L’alibi semantico di grasso

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Se finora il Circolo Pickwick ha analizzato racconti brevi di autori celebri e meno celebri, oggi sono costretto dalle circostanze a fare uno strappo alla regola. Volevo proporvi Goloso di Giuseppe Pontiggia, pagine stupende che dovrebbero entrare nelle antologie scolastiche di letteratura. Non ne ho però trovato traccia in rete, e devo ripiegare – si fa per dire – su una breve osservazione dell’autore comasco dal titolo L’alibi semantico di grasso. Due paginette due, una sorta di post ante litteram, dove parla di diete, con riferimenti autobiografici precisi.

Al di là del tema, che può interessare o no, ricordo che lo scopo del Circolo Pickwick vorrebbe essere non tanto quello di far esclamare «mi piace, non mi piace», quanto quello di provare ad analizzare le tecniche narrative presenti nel brano per rubare il mestiere a quelli che sanno scrivere, e sicuramente Pontiggia è uno che sa scrivere.

Credo quindi che occorra rileggere, riflettere, pensare, evidenziare, sottolineare e proporre spunti che possano essere utili a tutti nelle rispettive scritture, anche partendo da due paginette.

L’analisi del brano sotto osservazione, il quinto che trovate sull’anteprima delle Sabbie immobili, non è altro che una scusa per imparare a leggere e a scrivere con più consapevolezza nei mezzi espressivi che abbiamo a disposizione. Se vi piacerà, ma anche se non vi piacerà, non fermatevi alla superficie. Cerchiamo di scavare insieme come la parola scritta riesca a influenzare i nostri stati d’animo mentre la leggiamo.

Concludo dicendo che forse questa costrizione a «ripiegare» sulla non fiction, ammesso che anch’essa non sia in fondo romanzata – e vi lascio con questo spunto sperando che qualcuno poi ne parli nei commenti –, ha un aspetto positivo che vorrei farvi notare: quanto leggo nei vari blog sugli argomenti più diversi tratta quasi sempre temi interessanti. L’aspetto deficitario dello scritto risiede invece, non dico tutte le volte ma spesso, nel come viene trattato. Analizzare come uno scrittore dipana temi quotidiani può forse aiutarci a trovare nuovi modi per esprimerci efficacemente nei nostri blog. Buona lettura a tutti. Appuntamento nei commenti.

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27 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

27 risposte a “L’alibi semantico di grasso

  1. tizianabalestro

    Grazie del consiglio.
    Prima mi leggo la biografia di Pontiggia.
    Sarà una mia fissazione ma parto sempre dalla vita di uno scrittore.

    • Sempre con questa fissazione della biografia… poi ci racconti qualcosa che ti ha colpito della sua vita, ok? Ma in relazione al tema trattato dal suo scritto, mi raccomando.

  2. La costruzione è un piccolo gioiello ma la perla, come sempre dovrebbe essere, è nel finale: “i vecchi coniugi che non sanno più come odiarsi” è una di quelle frasi così teneramente vere da aprire, in ognuno di noi, ampi squarci di vita vissuta.

    • Proviamo a mostrare, se esiste, il valore di questo piccolo gioiello. Uno l’hai già evidenziato: il finale. Chiudere il «pezzo» con un finale in crescendo. Cerco sempre nei miei post di concludere con una frase, a volte solo poche parole, che diano qualcosa in più, giusto per non smorzare il post. Qui i coniugi, il quadretto familiare, irrompe nelle osservazioni come un corpo estraneo rispetto alla dieta, alle calorie, alle operazioni chirurgiche. Eppure proprio perché apre un nuovo scenario, una nuova materia imprevista, un’immagine che apre su una scena di vita, resta impresso, o almeno lo si nota di più.

      Osservo, al contrario, quanto sia inelegante e grigia la classica domanda finale nei blog, che ribadisce in molti post che vedo in rete l’argomento trattato. Domanda sufficiente se non abbiamo pretese letterarie, ma davvero poco fantasiosa e in fondo banale se vogliamo essere chiamati scrittori.

  3. Colgo l’occasione per segnalare quanto il successivo “Parco buoi” possa essere traslato dalla Borsa all’Editoria senza quasi cambiare una parola.

