Bufale all’Umberto Eco

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Ieri ho fatto un esperimento. Alle persone che ho incontrato (anche doppie lauree) ho riferito solo che «Umberto Eco ha rilasciato un’intervista che…», senz’altro aggiungere. Mi aspettavo una reazione alla Alessio Montagner, e invece no. Zitti. Focalizzati sull’intervista. «Ragazzi, Umberto Eco è morto da mesi».
«Ah sì? Ma dai!».

Nel momento in cui scrivo, questo è l’ultimo commento che appare al mio post di ieri riguardo alla bufala delle dichiarazioni rilasciate da Umberto Eco sul referendum costituzionale. L’esperimento è di Barbara Businaro, l’autrice del commento, e va a testare persone non sprovvedute, plurilaureate, gente che credo abbia gli strumenti culturali per discernere il vero dal falso. Eppure anche loro, al pari dei grullini, ignorano che Eco è morto da mesi, mai potrebbe rilasciare interviste, esprimere opinioni.

La mia riflessione, però, non voleva porre l’attenzione sull’informazione, ma sul contesto, che se credibile, ben architettato – e quello della bufala mostrava volutamente molti indizi per essere smascherato –, porta a credere tutto quello che viene detto senza spirito critico.

Umberto Eco vivo? Morto? Possiamo non saperlo, o essere informatissimi. I primi nomi che mi vengono in mente: Henry Kissinger, Michail Gorbaciov, Franca Valeri, Armando Cossutta, Giorgio Albertazzi, Marco Pannella, Dino Risi. Vivi, morti o ics? Se per qualcuno saprete certamente rispondere senza esitazione, per altri potrebbe esserci un po’ di incertezza, è normale. Eco, incrociato per la strada più volte, camminava sconosciuto a tutti, senza body guard. Nessuno l’ha riconosciuto, nessuno a chiedergli un autografo o un selfie. La Marini, o Corona o Balotelli non potrebbero fare cento metri senza essere assaliti dalla folla, anche di plurilaureati. Ma il problema non è questo.

Il problema è invece legato al contesto, a tutte quelle relazioni che circondano una notizia e che la vestono di credibilità. E qui potremmo trovarci su un terreno più vischioso. Senza andare troppo lontano, tempo fa, ricorderete, ho intervistato un editor di casa editrice, che ha voluto restare anonimo, e che ci ha svelato alcune dinamiche presenti all’interno delle redazioni. Un’intervista molto articolata, che però a un certo punto si dimostra assolutamente falsa. Sono convinto che fino al momento in cui non ho svelato l’inganno non si era in grado di dire se il dialogo fosse vero o falso perché, per il tono usato, tipico delle interviste a due, per il timbro professionale di chi parlava, per la mia stessa «reputazione» acquisita dopo tanti post di un certo tipo, era difficile capire che fosse tutto frutto di invenzione, e in tanti si sarebbero messi a dialogare, a porre domande e curiosità a un editor inesistente, ma assimilabile a quelli che intervengono nei blog (anzi, se devo essere onesto, molto più professionale e preparato).

E che dire dell’intervista sull’autoeditoria, il pezzo finora più popolare del mio blog, grazie a Marco Amato e alle sue risposte? Qualcuno l’ha citato in rete come uno degli interventi più interessanti e approfonditi mai scritti in Italia sul self-publishing (avete letto bene, in Italia). Vero o non vero, personalmente non sono esperto di niente. Non so se Marco lo è. Diciamo che lo è. Ma dove si può verificare la competenza, cioè che esiste un dibattito serio, approfondito, scientifico, accademico, con pubblicazioni rilevanti sul fenomeno del self in cui Marco è citato come esperto da altri esperti? Esperto per me vuol dire questo, non che tanti blogger ti definiscano esperto dall’alto della propria non competenza. Qualsiasi professore universitario di letteratura dovrebbe (uso il condizionale) saperne molto più sul self. Mi stupirebbe che nei dipartimenti di letteratura italiana nessuno studi questo fenomeno in crescita e il vertice delle riflessioni sull’autoeditoria sia il buonsenso e l’onestà intellettuale di due blogger minuscoli, io certamente sono minuscolo.

