I giorni perduti

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Mi raccomando Helgaldo, niente polemiche oggi, o finirai per essere antipatico: proponi quello che hai da proporre e non aggiungere opinioni. Cercherò di contenermi allora, di dirvi solo l’essenziale. E più essenziale de I giorni perduti c’è ben poca roba in giro. Mezza pagina di racconto, un gioiellino, c’è solo ciò che serve per una grande storia, si legge in un minuto. Non come certi papiri che vedo pubblicati in rete… frena, devi dire solo di chi è, nient’altro. Ah sì, Dino Buzzati, un marchio di fabbrica. oggi si direbbe un brand… Allora vuoi fare polemica a prescindere… No, è che ormai va bene tutto. Ok, ok, ritiro. Buona lettura, o rilettura, e ci vediamo nei commenti.

Che ci sarà poi da commentare in un racconto di mezza paginetta lo sai solo tu, Helgaldo.

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59 commenti

Archiviato in Leggere

59 risposte a “I giorni perduti

  1. tizianabalestro

    Oh, che odono le mie orecchie. Dunque, in mezza paginetta c’è…. un mondo.
    Allora faccio io l’antipatica. Sosterrò i racconti a spada tratta. Se mi stavo facendo delle paturnie, tu sei riuscito a convincermi che sto facendo bene.
    Ancora devo capire se leggi nel pensiero; se non è così, sappi che ti devo un altro grazie. Mi è venuto da sorridere nella parola”papiri”; io la uso sempre per descrivere i testi lunghi.
    Rilancio l’antipatia, che mi odino. A chi pensa che in un racconto breve non ci sia nulla, non trasmetta nulla gli invio tutti i racconti che leggo ogni giorno fino a farmi dire che sono una ricchezza immensa.
    I miei non glieli invio, che se li leggessero. Se avevo dei dubbi se continuare a scriverne, signor Helgaldo sappia che la colpa è sua se lo farò. Lei istiga a scrivere. Grazie. 🙂

  2. I post di Helgaldo sono come i contratti delle assicurazioni: bisogna leggere soprattutto la roba scritta in piccolo, alla fine.
    E scopri che questo è un “Circolo Pickwick”.

    • tizianabalestro

      Ci è andata bene, Michele. Senza leggere la parte scritta in piccolo, non siamo rimasti fregati. Ma Helgaldo non è tipo da dare “bidoni”. È una certezza di trasparenza. Bellissimo il “Circolo Pickwick”.
      Da proporre una lettura al mese.

    • @Michele ma che dici ?!? E’ scritto tutto molto in grande e in chiaro: bianco su bianco! 😀

  3. Grilloz

    In effetti c’è poco da commentare in un racconto così bello.
    Piuttosto commentiamo Helgado che polemizza con se stesso? 😛

  4. Buzzati non è nuovo a questo tipo di racconti. Ho il libro da cui è tratto questo e ricordo di averlo già letto. Ha uno stile unico: riesce a dire tutto in un apparente niente. E il lettore è spettatore, non legge, assiste e tira delle somme, si fa un’idea perché partecipa.
    Qui, per esempio, la morale non è spiegata, ma si vede: alla fine il vero ladro è un altro, non chi si sta portando via le casse, si ribalta subito la visione e il padrone della villa si fa piccolo di fronte alla presa coscienza di ciò che ha perduto per sempre. Il vero ladro è lui.

    • Buzzati è un maestro del “tell, dont’ show”.

    • Mettere la morale tra le righe e non sul testo, giusto. E poi il ribaltamento, sempre in poche righe, di chi sia il vero ladro. Ottenuto con naturalezza, senza forzature. Altrettanto giusto. Dovremmo stenderle sotto forma di elenco le tue annotazioni al testo.

      1. Morale tra le righe.
      2. Ribaltamento dei ruoli.

      • Infatti io, più che un racconto, questa la definirei una favola. Anche se può sembrare, non è una questione di lana caprina.
        La cosa interessante è che parte da uno di quei modi di dire che – in teoria – uno scrittore dovrebbe evitare: “giorni perduti”.