  4. Proviamo ad allargare il campo. Michele sottolinea il finale in crescendo. Dell’incipit di questo brano, invece, cosa possiamo dire? E visto che ho utilizzato la parola incipit, questo pezzo lo fareste rientrare nella cronaca o nella narrativa? Quanta fantasia e quanta realtà contiene (considerando anche la lunga nota autobiografica)?

  5. Per me è una parentesi autobiografica narrata, non un semplice resoconto di quanto accade all’autore nella sua vita da “grasso”.
    Ed è narrativa nella misura in cui lui riesce a filtrare la sofferenza che prova nel vedersi e sapersi così attraverso parole e intere espressioni che inducono chi legge a sentire ciò che sente lui: la donna è indulgente sul cambio di o in a (una debolezza linguistica), per lui quella “a” ha un suono più grave, un significato più profondo, è il “nemico cui arrendersi”‘ la “sconfitta cui rassegnarsi”. È come un vedersi grassi insieme a lui, “cetacei in una pescheria”.
    In pratica, io ci vedo un racconto sulla necessità di sottoporsi a una dieta ferrea, che parte da una riflessione legata a un’esperienza personale per allargarsi alla vita che potrebbe appartenere a chiunque nella descrizione del tipico quadretto domestico di una vecchia coppia che ormai si rinfaccia le reciproche trasgressioni. Quasi una scusa, quella della “grassezza”, che lascia intendere altro.

    • Non un semplice resoconto, hai detto. Sono d’accordo con te, anche a me non sembra cronaca, o saggio, o autobiografia. O almeno non solo questo. Cara Marina, ti va di evidenziare all’interno del brano la parte narrativa?
      Il brano è composto da sei paragrafi separati da una riga. Sia la versione cartacea sia quella digitale li evidenzia. Ti va di dirmi quali sono le parti più narrative all’interno di queste sei?

      • Io ci vedo solo della narrativa. Costruzione, similitudini, dialoghi: tutta narrativa. Voi ci vedete dell’altro?

      • Costruzioni, similitudini e dialoghi esistono anche nella saggistica, non sono certo prerogativa della sola narrativa. A me sembra che il primo e secondo paragrafo siano intrise di considerazioni generali, come se provenissero dalla mente di uno studioso del problema. Dal terzo invece il discorso cambia e si introduce una storia raccontata per fasi della dieta ferrea e una visione finale sulla coppia che si rinfaccia le ultime trasgressioni, coppia che però non appartiene più alla storia in senso stretto ma in un certo senso se ne distacca tornando a un narratore più da saggio che osserva i comportamenti umani come accade all’inizio. Non sei d’accordo?

      • No 🙂
        Nella saggistica (seria) si va dritto al problema e la guida è la logica. Qui invece il tutto è costruito per effettuare un viaggio dell’eroe.
        La premessa grasso/grosso è costruita solo per proiettare il protagonista nel conflitto. Lo specialista è il mentore, in possesso della magia per aiutare il nostro eroe. Le infermiere usano le maniere forti solo perché operano nel momento del climax. Alla fine l’eroe vive avendo una nuova conoscenza, ma le vecchie coppie, spostando il focus, sono una perfetta chiusa da racconto che si lascia aperta una porta. Insomma: tutto lì è narrativa.
        Se avesse voluto essere saggistica, avrebbe cominciato così:
        «C’è un indice che accompagna chi è obeso e che tutte le persone sovrappeso aborrono: l’Indice di Massa Corporea.»

      • Può essere quello che dici. Ma se fosse come dici Pontiggia sarebbe semplicemente uno scrittore che segue esattamente le indicazioni da manuale di scrittura creativa all’americana. Invece mi pare uno scrittore vero, che in questo caso non sta facendo fiction, ma scrive così bene da farla sembrare tale. Il mentore è sempre un alleato dell’eroe, mentre in questo caso appare come il nemico. Rispondo anche a Marina e poi aggiungo qualche altra considerazione per tutti noi in modo da allargare la discussione che si sta facendo interessante.