Dicevo nel post collegato a questo, che il terreno frana sotto i nostri piedi ogni giorno di più. Le parole esperto, informazione, veridicità e competenza dovrebbero riguardare i fatti, non le opinioni. E i fatti dovrebbero essere enunciati in relazione al curriculum, non al numero di follower che seguono il tuo blog; e accompagnati dall’esperienza professionale fatta in passato sul campo per l’oggetto di cui si parla. Chi parla con competenza di copywriting in quali grande agenzie pubblicitarie ha lavorato, quali slogan famosi ha prodotto, quali riconoscimenti ha ricevuto dalla categoria professionale a cui dice di appartenere? Chi ci insegna il social marketing in quali contesti ha operato, diretto, pianificato, seguito e portato al successo campagne promozionali di livello? Tutto quello che diciamo, specie se dall’alto della nostra competenza, dovrebbe arrivare da contesti verificati (aule universitarie, simposi, pubblicazioni accreditate, case editrici conosciute), non avere come unica fonte il proprio blog al lunedì mattina. Tutto il resto è ciacole, chiacchiere. E va benissimo per divertirsi, ma antenne dritte per non finire vittime oggi stesso di bufale alla Eco.

Post scriptum: per quanto mi riguarda le uniche competenza serie sul mio blog sono quelle dell’Angolo di Donata, uno spazio che non mi appartiene. Tutte le restanti ciacole sono mie, e lì c’è solo divertimento, niente fiocchi d neve.

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36 commenti

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36 risposte a “Bufale all’Umberto Eco

  1. Grilloz

    In effetti ho la pessima abitudine di andarmi a spulciare il cv (leggi bio) dei blogger autorevoli. Ciò non toglie che per le opinioni già mi fa piacere trovare delle buone argomentazioni 😉

  2. Mitica Donata! Quando torna?

  3. tizianabalestro

    Entro in punta in piedi, se riesco.
    Riguardo alla non informazione, m’impressiona.
    L’esperimento sul falso e vero direi che ci dovrebbe far riflettere e soppesare tutto ciò che viene riportato.
    A dire il falso si fa presto. A dire il vero non sempre fa notizia.
    In merito alle conoscenza, anzi competenza non vorrei parlare di me stessa, mi metto da un lato.
    Ti dico che ho visto persone laureate non saper nulla, eccetto le nozioni ricevute, e molte nemmeno le hanno messe in opera perché non hanno apprezzato la fortuna che avevano nello studiare.
    Mentre ho visto persone non laureate conoscere molto di più.
    Sai perché? Perché poi hanno dovuto faticare di più per imparare.
    Sono quelle che le competenze le hanno costruite sul campo, a volte rimettendosi a studiare.
    La competenza viene da quanto ti impegni, non dal foglio di carta.
    I plurilaureati non è detto che abbiano studiato bene se poi il risultato direi che vivono in loro mondo e nemmeno si accertano quello che è vero da ciò che è falso.
    Non conta fare presenza sul registro di classe, vale l’impegno nello studio.
    Improvvisarsi poi come portatori sani di cultura, bravura quando si sta fallendo su ciò che si sta professando è ostentazione. È sopravvalutarsi.
    Io so questo, io so quello. Bene, dimostralo.
    Le chiacchiere stanno a zero.
    Contano i fatti.
    Umiltà in ciò che professiamo.
    La vedo solo dai grandi. ( non vorrei fare nomi)
    Chi è competente è umile, perché sa già com’è. Chi non sa niente o poco o si crede chissà chi è saccente, sa la verità assoluta e si rende ridicolo.
    Forse sono entrata a gamba tesa.

  4. “E i fatti dovrebbero essere enunciati in relazione al curriculum…”
    Qualcuno ha problemi di privacy, caro Helgaldo! 😉
    Ecco perché tra i social ho aggiunto LinkedIn, che i lettori capiscano che la sola mia competenza è informatica, alla fine. Che sul mio curriculum non c’è privacy, è lì, nero su bianco.
    PS: il mio esperimento aveva anche un’altra finalità: dal momento che io stessa avevo riportato le 40 regole di Umberto Eco in occasione del triste evento, stavo anche testando se è vero che “ah sai, ti leggo sul sito” 😉

    • Non ho bisogno del tuo curriculum per comprendere da certi articoli la tua competenza informatica, infatti. Allo stesso modo quando parli dei sei cappelli per pensare e li trasferisci alla scrittura so che stai esprimendo un’opinione suggestiva, creativa, interessante. Ma non mi sognerei di segnalarla ad altri come l’intervento di un esperto di scrittura creativa.

      Anche le 40 regole di Eco vanno prese con le molle. Non le ha incluse in un discorso accademico, ma nelle Bustine di Minerva. Roba leggera, insomma. A proposito, com’è andato l’esperimento «sai ti leggo»?

