Chiara Gamberale risponde a Zoe (e indirettamente a noi)

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Ho vent’anni e sogno di diventare scrittrice da quando ne avevo cinque. Ho migliaia di fogli, appunti, diari, ma non so organizzarli in una storia unica o capire cosa tenere e cosa no. Secondo te, dovrei frequentare un corso? Tu credi in chi vuole insegnarti a scrivere?

Zoe

Cara Zoe,
il tuo interesse mi pare sincero: perché parli di «scrivere», non di «pubblicare». In molte scuole di scrittura, infatti, ho incontrato allievi smaniosi di diventare famosi e poco interessati all’urgenza che (non) avevano di esprimersi. Ma senza di essa è difficile che le nostre pagine vengano lette da un altro. Se invece quell’urgenza c’è, un corso potrebbe esserti utile. Non perdere mai la tua ispirazione.

Chiara Gamberale

 

La domanda di Zoe e la risposta della Gamberale sono apparse su Donna moderna del 3 gennaio scorso. In questi giorni ho riflettuto a lungo su quanto dice la Gamberale, che mi ha colpito per semplicità, onestà e verità.

Credo anch’io che scrivere e pubblicare appartengano a mondi diversi, per certi versi conflittuali. Si scrive per urgenza. Poco importa l’età: l’urgenza di un ventenne non è quella di un trentenne o di un quarantenne. Ma sempre di urgenza si tratta. Per esempio, questo post e gli altri che quasi quotidianamente pubblico sul blog, nascono da una qualche urgenza, senza programmazione alcuna. È una necessità che adoro perché mi rende libero. Il che è anche paradossale, a pensarci bene. Urgenza uguale libertà.

Scrivo per essere libero. Per quale altro motivo dovrei farlo? Quando le parole seguono ad altre parole e formano una frase che tocca qualche corda della confusione che mi porto dentro, aiutandomi a mettere ordine nei sentimenti, solo allora raggiungo una libertà che mi ripaga per tutte quelle volte che la mia vita non è libera. E scopro di essere felice.

Strana parola «felicità» per un blog di scrittura. Usata raramente nella sua forma più autentica, candida, fanciullesca. Anche sfacciata. Però è vero: quando scrivo gioco con le parole, i pensieri e a volte anche con le trame, e mi sento leggero, libero, totalmente padrone della parola scritta. Giocando, come si può non essere felici?

All’opposto c’è la pubblicazione, la smania del riconoscimento sociale, l’essere famosi, apprezzati, desiderati. E perché no? Invidiati. Ma pubblicare non dà felicità. Anzi, crea ansia e insoddisfazione. Riuscirò o no a pubblicare? E se sono riuscito a pubblicare, venderò abbastanza? E se ho venduto abbastanza, il secondo libro andrà meglio del primo o sarà un passo indietro intollerabile? E se andranno tutti meglio di quelli precedenti avrò più visibilità degli altri scrittori miei avversari? E sarò io il vincitore dello Strega di quest’anno? Inviteranno me o altri da Fazio per promuovere il libro?
E così l’asticella dell’insoddisfazione si alza di continuo, e come qualsiasi altra attività umana performante trarrà tutto il suo vigore dall’adrenalina di angoscia che saprò iniettarmi.

Perciò la risposta «esatta» per Zoe e i suoi vent’anni di scrittura sotto forma di appunti disordinati e inconcludenti non può essere che la saggezza semplice della Gamberale. Scrivere per esprimersi. Trovare un corso, anche a basso costo, che l’aiuti a raccontare la sua età e ciò che è. Non serve altro obiettivo.

Quella della Gamberale è la pietra angolare, l’unità di misura di quello che dovrebbe essere la scrittura, non solo per Zoe. Per questo ieri ho voluto girarvi la domanda che è stata posta alla scrittrice: per «vedere» quanta urgenza (o no) sia rimasta in ognuno di voi. Quando scriviamo, anche rispondendo ad altri, inesorabilmente non possiamo fare a meno di essere noi stessi: nella scrittura veritas.

Le vostre risposte che Zoe non leggerà, servono in realtà a voi stessi, forse per noi tutti. Rispetto al perno della Gamberale ognuno faccia le sue valutazioni: in che direzione marciare e se la marcia lo renderà felice. Ultimamente vedo molta infelicità nei blog, tutti che inseguono la pubblicazione. L’augurio è invece quello di non soffocare la Zoe che era, e che adesso non è più perché sostituita dall’editor o dal marketing, in voi.

