Problemi comuni a tutti

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Devo confessare che in generale fatico a leggere storie strutturate, preferendo la saggistica o al limite i racconti, pillole di letteratura – io li definisco così –. Ragion per cui attualmente mi trovo ancora immerso nel Decameron.

Questo non vale però solo per quello che leggo. Da tempo, infatti, non riesco a star più dietro alle trame dei film, con colpi di scena ogni due minuti e dialoghi serrati tra i personaggi, perciò la preferenza quasi in parallelo con la saggistica va ai documentari, purché non abbiano grandi concetti da esprimere ma immagini suggestive da mostrarmi. Di questo passo finirò per appassionarmi solo alla video-art e alle foto dei gattini.

Dicevo i documentari. Mi ritrovo, ma sarebbe meglio dire mi sorprendo, a volte in giro per la città a riprendere qualche frammento di milanesità che secondo me passa inosservato. O almeno, mi illudo che passi inosservato. Ma ecco il paradosso: non so perché, avrò ricevuto una telecamera in testa da piccolo, ma ho una ritrosia atavica a filmare per strada – e forse anche a fotografare –; una timidezza che fatico a vincere, aggravata dal fatto che non sono dotato di una tecnologia informatica adeguata agli standard di ripresa attuali: figuratevi che uso ancora una vecchia telecamera digitale non HD – poco più di un giocattolo – e quando poi rivedo le registrazioni che ho effettuato ho solo voglia di nascondermi e di cancellare tutto. Se con la scrittura riesco in qualche modo a stare a galla, quando si tratta di immagini in movimento o fisse – credetemi – è un colare a picco quasi immediato.
Ciò non toglie che, così per gioco, voglio realizzare un breve pseudo-documentario per poi nasconderlo in un cassetto e farlo morire lì.

Riflettevo però che anche questa forma d’arte, esattamente come la scrittura, pone gli stessi problemi «morali» delle altre espressioni creative. Se non posso quindi confrontarmi con gli standard audiovisivi attuali, posso almeno pormi concettualmente gli stessi problemi di metodo che si pongono, o dovrebbero porsi, quelli che operano professionalmente in questo campo.

A che distanza pormi da quello che riprendo? Provare empatia o distacco per i soggetti che entrano nell’inquadratura? Che cosa tenere fuori campo? Quando smettere di girare una scena? Come scegliere i frammenti da montare? Che ritmo narrativo imporre al documentario? Che uso fare delle musiche e dei suoni? Quale forma scegliere per le titolazioni?
Tutte questioni estetiche e morali che non solo si intersecano tra loro, ma che mi sembrano addirittura identiche a quelle strettamente letterarie che si devono affrontare in relazione a qualsiasi forma di scrittura, dalla fiction alla saggistica, dal blog alla comunicazione commerciale, alla lettera d’amore (se siete innamorati e scrivete ancora a mano, ovviamente).

In fondo i problemi creativi in ogni arte, indipendentemente dal risultato finale raggiunto, stanno tutti nella scelta iniziale dei parametri da usare.

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9 commenti

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9 risposte a “Problemi comuni a tutti

  1. Io credo che sia l’opposto: devi definire quale risultato finale tu voglia ottenere e, in base a quello, cercare di dedurne i corretti parametri iniziali. Esattamente come a bocce: non tiri quella che hai in mano per scoprire dove possa andare a cadere, ma decidi cosa tu voglia colpire e, quindi, cerchi di lanciarla nella giusta traiettoria.

    • Puoi aver ragione, anzi istintivamente ti do ragione. Il gioco delle bocce però è troppo semplice, le regole sono definite a priori. Nell’arte funziona diversamente, molti più parametri e un obiettivo poco chiaro. Almeno in molti faticano a pensare cosa vogliono ottenere se non un generico successo editoriale. Tutta questa lucidità rispetto alla meta finale non la vedo, e credo sia difficile vederla. Più facile partire da quello che abbiamo a disposizione che immaginarsi il prodotto già finito e piazzato come volevamo. Il risultato finale è sempre molto lontano, occorre davvero grande vista. Anche se immagino che si scelgano dei parametri avendo qualche idea (vaga) di quello che potranno produrre.