      • Che non mi leggono, altrimenti lo sapevano che Eco è morto. Aprivo l’articolo con “Qualche giorno fa Umberto Eco ha lasciato questo mondo…”
        O avranno pensato che Eco è sbarcato su Marte?!

      • Vorrei ricordare a chi passa che le 40 regole di Eco non sono sue. Che poi, vedo, Barbara lo sa. 🙂

    • tizianabalestro

      Il curriculum non mente.
      Non ho capito quello della privacy.

  5. L’ente “Necromanti Moderni” esprime in una nota ufficiale il suo disagio nell’apprendere che secondo alcuni Eco non potrebbe più rilasciare interviste. Si tratta di una posizione oscurantista che non tiene conto dei lavoro di tanti professionisti della zombificazione letteraria. Come vi spiegate i libri che autori come Tolkien continuano a pubblicare, nonostante il decesso decennale?

    • Al di là dell’idiozia di cui sopra, il problema di cui parli è serio. Ogni giorno da prof mi scontro con il “l’ho letto su internet” dei ragazzi.

      • Grilloz

        Ai nostri tempi c’era il “l’ha detto la TV” 😉

      • Nella risposta a Tenar c’è dentro la tua considerazione. Quando dirai: l’ha detto Helgaldo, ecco, quel giorno finirà la società civile. E dillo, dai!

      • Grilloz

        Io per dirlo lo dico, ma a chi? 😛

      • Sul pesce pilota! No, nave pirata. Neanche. Nove pelota, no, nuovi pirati. Insomma, su quel coso dove hai la possibilità di dirlo a tanti. Ora il nome non mi viene.

      • Grilloz

        Allora domani publicherò questo post auto-comesidice-tivo:
        “Oggi finisce la civiltà, l’ha detto Helgado” 😛

      • Era uno dei possibili sviluppi di questo post, l’avevo pensato ma poi mi era sfuggito: come dice anche Grilloz, prima c’era l’ha detto la tv, perciò è vero. Ora, l’ha detto internet. Questo però non è un deficit che viene solo dai tuoi ragazzi. In molti, non dico tutti, di quelli che oggi rifiutano i vecchi mezzi di informazione (tv, telegiornali, carta stampata), hanno questa smisurata e acritica fiducia nell’informazione orizzontale della rete, ancora più manipolabile di quella tradizionale.

    • Gentile ente, sappiamo bene che lo scrittore postumo è più vivace, vitale, creativo e prolifico di quello terreno. Terremo conto delle vostre sacrosante rimostranze.

  6. L’argomento è interessante, riguarda tutti noi e le generazione future.
    Su Facebook si leggono notizie, e creduloni che condividono e commentano, — che sul serio ci si pone il dubbio — che la democrazia che ci aspetta, possa essere ancora uno strumento efficace. Però se si esplora con la memoria il passato, si evince facilmente come le masse godono di ignoranza per virtù propria. Quando dicevano che i comunisti mangiavano i bambini, erano in molti a crederci. E la rivolta del pane raccontata da Manzoni. O le madonnine che per tutta l’Italia piangevano durante Napoleone solo perché il Papa era stato deposto dal trono temporale.
    La creduloneria fa parte di noi, e credo che saremo costretti a conviverci sempre più.
    Ieri mentre compivo zapping su Sky mi è capitato un documentario “chicca” su eventi inspiegabili che accadono sulla terra. Gli autori del documentario sapientemente alternavano l’opinione di scienziati, a quella di complottisti e religiosi — come se le deduzioni fossero tutte sullo stesso piano. La spiegazione del religioso mi ha colpito e fatto sorridere. Diceva : questi sono i segni che Dio ci manda per palesarci la sua presenza.
    Ecco, mentre io con le chiappe sgommavo sul divano, avrei posto al religioso una sola domanda: ma a te, che Dio si palesa così, chi te l’ha detto? E’ stato Dio stesso o è pensiero imbecille tuo? E se è stato Dio, come quando e dove ti ha parlato. Hai fatto almeno scattato un selfie dell’incontro da postare su Facebook? 😀

