Trama che sì, trama che no

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Una delle iniziative che in questo momento è degna di segnalazione nei blog di scrittura creativa è sicuramente quella di Michele Scarparo, nella sua rubrica settimanale «Tutte le trame del mondo», dove in base a uno schema consolidato di sviluppo della trama in tre atti – inizio, centro, finale – collegati da due punti di svolta, si chiede per gioco di sviluppare rapidamente l’ossatura di un romanzo. Ovviamente non tutte le storie seguono questa progressione, ma pensare un romanzo di genere nei tre atti sicuramente aiuta a creare una storia in grado di reggersi con le proprie gambe.

Partecipando a una delle sue sfide letterarie qualche settimana fa, scrissi una trama che ha molti punti in comune con l’ultima che Michele stesso ha pubblicato l’altro giorno. Mi sono però convinto che la sua, a differenza della mia, non sia adatta per i tre atti. Di questo avrei potuto discuterne privatamente con lui, come di regola accade riguardo a molti aspetti della scrittura che ci accomunano o ci dividono. Penso però che una riflessione pubblica e motivata su queste due trame possa aiutare tutti, non solo me e Michele, a crescere nella scrittura e a capire che cosa funziona e cosa no sulla pagina in base a quello che vogliamo raccontare.

Però per poterne discutere occorre rileggersi le due storie: eccole di seguito.

 

Difficili decisioni definitive

Sandra Faè è una scrittrice mai emergente, che pubblica con una piccola casa editrice di Firenze, GoWare. Mille copie vendute su Amazon o zero, fa lo stesso: resta sempre in un sottobosco letterario. Stanca di questa prospettiva, decide di imbucarsi a una festa privata a casa di Gian Arturo Ferrari, direttore editoriale Mondadori, per incontrare qualche personalità dell’editoria a cui far leggere l’ultimo suo inedito, destinato inizialmente alla solita GoWare. Per imbucarsi meglio acquista una borsa di Prada da urlo, sperando che l’aiuti a confondersi tra gli ospite. Mette il manoscritto nella borsa e in effetti riesce a entrare alla festa dove nessuno le rivolge la parola. A un faccia a faccia con Dacia Maraini, entrambe le donne scoprono di avere la stessa borsa. Sandra legge nel pensiero della famosa scrittrice: e tu chi cavolo sei? Disperata si butta sui cocktail.

L’alcol le dà la il coraggio di tentare un colpo. Sostituire le borse, in modo che Dacia Maraini possa leggere il suo libro. Fa lo scambio in un momento che la borsa si stacca dalla mano della scrittrice e lascia la festa di corsa. Rovistando nella borsa della Maraini a casa, si accorge che all’interno c’è un romanzo inedito della famosa scrittrice. Lo legge nella notte e alla mattina decide di partire con l’Orso, il marito, verso la Valtellina per isolarsi da connessioni internet, giornali, tv e riscrivere il romanzo a nome proprio.

