L’inedito quotidiano

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Helgaldo, che è un blogger compulsivo, vi segnala che Grilloz, che è un commentatore compulsivo di blogger compulsivi, gli segnala che Mozzi, che è uno scrittore semplice, ha condiviso un post su Facebook scritto da Dadati, che è un altro scrittore semplice, in cui il Dadati pubblica una riflessione interessante sugli inediti che gli capita di leggere, e che forse c’entra con questo discorso dell’autobiografia (ma forse no) che da due giorni vi perseguita su questo blog.

Anziché mandarvi sul profilo Facebook di Dadati, dove troverete comunque il testo, lo ricopio qui per i più pigri che non volessero mettersi in cammino. Spero di non venir accusato di plagio (eh, no: ho citato la fonte, la fonte della fonte, e la fonte della fonte della fonte…).

 

«Negli ultimi sei anni e mezzo mi sono passate per le mani, a occhio, più o meno duemila e cinquecento opere inedite, o scalette per storie da scrivere, o semplici idee narrative. Una certa parte di questi duemila e cinquecento qualcosa l’ho letta, un’altra parte l’ho scorsa, il resto l’ho comunque guardato tanto da saperne quello che mi serviva.
Non ho dati precisi – né la possibilità di fare una verifica se non parziale – ma sono abbastanza certo che almeno la metà (ma la metà abbondante, direi) raccontassero più o meno la stessa storia. Che è questa: il personaggio principale, A, ha fatto fino a un certo punto della sua vita un certo lavoro, ha avuto una certa famiglia, ha frequentato certi ambienti. Poi si è accorto di non poterne più (o magari lo ha accettato, sapendolo in realtà da sempre), ha abbandonato tutto, si è inabissato. Se lavorava in una multinazionale è tornato al paesello, se era tutto casa-e-chiesa s’è messo a vivere da randagio, ecc.
Ora: io non so in che modo queste storie (centinaia e centinaia) si nutrano della vita vera di chi le ha scritte e siano un modo per fare i conti con (e sopportare) la propria quotidianità. Sospetto tuttavia, che a forza di leggere storie di questo tipo, si abbia un’ulteriore sensazione di sofferenza diffusa, muta, continua. E ce la si senta addosso, per soprammercato, col rischio di aderirvi».

 

Ora non resta che meditare. Già, ma su che cosa?

 

Post scriptum: Ai lettori compulsivi di questo blogger, segnalo che se non vi basta quanto avete appena letto ce n’è dell’altro oggi sul blog di Salvatore Anfuso. Dicono che l’abbia scritto io… a me non pare: è roba troppo seria.

 

 

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40 commenti

Archiviato in Fenomeni editoriali

40 risposte a “L’inedito quotidiano

  1. Avevo letto già alla fonte. Credo che non ci fosse bisogno di leggere 2.500 manoscritti per capire questa cosa. Che io, se ne fossi capace, scriverei un romanzo sulla “sofferenza diffusa, muta, continua”. Perché è quello il romanzo che vorrei leggere e che non c’è.

    • Non c’è, perché se li tengono tutti loro, nel loro cassetto, della loro scrivania: ben 2500. Eccome se ce ne sarebbero… 😛

      • Come dicevo sopra: non c’è nei cassetti e nemmeno in libreria. Bisognerebbe ricordarsi che, quando manca, l’epica (in senso lato) non si trova in vendita un tanto al chilo.

    • La riflessione mi è chiara fino a un certo punto. Poi potrebbe prendere tante strade opposte. Tutti scrivono di questa sofferenza diffusa, muta, continua perché è giusto? Perché è autobiografico? Perché tutti scrivono di questo e allora lo faccio anch’io? Perché è più facile parlare di questo che di altro? Non viene detto che non se ne può più di questo tema, che è inflazionato? Come può essere che è il romanzo che non c’è se tutti scrivono di questo? Vuoi far parte anche tu della maggioranza che scrive di questo prendendo dalla propria esperienza o dalla realtà? È questa la maggioranza che si pubblica o è quella che viene scartata?

      • Che la sofferenza sia diffusa basta guardarsi attorno per saperlo. Il fatto che tutti scrivano (o ci provino) è una delle valvole di sfogo normali. Quello che manca è IL romanzo, quello capace di raccogliere la sofferenza di tutti e puntare il dito (catarticamente?) esattamente sulla piaga; un “Promessi sposi” della sofferenza, per fare un esempio stupido. Il tema è inflazionato perché tutti ci provano ma nessuno ci riesce – editi o inediti che siano -; riuscirci, per me, è roba da Nobel (ma questo, tu, già lo sai).