    Riguardo al mio caso, e alla nostra intervista. E’ perfettamente vero quel che dici. Ma nel mio caso, la mancata autorevolezza, che ci sta tutta — ed è evidente non avendo nessun curriculum all’attivo sul self publishing — non va imputata all’intervistato, quanto all’intervistatore che ha insistito per ottenere l’intervista. 😀
    Come ben vedi e sai, la realtà è sempre manipolabile e i torti e le ragioni possono viaggiare come elettroni dentro un cavo elettrico. 😀
    Magari l’autorevolezza giunge successivamente quando altri operatori del self publishing ti dicono hai detto cose più che sensate. Ma lì c’è comunque il rischio di ricevere il consenso corporativo. Altro male insanabile.
    Ma io son ben consapevole, che le mie stesse argomentazioni sono molto opinabili. E lo sarebbero anche se fossi autorevole. Quanti editor autorevoli sparano fesserie sul self publishing perché pregni di pregiudizi, ignorano quel che sta accadendo o potrà accadere? E quanti editor autorevoli sparano fesserie sull’editoria stessa perché in realtà non comprendono un granché del loro stesso mestiere?
    Tutta l’informazione che ci circonda, scritta o colloquiale, è una forma liquida di opinione da cui è difficile districarsi.
    Molti ad esempio compiono un errore grossolano nello stimare l’influenza del marketing. Molti sostengono che il marketing cambia le opinioni della gente e ti costringe a comprare prodotti che non ti servono. Niente di più falso. Il marketing cavalca le opinioni e suscita esigenze in chi già possiede quelle esigenze. Per un marketer è difficile far cambiare idea a un complottista. Perché sforzarsi così tanto, quando è molto più comodo creare prodotti ad hoc per il complottista.
    Le persone cercano conferme al loro modo di pensare. Il marketing fa questo, e magari qui sta la presa per il culo.
    E questo è tanto vero che anche la politica funziona così. Salvini è contro l’immigrazione, perché il suo popolo elettore è contro l’immigrazione. Cavalca ed esprime meglio (meglio va be’…) le idee della massa.
    E infatti, per concludere, le mie idee sul self publishing, non sono un assunto di verità, verità scientifica, ma opinioni o ragionamenti estrapolati sia dalla realtà che ci circonda, sia da proiezioni mentali della stessa realtà.
    Il mio argomentare può essere interessante per alcuni, inutile per altri, o addirittura ingenuo, come mi ha detto un editor dopo aver letto la nostra intervista.
    Pirandello ci aveva avvisato sul relativismo moderno, così è se vi pare, ma credo proprio che non saremo mai pronti.

    • Mi chiedevo quando sarebbe giunto il tuo intervento, doveroso direi. 🙂

      Come sai è stata un’intervista che ha avuto una lunga gestazione, ci ha impegnato a lungo, e ognuno di noi ha dato onestamente tutto quello che sapeva sull’argomento. Domande e risposte contengono molto buon senso, e questo credo nessuno può negarcelo. È già qualcosa, di questi tempi è molto.

      Però la trappola è proprio nel fatto che l’autorevolezza viene costruita a posteriori e viene avallata dai sostenitori della stessa idea. Che poi l’irraggiano in rete e la fanno diventare autonoma da chi l’ha scritta. Finisce che si ammanta di autorevolezza un semplice scambio di opinioni tra due blogger. Chi crede nel self-publishing (ma è solo un esempio, dovremmo estenderlo a tutti i campi), ti dà autorevolezza, certo. Dico però che l’autorevolezza, il confermare una tesi sostenuta, un’informazione esatta, deve venire da chi esamina il fenomeno senza prendere una posizione per gli uni o gli altri. Un professore universitario di letteratura, per esempio, non è fan del self o della pubblicazione tradizionale. Esamina il fenomeno dall’esterno e non dà giudizi precostituiti. La metodologia scientifica, in ogni ambito, punta a questo. Altrimenti sei equiparato a Salvini che la pensa esattamente come il suo elettorato. Ma lì c’è una fazione, che ha le proprie idee. Un politologo, uno storico, un ricercatore esaminerà quel fenomeno alla luce di altre variabili. Non dirà che è giusto o sbagliato, ma spiegherà da dove arriva e dove può condurre, in cosa consiste, a quali filosofie si ispira.

      Sul self, per esempio, ho letto una tesi universitaria che si limitava a una panoramica generale e generica, senza prendere posizione. A fine pubblicazione si citano le fonti. Potrebbe capitare che il nostro post finisca tra quelle fonti, se non c’è uno spirito critico sufficientemente sviluppato nel ricercatore. Se così avverrà un giorno non credo che ne sarei felice, perché so di non essere una fonte attendibile e verificabile. Mi consolo che solo da tante pubblicazioni di questo tipo si estrarrà la vera natura del fenomeno, quando riscontri, coincidenze, interpretazioni divergenti, troveranno uno zoccolo duro immutabile. Quello zoccolo duro sarà «la verità» oggettiva sul self, quello che si può dire senza essere smentiti o accusati di sostenere una delle due parti. (In realtà il self non avrebbe una controparte, se ci pensi bene).