Nelle tre settimane successive tra i monti Sandra lavora ossessivamente al romanzo, lasciando trama e personaggi, ma riscrivendo il testo secondo il suo stile. L’Orso tenta di dissuaderla da questa evidente illegalità, ma Sandra è intenzionata a proseguire. Nelle pause della lavorazione ogni tentativo dell’uomo di portarla alla ragione fallisce. Sandra vuole sfondare costi quel che costi. Anche un’accusa di plagio, di sottrazione di opera, la porterebbe paradossalmente sulle prime pagine dei giornali e da Fazio, dandole quella visibilità che da sempre viene negata a chi non ha entrature nel mondo dell’editoria. Il rapporto con l’Orso va in crisi, a nulla servono le cenette romantiche e i ricordi di quando le piaceva solo scrivere, momenti che il marito tenta di rammentarle. Quando chiede all’Orso, a stesura quasi terminata, di contattare qualche bravo avvocato esperto in copyright, presagendo le conseguenze del suo gesto, l’Orso tenta l’ultima carta: farò quello che vuoi ma contatterò anche un avvocato divorzista, è questo che vuoi al tuo ritorno a Milano? Sandra non risponde e si chiude nello studio per terminare il romanzo. Sente la porta che si chiude, l’Orso che avvia l’auto, la loro storia è terminata. A Sandra non resta ora che scegliere il titolo del «suo» romanzo. Difficili decisioni definitive.
Torna quindi a Milano, dove l’Orso ha già svuotato gli armadi, e manda il romanzo a GoWare. Nessuna notifica da carabinieri o avvocati, per ora. Ma qualche giorno dopo squilla il telefono, sarà la Maraini? No, è l’editore entusiasta del suo libro: ha deciso di investire tutto su di lei, tenta il colpo grosso per portarla, come lei ha sempre desiderato, anche sugli scaffali dell’Esselunga. Dovrà essere il caso editoriale dell’anno. Ora Sandra è sicura di finire davvero sulle prime pagine, e perdere tutto ciò che le è rimasto.

Difficili soluzioni definitive fa il botto. Scala le classifiche sulla Stampa e Il Corriere e si piazza al primo posto. C’è la fila dei giornalisti che la vogliono intervistare e la contatta anche la redazione di Che tempo che fa. Più si sale, più si andrà a fondo. L’Orso non si fa vivo. La settimana è piena di appuntamenti con i big dell’editoria. GoWare comunica a Sandra che è chiamata come relatrice a un dibattito nel padiglione autori del primo Salone del libro di Milano, a discutere di letteratura al femminile. L’altra relatrice sarà la Maraini. Sandra suda freddo, teme la gogna mediatica in presa diretta. Decide però di partecipare e andare incontro al suo destino. Va a letto e non vorrebbe più svegliarsi. Ma la mattina dopo GoWare telefona alle otto: per la seconda settimana Sandra è in classifica, al secondo posto: prima la Maraini, con Collegafigo, l’inedito di Sandra. Le viene un colpo, ma non può parlarne con nessuno, solo l’Orso sa e il suo telefono è sempre spento.

È giunto il giorno del Salone. Sandra si prepara e parte. Decide di prendere la borsa, per restituirla alla Maraini. Eccola al tavolo, la Maraini tarda – un contrattempo, dice l’organizzazione –. Sandra spera che non venga. Ma mentre sta già parlando del «suo» libro, l’altra arriva e le si siede a fianco. Sandra non ha neppure il coraggio di guardarla, poi guarda la borsa, questa è la sua sua, che la collega più famosa ha portato con sé. La prima domanda che fanno alla Maraini è se l’è piaciuto il libro di Sandra: bello, avrei voluto scriverlo io. Ma sono qui per parlare del mio non del suo. Ora si guardano e si dicono tutto con gli occhi. La conferenza è un successone. Sandra sta per andare via con l’editore quando, in fondo alla sala vede un Orso. Lo raggiunge, gli implora di tornare a casa. Non lo so – la sua risposta –, dovrei digerire prima l’ingannevole mondo dell’editoria, ti va un aperitivo?

 

L’urlo e il furbone

Teo fa il ghost writer perché nessuno ha mai creduto nelle storie che ha scritto. Solo che è mal pagato e, addirittura, spesso i committenti si dimenticano persino di dargli quel poco che gli devono.

In seguito al putiferio scatenato da un noto giornale, decide di sfruttare la situazione creandosi un falso profilo su Internet e spacciandosi per Elena Ferrante.

