolto la soddisfazione di verificare tutta l’ignoranza e la violenza striscianti nel web.
      Poi si sa che, nei social, va a braccetto di tutto.

      • Rispondendo a Barbara includo anche a te per alcune riflessioni da sviluppare insieme. Potrebbero interessarti per un eventuale futuro tema di sviluppare in un romanzo.

    • Quando affronto argomenti come questi non li considero mai dal punto di vista giornalistico o sociologico. Poiché qui si parla di scrittura gli spunti sono sempre narrativi, o vicini alla letteratura. Perché dico che è maschilismo anche se i giudizi arrivano da donne? Perché Facebook, il più grande social network, nasce per stabilire in origine tra due ragazze quale fosse la più bella e inserirle in una classifica. Un divertimento, nulla più. Ma un divertimento assolutamente maschile. L’origine influenza più di quel che credi gli sviluppi successivi. Oggi Facebook è una piattaforma che serve a ben altri scopi, ma il germe sta in quel desiderio: scegliere la ragazza più attraente. Se al posto della bella ragazza che si è suicidata ci fosse stato un bel ragazzo, i commenti di uomini e donne sarebbero stati improntati all’approvazione, non al dileggio. I video sarebbero stati considerati un trionfo, qualcosa da vantare in società e da guardare, con ammirazione, anche da parte femminile. La gente applaude ai Rocco Siffredi, ma una ragazza che si fa riprendere in situazioni osé è indegna per definizione. Quindi anche la derisione, l’offesa pesante, è accettabile. Se l’è meritata, appunto. Non importa chi pronuncia la frase: una frase del genere per me viene sempre dal mondo maschile, anche se la pronuncia la più dolce delle donne.

      Notizia dell’ultima ora. Ci sono quattro indagati, non c’è nulla di virtuale, ora. Una ragazza è morta e non si può tornare indietro. Al Tg delle 13 hanno parlato del caso di cyberbullismo che coinvolge oggi la figlia di Michael Jackson, in lacrime su Instagram per le violenze verbali ricevute. Ha già tentato il suicidio, e ha appena 18 anni. Un’altra donna al centro dei social. Con una donna è molto più facile essere violenti anche in rete. Questo potrebbe interessare qualcuno di voi scrittori? Spero di sì. 🙂

      • Tutti i fatti del giorno possono essere spunti per un romanzo 😉
        D’accordo che Facebook è nato così, ma per fortuna le tecnologie cambiano a seconda dell’uso che se ne fa. Ci sono ancora i marpioni che usano il social per procacciare (ogni tanto ricevo pure io un “Ciao sei fantastica!” da qualche sconosciuto…e mi chiedo cosa ha bevuto), però ci sono anche tante persone che lo utilizzano in maniera positiva, per fare gruppo attorno ad un dato interesse, per sostegno, condivisione di valori buoni (non solo di video sconci). La cattiveria c’è dagli albori dei tempi, l’abbiamo spostata dalle tavolette scolpite alla tastiera.

        Io sono jacksoniana. Il caso di Paris Jackson è conosciuto da tempo (non vedo ultim’ora in merito, quindi credo si riferiscano a quelle vecchie del 2013). Su di lei si sono riversati certi rancori che erano destinati al padre che, volutamente, rifuggiva la stampa (i social non erano ancora esplosi). La sua è un’eredità davvero ingombrante (con tanto di causa in tribunale per affidamento e gestione del patrimonio). Ci sono gli altri due figli, maschi, ma molto diversi nel carattere. Perché, al di là di maschio e femmina, ci sono anche caratteri più sensibili ai giudizi esterni.

        Però… non ho mai inserito la tecnologia in un racconto né è la prima cosa che mi frulla in testa, anzi. E’ l’ultima. Il mio non essere nativo digitale fa sì che per me sia un mezzo, nemmeno tanto necessario.

      • Hai ragione, ma chi progetta le tecnologie le pensa per un utente medio. Che élite utilizzino i social per scopi più produttivi è un fatto. Ma è sul miliardo che schiaccia sul pulsante like che si progettano queste piattaforme. E la chiacchiera senza freni, la stupidità estrema è ammessa, tollerata, indotta.

        Non c’è nulla di tecnologico poi in tutto questo. Ma orde barbare a cui è permesso l’insulto. Anche Orwell non conosceva la tecnologia, e 1984 racconta il nostro presente. Proprio perché non sei nativa digitale sei nella situazione ideale per sviluppare grandi temi umani.

      • Qualsiasi sia il motivo per cui una ragazza fa quel che fa, di fronte alla tragedia di un suicidio dire “se l’è meritato” significa infierire su una persona che non può più dire la sua.
        Sì, è vero, i maschi esibiscono le loro prodezze, le femmine il loro squallore. Ma è per sentirsi all’altezza di maschi così che le femmine, certe volte, scendono al loro stesso livello e io mi pongo mille domande.
        Una storia? Non saprei scriverla, un’impresa titanica per me: sarebbe infarcita di giudizi che involontariamente darei, il mio sguardo non sarebbe equidistante, mi bloccherei di fronte al momento del dramma.
        Non fa per me.