  2. chiarasole1981

    Milano deve fare questo effetto un po’ a tutti i “creativi”, deve essere il fascino del brutto… anch’io giravo sempre con una fotocamera e un taccuino. Immagini orribili scattate anni fa mi stanno tornando molto utili anche nella stesura del romanzo, almeno dopo aver aggirato il rischio staticità. 🙂

  3. Simona C.

    Gioco a bocce con Michele. Quando comincio a scrivere un romanzo o un racconto so già dove voglio andare a parare e studio un modo per arrivarci. L’obiettivo che ho chiaro non è necessariamente il finale della trama, ma il messaggio, il tema centrale, il motivo per cui scrivo quella storia. Scrivo per raccontare qualcosa, poi scelgo in che modo tra i mille possibili raccontarlo. Mi riuscirebbe molto difficile il contrario, per esempio scegliere il tipo di narratore prima di avere in mente cosa narrare. I tagli, il montaggio, la scelta delle inquadrature più adatte al racconto, sono cose che faccio in fase di revisione e qui sta la differenza tra la scrittura e la ripresa in diretta: posso modificare quello che ho scritto, ma non so se mi ricapita di avere davanti un leone su un albero per provare a fotografarlo con un’impostazione diversa 🙂

  4. E’ interessante la prospettiva che offri. Le considerazioni che ci sottoponi aprono spiragli di interpretazione infiniti. Vorrei provare ad affrontarne almeno uno, di questi spiragli.
    Più in generale, io credo che narrare o fissare immagini abbiano attinenza con un passaggio che hai citato almeno due volte: estetico e morale. L’estetica nell’accezione più pura del termine, quindi scevra dal banale gusto personale ma con canoni definiti. Per quello che concerne la morale? Cosa è la morale? Cosa c’entra con la narrazione o la staticità di un’immagine? La mia opinione personale è che l’aspetto morale riguardi il riuscire a cogliere quell’istante che di per se stesso comunica, senza artifici. Morale perché giusto in quanto vero.
    Immagini che, siano esse evocate dalla scrittura piuttosto che colte grazie alla macchina fotografica, non hanno bisogno di spiegazioni. Momenti che non danno nessun tipo di possibilità a chi guarda o legge di aggiungere altro. La morale intesa come rispetto da parte dell’autore per ciò che è.
    Il bello o brutto, giusto o sbagliato, sono interpretazioni culturali o modificazioni. L’oggetto come valore in se, senza mediazioni interpretative. Una sorta di approccio simile a quello affrontato dai primi movimenti neo realisti. Raccontare lasciando che siano i personaggi a dire la loro, noi, annullandoci in essi. Fissare momenti che sono veri per il semplice fatto che sono accaduti. Assoluti e quindi necessariamente immutabili. Il compito di rendere dinamico lo scritto o il fotogramma, spetta al lettore/osservatore, lui sì che può arrogarsi il diritto di essere immorale e quindi adattare tutto piegandolo alle individuali capacità interpretative. L’autore è nel giusto perché fotografa un istante immutabile. L’osservatore è immorale perché interpreta a suo piacimento. Ora vorrei fosse chiaro che, per quello che mi riguarda, morale e immorale non hanno valenze positive o negative, sono semplicemente una distinzione tra il “questo è” e il questo “potrebbe essere”. Io fotografo un piacevole banco di nuvole, poi sei tu a vederci le pecorelle. Io fotografo una donna seduta a terra con la mano tesa a chiedere l’elemosina, poi se tu che ci puoi vedere il senso del fallimento della pietà umana piuttosto che la bruttura dello zingaro parassita, sporco e cattivo.
    Ho descritto soltanto un tipo di approccio, non quello che dovrebbe essere fatto, lungi da me, propongo solo una prospettiva di cui nemmeno io sono tanto convinto, un gioco, un pour parler.
    Come dicevi tu, le dinamiche creative sono molteplici e i problemi altrettanto legati ai parametri usati.

    • Il tuo è un commento che vale un post. Hai spiegato molto bene cosa intendi con morale. Non ho altro da aggiungere. Credo nella morale di un autore perché scrivere, fotografare, poetare, dipingere sono attività che si fondano soprattutto sulla responsabilità. Poi ognuno interpreta, distorce, rifiuta, accetta. Ma il gesto creativo deve essere morale, cioè vero.

      • Grazie Helgaldo. Mi scuso per essere stato prolisso, ma la colpa è tua, trovo sempre molto interessanti le tue riflessioni, anche quando sono mascherate da boutade.

      • Al contrario, non sei stato prolisso. Non si poteva liquidare il concetto con una sentenza, andava sciolto in un ragionamento, e i blog servono per questo.

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