      • Secondo me la distinzione non è fra saggistica e narrativa, è ovvio che questo brano non può essere un saggio e resta comunque un racconto. Però anch’io credo che al suo interno ci siano parti maggiormente narrate e parti in cui l’autore si abbandona alla riflessione. La terza e la quinta parte sono le parti più narrate dove la descrizione di un momento preciso, la visita dal medico o l’intervento con successivo risveglio, avvicina il lettore agli eventi. Le altre parti, invece, invitano il lettore a condividere un pensiero o lo sollecitano (nel finale, per esempio o quando Pontiggia distingue il professionista dallo scrittore).
        È un tipo di narrativa che a me piace, perché lascia al lettore il tempo di pensare, di fare deduzioni, non lo immette solo dentro l’azione.

      • Forse non è narrativa pura ma, come dico a Michele, è scritta così bene, in modo calibrato da sembrarlo. Aggiungo un commento in generale perché voglio una vostra risposta alla mia interpretazione.

  6. Queste due pagine le ho scelte (leggetevi Goloso dove Pontiggia dice esattamente gli stessi fatti ma in forma di racconto) perché sono a mio parere un esempio sapiente di tecniche di scrittura.

    Partiamo dai primi due paragrafi. La loro caratteristica è l’uso della terza persona per parlare oggettivamente di problemi di peso. La chiave per parlarne è l’ironia, si procede per massime generali come se si fosse alle prese con un’indagine sociologica, psicologica. Si osserva il fenomeno da lontano, come farebbe uno studioso. Ogni frase procede per generalizzazioni, massime, sentenze. Il titolo del pezzo viene preso da una di queste frasi, a decretarne una certa asetticità. «C’è un aggettivo…», «la donna indulge»… «la lotta si prolunga»… «L’uomo si arrende»… «Si rassegna alla sconfitta»… Come vedete i verbi sono impersonali, come se ci trovassimo in una dimostrazione, quasi scientifica. Infatti, pur esagerandola, Michele parte con la stessa struttura linguistica nel suo saggio: «C’è un indice che accompagna»… perché è questo il linguaggio della saggistica o della medicina o della scienza.

    Al terzo paragrafo però Pontiggia cambia tono. Passa dall’impersonale alla prima persona singolare: «Ho oscillato»… e prosegue narrando in prima persona. Dice Marina che questo avvicina il lettore in più punti (terzo e quinto paragrafo). A me sembra invece che Pontiggia continui a trattare l’argomento dall’esterno, in modo assolutamente neutro, scientifico, facendo un’osservazione dei fenomeni al microscopio. Ed è questa, a mio parere, la bellezza del brano e l’abilità della scrittura. Perché parla in prima persona di sé, ma vedendosi fuori di sé. È come se si osservasse anche lui tra sguardi divertiti e preoccupati. Il suo corpo viene esaminato, osservato, toccato, sospinto da uomini in camice, cetaceo in pescheria, adagiato su un lettino, come corpo morto da martoriare non si sa in base a quale tortura o punizione divina. Il Pontiggia personaggio subisce la dieta, che lo renderà adeguato nel peso ma sereno e malinconico. Compiangerà l’insuccesso di quelli che cedono alla dieta e si permettono trasgressioni da rinfacciarsi. Mentre lui sa quello che deve fare per mantenersi a dieta, ma facendolo non sa come finirà. Cioè lo sa benissimo: con la morte per fame.

    Quando noi scriviamo di solito usiamo un solo tipo di narrazione, prima o terza. Pontiggia in queste due pagine le usa entrambe ma per entrambe sceglie l’impersonale. Sta raccontando tra le righe e il lettore secondo me lo percepisce istintivamente che si guarda sempre e comunque da fuori, come se non fosse altro che un fenomeno esterno e lontano, anche buffo, che sta studiando da tempo. Vedo tutte queste cose in questa scrittura volutamente distaccata e sobria.

