Non chiamatele raccomandazioni

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Qualche giorno fa ho seguito in tv quella nota trasmissione che riprende il viaggio in auto da Milano a Roma, e forse ritorno, di due personaggi famosi che alternandosi alla guida si raccontano a vicenda.

Nella puntata che ho visto viaggiavano Erri De Luca, lo scrittore, e Geppi Cucciari, la soubrette – come lei stessa si definisce ironicamente –.
In generale guardo poca tv, a meno che non vi appaiano personaggi che vivono professionalmente di parole: in questo caso entrambi mi sembravano interessanti, e c’è sempre qualcosa da rubare se si ascolta con attenzione.

Per esempio, la Gialappa’s, che commenta e interviene come voce fuori campo interagendo con i viaggiatori, ha posto una serie di domande irriverenti a Erri De Luca. Gli ha chiesto, tra l’altro, se avesse mai approfittato della sua fama di scrittore per trarne dei vantaggi.
De Luca ha ammesso candidamente di sì: mi sono servito della mia celebrità per segnalare agli editori opere di alcuni giovani scrittori che secondo me meritavano la pubblicazione.

A me pare uno dei modi più intelligenti, validi e corretti per giungere a pubblicare passando per la porta principale. Non capisco perché mai nessuno della mia cerchia dice di voler percorrere questa strada: mandare il proprio romanzo, se di valore, direttamente a uno scrittore affermato che possa aiutarlo a decollare, il romanzo non l’esordiente.
Invece no, non si vuole chiedere l’aiuto di nessuno, forse per non doverlo poi ringraziare. La meritocrazia non è in contraddizione con questa pratica, perché poi il romanzo deve meritarselo l’aiuto.

Certo, non bisogna inviare a Erri De Luca una storia di fantascienza: non è nelle sue corde e quindi non può valutarne l’originalità, la bellezza, i riferimenti al genere.
Però ci sarà qualcuno anche per la fantascienza…

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37 commenti

Archiviato in Fenomeni editoriali

37 risposte a “Non chiamatele raccomandazioni

  1. Grilloz

    Il problema (in generale) è che a forza di raccomandazioni non si sa più distinguere tra raccomandazioni e segnalazioni.
    Comunque Anfuso riceve un sacco di mail, vedi che qualcuno ci prova? 😛

    • Be’, credo che se un autore importante raccomanda a un editore un testo inedito, quindi glielo consegna tra le mani, la sua segnalazione non può essere ignorata. Sarebbe un editore miope a non tenerne conto. Secondo me con l’Anfuso qualcuno ci prova, ma non a fini editoriali. 😀

  2. (S)punto di (s)vista

    Di quella trasmissione mi ricordo una vecchia puntata in cui c’era Dario Fo e Ambra Angiolini ( che si è riscattata dal ruolo di baby prodigio… non è questo il punto). Per quel che mi riguarda mi costa fatica far leggere qualcosa di mio, a meno che non mi serva un giudizio imparziale (cosa non facile). Ma preferirei che qualcuno mi dicesse: “Mi fai leggere ciò che stai scrivendo?”. So che è normale inviare i propri scritti da valutare, da piazzare mi suona come “Lo fai avere all’editor?”. Secondo me ci sono altri modi che “farsi dare un aiutino” (parola che devo vedere nel dizionario, di uso comune, ma nell’uso parlato).
    Non chiamiamole raccomandazioni, se vuoi. Io sono l’unica che non ho mai approfittato di conoscenze che ho o che avevo. Un po’ da… non diciamo parolacce. O forse non è necessario spingere per ottenere risultati.

    • Non si tratta di spingere, né di forzare a leggere. Se si è scritto qualcosa di valido, oltre ai consueti canali, si potrebbe valutare questa possibilità senza essere indiscreti o scortesi. La testimonianza di Erri De Luca ne è la prova.

  3. Perché in genere gli scrittori hanno troppo da fare per stare a leggere le opere di esordienti che sicuramente gli arrivano. Mi pare ne avesse parlato proprio Umberto Eco; non sto a ricercare il link. Inoltre non è il compito di uno scrittore, quello di scovare giovani talenti; è compito delle case editrici. Comunque tentare non nuoce. Cooptazione, in fondo, significa anche questo.