      • Attenzione Marina, l’invito non è mai quello di raccontare una vicenda privata vera. Ma di utilizzare lo spunto potenzialmente interessante: la diffusione rapida e incontrollabile di fatti che dovrebbero restare privati. Si può anche costruire storie leggera denunciando un potere mediatico che prende le nostre vite, le diffonde a livello collettivo e il tutto senza chiederci il permesso. E poi il problema è sempre il sesso. Ripeto: Zuckerberg aveva creato il suo primo programma a scuola non per postare gattini e pensierini, ma per classificare le ragazze.

      • Così è diverso, certo.

  2. Marco Amato

    Pochi giorni fa, anche da te segnalavo che manipoli di scrittori rampanti e mediocri (ci provino con me e gli scateno la terza guerra mondiale) si dilettano al pestaggio sociale di colleghi che arrivano al grande editore o anche contro scrittrici la cui semplice colpa semmai è mostrare la propria fragilità.
    Io chiamo una simile cosa “pestaggio sociale”, bullismo mi pare riduttivo.
    Quindi il problema dei social non è soltanto riservato agli ignoranti (riduttivamente detti) ma riguarda anche persone istruite, che potenzialmente hanno letto quei sacrosanti libri che si ritiene migliorino l’uomo.
    Quel che accade sotto ai nostri occhi e ci inorridisce, in realtà non è una nuova dimensione. Ricordiamo il bigottismo che infarcisce buona parte delle religioni, le dicerie di paese, l’occhio sociale che ha sempre avuto un suo ruolo in ogni latitudine del mondo.
    Purtroppo credo che gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia, siano più rapidi della consapevolezza di chi li adopera.
    Quella povera ragazza suicida, i cui giudizi morali dei più prenderei a ceffoni, ha subito ignara e sulla propria pelle il meccanismo amplificato del male sociale.
    L’essere umano è un essere straordinario nella ricerca della bellezza, come un essere demoniaco nella sadica rincorsa alle sofferenze altrui.

    • Il tuo commento di ieri e l’aggiunta di oggi c’entra molto con il discorso che ho sviluppato nella notte prima del post. Come vedi di spunti ce ne sono tanti e tutti utili se vogliamo interpretare in un romanzo il mondo in cui viviamo.

      • Marco Amato

        Questi sono temi, che almeno a caldo (e sui social sono sempre caldi…) dilaniano lo stomaco. Che una ragazza si sia uccisa per l’imbecillità altrui, fa proprio male.
        Inserire questi temi nei romanzi non è facile. Bisogna guardarsi allo specchio e denudarsi di tutti i preconcetti. Occorre il coraggio di camminare sui carboni accesi della società, penetrare dentro il male e assorbirlo come una spugna. Diventare il male che si incarna in un personaggio, essere lui e pensare come lui. Scrivere a volte è necessaria sofferenza. Ho un libro in scrittura dove si parla del male, del male assoluto. E quei fantasmi, sono gli incubi di te stesso che rubano il sonno alla notte.
        Quando scrivo è radicato in me il passo di San Giovanni: E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.
        Ovunque mi volto, avverto più la necessità della perdizione che i lumi della felicità.
        Scrivere è una ragione dell’anima, ma quando tocchi certi temi e dolori occorre trasformarsi in un San Sebastiano trafitto.

        P.s. E lo so, per me che non sono ateo ma miscredente, parlare di santi non è affatto singolare. 🙂

  3. Condivido quanto hai scritto. Sulla rete si sviluppa un esasperato “effetto branco”. Le persone, convinte di nascondersi dietro un supposto anonimato e rafforzate dal fatto che qualcun altro ha già agito prima di loro, si lasciano andare ai peggiori istinti animali, rassicurandosi col fatto che “sono solo parole/è solo uno scherzo”. È lo stesso meccanismo che da sempre porta i ragazzi a fare in gruppo sciocchezze che mai farebbero da soli. Solo che sulla rete contagia persone di ogni età e ceto. E il web avrebbe dovuto essere uno strumento di democrazia…

  4. Una storia la riporto io: è di qualche mese fa, ma è tornata agli onori della cronaca perché le indagini proseguono. Una diciassettenne, ubriaca, in discoteca viene stuprata in un bagno e le amiche, invece di cercare aiuto, sono presenti, assistono e filmano tutto per condividere il video su whatsapp. Nessun maschilismo, una bravata innocente? L’ennesimo “se lo è cercato”? Forse indagare sul perché si arrivi a questo a soli diciassette anni potrebbe sì farsi spunto per un libro.

    • La differenza con l’altra è che la polizia è riuscita a bloccare la diffusione del video prima che travalicasse una piccola comunità di condivisioni. Mi viene in mente un film con Ugo Tognazzi, sindaco irreprensibile di un paese veneto, che scopre che la moglie in gioventù appare in un fotogramma di un film porno. Nemmeno si è svestita. Il film è nell’oblio, ma per essere sicuro che la reputazione non verrà mai intaccata si mette alla ricerca del fotogramma incriminato per farlo distruggere. Finisce così per partecipare inconsapevolmente a una produzione gay, dove verrà ripreso e finirà sui giornali. Il sindaco con il vizietto. Anni 60, niente social, ma il tema è ben presente. Reputazione pubblica, vita privata.

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