Post scriptum: qualcuno mi ha chiesto privatamente perché non provo a scrivere io il romanzo delle trame che ogni tanto creo sul blog. Ecco la risposta: no, grazie, preferisco scrivere anziché pubblicare. Felicità versus infelicità: non c’è partita, non siete d’accordo?

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37 commenti

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37 risposte a “Chiara Gamberale risponde a Zoe (e indirettamente a noi)

  1. Sì: decisamente non c’è partita 🙂

  2. Sì, fondamentalmente la distinzione è corretta. Chiara Gamberale e Helgaldo hanno fatto una giusta osservazione. E comunque Zoe dovrebbe specificare cosa scrive sulle migliaia di pagine disconnesse alle quali ha accennato. Se sono appunti sui propri stati d’animo, pensieri, osservazioni, possono andare bene anche così, forse. “Il libro dell’inquietudine” di Pessoa si compone di pagine di questo genere senza seguire una trama specifica ed è uno dei libri più lirici che abbia mai letto.

  3. Sì, molto giusto, ma quando hai un’opera che giudichi valida pronta secondo me lo scatto “vorrei pubblicarla” è inevitabile.

    • Sicuramente quello che dici è vero e naturale. Siamo d’accordo però che viene dopo, parecchio dopo. Avrai notato anche tu ai vari corsi di scrittura a cui hai partecipato che molti si accostano allo scritto già sicuri di saperlo fare, e quello che soprattutto cercano è il modo per pubblicarlo.

      A un ragazzo non direi pubblica, ma scrivi e leggi. Perché il resto è anche frustrante, doloroso, angosciante. So di ragazzi e ragazze, con la rabbia dentro che fanno pugilato. O giocano a calcio. Ma è criminale allenarli per farne dei campioni, anziché per sfogare e indirizzare meglio il loro fervore.

  4. Non lo so… che a leggere la Gamberale pare che anche lei avesse smania di essere pubblicata, più che di esprimersi. 😛

    • Anche i politici dicono ai cittadini siate onesti. Il consiglio è assennato anche se giunge dalle persone meno credibili per darlo. Ho seguito un solo corso in vita mia che c’entrava in qualche modo con la scrittura (era di scrittura cinematografica). Tranne me, erano lì tutti per diventare famosi, ma come creatività e contenuti, da spararsi.

    • (S)punto di (s)vista

      L’importante è dare il giusto consiglio. La persona deve scindere dal giudizio. Se la raccomandazione è buona, prendiamo quella, non puntiamo sempre su chi, ma cosa dice.

  5. Ok, avevo scritto un bel commento (ma proprio bello), poi wordpress ha fatto i capricci ed è andato perso 😦
    Quindi mi limito alla domanda finale, ma la storia chi la scrive? che io aspetto per leggerla…

  6. (S)punto di (s)vista

    Sì può sempre fare un riassunto, se è troppo lungo.
    Le idee geniali vengono sempre censurate o sono fuori dal commento pubblico.

  7. Ho colto nel tuo post una serie di osservazioni molto interessanti e condivisibili.
    Anch’io vedo la scrittura come uno sfogo che mi dà felicità. Però non demonizzerei il voler pubblicare come una ricerca smaniosa di fama, notorietà, appagamento. Certo: molti la intendono così.

    Ma io la vedo più semplice: vedrei la pubblicazione come un voler regalare un po’ di felicità (intesa come evasione, svago, divertimento) a chi avrà occasione di leggermi. La vedo un po’ come una forma di condivisione: se scrivessi solo per me, i miei scritti renderebbero felici solo me. Se invece pubblico, chissà, possono rendere felice chi avrà occasione di leggermi… 🙂

    Non accade la stessa cosa con un blog? Si scrive per condividere. Sempre. Idee, pensieri, consigli.
    Altrimenti ci limiteremmo al caro vecchio diario cartaceo. O terremmo un blog privato a cui possiamo accedere solo noi.

    • Nessuno demonizza, la Gamberale, pur nella brevità dello spazio che le è concesso dice una verità che ho sperimentato anch’io. Ai corsi di scrittura ci vanno soprattutto quelli che vogliono pubblicare. Pochi quelli che vogliono capire cosa significhi davvero scrivere.

      Che pubblichino pure. Però poi leggo spesso, leggerai anche tu, che sentono che la loro attività non decolla, che hanno quattro lettori, che sono in crisi, che vorrebbero mollare tutto. Fanno le pulci ai libri pubblicati dagli editori gridando allo scandalo. E per finire sono anche logori del blog. Pubblicano sempre meno perché non si divertono più, non ce la fanno, tutto è diventato un peso.