    • Grilloz

      Ma anche perché si forza un meccanismo che dovrebbe esere invece naturale. Ci si dovrebbe conoscere prima, confrontarsi, stimarsi, e solo dopo l’autore dovrebbe leggere e in caso sponsorizzare il lavoro dell’amico.
      Ad esempio se io un giorno dovessi mai scrivere il romanzo frattale sicuramente lo manderei a te, che nel frattempo sarai diventato un autore di punta di Mondadori e tu, che sei un amico schietto mi risponderesti: “Apprezzo lo sforzo, ma lascia perdere, non fa per te” Ok, ho sbagliato esempio 😛 ma fa conto che te lo mandi un amico che sappia anche scrivere, beh, a te verrebbe naturale farlo poi leggere alla tua editor la quale, stimandoti, sicuramente lo leggerebbe prima di altri manoscritti che ha sulla scrivania ecc. ecc…

      • Il presupposto di una qualche relazione, anche semplicemente di stima nei confronti dello scrittore, è ovvia. Non si deve considerare lo scrittore come un servizio a cui attingere, né il testo come perfettamente pronto per la pubblicazione. E quindi dev’esserci nel richiedente un’apertura a mettersi in gioco. Esistono poi tanti modi per approcciarsi tra persone in generale, e tutti sono validi. Non sono d’accordo invece che si debba diventare amici per segnalare un’opera. L’opera dev’essere meritevole. Cosa c’entra l’amicizia?

    • Molti scrittori sono anche consulenti editoriali, anzi contano più di un consulente editoriale. Non fanno scouting, ma hanno il fiuto per i libri interessanti e conoscono la macchina editoriale. Presentati da loro si è guardati con un occhio particolare. Sì, è cooptazione, e di quella sana.

  4. Una volta uno scrittore disse a tal proposito:
    «Non mandate le vostre opere a uno scrittore: se fanno schifo ve lo farà notare con supponenza ma, se sono buone, vi dirà che fanno schifo per togliersi dalle scatole un potenziale concorrente». 😉

  5. Condivido quanto dice Salvatore: non penso che uno scrittore abbia tempo di leggere scritti altrui.

    Tuttavia io personalmente non manderei mai uno scritto a uno scrittore, specialmente a uno che scrive per il mio stesso genere letterario. Chi mi garantisce che costui, in tempi non sospetti, pur avendomi ignorato o schifato non rubi le mie idee?
    Certo, sembra una affermazione da megalomane la mia: equivale a dire che scrivo bene come uno scrittore affermato 😀 😀 😀 .

    Quindi abbasso pure il tiro 😀 : diciamo solo che nulla vieterebbe allo scrittore affermato di prendere il mio scritto, rimaneggiarlo a dovere e darlo in pasto al suo editor.
    Poi hai voglia a dire al mondo che le idee erano tue: nessuno crederà mai che un Erri De Luca ha rubacchiato idee da uno scribacchino sconosciuto…

    Diverso sarebbe se conoscessi un autore di persona: potrebbe esserci un certo rapporto di fiducia che mi porterebbe a fargli leggere un mio scritto. Ma non sono il tipo… 😛

    • Questo timore che lo scrittore celebre possa impossessarsi delle idee contenute nell’opera di uno sconosciuto è molto diffusa. Mi fa sempre riflettere questo modo di pensare, sarebbe uno scrittore stupido: con tutto quello che può rimaneggiare di già pubblicato, liberamente accessibile sul mercato, spesso sconosciuto a tutti, rubare proprio l’idea a quello che te l’ha inviata, è addirittura comico. Tant’è che i plagi riguardano quello si pubblica, non ciò che resta inedito.

      • Neanche gli dei possono nulla contro la stupidità umana.
        Cito questo aforisma senza ricordarne l’autore (Schiller, mi dice il web…).

        Direi che sarebbe tragicomico, ne convengo.