Il trucco gli riesce: le acque si confondono e il pubblico non riesce a più a distinguere chi sia la vera Elena Ferrante. In un grande gioco di specchi letterario, le due Elene decidono di sfidarsi sul piano della letteratura invece che in tribunale. Evitano gli orpelli delle case editrici e dei loro editor e cominciano a sfornare romanzi e racconti in self-publishing: la prima pubblica L’urlo dell’amica geniale, in cui riflette sbalordita sul filtro che la biografia dell’artista rappresenta per il proprio lavoro, e Teo, sotto mentite spoglie, pubblica L’amico furbone in cui risponde adducendo la tesi che l’esistenza stessa dell’artista sia arte essa stessa. In questo gioco metaletterario, in cui ciascuna prosegue e amplia il lavoro dell’altra, le cose funzionano così bene che il comitato per il Nobel decide di insignire “Elena Ferrante” del prestigioso riconoscimento per la letteratura. Teo è angosciato: non ritirare lo Strega è una cosa, ma rinunciare al Nobel è tutt’altra faccenda. D’altronde “Elena Ferrante” non è neppure un’idea sua. Eppure sa che se la Ferrante è quella che è, almeno metà del merito è anche suo. Alla fine, decide di andare a ritirare il premio: comunque vada, le case editrici che prima lo rifiutavano adesso saranno costrette a tenerlo comunque in considerazione.

Il giorno della premiazione, vestito con il frac d’ordinanza, prende un taxi. Quando scende, davanti all’Accademia, c’è una donna; è chiaro che la “Ferrante” sia lei: le due anime della Ferrante a confronto.

Lo scrittore e la scrittrice parlottano, in italiano. Nessuno, là, li può capire. Sanno che la Ferrante è ciascuno di loro ma nessuno dei due è la Ferrante: il totale è maggiore della somma delle parti. L’artista è parte e fondamento dell’arte che produce e, se vogliono la fama, dovranno rinunciare alla gloria personale. Salgono sul primo taxi disponibile; la Ferrante, come Omero, per esistere dovrà sparire.

 

Come vedete, entrambe le storie seguono lo schema in cinque punti accennato in precedenza e hanno alcuni elementi in comune (l’ambiente letterario; lo scambio di identità – motore fortissimo in un gran numero di trame, dal comico al tragico –; e quella che viene definita metaletteratura, cioè la letteratura che riflette su se stessa). Tutte e due, inoltre, raccontano dei fatti, degli accadimenti consequenziali, perciò possiamo dire che esiste un’ossatura di trama per entrambe le storie.

Perché allora istintivamente «boccio» la storia di Michele? Per colpa di un suo interessante commento alla mia storia.

Dovete sapere infatti che quando pubblicai la mia versione sul suo blog si complimentò con me per un aspetto che non avevo considerato: nella trama che avevo prodotto c’era della metaletteratura, che trovava il suo apice nella scelta del titolo del libro all’interno della storia, Difficili decisioni definitive, titolo che coincide con il titolo del libro che starebbe leggendo l’ipotetico lettore: un accumulo di piani di cui non mi ero accorto, concentrato com’ero nello sforzo di creare il plot. Difficili decisioni definitive, infatti, è una storia d’amore intrecciata con una vicenda letteraria. I due piani a volte si toccano, come nel caso del titolo, ma in generale divergono, anzi si contrastano. E questo prende nome di intreccio. E con i due punti di svolta le due storie, amore e letteratura, coabitano nello stesso libro. Gli scambi di identità, di oggetti, di prospettive sono reali. Insomma, è una storia fatta di carne, di amori, di persone che amano e ingannano, di cenette romantiche e sottrazione di libri, di mass media, editori, salotti televisivi, scaffali dell’Esselunga (una prece per Caprotti). Storie che si muovono tra Milano, la Valtellina e Rho, dove si svolgerà il prossimo discutibilissimo salone del libro.
Se la metaletteratura c’è, si manifesta in seconda battuta come sottoprodotto (per lo più involontario) della storia reale. Anche se non se ne coglie l’importanza non accade nulla – Michele l’aveva colta e invece io che l’ho scritta l’ho compresa solo dopo che me l’ha detto lui –. Perciò anche se non si recepiscono tutte le idee presenti nella storia, la storia resta comunque integra. Questo è quello che succede, o dovrebbe succedere, in tutto quello che leggiamo o guardiamo sullo schermo. Una trama dove tutto dev’essere compreso fino in fondo per poter fruire della storia stessa è sintomo di fragilità, vuol dire che si è prodotto un plot troppo complesso o raffinato.