    Nel finale poi, l’ultima parte dell’ultimo paragrafo, la coppia non è altro che l’uomo e la donna che all’inizio erano separati dalla «o» e dalla «a», e che ora sono vecchi coniugi accomunati dalla stessa grassezza da rinfacciarsi a ogni peccato di gola reciproco. Però su questa conclusione non sono del tutto sicuro. 😀

  7. La tua interpretazione mi sembra convincente, ma, in fondo, è vicina a quello che intendevo. Quando dicevo che nella parte narrativa Pontiggia avvicina il lettore alla sua esperienza è perché, nella descrizione di ciò che gli accade, ancorché fatta in modo impersonale (il medico che lo tocca, lo palpa, le domande delle infermiere che lui pensa insistenti), il lettore si vede con lui nell’ambulatorio o nella sala operatoria, cioè trasmette una sensazione che il lettore avverte.
    Le altre parti sono introduttive, preparatorie, fungono da premessa. Lì noto di più il distacco dell’autore.
    Per quanto riguarda l’uso della prima e terza persona nello stesso testo, ogni volta entro in confusione: qui funziona perfettamente, eppure in altre occasioni questa doppia visione sembra da evitarsi.
    Nel finale io vedo un uomo grasso che ha deciso di porre rimedio seguendo una dieta di fronte a una donna grossa che dovrebbe fare altrettanto. Ma mi soffermo sui due termini “speranza” e “paura”. Speranza di dimagrire, finalmente, o paura di come questo potrebbe incidere nell’equilibrio della coppia? O forse è la paura di non riuscire nell’intento o ancora di continuare a essere controllato da una moglie pronta a rinfacciare le trasgressioni?
    Curiosità lasciata all’immaginazione del lettore.

    • I tuoi finali sono probabili come il mio. Quindi sono aperti a varie interpretazioni. Ma torniamo al nucleo centrale per trarne ispirazione. Il mischiare narratori diversi è un modo per arricchire il testo. Noi avremmo usato in tutta la scrittura o la prima persona o la terza, in base al principio chissà letto dove che cambiare confonde il lettore. Ma tu non sei andata in confusione. Però grazie al cambio del punto di vista Pontiggia riesce a proseguire sulla strada dell’ironia e il racconto ha una svolta dalla visione lontana di un problema sociale alla storia personale dello stesso problema tornando poi a un generale-particolare, la coppia di coniugi. Dobbiamo trarne la conclusione che un salto di riga ci rimette da capo nella narrazione. Ci dà la possibilità di rivedere i fatti, la narrazione, da nuovi punti di vista, arricchendo lo scritto.

      Parli poi del lettore. Anche questa mi sembra un’ossessione de noartri che non ha il corrispettivo negli scrittori validi. Pontiggia parla di Pontiggia a Pontiggia, e tramite questo escamotage parla a noi che siamo osservatori dell’osservatore principale. Non mi sembra che cerchi la nostra complicità o abbia l’intento di includerci. Non include se stesso, e quindi neppure noi.

      Controlla i verbi che usa dal terzo paragrafo in poi. Il primo è potente: «ho oscillato». Mi chiedo chi di noi è in grado di inventare un verbo simile per parlare di sé. Avremmo detto «Sono vissuto tra le due vocali», «Ho convissuto con le due vocali», o simili. Lui però sceglie l’oscillazione, un verbo scientifico: anche se non te ne accorgi il verbo passa nel lettore e lo influenza. È come se dicesse: ora parlerò di un corpo che oscilla; toh, guarda, mi accorgo che è il mio. E aggiunge al capoverso dopo: «il mio corpo è stato esaminato»: esame, diagnosi, lettino (io mi immagino che il lettino è freddo, aderendovi il corpo sente freddo, lo stesso freddo del bancale della pescheria introdotto come immagine oltre). Il suo medico dice: «Il suo corpo mi creerà dei problemi», come se esistette un corpo e un Pontiggia. Il dottore parla al corpo di Pontiggia. Noi, ancora, avremmo detto più banalmente «Lei mi creerà dei problemi», unendo corpo e personaggio.