  5. Vado un po’ controcorrente e dico che se questo racconto, identico, parola per parola, se fosse stato presentato sul blog di un autopubblicato avrebbe suscitato reazioni tipo: “Sì, vabbé, molto convenzionale, un tema già ampiamente sfruttato, un’allegoria tutt’altro che imprevedibile, carino ma niente di che, se vuole dimostrare di essere bravo questo qui deve scrivere un romanzo di trecento pagine che regga il ritmo, i raccontini di poche righe non bastano”.

    • Caro Ariano, vado anch’io controcorrente, perché in mezzo ai Calvino, ai Buzzati, ai Pontiggia ho inserito in questa rubrica anche un autopubblicato come esempio non solo da seguire, ma anche da studiare. Quando trovo un racconto valido mi piace poter dire guardate, fate come lui, di più: analizzatelo in profondità perché contiene un’infinità di spunti, non limitatevi a un generico mi piace per passare subito ad altro. Che sia di un autore celebre o di un autopubblicato, non è quello che fa la differenza.

      Il problema è che prima di essere scarsi come scrittori, lo siamo soprattutto come lettori. Da mesi cerco con questa rubrica di analizzare narrazioni che funzionano, ma niente. Trovo solo commenti tipo il tuo, che non entrano mai nell’analisi del testo. In questo racconto tutto è ridotto all’osso, i segreti di una buona scrittura stanno davanti ai nostri occhi sempre. Morire che uno si sbilanci e mi aiuti a capire perché certe cose siano superiori ad altre. Invece non si va oltre l’istinto di una lettura superficiale e frivola. Per ora solo Marina entra nel merito per fare un’osservazione che può servire a tutti. Mi chiedo se uno scrittore vero saprebbe farci una lectio su questo testo, per mostrarci i punti di forza della narrazione. Non è materia questa valida anche per gli autopubblicati? L’autopubblicato non è uno scrittore a tutti gli effetti? Mi aspetto da lui che scenda in fondo al testo per mostrarmi una o due perle di Buzzati. Si legge anche per rubare i segreti da chi già è nella letteratura.

      I raccontini di poche righe bastano, se la qualità è questa, come garanzia di saper scrivere romanzi di 300 pagine di pari bellezza. Buzzati ne è la dimostrazione. A parte il fatto che nessuno dice mai a un autopubblicato quello che tu hai messo tra virgolette, casomai è il contrario: hai scritto qualcosa di bellissimo, che mi ha emozionato. Io vedo ovunque raccontini convenzionali, su temi ampiamente sfruttati, bruttini e senza ritmo. E sono di gente che pubblica anche romanzi di trecento pagine. Anch’essi convenzionali, con temi triti, bruttini e senza ritmo.

      Ecco, ora sto antipatico a tutti di sicuro, non c’è rimedio.

      • No, ma quale antipatico, l’antipatia nasce verso chi afferma una tesi senza argomentare e si rivolge agli altri con superbia, due situazioni che nel tuo caso non si verificano mai.
        Il mio commento va inteso come una risposta al post quando scrivi:
        “Mezza pagina di racconto, un gioiellino, c’è solo ciò che serve per una grande storia, si legge in un minuto. Non come certi papiri che vedo pubblicati in rete”
        nel senso che io (farò la figura del superbo con tutti i rischi che ne conseguono ma questo è ciò che penso) tutto questo gran capolavoro non lo vedo. La storia delle casse come “giorni perduti” mi ricorda certi temi scritti alle superiori da alcune mie compagne di classe, temi che la professoressa di italiano elogiava poiché ottimi se si considera che erano stati scritti da ragazze di quindici anni. Da uno scrittore affermato mi aspetto qualcosa di meno prevedibile, di meno scontato, anche a livello linguistico. “ne aprì uno… Ne aprì un secondo… Ne aprì un terzo… Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco…”
        Il canovaccio dell’uomo ormai ricco (“dopo aver preso possesso della sontuosa villa”) che dimentica le persone care è un cliché talmente abusato… probabilmente deriva dalla nostra cultura cristiana e dall’immagine biblica di Lazzaro (non quello resuscitato da Gesù, il Lazzaro che in vita era ricco ma non faceva carità, così finisce all’inferno) ripetuta e rielaborata centinaia di volte a livello letterario e fiabesco.
        E adesso che la figura da vero antipatico l’ho fatta io, puoi stare tranquillo: al massimo arriverai secondo, il podio dell’antipatia sarà tutto mio 😀

      • Basta con questo stracciapalle di Buzzati, via i suoi testi dalle antologie scolastiche! Solo brani scelti di Ariano Geta il Superbo.