La storia di Michele, per quanto sia formalmente divisa nei cinque punti tradizionali non è una trama in senso stretto, perché è una storia di pensiero, ha origine proprio dalla metaletteratura. All’interno della trama, infatti, avvengono poche azioni. I personaggi soprattutto scrivono e si confrontano scrivendo. A parte un viaggio fino in Svezia, dove per la prima volta in fondo alla storia si incontrano de visu (in pratica vorrebbe dire a pagina 130-150 su un libro di 160), tutto il resto avviene in uno spazio chiuso e privato. Manca quindi l’intreccio.
L’urlo e il furbone è soprattutto metaletteratura, e direte che è proprio questo il punto forte della storia. La debolezza più grave, il peccato originale a mio avviso, consiste nel dichiarare apertamente che si sta facendo metaletteratura, in un gioco di rimandi (invece di mostrarli in base a un intreccio). Avete presente quei film dove vengono inserite delle citazioni cinematografiche? Anche lì si fa metacinema, o la parodia del cinema, ma il bello di quei momenti è che sono inseriti nell’intreccio, e se lo spettatore non coglie la citazione può sempre godere il film senza esserne penalizzato. Nel caso di Michele la trama si regge nel ribattere con la letteratura alla letteratura fino al Nobel finale. Ma allora sarà costretto a scrivere un romanzo non di trama ma di stile, perché è su questo piano, quello strettamente stilistico, che dovrà giocare la partita. La vincerebbe, ne sono convinto, perché Michele scrive bene. Ne risulterebbe letteratura alta e non di genere, e arriverebbe anche al Nobel… faccio del metablogging consapevole.

Che conclusioni trarre da tutto questo sproloquio? Che bisogna fare attenzione alla materia che si vuole trattare. Se il nostro obiettivo è quello di giocare sulle parole, sui sentimenti, sulle filosofie – in sintesi sul pensiero o gli stati d’animo – una storia scritta nei tre atti rischia di finire nelle sabbie mobili.

Come si può capire se andiamo nella giusta direzione o se stiamo sbagliando rotta? Personalmente mi immagino a tu per tu con un produttore cinematografico, di quelli untuosi, col sigaro in bocca, che pensano solo a fare i soldi. Se leggendo la mia breve trama in cinque punti, alla fine alza gli occhi e mi dice ok, ci metto dieci milioni di euro per produrlo, però voglio vedere almeno una scena di sesso in Valtellina, oltre al cameo della Maraini, allora i tre atti reggono. Ma se storce il naso, dice che è troppo raffinata, che si è perso quel tal passaggio, che i finali aperti non piacciono a nessuno, e poi Teo e la Ferrante fanno o no del sesso alla fine? Ecco, finisce poi che i dieci milioni li chiede a voi per produrre il film, e forse è il caso di trovare uno sviluppo che non sia in tre atti prima di buttarsi nella stesura del romanzo.

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12 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

12 risposte a “Trama che sì, trama che no

  1. Tu non fai del metablogging, ma del fantablogging 😛
    Naturalmente è vero. Io ho la brutta tendenza di fare romanzi intimisti, che il cattivone con il sigaro mi boccia ogni volta. Me li boccia anche se ci metto le scene di sesso.
    E se invertissi le proporzioni e scrivessi romanzi porno con scene intimiste? Anche i porno sono famosi per non avere un intreccio. Cioè, l’intreccio ce l’hanno, ma non nella trama, sì, insomma, ci siamo capiti. Forse potrei scordarmi il Nobel; non mi rimarrebbe che piangere lungo tutto il tragitto da casa alla banca.

