Lui

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Ha appena partecipato a un concorso letterario battagliando con altre 1449 opere in gara. Ma non ha vinto nulla.

Questa la motivazione della giuria sul suo lavoro: «Il libro era ben strutturato ma presentava alcuni problemi, tra cui la scarsa qualità della descrizione dei personaggi».

Eppure, contrariamente a quello che capita agli altri in casi analoghi, non se l’è presa, non ha protestato, non ha battuto ciglio, non ha inveito contro la giuria ipotizzando imbrogli o favoritismi agli amici degli amici. Non è rimasto deluso, amareggiato; non ha deciso di gettare la penna alle ortiche e di dedicarsi ad altro.

Lui sa scrivere, anzi sa solo scrivere, è nato apposta per scrivere. Scrive romanzi ma non fa mai la revisione, non ha bisogno di beta lettori né di editor alle spalle. Ha letto tutti i libri. Li ha tutti nella testa: tutte le trame, tutti i personaggi, tutte le strategie. Tre atti, fiocco di neve, trame da best seller.

Non tiene mai conto dei giudizi altrui. Per lui sono carta straccia. Non manda i suoi testi agli editori, lui è uno che si autoproduce. Sappiate che mentre sto scrivendo di lui, lui sta già lavorando al suo prossimo romanzo. E lo concluderà prima che io finisca questo post. Lui scrive solo libri di genere, perché non ha troppa inventiva, roba in stile Harmony con dialoghi da telenovela.

Si autoproduce ma non è un autoeditore. Uguale in tanti aspetti a chi fa self-publishing, gli manca però quel livore che lo renderebbe umano.

Lui è un software che produce storie in automatico, nient’altro che un robot.

 

 

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27 commenti

Archiviato in Fenomeni editoriali

27 risposte a “Lui

  1. Fosse poi anche facile, scrivere i dialoghi da telenovelas.

  2. Grilloz

    Il giorno in cui lui se la prenderà sarà l’apocalisse

  3. Se prende piede, per contro, si può ipotizzare che i robot diventino anche lettori. E questo potrebbe far crescere il mercato editoriale:
    “L’ultimo romanzo di Tizio è piaciuto poco agli uomini, un po’ di più alle donne, ma il vero boom nelle vendite l’ha avuto tra i robot”.

  4. Le descrizioni ci salveranno, quindi? O magari il prossimo libro che leggerò lo avrà scritto una macchina? La cosa, da lettrice, un po’ mi inquieta.

    • Le macchine stanno già producendo articoli giornalistici, specie nello sport e nella finanza. Si ipotizza che entro il 2030 il 90% dell’informazione sarà prodotta da robot. Per ora non vincono il concorso letterario Nikkei Hoshi Shinichi Literary Award a cui possono partecipare.

      • E pensare che una volta dalle pagine dello sport uscivano le penne migliori… Chissà, magari anche le macchine stanno facendo la gavetta e c’è speranza per tutti…

  5. Non che cambi molto, ma:
    lui scrive fantascienza e scrive short stories. Pare che la maggior parte del lavoro di scrittura l’abbia fatta il team di sviluppo. Questo non toglie che i programmi, tra non molto, produrranno storie ragionevoli. Alla Montalbano, per dire.

    Qui, per chi legge l’inglese, un approfondimento:
    http://www.mhpbooks.com/short-story-written-by-robot-doesnt-win-japanese-literary-award/

    • Ho letto che il lavoro dei programmatori vale l’80% del prodotto e la macchina si occupa del 20% delle parole. Impiega pochi minuti per assemblare una storia che sta in piedi. Magari poi su quella si potrebbe fare intervenire la creatività del bestsellerista di turno. Pensa 100 Montalbano all’anno più o meno similmontalbano, anziché due o tre Montalbano veri.

  6. Credo che dobbiamo prepararci al peggio e comprendere l’entità del nemico. Però credo che il robot non sarà un selfer, ma uno scagnozzo in mano all’editore. Immaginate la gioia del direttore editoriale. Imposta i parametri della storia e push. Ecco il romanzo. Niente scrittori rompiP che si lamentano per un editing invasivo, nessun contratto da firmare, zero royalty. Il sogno dei sogni dell’editoria.
    Solo a quel punto, nel lontano 2064, cinque mesi, ottantadue giorni, sedici secondi, sette nanosecondi, la ribellione delle macchine avrà il sopravvento e i robot scrittori diventeranno selfer.
    Da indipendenti proveranno a sovvertire il mercato e a quel punto tutta la storia ricomincia da capo… bla bla.
    Il robot Hell che sferzerà dal suo blog le macchine ribelli… la macchina Marc che difenderà la resistenza…
    Come diceva ogni 2 minuti e 12 secondi la guida turistica che questa estate mi illustrava le rovine di Pompei… in duemila anni del mondo non è mai cambiato niente: tutto ciò che facciamo noi, lo facevano già i romani.
    Ecco, dico io. Dante, Manzoni, Volo e compagnia bella se la sono spassata scrivendo, vogliamo proprio essere così sfortunati che adesso che dobbiamo scrivere due robette pure noi… arrivano i robot e ci fanno… Che sfiga oh!