      • Sia chiaro che parlo da lettore. Non penso di sapere scrivere meglio di Buzzati, e – sempre come lettore – ho apprezzato l’atmosfera sospesa de “Il deserto dei Tartari”. Ma questo specifico racconto non mi pare niente di che, d’altronde anche i grandi autori possono essere discontinui (in effetti qui in Italia quando un autore diventa un classico si tende a sacralizzare tutto ciò che scrive mentre in Inghilterra, per dire, i critici non si fanno problemi a definire “rubbish” alcune commedie giovanili di Shakespeare o certi libri di Dickens, fermo restando che altre specifiche opere dei medesimi le considerano talmente perfette da non riuscire a trovare neppure una singola frase che potrebbe essere formulata diversamente).

  6. E un brindisi a chi dice che non vale la pena di scrivere fantastico in Italia.

  7. Questo è il fantasma del passato. E quello del presente e del futuro? 😉

  8. tizianabalestro

    Chiedo venia del commento troppo personale. Vado al nocciolo.
    Io ci vedo questo:
    Lo scaricatore non è altro che il tempo. La strada il percorso dell’uomo. Sta gettando i giorni perduti del passato. Il punto dove i due personaggi si incontrano è il presente, lo stesso istante che il ricco realizza ciò che ha lasciato andare. Laggiù c’è il futuro, ma è troppo tardi per rimediare agli sbagli del passato.

    • Cara Tiziana, che bello che provi a dare una chiave di lettura al brano! Ho detto che dobbiamo diventare bravi lettori, prima che scrittori, e qui ci stiamo provando.

      La mia interpretazione è completamente diversa dalla tua. Eppure le parole che abbiamo letto sono le stesse. Ma vorrei che altri venissero a dire la loro su questo, o su altro.

      • tizianabalestro

        Infatti il bello di un testo è interpretarlo e confrontarsi. Io ci provo sempre.
        Forse è il caso di leggere di più e scrivere di meno, ne gioverebbe un po’ tutto.

  9. Posso dire cosa mi ha colpito e non è uno di quei tuoi dubbi come usare “le” al posto di “gli” nel caso di qualche giorno fa?

    L’uomo nel racconto parla di “casse”, ma poi a un certo punto, dice al proprietario che quelle casse sono “giorni” e lui, dopo, scende per la scarpata e ne apre uno. Ha detto “uno”, non “una”, riferendosi alla cassa. È profondissima la differenza: lui “apre” un giorno e vede cosa c’è “dentro”. Non è un errore, è voluto, è cercato, è lì per rendere ancora più importante la consapevolezza che ne consegue.

    • Questa osservazione è profonda, me l’ero completamente persa, e credo non solo io. Siamo pessimi lettori, non ho ragione su quanto sorvoliamo. Eppure stava davanti ai nostri occhi. Quindi la grammatica, aiuta a dire una cosa diversa dalla banalità. Ecco un plus di uno scrittore, anche se non ce ne rendiamo conto. In qualche modo ci influenza. Certo, non apre una cassa, anche se noi lo immaginiamo che lo faccia, ma apre un sogno. Che poi si rivela essere «quel sogno».

      Aggiungo all’elenco:

      1. Morale tra le righe.
      2. Ribaltamento dei ruoli.
      3. Cambio di senso ottenuto tramite il passaggio dal femminile al maschile dell’indeterminativo.

      Va bene scritto così? C’è una formula migliore per evidenziarlo?

  10. iara R.M.

    Quello che mi colpisce del racconto è l’abilità dello scrittore nel riuscire a fare immaginare tutto quello che non è scritto. Tre casse, tre aneddoti che dicono chi è stato Kazirra, come ha vissuto, cosa era importante per lui (gli affari), a cosa non ha dato valore (la famiglia, l’amore, l’amicizia). Riesco a vedere quest’uomo arido, con il suo passato pieno di niente e sento l’angoscia di chi messo davanti all’evidenza si rende conto di non poter rimediare. Poche parole, è vero; ma scelte tra quelle che potevano dire di più.