    • Ho pensato a come si potrebbe gestire un ipotetico romanzo basato su una competizione letteraria, ma per ora mi viene in mente solo la scrittura, ahimè attività solitaria e statica. A meno che, invece, non sia basata su una febbrile attività fisica in cerca di ambientazioni, personaggi, situazioni che mettano a repentaglio la vita dei due autori pur di vincere la sfida con l’altro: avendo un personaggio che fa parapendio Teo si butta dalla Mole antonelliana per capire cos’è l’adrenalina e la Ferrante mette la testa nelle fauci del leone perché il suo protagonista è un domatore. E poiché entrambi hanno la peggio finiscono in ospedale e quindi affrontano i temi della sofferenza, della malasanità, della compravendita di organi in una escalation di situazioni sempre più grottesche. Questa sarebbe molto visiva, ma ovviamente tutta spinta sul tema del vincere il Nobel a tutti i costi, vendendosi anche la madre.

      • Temo che il tuo approccio sia sbagliato: inutile cercare movimento dove non ce n’è. È vero invece il contrario: basta inventare una trama di movimento qualsiasi (funzionerà anche la fantascienza?). La sai la storia del bicchiere, i sassi e la sabbia? Ebbene, il pensiero è come la birra 😉

  2. Simona C.

    Vorrei scrivere un metacommento, ma non sono in grado.

  3. Massimiliano Riccardi

    Questi post me li bevo di gusto. Come la birra (cit.)

  4. Pingback: Racconto di romanzi – Scrivere per caso

  5. Tre atti, cinque atti? Scena di sesso o scena intima?

    Mi sembra che ci si stia arrovellando come quando si gioca a scacchi. Qual è lo schema migliore? Aprire il gioco con il pedone o con il cavallo?

    L’arciere! Apriamo il gioco con l’arciere.
    Non esiste? Inventiamolo.
    Stravolgiamo gli scacchi? No, allarghiamo la scacchiera da otto per otto a dieci per dieci e aggiungiamo ai soliti pezzi due arcieri.

    E vediamo che succede… 😀

    • Ma io lo dissi prima che fosse figo che “un libro è una partita a scacchi tra autore e lettore”. Ne ho le prove 🙂

    • È solo un esercizio, nulla più. Si può scrivere, in teoria, in infiniti modi. Però una trama non è scrittura, è struttura. Se il romanzo che stai scrivendo è basato sulla trama, allora i tre atti lo rendono più efficace. Se invece punti allo stile sei (quasi) totalmente libero.
      Le due versioni proposte raccontano questo: quella di trama si avvantaggia dai tre atti, quella che punta allo stile viene danneggiata dallo schema. Non sempre ce ne rendiamo conto, e magari un bel romanzo non riesce a procedere perché si sta applicando uno schema inappropriato.

    • tizianabalestro

      Io credo che dobbiamo farne tesoro. Non è da tutti ricevere consigli così preziosi. Il tentar a far qualcosa implica dei passi falsi. Aggiustare fa parte dell’apprendimento. Se invece non apprezziamo o non seguiamo gli insegnamenti offerti, poi non lamentiamoci. Io credo che un po’ di sana umiltà, non guasterebbe. Umiltà nel seguire chi ne sa più di noi.
      Ognuno impara ciò che non sa, ognuno insegna ciò che sa. Non esiste improvvisazione nella professione ( scrittori compresi) . Esiste lo studio insieme alla pratica che ci danno i maestri, in ogni campo. Vuoi fare il dottore? Fai medicina seguendo le lezioni. Vuoi essere un pilota? L’istruttore ti insegnerà. Vuoi fare lo scrittore? Ascolta il professore che ti insegna. Voler saper più di chi ti guida, credo sia presuntuoso e irrispettoso. Ah, non c’è un’età per imparare e lo trovo molto nobile. Ogni giorno vedo persone grandi come me mettersi a studiare qualcosa, non più ventenni. Come diceva il professor Manzi: “Non è mai troppo tardi”.

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