        Ma se dovessi mettermi nei panni di un autore affermato in drastica crisi di idee, non andrei a rubacchiarle tra quanto già pubblicato e liberamente accessibile, benché sconosciuto: resterei perennemente a rischio plagio.
        Meglio rubacchiare dagli inediti di uno scribacchino che, oltre che sconosciuto, è appunto inedito… 😀

        Vuoi che uno scrittore del calibro di Erri De Luca, che ammette candidamente di “essersi servito della sua celebrità per segnalare”, non se ne possa servire anche per appropriarsi indebitamente di scritti altrui inediti? Ovviamente il mio dubbio non è rivolto a De Luca in persona ma allo scrittore-tipo affermato e apprezzato presso il grande pubblico.

  6. Io amo moltissimo Battiato e c’è questo ragazzo siciliano che è andato a Sanremo quest’anno e io l’ho visto aprire il concerto di Battiato appunto un paio di anni fa, Caccamo si chiama, ecco questo Caccamo mandò una cassetta (oddio cassetta, magari un altro supporto non so) a Battiato che ha apprezzato e gli ha aperto la strada. Ora, anni fa, Carmen Covito aprì il corso di sceneggiatura che mi apprestavo a frequentare, le portai alcuni racconti, lei mi rispose “tanto non li leggerò” mi smontò del tutto sta bruttina stagionata. E poi scusate, dove si trovano gli scrittori arrivati? Alle presentazioni? Boh, magari ci proverò non lo so, E’ una buona opzione, Hel, ma la vedo poco praticabile.

    • Hai ragione, sento spesso di musicisti che hanno aperto la strada ad altri musicisti o autori. Ma vale anche nel cinema e nella televisione. Mi sembra che l’episodio che narri della Covito sia l’esempio, al contrario, di quanto possa essere interessante percorrere questa strada, insieme con tutte le altre: un no così deciso, netto, perentorio, è segnale di professionalità. Come dire: non ti voglio illudere, tenerti sospesa per mesi per poi non fare nulla. In questi casi ringrazierei lo stesso, e penserei ad altri autori. Trovarne di quelli che ti dicono subito no senza tergiversare.

  7. Se uno scrittore affermato legge opere di sconosciuti che gli vengono inviate tanto di cappello, è una gentilezza gratuita e tutt’altro che scontata. Fa bene al cuore sapere che succede.
    Una volta ho letto una frase che mi è rimasta impressa “chiedere a qualcuno di leggere qualcosa di tuo significa chiedergli di rinunciare a un pezzettino della sua vita”. Non invitata, pertanto, non mi permetterei mai di mandare qualcosa di mio a qualcuno che non conosco. Ma, si sa, io sono vigliacca.

    • Direi che sei educata, il non invitato è disposto a fare una lunga fila prima di essere ricevuto, anziché saltarla. La gentilezza e l’educazione poi ripaga, in qualche modo.

  8. Sono sicura che a Erri De Luca qualcuno avrà a sua volta segnalato questo giovane talento. È una catena che attecchisce dove può: magari era il nipote del fornaio dove ogni giorno lo scrittore va a comprare il pane ormai da trent’anni oppure l’amico di un amico dell’amico fidato.
    Perché, poi, se anche uno volesse fare una cosa del genere, dove lo rintracci lo scrittore importante? Lo pedini? Lo fermi per strada? Gli scrivi una mail?

  9. iara R.M.

    Tra le varie ed eventuali della vita non si dovrebbe escludere nessuna possibilità.

  10. Marco Amato

    Io credo che Erri De Luca abbia compiuto un gesto nobile. Ma credo che sia un gesto isolato anche per lui. Anzi, male a sapersi che lui ha consigliato qualche autore all’editoria. Verrebbe sommerso e tempestato di manoscritti.
    Per quel che io sappia tutti gli scrittori affermati ricevono valanghe di manoscritti. Anche Fabio Volo ed Ezio Greggio. Però non sono informato sui libri di ricette che riceve la Clerici.

    Gli aspiranti scrittori, nella disperazione compulsiva di pubblicare a ogni costo, inviano manoscritti ovunque, anche al Papa probabilmente.
    “Sua santità, con immensa lode (e suo divino piacere) le invio copia del mio manoscritto…”

    Io invece obbligherei (sì, proprio obbligare) tutti gli aspiranti scrittori, per regime imposto, a stampare la lettera di spiegazione di Umberto Eco a un aspirante (citata da Salvatore), sul perché ha rifiutato di leggere il suo manoscritto e sui perché dell’editoria.
    Tale lettera per esposizione e chiarezza dovrebbe stare davanti agli occhi di tutti coloro che vogliono pubblicare. Anzi, la farei imparare a memoria e poi chiederei: adesso spiegala, a parole tue. Chissà quanti drammi e presunzioni in meno girerebbero nel mondo degli aspiranti.