    • Fare immaginare quello che non è scritto? Ti va se l’aggiungo all’elenco di Marina? Sarebbe un quarto punto. Anzi, prima vediamo se altri sono d’accordo con te, confermano e ampliano, la tua osservazione.

      • iara R.M.

        Certo, fai pure.

      • La raffica di domande di Michele mi ha spinto a qualche considerazione extra racconto, ma deducibile dal racconto, andando a pescare in quel «mostra più di quanto è scritto» che hai detto tu.

        Allora aggiungo:

        1. Morale tra le righe.
        2. Ribaltamento dei ruoli.
        3. Cambio di senso ottenuto tramite il passaggio dal femminile al maschile dell’indeterminativo.
        4. Fa immaginare di più di quanto è scritto.

  11. Simona C.

    Non posso fare un’analisi del testo, sto inseguendo un camion.

    • 😀 😀

      Attenzione, come un sogno quel camion a un certo punto svanirà… E cosa ti sarai trovata a inseguire?

      • Simona C.

        Oh, ma non è quello dei giorni passati, il camion che sto inseguendo, perché quando lo vedi è già troppo tardi.
        Il mio camion viaggia verso il futuro ed è pieno di casse che voglio riempire, fino a renderle gonfie. 😉

      • Consiglio: mettici dentro un albero e piantalo dove ti fermerai. Così potrai rinfrescarti alla sua ombra.

  12. tizianabalestro

    Il titolo mi evoca un qualcosa di perso. E qui siamo d’accordo.
    Lo scaricatore gli mostra il suo passato e ciò che ha lasciato andare e che non può recuperare. Lui capisce che non può riafferrarlo. Una sorta di frustazione con l’estremo tentativo di riappropriarsene. (Sono ricco, posso comprarlo). Ecco perché mi dà questo scorrere del tempo.
    Non lo so, io ci vedo un qualcosa persa per sempre.

    • Sicuramente è un qualcosa di perso per sempre. Il tuo pensiero è chiarissimo. Dici che lo scaricatore è tempo che gli mostra il suo passato. Giusto. Voglio solo verificare se altri sposano la tua interpretazione dello scaricatore, o ce ne sono altre possibili. Attendiamo fiduciosi. 😉

  13. L’osservazione di Marina la trovo profonda. Al posto di Buzzati noi avremmo scritto che l’uomo apre «una cassa» e dentro vi trova un giorno della sua vita. Invece Buzzati apre direttamente «un giorno». Quindi è tutta un’altra immagine rispetto al nostro modo di vedere il fantastico, e anche la lingua viene saggiamente sfrutta per mettersi al servizio del fantastico.

  14. “Interpretando” il brano a me pare di sminuirlo. Cui prodest sapere quali immagini genera a me, personalmente?

    Invece come scrittore preferisco dare la caccia ai dettagli: perché i giorni sono gonfi? Io avrei detto il contrario. Chi è il trasportatore per Kazirra e perché Buzzati non ce lo mostra? Perché Kazirra non difende le scelte che fece in quei giorni, decidendo di passarli altrove, ma addirittura chiede di riaverli indietro?
    E che dire della scelta di Buzzati di chiudere con un imperfetto un brano scritto al passato remoto?

    Poi ci sono delle cose bizzarre, che non so inquadrare: lui si chiama Ernst Kazirra. Però il fratello Giosuè e la fidanzata Graziella.

    • La scelta dei nomi credo che rimarrà un mistero, se non interpelliamo un medium…

      Un giorno «gonfio» forse lo è in quanto pieno di relazioni e sentimenti. Se fosse vuoto non lo si reclamerebbe indietro.

      Un’idea su chi sia il trasportatore per Kazirra ce l’ho. Inizialmente è un traslocatore, prende della roba da una casa appena acquistata, la porta via, ma alla luce del sole, non la ruba. Quando Kazirra lo raggiunge si rivolge a lui come a un’inferiore, un operaio, uno scaricatore. Ehi, tu, cosa stai facendo? Ma quando si rivolge a lui per la seconda volta cambia completamente il tono: Signore, non potrei avere indietro almeno questi tre giorni? Si passa dal tu confidenziale al lei rispettoso. L’operaio non è più operaio. E ora Kazirra sta sotto, tra infinite casse con la sua implorazione alla sagoma dell’uomo che è lontano, indistinguibile, ne vediamo solo un gesto del braccio alzato, che Kazirra interpreta come un diniego assoluto, una condanna definitiva. E in quel momento scendeva la sera.