      La parola professionista implica freddezza, il contrario dello scrittore. Ma poi lo scrittore qui si esamina freddamente. Il gelo della sala operatoria (che richiama il freddo cetaceo già morto). Le infermiere che «si affacciano» al risveglio: è implicito il suo punto di vista soggettivo puntato sul soffitto con le facce che entrano nel suo campo visivo, stessa situazione già sperimentata dal medico (con gli occhi al soffitto aspettavo la diagnosi). Abbiamo poi non una dieta, nel finale, ma una dieta «scientifica»: altra parola che apre a dei concetti più vasti senza descriverli. Ora il problema diventano le «calorie», non il cibo. La vita ora è vista, anche dallo scrittore, non in termini di piacere, ma di calorie per eliminare non la ciccia, ma il «superfluo». Superfluo che gli permette di rientrare «nella norma», altro termine scientificamente significativo. Ma se c’è una norma, vuol dire che vede il suo corpo escluso dalle trasgressioni alla norma. Ed ecco l’immagine dei coniugi.

      Mi impressiona, ma forse è una mia fisima, l’uso delle parole assolutamente cercate e volute, non casuali in questo breve componimento. Sono come fili che si intrecciano, una catena che serve a dare una sensazione ben precisa. Tu che stai cercando una scrittura più consapevole e vicina a quello che vuoi esprimere credo che potresti trovare molti spunti utili su come procedere proprio a partire da questo breve racconto, chiamiamolo racconto perché la cura delle parole è tale che è un racconto, come dice Michele, a tutto tondo. Ma è un racconto solo perché Pontiggia ha usato le parole giuste rispetto alla sensazione che voleva trasmettere. Certo, lui è lui e noi, vabbè… noi ne avremmo fatto un misero post.

  8. Devo ammettere che un’attenzione così particolareggiata del testo non poteva venire da me. Io, in modo più semplicistico, ha sottolineato i ritorni percepiti nell’immediato. Tu hai scandagliato il brano, lo hai analizzato riga per riga, hai fatto la filosofia del racconto. Secondo te, a uno scrittore tutto questo viene naturale oppure studia ogni effetto ed elabora scientificamente ogni parte del discorso per produrre determinati effetti?
    Dai grandi scrittori si impara sempre, ma giuro c’è voluta questa seduta per capire tante sottigliezze che, leggendo, non avrei saputo sottolineare in modo così specifico.
    Per cui ti ringrazio, perché questo mi stimola ad approfondire i miei studi sulla buona scrittura e a trovare in un racconto un intento, un obiettivo, a prescindere, poi, dai risultati ottenibili.
    Sottolineo l’importanza di un fondamentale spunto di riflessione: la vera chiave per una buona narrativa è fare un uso consapevole delle parole, parole che devono “comunicare” e non, banalmente, tradurre un significato ovvio.

    Prendo e porto a casa. 😉

    • In qualche modo ho trovato la risposta alla tua domanda: non gli viene naturale, ma elabora razionalmente. Ne vuoi la prova? Nel racconto Goloso, che a questo punto credo sia successivo, ho trovato questo passaggio riferito al protagonista della storia. «Da giovane aveva contato sulla distinzione tra grosso e grasso, poi l’alibi, a poco a poco, si era dissolto, anche perché gli altri gli riservavano solo il secondo aggettivo, tranne qualche suo impiegato».

      Mi piace pensare che l’elaborazione del testo avvenga in questi grandi scrittori con una lunga gestazione. Altrimenti sarebbero per noi irraggiungibili.

      • Specialmente i racconti: leggendo una intervista a David Poissant, ho scoperto che ci ha messo una infinità di tempo a scrivere quei racconti. Sosteneva, invece, che un romanzo fosse più semplice: dopotutto un romanzo è una costruzione logica, riempita di tutto quello che serve. Un racconto, invece, non è altro che una superficie concava, che vive di quei pochi lampi capaci di illuminarla e produrne i giusti effetti di chiaroscuro. Solo uno scribacchino del mio livello può pensare di sedersi al pc e di scrivere un racconto. E forse è proprio per quello che ho scritto più che altro romanzi; per quanto possa dire che i miei romanzi hanno venduto il doppio dei miei racconti e pure il viceversa.

      • Leggerò anche questo racconto. Forse tutti quelli concessi dall’anteprima… e magari poi anche tutto il libro. 🙂

      • Goloso è pubblicato nella Morte in banca, Mondadori. Puoi leggertelo in dieci minuti direttamente in libreria.

    • Neppure io avevo approfondito così l’uso delle parole 😦

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