    Io, per fortuna, lessi la lettera anni fa. Ed essendo uno che non si fa ripetere le cose due volte, ho capito che la trafila paventata da Eco, non fa per me. Sono troppo solitario per quel genere di gavetta che richiede gente sfrontata e intraprendente.
    Chissà, riflettendoci, forse è anche per questa lezione che imparai da lui, che sono cresciuto immune al fascino crudo dell’editoria.

    Scusami se mi permetto, aggiungo il link della lettera di Eco, magari, diffondere il messaggio, può essere utile anche per redimere altri: https://www.linkedin.com/pulse/20140908194444-123659842-secondo-umberto-eco-inutile-inviare-manoscritti-se-non-si-%C3%A8-nessuno

    • Ricordo quella lettera, il pendolo di Foucault, il signor Garamond e gli scrittori APS. E la citazione alla tetrapiloctomia… 😀

      • Marco Amato

        Io devo ammettere che ho amato più il Pendolo che il Nome della Rosa.
        Ma forse sono un caso a sé, perché di Eco ho amato anche l’Isola del Giorno Prima. 😀

    • Grazie, Marco, il link ha soddisfatto la mia curiosità: non conoscevo questa lettera e mi sembra che dica tutto, ma proprio tutto quello che chi scrive deve sapere.
      In buona sostanza, Eco, toglie ogni speranza e affida al post mortem l’unica chance per essere presi in considerazione. Ma a quel punto, io preferisco raccomandarmi al Supremo e non certo per diventare famosa in un luogo che non frequenterò più. 😉

      • Marco Amato

        Quella di Eco, è una lettera lucidissima, una verità importante per accostarsi al mondo editoriale. Ma non è la verità. Quella totale, che spiega tutto, purtroppo sfugge a qualsiasi analisi.
        Ci sono tante vie per accedere all’editoria tradizionale. Quella che prospetta Eco è una prassi consolidata che applica molto buon senso. Ad esempio, Funetta, di cui abbiamo discusso qui da Helgaldo in passato, rappresenta alla perfezione il percorso citato da Eco.
        Ma non dobbiamo scordarci, che l’editoria è soprattutto mercato di libri. Gli editori pubblicano per vendere, e in un mercato complesso, le regole di selezione possono differire parecchio.
        Le opportunità esistono, sono sparse ovunque. Il limite semmai, che avverto io (ma potrei sbagliarmi), è che gli scrittori, aspiranti o alle prime pubblicazioni, sostanzialmente non conoscono le regole del gioco.
        E’ importante leggere le interviste agli editori e agli editor. Leggere le interviste degli autori e del percorso che li ha portati alla pubblicazione.
        Invece, molti di coloro che vogliono pubblicare, non sanno come funziona l’editoria, quali sono le prassi. Cosa può interessare agli editori. E tutt’al più non conoscono cos’è un contratto editoriale, e quali implicazioni e opportunità comporta. A volte, una clausola aggiunta al contratto editoriale potrebbe rappresentare una chance più grande per l’autore.
        L’autore che si muove senza queste consapevolezza, troverà di certo difficoltà maggiori, rispetto a chi conosce i contesti.
        Ciascuno ha il diritto di giocarsi le possibilità del proprio sogno di scrittura. Ma la discriminante di riuscita spesso sta proprio in questo, nel sapere cosa fare o cosa non fare.
        Ad esempio, ci sono atteggiamenti degli scrittori che danno fastidio agli editori. Partire col piede sbagliato, equivale a darsi la zappa sui piedi prima di cominciare. 😉

      • Il fatto è che la lettera di Eco è lucidissima, mentre la lettura, spesso non altrettanto. Quello che certi aspiranti capiscono è solo che le porte dell’editoria sono chiuse. Ergo mi autopubblico, me lo consiglia tra le righe Eco. Non c’è invece la gavetta che bisogna comunque fare.