    • Probabilmente ho uno spirito più apocalittico che integrato. Vedo che gli algoritmi arrivano da più direzioni a offrirmi il libro giusto in base ad altri libri che ho cercato in internet, il viaggio giusto, l’abito più vicino ai miei gusti, addirittura mi consigliano certe amicizie che secondo loro sono affini ai miei interessi. Ormai conviviamo con questa realtà.
      Non so ancora come ci rapporteremo all’articolo economico, per esempio, scritto da una macchina, magari con la nota a margine: scritto da un robot. Un po’ come i redazionali pubblicitari, che devono evidenziare la finalità commerciale. Se poi anche un libro siamo coscienti che è stato scritto da un software, verrebbe letto con spirito e occhio diverso. Il problema sarà serio quando non sapremo più se è frutto di materia grigia o di silicio.
      Certo che un editore troverebbe conveniente questa soluzioni, facilmente ammortizzabile con il tempo. Venderebbe però i libri a pochi centesimi, immagino. Proprio perché sono frutto di catena di montaggio digitale e non di individualità irripetibile. Forse i libri scritti da umani verranno trattati come prodotto artigianale: made in man.

      • Eh sì, questo è il mondo dentro al quale ci inoltriamo. Sarà per questo che a me piace di più scrivere distopie.
        Io credo che alcuni di questi Big Data sono, saranno molto utili.
        Immaginiamo per le cure mediche. Quando i computer potranno schedulare su milioni di casi nel mondo per una determinata patologia, quali sono le cure che nel medesimo caso, col medesimo profilo genetico, sono più adatte. Arriveranno i robot stessi a compiere interventi chirurgici di massima precisione.
        Però è evidente che quel che noi siamo come specie umana è a una svolta. Nel mio distopico più grande, che mi porto dietro da quando avevo 20 anni come un’ossessione —  e che ancora oggi non sono in grado di poter scrivere —, mi porto dietro proprio questa consapevolezza disarmante. L’uomo non è più destinato a essere uomo. Questa consapevolezza ad esempio è già scritta sulla Bibbia (e io non sono credente ma c’è, fa parte del nostro inconscio collettivo). Quel che abbiamo letto per millenni, quel che era proprio sotto ai nostri stessi occhi e che non abbiamo mai compreso perché ci mancava il nesso di questo nostro dopo.
        Da qui ai prossimi cento anni ci attendono i più grandi cambiamenti radicali della specie umana. E noi… noi siamo quella che io nel libro “chiamo la generazione sfortunata”. Ci fermeremo ai confini del cambiamento, lo vedremo, ma non faremo in tempo per accederci. Siamo nati di poco troppo presto. E nel nostro crepuscolo capiremo, quel che coloro che verranno dopo, che avranno come dato acquisito, non capiranno.
        E in tutto questo a noi non rimane che la passione di essere umani. La luce accecante della ragione che ci permette di comprendere che fra le stelle è avvenuta la nostra radice. Siamo materia che ha preso consapevolezza di se stessa e che azzarda, dopo averla anelata per millenni, l’unica vera grande ribellione.
        I robot, potranno scrivere tutti i libri dozzinali che vogliono. Ma finché in corpo non avranno l’anima della nostra scintilla: che sia amore, che sia passione, che sia intelligenza, mi piace pensare che nel mondo nascerà sempre un Hemingway, un Calvino o un Manganelli, che come un raggio di sole, riesca a illuminare quel che noi siamo nella nostra intimità più profonda.

  7. Permettetemi di sorridere, io che con i software c’ho a che fare…
    Calo di tensione e Lui sbaglia tutti i congiuntivi. Disconnessione dalla rete nell’istante dell’aggiornamento e Lui non trova più il dizionario dei sinonimi e ci infila “bello” ovunque. Microsoft gli manda giù la nuova versione del framework, bacata, e Lui fallisce tutti gli algoritmi di composizione. Salta l’alimentazione a seguito blackout, che al solito qualcuno non ha verificato la portanza degli ups (l’editore ha risparmiato pure su quello) e non c’è un’unità di backup. Lui è fuoriuso per 10 giorni. Ed è lì che Voi suonerete al campanello dell’editore col vostro manoscritto pronto in mano. 😉
    Dove c’è un computer, c’è un uomo che lo controlla.