      • Non è che tutti quelli che scrivono lo fanno con l’intenzione di sfornare “il romanzo” che manca, e poi inveiscono con l’editor che non mi ha capito?

      • Questo però è un problema loro, mica del romanzo che manca. 🙂
        Io non difendo i 2.500, anzi. Dico che manca l’uno in grado di descrivere quest’epoca in senso assoluto.

  2. Sono d’accordo con quanto dice Michele. Il tema è evidentemente sentito ma ancora nessuno è riuscito a scrivere una storia che vada davvero a fondo, che parli al cuore e riesca in qualche modo catartica rispetto a questo disagio diffuso. Ci sarebbe comunque da meditare proprio su questo disagio, sul bisogno di fuga che è dentro di noi. In realtà sono in pochi a farlo, si limitano a scriverne storie.
    Anche il protagonista del romanzo che sto scrivendo prova la stessa insofferenza verso la quotidianità, spero di non essere la duemilacinqueesima persona che tira in ballo l’argomento in modo banale 😦

  3. Grilloz

    Ieri, in tarda serata, insomma molto dopo il nostro scambio, mi è venuto in mente che si organizzano tanti corsi di scrittura sul memoir (che nei corsi di scrittura va quasi di moda come il noir, sarà che il francese fa figo).
    Mi sono sempre domandato il perché. Perché gli scrittori dovrebbero essere così interessati a scrivere della propria vita? A meno che uno non abbia vissuto mirabolanti avventure, la cosa suona quasi psicanalitica.
    Ma forse mi sbagliavo, non vogliono scrivere delle proprie vite, ma delle vite che avrebbero voluto vivere, imparano così (o cercano di imparare) a scrivere il loro romanzo.
    Una sorta di antiautobiografia.
    Quindi alla classica domanda potrebbero rispondere:
    “no, ma vorrei che lo fosse”

  4. Simona C.

    A me, ma è solo la mia opinione e non fa statistica, non interesserebbe leggere della vita di una persona comune perché la conosco già, io sono sono una persona comune e mi annoierebbe leggere una replica dei miei sogni e dei miei disagi. A me interessano, tra tanto altro, storie di vite straordinarie come quelle di Shackleton o Magellano, come Karen Blixen o Kapuscinski in Africa, come Agatha Christie in Siria con il marito archeologo oppure farmi “Una passeggiata nei boschi” con Bill Bryson. E poi mi piacciono le vite di Biancaneve e Barbablù e quelle dei coloni su Marte di Bradbury che sono raccontate in altro modo, ma parlano sempre di ciò che siamo.
    Il romanzo sulla nostra epoca sarà scritto nel futuro, un romanzo storico su come stiamo vivendo, allora forse sarà interessante. Per chi, invece, vorrebbe leggerlo oggi ho in mente tra di voi due scrittori: uno saprebbe scriverlo benissimo, l’altro saprebbe sicuramente portarlo al successo. Nessuno dei due sono io. Nessuno dei due è Helgaldo, ma soltanto perché non avrebbe voglia di scriverlo.

    • Grilloz

      Tempo fa lessi un romanzo il cui protagonista era un quarantenne che viveva nel nord Italia, con una figlia piccola ecc. ecc. All’inizio mi era piaciuto perché mi ritrovavo molto nel protagonista, però dopo un po’ mi sono domandato perché dovessi leggere la mia storia 😀 (anche se poi succedevano cose ecc. ecc.)
      Comunque, un po’ come ho commentato sopra, credo che questi “romanzi” siano più a beneficio dei loro scrittori che di eventuali lettori 😉

      • Simona C.

        Forse è una scorciatoia, chi scrive la propria storia pensa che sia più facile raccontare qualcosa basato su ricordi reali che inventare una storia diversa altrettanto credibile. Se contasse soltanto la trama, probabilmente sarebbe così.

      • Grilloz

        Sono ben lontano dai 2500 manoscritti letto o quantomeno sfogliati, però qualcuno l’ho visto. Credo che la cosa sia un pochino più complessa. Da un lato molti aspiranti scrittori hanno letto troppo poco, e te ne rendi conto perché se avessero letto un pochino di più non manderebbero certe cose alle case editrici. Molti poi peccano di egocentrismo e credono davvero che la loro storia sia più interessante di quella di tutti gli altri, ciò non è necessariamente slegato dal primo punto, hanno troppi pochi termini di paragone. Ma penso che poi ci sia anche la questione psicologica di scrivere la storia che si vorrebbe vivere e questa storia non è necessariamente una storia che si svolge nel presente. Da ragazzino mi sarebbe piaciuto scrivere un fantasy basato sui film mentali che mi facevo giocando, in cui ero l’eroe di turno che sconfiggeva il male 😀 (poi però mi sono reso conto che le storie lette erano migliori della mia 😛 )

      • tizianabalestro

        Io, credo l’opposto. Non la vedo una scorciatoia.
        Penso che sia più difficile raccontare di sé che degli altri.
        È più facile narrare la vita altrui, che la propria.
        Esporsi non è mai facile.

