Scrittura copiativa

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Il mio primo libro di scrittura creativa l’ho letto a dispense settimanali vendute in edicola: un’iniziativa editoriale audace all’epoca. Ricordo ancora la copertina dei fascicoli con i volti colorati e stilizzati di Hemingway, Pirandello, Manzoni, Allan Poe, Wilde, Pavese, Calvino. Testi di scrittura creativa all’italiana, curati da Piergiorgio Nicolazzini, che riprendevano l’impianto di altri testi appartenenti a vari manuali specifici, ma dove la letteratura italiana era predominante. In fondo è stato l’unico investimento valido in questa materia. Niente trucchi da quattro soldi, direbbe Carver.

Ricordo ancora che al fascicolo dieci, che concludeva una prima ricognizione generale dei vari argomenti sulla scrittura creativa, e che dava al profano le basi per approcciarsi alla stesura in maniera professionale e consapevole, veniva lanciato un concorso letterario per racconti brevi, che sarebbero poi stati pubblicati nelle dispense successive, proprio per dare la prova provata dell’utilità degli insegnamenti proposti.

Ne ricordo ancora uno di questi raccontini – credo non superassero le tremila battute –; l’ho bene in mente perché imitava alla perfezione lo stile di Manzoni. Pur originale nella trama, non ho potuto fare a meno di notare questa stonatura stilistica, perché di stecca si tratta.

Ora, la prosa di don Lisander nei Promessi Sposi è quanto di più alto esista nella letteratura italiana, a mio modesto parere. Quando sento la bocca prendere una piega torva, e il calendario dell’anima è fermo a un settembre umido e piovigginoso, quando mi sorprendo davanti alle pompe funebri e a seguire tutti i funerali che incontro, diversamente da Melville che prende la via dell’acqua, io m’immergo nei Promessi Sposi per ritrovare la serenità.

Scrivere alla Manzoni è facile, pare un controsenso. La tentazione di galleggiare sulla sua prosa è forte, eppure non ho mai pensato a questa possibilità, ho forse letto qualcosa del genere nel blog di Michele Scarparo, «Scrivere per caso», dove spesso sono proposti esercizi di questo tipo come allenamento alla scrittura. Finché si gioca va bene, anzi benissimo. Decisamente da evitare è invece l’imitazione di un grande, Manzoni o Pirandello o Calvino non fa differenza, se ci si vuole fregiare onestamente del titolo di scrittori.

Non ho mai perdonato a questo ignoto autore la sua totale mancanza di vitalità. Ispirarsi a un grande è un valore, e sintomo di intelligenza. Ma scimmiottarne la prosa non avendone una propria mi lascia invece solo la sensazione di una mancanza di personalità in chi scrive. Se rifare il verso a un superiore in ufficio per prenderlo in giro mi diverte, prendere in giro il lettore imitando goffamente uno scrittore di caratura superiore no. Questo è inaccettabile. Anche se poi si finisce per essere premiati con la pubblicazione sulle dispense di scrittura creativa. Ma non sarebbe stata meglio definirla a quel punto scrittura copiativa?

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17 commenti

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17 risposte a “Scrittura copiativa

  1. Tiziana

    Prendo nota. Io guardo sempre da fuori. Mi sento meno assurda nei miei metodi di studio bislacchi. Però credo di aver fatto un errore che tu citi. Guardare i grandi, ma non copiarli. Anche perché non credo sia possibile.
    Vedi cose inspiegabili, non so se cose casuali o sto diventando paranoica. O arrivi al momento giusto di quando ho delle domande, ma non le risposte. Io la chiamo empatia. Però potrei sbagliare, il che mi riesce con poco sforzo. Nessuno è immune dall’umano errore.

  2. iara R.M.