      Succede forse perché o blog o libro, ma in testa hanno solo l’idea di essere sempre più apprezzati e riconosciuti. Non scrivono neppure più di quello che desiderano, ma di quello che pensano possa essere utile per accrescere visite o vendite. Non noti la crisi del settimo, quinto, terzo anno dei blogger-scrittori e degli scrittori-blogger? Ti sembrano sinceramente appagati dalla scrittura?

      Anche il crowdfunding diventa una corsa angosciosa contro il tempo. Ma ti pare logico?

  8. Io scrivo per essere felice, vero. È la migliore forma di soddisfazione personale che conosco. Però ammetto che se arrivassi a concludere un bel lavoro nel quale credo veramente, mi piacerebbe anche che quel lavoro venisse pubblicato. L’unica cosa che non farei, e qui mi riallineo con il tuo pensiero, è stressarmi dietro a un obiettivo così importante. Mi conosco fin troppo bene: ci proverei, ma la frustrazione non arriverebbe a intaccare ben altre priorità in cui credo di più.
    (Non per niente, non ho alcuna fretta di scrivere il romanzo che va avanti sempre molto lentamente e mi piace riflettere e giocare in tutti i contesti in cui si parla di scrittura)

    P.s. Sul romanzo delle trame: scrivilo, scrivilo scrivilo… e poi non lo pubblichi (pensa che felicità che ne ricaveresti) 😛

    • Se scrivo qualcosa e c’è il rischio che mi piaccia poi mi morde la voglia di pubblicarla. Temo la vampirite da pubblicazione, una volta presa smetti di essere umano e diventi uno di loro, sempre in cerca di sangue, sangue, sangue di successo…

  9. Scrivere per essere felici: tutti lo dite.

    Però mi domando cosa significhi, in fondo in fondo. Ne parlavo in privato con qualcuno proprio ieri: se io fossi felice vivrei e non scriverei. Non perderei tempo a giocare, a fare finta, se potessi fare “davvero”. Le mie parole precise sono state: «Io rimango intimamente convinto che una persona scriva perché la vita non la soddisfa fino in fondo: se fossi del tutto felice come sono, non perderei tempo a riempire pagine e pagine, ma me ne starei a fare cose».

    Per la cronaca, questa persona non è rimasta affatto convinta della mia idea.

    • (S)punto di (s)vista

      Si scrive perché non se ne può fare a meno. Una droga. Un amore viscerale, chiamalo come vuoi. Ma in amore non è mica detto che sei felice, vivi, ami e niente più. Così quando scrivi, non ti domandi nulla, lo fai. Ecco bisognerebbe viverla con più leggerezza.
      Scusa, ma nemmeno io sono convinta della tua versione, ma è chiaro che ognuno ha le sue idee.
      Invece a me è successo altro. Uno sfogo di una brava persona che aveva bisogno di sentirsi dire che deve continuare a scrivere, vada come vada. Spero di non avergli dato il consiglio sbagliato.

      • Secondo voi ma a me cosa mi frega di assumermi la bega di star quassù a cantare,
        godo molto di più nell’ubriacarmi oppure a masturbarmi o, al limite, a scopare…
        se son d’ umore nero allora scrivo frugando dentro alle nostre miserie:
        di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie o mantenermi vivo…

        🙂

      • (S)punto di (s)vista

        Beh, sì, quello che tu proponi sono delle ottime alternative alla scrittura, ma nella giornata si può far incastrare anche lo scrivere, tra un piacere e l’altro… È una canzone? Mi sembra orecchiabile.

      • (S)punto di (s)vista

        Mi sa che dovrò iniziare ad ascoltare Guccini. Grazie. Molto diretto, il professore quando canta.

    • Simona C.

      “Questa persona non è rimasta affatto convinta della mia idea” non significa che la tua idea sia sbagliata, solo che non vale per tutti, come non vale per tutti la faccenda della felicità, del bisogno, dell’ossessione…

    • E ha tutte le ragioni a lamentarsi: quello che le hai scritto, con le tue parole precise, genera infelicità…

    • Ma c’è anche chi fa cose e scrive per completare il suo stato di benessere.
      È quella la felicità che intendo io quando parlo di scrittura, come un complemento di arredo che abbellisce una stanza.

    • Simona C.