  5. Uhm, quindi tutti giù a scrivere “Scappo dalla città – La vita, l’amore e le vacche”? Ma hanno già fatto il film!
    Non credo che leggerei un libro così triste. Si legge per evadere e divertirsi, devo leggere qualcosa che già conosco? Semmai, io sono più per: la personaggia A si rompe le palle, saluta tutti e parte per una nuova avventura in un altro paese, più bello, più verde, più libero, poi conosce un figo della madonna… e si ricomincia tutto daccapo. Un libro fregatura, ecco. 😛

  6. Solo a me dunque piace leggere Ibsen, Beckett, Roth? Così, giusto per fare tre nomi a caso. A me piacerebbe leggere un romanzo tipo così, che descriva l’oggi e anche un po’ il domani. Che non è la storia di un quarantenne con figli che scappa per amore di una vacca – cioè, no, forse era meglio scriverlo diverso ma anche così ha un nonsoché di poco bucolico ma molto reale – allo stesso modo in cui “Aspettando Godot” non è la storia di due personaggi affetti da una qualche turba. Per capirci, eh.

    • Anche a me piace leggere quei libri. Io, al contrario di molti, amo sentire sulla mia pelle ciò che accade nelle storie ben raccontate e posso immedesimarmi solo se sono storie che appartengono a una quotidianità che potrebbe appartenermi, dico potrebbe.
      Ma non capisco quale sia il problema che pone Dadati: io trovo normale che molti libri affrontino certi temi, che poi si ritrovino altrove, scritti in maniera diversa. È sempre il modo in cui affronti certe narrazioni che fa la differenza. Mi è piaciuto il romanzo di matrice autobiografica di Kenzaburo Oe, “Un’esperienza personale”, per il modo in cui affronta il problema della menomazione del figlio e anche la quotidianità raccontata da Mario Benedetti ne “La tregua”. Ecco, forse il vero problema è che non si è capaci di raccontare la sofferenza muta come fanno loro, perché, infatti, loro sono scrittori, molti vanno per tentativi.

      • Grilloz

        @Marina, ce l’ho in lista quel libro 😉
        Io non so esattamente cosa volesse intendere Dadati, il post mi è rimasto impresso perché un po’ in giro si parla dell’autobiografismo e questo post si riagganciava un po’ al discorso.
        In fondo questi scrittori più che un’autobiografia vera scrivono un autobiografia inventata, o almeno è ciò che io ci ho visto.

      • @Grilloz Io, invece, nel commento di Dadati non ci leggo la mania di autobiografismo (che c’è, è indubbia e andrebbe estirpata 🙂 ) ma ci leggo un segno della tristezza dei nostri tempi. La nostra è una generazione che non ha idea di cosa significhi vivere anni belli. I “ruggenti anni venti” e i “favolosi anni sessanta”, per noi, sono solo parole. Quasi ogni tempo ha trovato il proprio cantore, persino il tempo di guerra. Tranne il nostro.

      • Grilloz

        Immagino che più o meno apparteniamo alla stessa generazione?
        Beh, ci sono stati gli anni ’80, gli anni del boom economico e del benessere a basso costo. Io credo che il dramma della mia generazione (che è un dramma piccoloborghese) sia quello di essere cresciuti in anni in cui tutto sembrava possibile, compreso far cadere il muro di Berlino, e ritrovarsi poco dopo in piena crisi, crisi economica, sociale, morale.
        Se poi mi chiedi chi è stato il cantore di quegli anni non saprei, mi viene in mente il Drive in e visto che parliamo degli anni più “commerciali” e pop che ricordi ci potrebbe anche stare bene 😛

      • tizianabalestro

        Grazie, Marina.
        DI Benedetti ero abituata a leggere i suoi poemi. Era uno scrittore uruguaiano pazzesco. Assolutamente vado a cercarmi “La tregua”.

    • Grilloz

      A me piace, e ti dirò che anche il libro che ho citato sopra, per qualche verso, mi è piaciuto. Però che si sia un po’ di qualità dietro, sennò… boh 😛

  7. Sentirsi scontento della propria vita è uno stato d’animo particolarmente diffuso, quindi è inevitabile che ricorra anche come tematica narrativa.
    Che poi ricorra un po’ troppo spesso e che chi usa questo cliché non sappia creare IL romanzo che ipotizza Michele è sicuramente spiacevole.
    Ma d’altronde se tanti lo inseguono con la propria fantasia scrittoria, prima o poi qualcuno saprà raggiungerlo. E noi saremo lì pronti a leggerlo.

