Tre righe e un attimo

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Finalmente un bel post, stimolante, di quelli che non danno soluzioni predigerite, ma indicano una via per la scrittura al tempo stesso semplice e profonda: mi riferisco alla riflessione apparsa sabato scorso sui Libri di Sandra, dove la scrittrice e blogger Sandra Faè decide di cambiare passo, come se tutto quello prodotto finora non sia altro che il preludio a una scrittura più consapevole, senza però rinnegare la strada già percorsa.

Ve la faccio breve. La Faè sceglie un racconto di un Nobel recente, Alice Munro, ne legge tre righe di incipit e si rende conto di quanto sia piacevole la scelta del tempo verbale usato dalla scrittrice canadese, ma soprattutto che i fatti vi vengono narrati senza tante giustificazioni, puntando dritto all’essenza delle cose, evitando i perché e i percome così frequenti nelle nostre prose. E confessa che se fosse stata al posto della Munro avrebbe divagato, si sarebbe certamente persa in preamboli inutili al fine di giustificare gli accadimenti piccoli e grandi della storia.

Invece ora vuole provarsi in una scrittura più asciutta e consapevole, dove non ci si perda. I Nobel per la letteratura, a ogni latitudine e di tutti i tempi, possono piacerci o no, ma sicuramente non si sono mai persi nella scrittura. Giusto quindi provare ad emularli almeno nell’approccio.

Penso che tre righe di un Nobel, se lette con intelligenza come ha fatto Sandra, valgano più di un intero corso di scrittura creativa, scuola Holden inclusa. E che in fondo basti un attimo per decidere di cambiare passo e non perdersi più tra le parole come fanno in troppi.

 

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8 commenti

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8 risposte a “Tre righe e un attimo

  1. Riesco a dirti solo grazie perché mi ha davvero colpita.

  2. E’ l’involontario che mi rende felice, che di gente che vuole insegnare ne ho le tasche piene.

  3. Gli aspiranti scrittori dovrebbero frequentare i nostri blog in rete: imparerebbero molte più cose dai dubbi espressi, dai consigli di chi c’è già passato, dagli sfoghi di chi ci crede, dalle piccole esercitazioni che non sono mai inutili o insignificanti. Senza volerlo, si improvvisano corsi efficaci di scrittura… e pure a gratis!
    Io sto imparando molto. 🙂

  4. Grilloz

    Il difficile, parlo solo per me, è leggere in modo consapevole.
    Sono anni che inseguo questo tipo di lettura più profonda, capire quel dettaglio, quella scelta della parola, quella costruzione della frase, che rende certa scrittura migliore.
    Il primo passo un po’ l’ho già percorso, percepire, almeno a livello inconscio, che certa scrittura è “migliore”. Da giovane mi fermavo alle trame, al massimo alla scorrevolezza. Se mi appassionava era ok. Ora cerco altro, o almeno ci provo. Ma ho ancora tanta strada da percorrere 😀
    Anche perché gli scrittori bravi sono anche bravi a nascondere i loro trucchi 😉

    P.S. questa è una mia domanda, che rivolgo a chi ha studiato letteratura in modo più approfondito rispetto a come abbia potuto fare io al liceo. Il concetto di prosa asciutta, essenziale, mi pare si incanali nel filone della letteratura americana, a partire da Hemingway almeno e come molte cose provenienti da oltre oceano ci affascinano e tendiamo ad adottarle (magari con un certo ritardo) ma è questa l’unica via? O forse gli autori italiani dovrebbero trovare la loro, più aderente, seppur modernizzandola, con la tradizione nostrana? E c’è una tradizione italiana, un manifesto moderno della letteratura italiana, a cui aderire?

    • I manifesti, le scuole, le tendenze personalmente non mi ispirano e le guardo con diffidenza. Però una certa oggettività dell’asciuttezza dovrà pur esistere, perché tanti scrittori, editor, giornalisti ne elogiano i pregi. Lo studioso di letteratura invece non pone al centro della propria ricerca questa qualità, forse perché interessato ad altri aspetti dello scritto.

      L’asciuttezza la colgo istintivamente, e non parlo di Hemingway che comunque aveva anche un background giornalistico a cui conformarsi. L’infinito di Leopardi, e tutta la poesia leopardiana successiva, per me è asciutta. Non ci mette nulla di più di ciò che serve.

      • Sono con Helgaldo, mettere solo quello che serve non è necessariamente andare verso una prosa asciutta di tipo americano. Ci sono stili e autori dove sono le divagazioni a fare la storia. Sono necessarie, a conti fatti solo un pazzo le taglierebbe. Il problema è che è difficilissimo capire cosa sia davvero necessario nei nostri testi. O, almeno, per me lo è.

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