      Mentre scriviamo ci sono altri commenti al post di Eco, di gente che continua ad attaccarlo. È questo il rischio, in modi diversi e forme attenuate, anche nei nostri blog.

      • Sì, condivido in pieno la tua analisi.
        Il professore che dovesse citare la nostra intervista, al massimo dovrebbe prenderla in considerazione non come fondamento del fenomeno, ma come testimonianza dell’umore del tempo, cioè le reazioni dei potenziali fruitori a questa potenziale innovazione tecnologica.
        Le tue preoccupazioni di come le notizie vengono percepite e di come si amplificano sui social sono pure le mie.
        A volte scherzando con alcuni amici dico: ma perché non fondiamo una nuova religione? Un credo complottistico di salvazione in cui la verità è negata dalle religioni ufficiali… e altre corbellerie simili.
        Per noi sarebbe un gioco, ma ci sarebbero altri che ci crederebbero sul serio.
        E cosa sarebbe questo se non il Pendolo di Foucault di Umberto Eco (Romanzo che a me è piaciuto più del Nome della Rosa).

        Il post del falso Eco che citi, sai da chi è realizzato?
        O da qualche studio marketer (ma non credo) o per uno studio sociologico sulla rete stessa.
        Gli elementi sono chiari. Il sito ha solo un post. Non contiene pubblicità quindi non è realizzato per clickbait.
        Stanno studiando la reazione delle persone alle notizie costruite sul limite dell’attenzione degli utenti. Una notizia provocatoria che sembra vera, ma che mostra palesemente la costruzione artificiosa. Staranno misurando il grado di condivisione social e tutto il resto.
        Loro non lo sanno, ma sono semplici cavie da laboratorio. 😉

      • Sono curiosa come un gatto, quindi sono andata a cercarmi la pagina incriminata. Come diamine si fa a cascarci? Un sito ridicolo, con 1 solo post! Come si fa a credere che sia una testata giornalistica?!
        L’autore è un bufalaro DOC, che combatte la disinformazione esasperandola (sono talmente grosse le sue, che dovrebbero essere riconoscibili, come le 800.000 Volkswagen che non potevano essere vendute per problemi di certificazione dei consumi e che sarebbero state regalate su Facebook a San Valentino 2015…e invece niente!).
        Intervistato da Wired, ha dichiarato: “La mia filosofia è che dobbiamo smetterla di incolpare il sistema per qualunque cosa, il sistema che ci controlla, il sistema che ci informa. Vorrei far capire che in rete siamo noi stessi il sistema, tutto dipende da noi. Spesso vengo accusato di fare disinformazione: ma non è possibile, non ne ho il potere. Non sono un giornalista, un blogger, non sono Emilio Fede, sono una persona comune. Non si può accusare un metalmeccanico di Terni di fare disinformazione nazionale, perché allora la disinformazione non sono io, la disinformazione siamo noi, noi che scriviamo e noi che ascoltiamo.”
        Ergo, se in giro ci sono persone che non sanno che Umberto Eco è morto, è anche colpa nostra, che evidentemente non abbiamo diffuso a sufficienza l’informazione. Se ci sono blogger la cui parola vale quanto un professionista affermato dello stesso settore, è anche colpa nostra, che non abbiamo il coraggio di chiedergli curriculum e referenze. Ma questa è anche un’arma a doppio taglio, perchè anche Helgaldo si maschera e gioca con noi senza averceli forniti. Marco Amato almeno ci mette la faccia…ma siamo sicuri che sia la sua? 😉

      • Guarda che quello della foto sono io. Mi sono creato questo blogger immaginario per avere un dialogo fittizio. La prova? Il suo blog ha un solo post, come il metalmeccanico.

      • Ma allora Helgaldo tu sei anche Ermes Maiolica, dì la verità!! 😉

      • “Il post del falso Eco che citi, sai da chi è realizzato?
        O da qualche studio marketer (ma non credo) o per uno studio sociologico sulla rete stessa.”
        Ermes Maiolica, operaio metalmeccanico…. Tempi duri per il marketing! 😛

  7. @Barbara
    “Marco Amato almeno ci mette la faccia…ma siamo sicuri che sia la sua?”

    Barbara mi hai beccato! In realtà io sono Helgaldo che in un rapporto bipolare mi auto cito, nonché sono il mio vero volto e quello del falso Eco, del finto tg, del finto sproloquiare. 😀

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