L’arco di trasformazione del personaggio

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L’arco di trasformazione del personaggio, una delle verità incontrovertibili della letteratura.

Penso a Manzoni. Ma chi è che si trasforma nei Promessi Sposi? Solo Don Rodrigo in punto di morte, e allora non vale, e l’Innominato, per due parolette dette da Lucia («Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia»), che poi l’idea di cambiar vita l’aveva già avuta per conto suo. Infine Fra Cristoforo, ma nella storia prima della storia. Poi è de coccio per tutto il romanzo. Mi chiedo come bisogna considerare questa storia dell’arco di trasformazione dei personaggi. E quanto tempo occorre per una trasformazione? Una vita, dieci anni, un giorno?

Parlando in privato con qualche blogger mi viene detto che certe reazioni dei personaggi non sono credibili. Se uno è un tizio calmo non andrà di fretta, se è fedele a pagina 1 non può tradire a pagina 2, neanche se una te la sventola davanti. Nella settima novella dell’ottava giornata del Decameron che ho appena finito di leggere, Rinieri si innamora perdutamente di Elena, che invece non l’ama e lo inganna prospettandogli un appuntamento amoroso, lasciandolo per una notte intera a congelare sotto la neve mentre si fa beffe di lui con il suo amante. «… e sdegnato forte verso di lei, il lungo e fervente amor portatole subitamente in crudo e acerbo odio trasmutò, seco gran cose e varie volgendo a trovar modo alla vendetta, la quale ora molto più desiderava che prima d’esser con la donna non avea disiato»: Boccaccio trasforma subitamente l’amore in odio in due righe due. Eppure si fa leggere lo stesso.

Che poi i personaggi a me piacciono quando non si trasformano, quando restano epici. Non mi intriga quando cambiano casacca come Verdini. E che, vogliamo trasformare Achab e Balotelli?

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21 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

21 risposte a “L’arco di trasformazione del personaggio

  1. La dici e poi ti contraddici. Ti piacciono i personaggi che non si trasformano, da Balotelli a Renzo. E poi ti lamenti che le reazioni non sono credibili.
    Forse i personaggi, reagendo, hanno tradito un’aspettativa di coerenza. E persino Boccaccio che lo fa reagire, sì, ma all’ultima riga, non fa diverso dal Manzoni con Don Rodrigo in punto di morte. Anche Boccaccio, per quanto grande, non può aver fatto sempre tutto giusto. Però lo leggeremo comunque. 😛

    • Dico che mi piacciono quando non si trasformano. Nel caso specifico del Boccaccio Rinieri cambia a metà racconto i suoi sentimenti per Elena e prepara una «lezione» per la donna. Ma resta quello che è: un sapiente. Anzi, utilizza la sapienza per meglio servire la sua vendetta a freddo, e far comprendere alla donna il suo errore. Da leggere.

      Non è che a volte confondiamo l’arco di trasformazione del personaggio con la sua semplice reazione ad un evento della storia? Sto chiedendo questo, se a volte non ci imbrigliamo, o imbrogliamo, in questo equivoco, e poi fatichiamo a gestire un personaggio tra i fatti della trama.

      • Secondo me è come dici: può fuorviare la reazione di un personaggio a un evento della storia, perché ciò può essere confuso con una trasformazione in atto. Ma non c’è una vera trasformazione in un’azione che consegue a un’altra: se io ti scopro a letto con l’amante, ho un moto dell’animo che mi porta a prenderti a pugni subito (questa è una reazione), che poi nel tempo io capisca che non eri tu l’uomo della mia vita e decida di cambiare atteggiamento nei confronti dell’amore, quella è una trasformazione.

      • Qui si finisce a Parmenide contro Zenone…

  2. “… se è fedele a pagina 1 non può tradire a pagina 2…”
    Uhm, nella vita reale accade, eccome se accade! Se poi è un racconto di 2 pagine, è possibilissimo. 😉

    • Appunto, si può tradire senza troppe motivazioni, nella vita reale come in un racconto, giusto? O nel racconto tutto deve essere motivato?

      • Ma siamo certi che nella vita non lo sia?

      • Io penso che tutto debba essere motivato, almeno secondo il punto di vista del personaggio.

        Certo: bisogna giocare con l’intreccio, cioè non bisogna motivare subito tutte le azioni dei personaggi descrivendo subito perché vengono assunti certi comportamenti o il motivo di certe reazioni/trasformazioni.

        Se chi scrive motiva, il lettore è favorito nel processo di immedesimazione che, a sua volta, favorisce il coinvolgimento nella lettura.

        Quanto alla vita reale, credo che ogni comportamento abbia una motivazione. Che poi sia conscia o inconscia, è un altro discorso… 😛

      • Approfondiamo il tuo commento: tutto deve essere motivato. Vuol dire che tutto deve essere motivato sulla pagina o basta che lo sia nella mente di chi scrive? Da come hai commentato sembri propendere per la prima ipotesi. Prima o dopo, ma il lettore deve essere messo al corrente di tutto quanto spinge un personaggio ad agire. Però se chi scrive motiva abbiamo un autore che entra pesantemente nella storia a spiegare tutto al lettore.