      Michele, da te solo cose belle, anche quando sei spietato 🙂

  10. chiarasole1981

    Bellissime parole, nelle quali mi rispecchio pienamente. Più volte, sia sul blog sia in altre sedi, mi sono trovata a criticare “colleghi” blogger che danno più valore a quesiti di tipo commerciale che non alle proprie urgenze interiori. E anche nel post di ieri ho accarezzato l’argomento. Perché la scrittura altro non è che una voce in cerca di espressione. Tutto il resto è semplicemente un dettaglio. Aggiungo inoltre che solo chi vive la scrittura con questo spirito può essere definito scrittore: gli altri, saranno solo scribacchini.

  11. (S)punto di (s)vista

    E così vorresti fare lo scrittore

    Charles Bukowski

    E così vorresti fare lo scrittore? 
    Se non ti esplode dentro
    a dispetto di tutto,
    non farlo
    a meno che non ti venga dritto
    dal cuore e dalla mente e dalla bocca
    e dalle viscere,
    non farlo.

    Se devi startene seduto per ore
    a fissare lo schermo del computer
    o curvo sulla macchina da scrivere
    alla ricerca delle parole,
    non farlo.

    Se lo fai solo per soldi o per fama,
    non farlo
    se lo fai perché vuoi
    delle donne nel letto,
    non farlo.

    Se devi startene lì a
    scrivere e riscrivere,
    non farlo.
    Se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
    non farlo.
    Se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
    lascia perdere.

    Se devi aspettare che ti esca come un ruggito,
    allora aspetta pazientemente.
    se non ti esce mai come un ruggito,
    fai qualcos’altro
    se prima devi leggerlo a tua moglie
    o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
    o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
    non sei pronto.

    Non essere come tanti scrittori,
    non essere come tutte quelle migliaia di
    persone che si definiscono scrittori,
    non essere monotono o noioso e
    pretenzioso, non farti consumare dall’autocompiacimento.

    Le biblioteche del mondo
    hanno sbadigliato
    fino ad addormentarsi per tipi come te
    non aggiungerti a loro
    non farlo
    a meno che non ti esca
    dall’anima come un razzo,
    a meno che lo star fermo
    non ti porti alla follia o
    al suicidio o all’omicidio,
    non farlo
    a meno che il sole dentro di te stia
    bruciandoti le viscere,
    non farlo.
    Quando sarà veramente il momento,
    e se sei predestinato,
    si farà da sé e continuerà finchéè tu morirai o morirà in te.

    Non c’è altro modo
    e non c’è mai stato.

  12. Ah ecco allora anche tu leggi Donna Moderna, bene. 😉
    Non ricordavo la risposta della Gamberale ieri quando ho scritto il mio commento e oggi me l’hai rammentato.
    La bellezza di scrivere per inseguire l’urgenza interiore è senza dubbio importante e regala momenti di felicità, negli anni la scrittura per me è stata così, uno sfogo alla mia urgenza interiore. Poi ho scoperto blogger e ho cominciato a scrivere lì (non erano ancora i tempi di facebook ed era un modo per mantenere i contatti anche con alcuni amici con l’hobby della scrittura). A un certo punto però ho sentito l’esigenza di dare corpo a una storia che fosse più strutturata e non un semplice post del blog. Scrivere un romanzo o un racconto lungo regala un altro tipo di libertà: far parlare, sognare e agire i propri personaggi. Credo che alla fine però il desiderio di condividere e magari di pubblicare arrivi sempre, prima o poi.

  13. Mah… quando si entra a parlare del tema della scrittura, del perché scrivi, per essere felice o per essere pubblicato, del perché scrivi questo e non quello, del quanto scrivi e del come scrivi, sento sempre il serpentello dell’invidia sibilare tra un paragrafo e l’altro, tra tesi e controtesi. Tanto la strada di uno non sarà mai la stessa strada di un altro, sempre e comunque, che le scarpe che si indossano sono diverse. La Gamberale non ha lo stesso curriculum di Carofiglio, che non ha lo stessa esperienza di Baricco, che non c’entra un tubo con Crichton, Patterson e King. Chi sarà il più felice di loro? Boh…
    Nessuno ha la formula vincente (per vincere cosa poi se abbiamo tutti obiettivi diversi?), ergo nessuno può dire agli altri qual è la via giusta, tra scrivere più blog o meno blog, tra scrivere per le statistiche o scrivere per la gloria, scrivere per felicità o scrivere per malessere. Nessuno nasce imparato, ma nessuno nasce nemmeno maestro. Anche se usano la parola “scrittore” come professione su Facebook e gli ebook se li chiamano “capolavori” da soli. Preferisco gli scribacchini.

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