    • Grilloz

      Però non hai calcolato quante volte è crashato word allo scrittore umano 😛
      Alla fine vince Leopardi con la sua stilografica 😉

    • Uhm… Barbara, mi sembrano le beghe di quanto studiavo all’istituto tecnico. I chimici dicevano a noi informatici che se nel mondo fosse mancata la corrente elettrica noi non avremmo avuto senso e loro sì.
      Peccato che la corrente elettrica non solo ci ha fatto sempre compagnia, ma adesso la produciamo anche in loco col pannellino solare.
      I computer avranno sempre il tempo o il backup giusto per scimmiottare Guerra e Pace frammisto alle avventure di Topolino.
      I computer e quindi i programmatori, sono riusciti a sconfiggere il campione mondiale di scacchi, è certo che arriveranno a scrivere alla perfezione. Ma noi sapremo commuoverci o emozionarci con storie prodotte in assenza di anima? Io non credo.

      • Marco, e i costi? Quanto è costato il computer degli scacchi? Quante ore/uomo ci sono dietro? E comunque alla prima partita ha perso clamorosamente, cvd. Perchè l’idea di avere un computer che scrive storie è perchè deve essere maggiormente produttivo di uno scrittore, quindi funzionare sempre, costare meno, sia in termini di acquisto che manutenzione. L’idea è “romantica”, ma non facilmente applicabile.
        Che alla fine, stiamo ancora sfruttando la manodopera a basso costo cinese. E’ più probabile che dentro a quell’intelligenza artificiale ci sia un ghostwriter cinese sottopagato. O un alieno di Focus… 😉
        Tipo l’ufficio postale di MIB2.

      • I costi non contano. Sui big data (perché dare a un algoritmo tutti i libri pubblicati sulla terra è quello) sono in corso investimenti abnormi. La IA è la miniera del domani e già dell’oggi. Avere assistenze in chat robotizzate che risolvono i problemi agli umani. Le contrattazioni internazionali. Qualsiasi risvolto della nostra quotidianità ne trarrebbe un beneficio (dicono loro, io sono molto felice del contatto umano col bottegaio del mio paesino, o della signorina che ti sorride quando compri il pane al panificio.)

        Ci sono fior di studenti del MIT e ovunque che studiano e implementano questi algoritmi. Google stesso, con la sua potenza economica studia il motore di ricerca semantico. In parte è già implementato. Siri stessa.
        Ovunque è in corso la decodificazione del linguaggio umano. Avere un algoritmo che scrive i libri sarà una delle tanti declinazioni di quel che stanno implementando adesso.
        L’algoritmo che ha battuto il campione di scacchi lo ha realizzato IBM. Non gli interessava mica il costo, quanto il risultato e i big data da cui hanno potuto trarre i sistemi di previsione del trading finanziario globale e le mille altre derivazioni del business.
        I soldi ci sono e li stanno già spendendo. 😉

      • E non ne funziona uno con un minimo di decenza…
        Ce lo siamo dimenticati il boom della new-economy??? il Boom, quello che seguì!

  8. Simona C.

    I robot sono utili per sostituirci nei lavori pesanti o pericolosi, per restituire autonomia ai disabili, per pulire casa e sbrigare faccende noiose, per guidare un’auto mentre noi leggiamo un libro. Penso che i robot dovrebbero toglierci un po’ di doveri per lasciarci più tempo da dedicare ai piaceri, perciò non li trovo sostituti utili nelle attività creative o sportive che facciamo per piacere.
    Poi è vero che, dal punto di vista di chi guadagna sui prodotti creativi, costerà meno un robot scrittore, pittore o musicista dell’uomo scrittore, pittore o musicista. Ma il pubblico/consumatore umano, cosa preferisce? Oggi ancora l’umano, ma mi spaventa immaginare generazioni future che conosceranno solo produzioni robotiche e non sentiranno il bisogno di provare la differenza.

    • Grilloz

      Ma gli scrittori costano così poco, in tutta la filiera del libro forse è l’elemento meno costoso 😛

      • Simona C.

        Ce ne sono di più o meno costosi.
        Intanto sono felice di appartenere a una generazione che vedrà un po’ di robot, ma ricorda che prima degli mp3 c’era il romantico vinile 🙂

  9. Storie senza un’anima come il software-robot.

  10. Tiziana

    “Lui” è il robot…. “lei” è la penna? 😀

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