      • Marco Amato

        Ma vedi, la gavetta, dipende dall’intelligenza del singolo autore. E in tal senso non so quanto io sia intelligente.
        Però al momento, in tre anni ho scritto tre romanzi e non ne ho pubblicato nessuno.
        Due di questi romanzi sono passati da editor professionisti. Uno l’ho riposto nel cassetto, con l’altro ci sto lavorando.
        Potrei pubblicare domani tre libri con un click e forse ci farei più figura di alcuni scarsi scrittori pubblicati. Ma a che pro se avverto che la mia scrittura non è pronta? Se le storie, i personaggi, hanno ancora bisogno di cura?
        Io non pubblico se prima non ho compiuto la mia gavetta personale. Ho bisogno di confrontarmi con professionisti dell’editoria e successivamente con lettori di qualità.
        Il mondo è pieno di stupidi, di teorie del complotto campate in aria, cui la gente crede con una facilità disarmante.
        Ciascuno compie le sue scelte. Certi autori preferisco saltare la gavetta e spedirsi al massacro? Lo facciano.

        Ma la discriminante che spesso sfugge in questi ragionamenti, non è pubblicare.
        Pubblicare è la cosa più semplice del mondo. In self publishing è ovvia. Nell’editoria è difficile, ma pur sempre una tappa facile.
        Uno scrittore per esistere deve vendere i suoi libri.
        Quanti sono gli scrittori che giunti alla pubblicazione con un editore, credono di aver compiuto un sogno e invece dato che il libro non vende, scoprono che le porte dorate dell’editoria tornano di nuovo a serrarsi?
        Tantissimi. Basta sfogliare i cataloghi. Questo che fine ha fatto? E quest’altro?
        La seconda opportunità nell’editoria è più difficile della prima.
        Pubblicare sembra tutto, ma non è il passo determinante. Ciò che determina la vita di uno scrittore sono i lettori. Editoria e self publishing, entrambi sottostanno a questo semplice arbitro.

      • La gavetta però non dipende dall’intelligenza, Marco. Gavetta vuol dire raggiungere una posizione di rilievo partendo dalle mansioni più semplici. Per esempio Saviano ha fatto la gavetta, è partito da giornalista di cronaca nera in un giornale di provincia e ha fatto tutta la gavetta. Non ha messo solo intelligenza nei suoi scritti. Ha scarpinato, ha scritto articoli su articoli, ha appreso un mestiere. Poi c’è stata una svolta, da giornalista a scrittore. Oggi lo vedi in tv che fa il one man show, ma questo è frutto di gavetta, cioè di tutta una serie di azioni e mestieri che l’hanno portato ad allargare sempre più lo sguardo e ad acquisire nuove abilità. Non ha fatto tre revisioni o cinque di Gomorra e l’ha mandato a Mondadori.
        Come lui tanti altri, Eco in primis. L’attività di romanziere sta al termine della sua straordinaria gavetta. E nell’articolo dice di fare questa gavetta, non di saltarla.

      • Certo, hai perfettamente ragione, quella è la gavetta più corretta per chi vuole diventare scrittore. E metto giù il cappello per chi ci riesce. E tanta stima anche per chi tenta e non riesce.
        Quel tipo di percorso lo consiglierei a chiunque. Per questo indicavo l’articolo di Eco come un modello.
        Poi però nel mezzo ci sta la realtà.
        E dalla realtà dalla quale provengo non ci sono studi classici. Da piccolo venivo rimproverato perché perdevo tempo a leggere i libri.
        Il mio percorso di consapevolezza ho dovuto costruirlo a poco a poco, un passo per volta. Leggere, inventare storie, aver voglia di scrivere. Sono un’evoluzione non del tutto scontata. Quel tipo di gavetta letteraria era per me impossibile allora. E non è il caso di cominciarla adesso che l’asticella degli anni comincia a pendere dalla parte discendente.
        Però anch’io ho fatto la mia gavetta. La gavetta della vita pratica. Di chi se la deve cavare da solo, o vivi o muori.
        E la mia esperienza è comunque preziosa, perché mi ha concesso strumenti che la maggior parte degli scrittori che viene dalla gavetta letteraria non possiede.
        C’è chi i libri li sa scrivere divinamente, ma non sa guardare al di là del proprio naso. E poi c’è magari chi i libri non li sa scrivere divinamente, ma ha imparato a vedere là dove gli altri non vedono.
        La vita è capricciosa. Ma anche per questo è un’avventura entusiasmante.