      • Non è necessario che l’autore intervenga pesantemente: si può motivare tutto ma, motivando, non è necessario approfondire sempre. A volte è necessario andare in profondità, altre volte l’autore può motivare con brevi cenni lasciando quindi molta iniziativa alle supposizioni/esperienza di vita del lettore. Il quale, mettendoci del suo, si sentirebbe coinvolto.

        Quando dico “giocando con l’intreccio” intendo dire che si può mettere una reazione a pagina 10 e motivarla a pagina 100. O magari nel secondo libro se si tratta di una saga. Ovviamente con opportuni escamotage che permettano al lettore di non perdere il filo narrativo. Se si motiva sempre tutto-subito la narrazione diventerebbe pura cronaca.

        Sono stato spiegato ? 😀 😀 😀

  3. Se dopo aver passato una notte sotto la neve non trasformi l’amore in odio hai qualche problema…

  4. A me sembra che la coerenza esista solo nella narrativa. Nella vita le persone non lo sono affatto, passano tranquillamente dall’essere fedeli al tradimento spudorato, per restare al tuo esempio. Ma forse ricordare agli esseri umani quanto sanno essere contraddittori non sarebbe carino e allora si crea un arco di trasformazione del personaggio.

  5. tizianabalestro

    Dico una cosa un po’ così… Nella vita si matura, ma bene o male si rimane come si è. Una trasformazione netta non credo ci possa essere, anche quando ci capitano grossi cambiamenti, positivi o negativi. Lo definirei una maturazione, più che trasformazione. Visto che i personaggi dovrebbero essere veritieri, per me vale la stessa cosa anche in un racconto.
    Una reazione è momentanea, il cambiamento è più sconvolgente.
    Una mia opinione.

  6. Marco Amato

    Oh Dio del ciel!
    Per una vita apprendi che l’arco della trasformazione del personaggio è il caposaldo della narrativa moderna e poi ti accorgi che non è vero…
    Si resta disorientati, un po’ come quando alla gente hanno detto: guarda che è la terra che gira intorno al sole e non il sole che gira intorno alla terra. Ecco, come minimo ti girano, e ti gira un po’ anche la testa. 😀

    Per fortuna dopo il capogiro ti rendi conto che no, che tutto gira nel verso giusto.
    In realtà i Promessi Sposi confermano l’arco del personaggio. Alla fine della vicenda Renzi… pardon (quello non evolve come personaggio della politica italiana :D)… dico Renzo ne è trasformato. Così anche Lucia e Agnese.
    Cioè nell’arco della trasformazione del personaggio non c’è il passaggio di stato da cattivo a buono, da ghiaccio a vapore. Può accadere pure, come per l’Innominato. La trasformazione è graduale. Renzo e Lucia alla fine della storia non sono più come in principio. Hanno vissuto eventi che li hanno cambiati. Vedono la vita con una diversa prospettiva e maturità.

    Poi altro conto è l’effetto del personaggio, e qui Manzoni è un grande maestro. All’apparenza Don Abbondio non cambia, ma in realtà è cambiato pure lui. In peggio. Ha capito che nella vita, bisogna farsi gli affari propri con più convinzione, senza tentenni. E questo cambiamento è geniale perché crea l’effetto comico. I Promessi Sposi è un libro molto divertente. Ecco, ma il divertimento dei Promessi non lo direi troppo in giro, ché se mi becca qualche studente italiano, che a furia di riassunti dei capitoli e altre scemate simili, me lo scaglia in testa il Manzoni. Ed essendo un libro bello grosso, a quel punto, nel mio arco di trasformazione, torna a girarmi la testa. 😀

    Eh certo, poi c’è Achab, ma quella è un’altra storia… 😀

    • Se non provoco qualche sconquasso perché farvi perdere tempo a leggermi? Dici bene, alla fine della storia i personaggi hanno vissuto eventi che li hanno cambiati. Infatti “mi accingo a lasciare su questo vello testimonianza degli eventi mirabili e tremendi a cui in gioventù mi accadde di assistere” Adso da Melk lo dice a pagina 1. Eh, quante cose ho visto da giovane! E mi hanno cambiato! Ma va? Se il personaggio non muori in mezzo alla storia poi alla fine ha qualcosa da raccontare al bar che prima non aveva. Ma tocca a noi però leggerci tutte quelle pagine.

      • Marco Amato

        E’ questa la magia della letteratura e delle belle storie. Penetrare dentro vite che cambiando loro cambiano per atomi alla volta pure noi.
        Proprio in questi giorni sto rileggendo il Nome della Rosa. Era da un decennio che non lo rileggevo. E adesso che sono cambiato io, mi accorgo della profondità del testo, che per gran parte, da novizio della vita, prima mi era sfuggita. Sono emozioni nuove. Come fra Guglielmo in mezzo all’incendio prova a salvare i tomi, così noi nel nostro breve arco narrativo dell’esistenza possiamo soltanto salvare i libri che ci hanno regalato quel qualcosa di più.

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