  8. tizianabalestro

    Ora la butto là. Qualcuno di voi, ora come ora, scriverebbe una sua biografia?
    E perché?

  9. tizianabalestro

    Noiosa, non ci credo.
    È impossibile. La vita non la definirei noiosa. Al limite alcuni momenti. Ma devi descriverla per completo, quindi ci saranno episodi anche piacevoli.

    • Grilloz

      Per completo manco me la ricordo 😀

      • tizianabalestro

        Io credo di sì, che ti ricordi. Ai novant’anni siamo lontani.
        Io, comunque, ora, non scriverei una mia autobiografia.
        Uno perché mi sembra più un’opera da età più adulta, un buon dieci anni in più ci vorrebbero.
        Secondo perché mi vergognerei. Troppe cose che anche a distanza di tempo, fanno male o sconvolgerebbero troppo.
        Se la metti sul lato dello scrittore sarebbe anche terapeutico, come dicevi sopra.
        Secondo me, è troppo presto, per tutti.

  10. Marco Amato

    Però non me ne voglia il Dadati, ma quello da lui descritto è l’archetipo principale delle storie. Cos’è l’odissea di quel furbacchione (questo è per te Marina :D) di Ulisse che bighellona per i mari e quando arriva riparte. Non è l’archetipo della Divina Commedia o dell’Ariosto? Del Don Chisciotte per arrivare alla Montagna Incantata. E il Conte di Monte Cristo, e il Fu Mattia Pascal e… e… e…
    Il male di vivere, non è un’insoddisfazione del nostro tempo. E’ connaturato al nostro essere uomini. Il voler cambiare la propria condizione è la speranza che sorregge le esistenze. Tutti, ciascuno di noi, è fortemente convinto che domani le cose andranno meglio. Che si avranno più soldi o si sarà più felici.
    E’ il nostro autoinganno esistenziale, che così come la repulsione viscerale alla morte, ci tiene in vita.
    Quando si perde questa speranza di cambiamento si crolla. Arriva la depressione, ci si lascia cadere ai margini.
    Quindi io non ci trovo nulla di strano che questo sia il tema portante del 50% dei romanzi inediti (ipotetici) letti da Dadati.
    Siamo noi esseri senzienti, nella nostra pelle più fragile.

    • Grilloz

      Però Ulisse prima di starsene vent’anni in giro per il meditarraneo (buona parte in compagnia di una certa Circe) non è che stesse a casa a fare il buon marito e il buon padre di famiglia. Se ne stava a Troia a giocare a fare l’eroe coi cavalli a dondolo 😛

      • Marco Amato

        Eh già, ma lui aveva pure le schiave nella tenda. Lui si che sapeva spassarsela. 😛

      • Grilloz

        Fino a quando ha incontrato Circe, colei che trasforma gli uomini in porci (che, detto fra noi, non è che ci voglia tutta questa magia 😛 )

      • Marco Amato

        ahah
        Però non per vantarmi, ma Ulisse è passato a pochi chilometri da me. Ad Aci Trezza, (la stessa dei Malavoglia di Verga (lo sto rileggendo in questi giorni i Malavoglia)) ci sono i tre faraglioni che Polifemo, giustamente incacchiato, scagliò al discolo. La Germania veniva fuori mano all’epoca. 😛

      • Grilloz

        So che sono un po’ meno importante di Ulisse, però ci sono passato anch’io, anche da Aci Castello e Aci Reale. Del resto il povero pastorello Aci mica era furbo come Ulisse 😛

      • Marco Amato

        Quando ripassi ci facciamo un giro assieme. Perché Aci era un discolo. Abbiamo anche Aci Sant’Antonio, Aci Catena, Aci San Filippo… Aci… Ok at libitum.

      • Grilloz

        Dalle mie parti invece ci sono tutti i paeselli del Mela 😉

    • Su Ulisse furbacchione nulla quaestio, Marco! 😉

  11. tizianabalestro

    Come Ulisse ho viaggiato per 7 anni in cerca della mia Itaca… gli approdi che via via mi vedevano rifocillarmi alle altrui fonti non facevano altro che allontanarmi sempre più dalla mia patria, e sempre più smarrita mi scoprivo…. infine… l’ho trovata…. la mia Itaca… (… e mi accorsi… quanto sia vantaggioso essere un uomo nuovo… solo… quasi senza avi… un Ulisse senz’altra Itaca che quella interiore…)
    (Marguerite Yourcenar)

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