      Kazirra chiede di recuperare quei giorni gonfi che non ha vissuto perché improvvisamente si rende conto che quelli che ha vissuto non erano altrettanto gonfi. Altrimenti non si spiega la richiesta di riaverli.

    • L’imperfetto finale evoca un’immagine diversa:
      “E l’ombra della notte scese”, sarebbe stato come mettere un brusco punto alla storia, come dire il fatto si chiude lì.
      Invece “è l’ombra della notte scendeva” consente di allungare la riflessione, come l’effetto dissolvenza in un video: la notte scende lenta come i suoi rimpianti lasciano una scia che rimarrà chiusa in quelle casse, dentro quei giorni perduti.
      Sì, direi che l’imperfetto è più evocativo.

      • Io dico che quell’imperfetto produce un cambio di modulo: si passa dall’oggettività (del passato remoto) all’onirico della fiaba.

      • Nel suono e nella sostanza a me ricorda ed è subito sera. Insomma, i suoi giorni perduti sono passati tutti, questo era l’ultimo trasporto, l’ultima occasione per rivedere la sua vita rammaricandosi di quello che non è stato fatto.

    • Paolo (Seme Nero)

      Che la scelta di un nome bizzarro, “straniero” rispetto agli altri citati (cane escluso), sia per evidenziare lo smarrimento del protagonista? Divenuto così distante e diverso da ciò che era da risultare una persona completamente estranea.

      • Questa spiegazioni del nome mi piace. Uno straniero rispetto agli affetti. Anche Ulisse poi ritrova Argo, altro riferimento letterario, da straniero.

  15. “Li aspettavi, vero?”

    Interessante questa domanda. Potrebbe sembrare fuori posto ma mi suscita altre domande.
    Lo scaricatore dà per scontato che Kazirra li aspettava (“vero?”).
    Però il lettore (in questo caso, io) si chiede: come può Kazirra aspettare qualcosa di cui non si ricorda?
    E’ chiaro che non se lo ricorda perché quando apre il terzo giorno, quello del cane, c’è la frase “E lui non si sognava di tornare”.

    Sarei indotto a pensare a più livelli di allegoria. La nuova sontuosa casa la vedo come la nuova vita ricca e agiata raggiunta con la realizzazione professionale. E’ contrapposta alla “vecchia misera casa”.
    Kazirra sembra aver sacrificato per i suoi affari amore, famiglia e amicizia. Che sono venuti, ma lui non si è accorto.

    La domanda (“Li aspettavi, vero?”) la immagino quindi posta con scherno, con rimprovero.
    Subito seguita dal “Sono venuti. Che ne hai fatto?”. Sì, sono venuti ma Kazirra non se ne è accorto. E ora è troppo tardi (“E adesso?”).

    Il gonfiore dei giorni io lo associo al dolore, a qualcosa che si deve sfogare: le interpreterei come le emozioni delle persone abbandonate.

    Verso la fine il racconto assume contorni onirici: tutto scompare, scende la notte. Io lo vedrei come un sogno, come qualcosa che tormenta Kazirra.

    • A me sembra più il velo della morte che scende su di lui. Le tue riflessioni, tutte poetiche, si aprono su infinite possibilità. Poche righe di storia e vedi quanti scenari si aprono, a saperli e volerli cercare. Non dovrebbe essere così anche la nostra prosa?

  16. iara R.M.

    Giorni “gonfi” di possibilità. Così l’ho letta io. Pieni di tutto quello che poteva essere e invece è stato lasciato come spazzatura da buttare. Gonfio, dà l’idea di qualcosa che sta per esplodere.

    Sulla questione dei nomi non so. Potrebbe essere semplice gusto. In Italia, si può incontrare un Dylan, una Ester, e altrove, un Francesco.

  17. iara R.M.

    “E l’ombra della notte scendeva.”
    Sono più vicina all’opinione di Marina.
    È come se la storia continuasse ancora un pochino dopo quel punto.

    • Per me invece indica la fine, il buio che avvolge il protagonista.

      • iara R.M.