    • Per questo è stato inventato Amazon, per evitare «quel genere di gavetta». Con Amazon, si sa, si salta la gavetta. Tutto è pubblicabile in cinque minuti, non scrivono così quelli di Amazon?

      • Marco Amato

        Bisogna comprendere chi si intende per quelli di Amazon.
        Gli autori scarsi è ovvio.
        Ma non credo che siano tutti scarsi.

      • Certo, gli autori scarsi. Credo che siano la maggioranza.

      • Che sia pubblicabile in cinque minuti è innegabile, è sotto gli occhi di tutti.

        Però quel “pubblicabile in cinque minuti” a volte è stato scritto, riscritto, letto, riletto in mesi e mesi di lavoro. E magari prima di quei mesi di scrittura e riscrittura, ci sono stati mesi di documentazione e approfondimento.

        E’ questa la differenza che a volte non si coglie (o non si vuole cogliere, o non si può cogliere).

        In altre parole: la gavetta magari c’è stata, ma siccome non è sotto agli occhi di tutti, si tende a pensare che sia stata saltata a pie’ pari. Non la può vedere il lettore, non la può vedere l’editore e nemmeno il cacciatore di talenti.
        Non nego che la stragrande maggioranza la saltino, la gavetta.

      • Marco Amato

        Darius io sono del parere che la differenza fra un romanzo scritto e revisionato, rispetto a certe cose improbabili, si vede.
        Lo scrittore autopubblicato deve mantenere gli standard dell’editoria.
        Lo deve fare per forza, perché in gioco c’è la sua reputazione.
        Poi si può essere bravi o meno. Il talento è un parametro che non si può controllare.
        Ma un romanzo curato, rispetto a uno non curato, si vede.
        Su Amazon c’è chi può dire, sono tutti scarsi, senza entrare nel merito dei singoli.
        Ma in realtà, su Amazon, la partita la giocano i singoli.
        Se un libro di un autore in self publishing vende, si posiziona a fianco di Stephen King o Murakami.
        Nelle librerie tradizionali, in vetrina può starci Mondadori o l’autore bestseller che ha un suo brand. È un sistema incrostato in cui spesso i medi e i piccoli editori non riescono a emergere.
        La forza di Amazon è la democrazia. Tutti gli autori partono uguali. Gli autori self, giocano la loro visibilità con gli editori. E a volte, pur con scarsi mezzi, riescono pure a vincere. Conta sempre il singolo, non la categoria autopubblicati.

      • Concordo su tutta la linea, Marco. Il romanzo curato, proprio perché curato, richiede mesi e mesi di lavoro (dove per “lavoro” ci stanno dentro un mucchio di cose, dalla prima stesura alle collaborazioni con altre persone per copertina, editing, beta-letture ecc…).

        Una volta che si decide di pubblicarlo su Amazon, ci vogliono cinque minuti. Ma questo non significa automaticamente saltare lavoro e gavetta, anche se buona parte degli autopubblicati lo fa.

  11. (S)punto di (s)vista

    Tutti possono pubblicare. Ma è veramente soddisfacente vedere il proprio libro pubblicato e poggiato lì tanto per dire: “Ho pubblicato”? (scusate le ripetizioni). Alla fine credo che nemmeno ai parenti più stretti interessi. Più essere un qualcosa in più da aggiungere al curriculum. Sì, ma sei hai venduto 20/30 copie (sono avvantaggiati chi ha famiglie numerose), poi? Io preferirei fare la “gavetta” (quella che faccio ora), ma sapere che l’editore che mi pubblica creda in me. Se così non fosse, non mi pubblicherebbe, ed è giusto che sia così. Il mondo non ha bisogno dei libri di tutti quelli che vogliono scrivere, ma di ciò che vale la pena sia letto. Tanto studio e tanto lavoro ripagherà, ne sono certa. Le cose facili portano poco lontano. Almeno questa è la mia esperienza. Ben venga che ottenga il successo con meno sforzo.

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