    Forse, quello che sto per scrivere non ha molta attinenza con la tua riflessione sulla scrittura, ma in me ha risvegliato un ricordo di quando volevo diventare una cantante. Mi ricordo che prima di andare in sala prove restavo per giorni ad ascoltare il brano dal cd. Lo studiavo in ogni minimo dettaglio: le pause, i respiri, i cambi di registro, la lunghezza del vibrato, le note sparate in falsetto… insomma, nessun dettaglio lasciato al caso. Poi, ci cantavo sopra, fino a quando la mia voce non si sovrapponeva totalmente a quella della cantante originale. Certo, poteva variare la potenza, l’estensione, l’abilità nella tecnica, ma riuscivo sempre a riprodurre il pezzo con dignità. All’epoca, partecipavo anche a diversi concorsi e non riuscivo proprio a non capire perché nonostante i giudizi fossero positivi, alla fine venivo scartata. Poi, andando avanti mi è stato spiegato in malo modo da un tizio che cercava nuove voci per alcuni inediti scritti da lui: “canti bene, ma sei una copia di chi vai a cantare volta per volta. Non hai personalità, non hai carisma e hai paura di far sentire chi sei veramente.” Ecco, ora io credo che da allora ho imparato a non copiare mai più nessuno. Nel canto, ma anche in tutto il resto. Lasciarsi ispirare e studiare va bene, ma poi, per essere speciali si deve attingere da se stessi, correndo anche il rischio di essere meno perfetti e di non piacere. E niente. A volte, la lettura, risveglia emozioni involontarie. Perdona l’off-topic. 🙂

    • Sei perfettamente in tema. Vale non solo per la scrittura o il canto. Pensa alla recitazione, ai film, alla pittura, alla fotografia. Ho visto dei creativi all’esordio pettinarsi come famosi creativi. La paura di essere se stessi, non ritenendosi all’altezza degli standard consolidati, porta a cercare di somigliare a chi è riconosciuto. Un segnale di insicurezza o poca personalità.
      Non seguo la musica, però mi piace ascoltare il brano famoso di Vasco o di Mina cantato da altri famosi cantanti secondo il proprio stile. Mettono il proprio stile nel pezzo famoso, non lo cantano come lo canterebbe Vasco o Mina. Credono quindi nella propria espressività.

      • iara R.M.

        Ah, maledetta insicurezza. Quante volte per scherzo ho detto che in un’altra vita mi piacerebbe nascere “convinta”. Grazie. 🙂

  3. Tiziana

    Quello che mi piace di te Iara è che, oltre ad essere in gamba, spiazzi con la tua semplicità. Sai fare tante cose, ma non ti vanti. Sei una che si impegna. E non si lamenta. Entri sempre in punta di piedi.

  4. Il problema della scrittura copiativa lo sento un sacco quando scrivo apocrifi sherlockiani. Fino a che punto bisogna ispirarsi al linguaggio di fine ottocento e quando si cade nel ridicolo? La discussione è aperta, personalmente sono per essere il meno copiativa possibile, “ispirato a” è diverso che “quasi plagiato da”.

    • Il tuo caso potrebbe essere l’eccezione che conferma la regola. Potresti farne un approfondimento sul tuo blog. Già nella formula «apocrifo sherlockiano», c’è una giustificazione al plagio. Forse un lettore di nicchia prova piacere nella perpetuazione della prosa di Conan Doyle. Potrebbe considerarlo un virtuosismo. In questo caso un editore potrebbe apprezzare chi scrive plagiando.

      • Ci sono sostanzialmente due scuole di pensiero. Chi pensa che si debba essere quasi degli spiritisti e scrivere come Doyle solo storie che potrebbe aver scritto lui e chi, come me, pensa che siamo nel 2016 (ops, quasi 2017) e si possa usare il personaggio per raccontare ambienti, storie e dinamiche che il buon Doyle ai suoi tempi non avrebbe potuto proporre, che possano essere interessanti per il pubblico di oggi. Anche il linguaggio ci piace con un sapore ottocentesco, ma un impianto moderno. L’editore, devo dire, è abbastanza neutrale e, entro certi limiti, permette a me e agli altri del mio gruppo di sperimentare.

  5. Simona C.

    Emulare qualcuno di grande, poi, non dà certo la stessa soddisfazione dell’essere qualcuno di grande. Dai grandi si impara, ai grandi ci si ispira, ma sentirci dire che siamo la copia di un grande scrittore non è un complimento. Dovremmo essere l’originale, inventare nuove e diverse grandezze che altri vorrebbero emulare. Questa, però, è la via faticosa.

  6. Si racconta che Perpetua fosse nubile per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti. O che in alternativa, come andavano chiosando certe comari che pretendevano di passar per amiche sue, per non aver mai trovato un cane che la volesse. Di certo l’aveva un carattere che gl’impicci, più che levarli, a volte li metteva; e non s’era di certo dovuto attendere il sopraggiungere dell’età sinodale per scoprirlo.

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