        Si, ma è un buio lento che sta per calare sulla vita del protagonista. Lo immagino arrivare da lontano per avvolgere ogni cosa. Un “tempo dilatato”, come ha scritto Marco. Quando termini la lettura non è tutto già accaduto. Quell’imperfetto, lascia la suggestione di quello che accadrà; e così, le conseguenze risuonano ancora, dopo il punto.

      • Giusto, allora aggiungiamo un quinto punto.

        5. Tempo dilatato e onirico, da favola come dice Michele, ottenuto col passaggio all’imperfetto.

  18. Marco Amato

    Buzzati è sempre un maestro. Il finale enigmatico lascia aperte varie interpretazioni. Ogni testo può essere interpretato al di là delle intenzioni dell’autore.
    Ad esempio a me colpisce il perché utilizza il canonico tre.
    Tre casse.
    Tre casse sono tre giorni.
    E poi utilizza una similitudine strana. Lo scaricatore resta: “immobile come un giustiziere.”
    Giustiziere di cosa? Vendicatore dei giorni perduti? Oppure giustiziere dei giorni futuri, perché è chiaro che Kazirra, adesso ha capito che non deve più perderne di giorni.
    Però l’atteggiamento conclusivo dello scaricatore, si conclude nella maniera più enigmatica possibile.
    “fece un gesto con la destra” e dopo aver indicato un punto irraggiungibile, perché ormai era troppo tardi, “svanì”.

    Ecco, la nuova interpretazione. Ma se le casse sono tre giorni, lo scaricatore è un giustiziere e poi sparisce, siamo di fronte (Marina tieniti forte sulla seggiola) a Gesù. E qui è Kazirra che dopo i tre giorni perduti resuscita, rinasce nella nuova consapevolezza della vita.
    Ecco, Buzzati si rivolterà nella tomba e mi dirà mortacci tuoi. Però, il testo che lascia spazio lascia spazio. 😀

    • tizianabalestro

      Buzzati è un maestro. Ci credi che per un attimo ho pensato anch’io a Gesù?
      Resto dell’opinione che in poche righe abbia scritto qualcosa di veramente bello. Particolare. Chissà se dopo anni, sapremo fare altrettanto?
      Non ho potuto seguire tutti i discorsi, ma rivedere i testi dei grandi scrittori, sarà banale ma non è ciò che ci insegnavano a scuola? Non ci vedo niente di strano o di mancanza di rispetto. Un buon esercizio di lettura, approfondimento. E poi non ci abitua a quando analizzeranno i nostri scritti?
      Anzi già lo facciamo nei vari esercizi, o in ciò che pubblichiamo. Lo scritto è fatto per essere letto e interpretato dal lettore. Di solito non abbiamo riscontri immediati. In alcuni casi sì, basta vedere forum, blog in cui partecipiamo.

    • Un’interpretazione ardita, calda, siciliana. Penso sì a un dio, ma il dito puntato sul giudizio finale emesso dall’alto del burrone. Non vedo la pietà, la misericordia, ma un braccio teso a indicare una condanna eterna. E se quelle casse, sul finale, tornassero a essere quello che sono, casse che contengono non solo ricordi passati, ma addirittura i morti? Un cimitero di ricordi nel quale Kazirra (a questo punto il nostro eroe) giace aanche lui sepolto?

      • Marco Amato

        Bello, questi testi enigmatici lasciano aperte numerose porte. Ad avvalorare la tua tesi potrebbe essere la chiusa finale: “E l’ombra della notte scendeva.”

        Ecco, anche la maestria dell’autore, che chiude con l’imperfetto anziché col passato remoto (come sottolinea anche Michele). L’imperfetto sappiamo che non è conclusivo, dilata il tempo. Quel scendeva a cosa si riferisce, alla notte, o all’oblio eterno?

  19. Paolo (Seme Nero)

    Sarò pessimista, ma l’ombra della notte che “scendeva” e non “scese” prospetta un futuro greve, oscuro, che cala sul protagonista. un inferno in terra, o in vita, per quel che gli resta. La proposta della redenzione finale secondo me non ha senso rispetto al resto del racconto, per com’è impostato almeno. Ci sono molte similitudini con la figura di Scrooge ma Dickens esplicita la redenzione, qui c’è solo la pena per il passato e l’unico “fantasma” è molto esplicito col suo gesto.

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