Pontiggia, un classico

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Se un classico è un testo talmente ricco di spunti, per cui anche gustandolo a spizzichi e bocconi è in grado di nutrirci profondamente, allora Giuseppe Pontiggia è un classico.

Escono in questi giorni le sue Conversazioni sullo scrivere, raccolta pressoché completa degli interventi radiofonici sulla scrittura che lo scrittore comasco tenne su Radiodue nel ’94. In pratica, la trascrizione delle sue riflessioni sulla scrittura creativa, riflessioni che dovrebbero interessare quanti aspirano a fregiarsi del titolo di scrittori.

La Stampa di ieri ha pubblicato uno di questi interventi, collage di pensieri disarticolati tra di loro, ma talmente ricchi di osservazioni da riuscire a rigenerare l’intero tessuto del discorso. E non solo. Ogni volta che mi soffermo su una sua frase, un suo pensiero, scopro non tanto di essere d’accordo su quanto afferma riguardo alla scrittura, ai personaggi, alla trama. Ma quanto sia vero ciò che dice, perché l’ho sperimentato direttamente. Perché una cosa è comunicare un pensiero ad altri, un’altra – e molto più potente – è farlo rivivere in chi legge. Con Pontiggia ho sempre riscoperto me stesso, e questa è per me la prova che fa di lui un classico.

Vediamoli allora questi due-tre pensieri sulla Stampa di ieri. Ve li dico così, come mi sono rimasti in mente. Il primo è che conta solo quello che finisce sulla pagina. Dice Pontiggia che tendiamo a confondere vita e scrittura. Dire che sulla pagina si trasfonde la vita è una metafora pericolosa. Penso immediatamente a quanto c’è di autobiografico in tutto ciò che scrivo, e devo ammettere che non è poco. Penso per esempio ai miei «racconti» vissuti in metropolitana, viaggiando tra casa e lavoro. Tesi non a riferire un episodio accaduto, dire cosa è successo e cosa no, ma a ricrearlo nella sequenza «giusta» per la pagina. Quando Pontiggia afferma che nella realtà le cose possono capitare in vari modi, ma sulla pagina in uno solo, quello giusto, non dà perciò un consiglio di scrittura astratto e oggettivo, ma non fa altro che confermare quello che tutti dovrebbero avere già sperimentato nel proprio Dna di scrittori. Non dice nulla di nuovo, da tecnica di scrittura all’americana. Conferma solo ciò che dovremmo già sapere, un classico appunto.

Allo stesso modo afferma che un testo ha valore se supera l’inventiva dell’autore stesso. Anche qui, i manuali moderni puntano sul brainstorming, sui cluster – pratiche aziendali e pubblicitarie – come metodi per sviluppare la creatività prima di buttarsi nella stesura. Invece l’autore scopre il proprio testo mentre lo scrive, giungendo persino a sorprendersi. Addirittura una rivelazione a posteriori, magari mesi o anni dopo avere prodotto il testo, con nuovi e più profondi significati impensati durante la prima stesura, che danno alle parole scritte quell’indipendenza dall’autore, che le rendono un classico, cioè valido oltre le capacità l’autore.

Tutto questo dice Pontiggia nelle poche righe riportate sul quotidiano. In realtà un po’ lo dice lui, un po’ lo dico io. Nessuna relazione tra i due, intendiamoci. L’unico nesso è tra un classico che non smette mai di parlare, Pontiggia, e un contemporaneo che non smette mai di riscoprire se stesso nei classici, Helgaldo. Spero che questa esperienza sia capitata anche a voi, grazie a Pontiggia o grazie ad altri, ma ciò che conta è che sia successa, cari scrittori.

C’era sicuramente poi una terza cosa dallo stralcio che ho letto, ce ne sono tante, ma non la ricordo più. Vi dirò allora un aneddoto da lui stesso raccontato. Una signora in visita allo studio di Braque fissa un dipinto e rivolgendosi al maestro gli fa notare che la donna ha un braccio più lungo dell’altro. Signora, risponde il pittore, questa non è una donna, è un quadro. Ecco di nuovo quel tessuto organico che ricrea la relazione tra realtà e pagina letteraria.

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7 commenti

Archiviato in Arti e mestieri

7 risposte a “Pontiggia, un classico

  1. La Trahison des images: il pensiero non può che finire qui.

  2. (S)punto di (s)vista

    Grazie.
    Non so se ci sia più sulla radio, ma c’era un programma che si occupava di letteratura. Comunque si possono ritrovare le puntate radiofoniche.
    Bella iniziativa quella della Stampa di riproporre i suoi interventi.

  3. iara R.M.

    Grazie per questa condivisione.

  4. (S)punto di (s)vista

    Non sono riuscita ad ascoltare tutto il racconto di Pontiggia e spero di poterlo terminare stasera. Bellissimo. La cosa che mi è piaciuta è il tono pacato e il raccontare di scrittura attraverso i suoi aneddoti. Uno molto significativo è quello con Vittorini che lo spinse a richiamarlo svariate volte prima di leggere “La morte in banca” che Pontiggia aveva scritto.

    Sono d’accordo quanto lui dice sullo scrivere forte, con ambizione, dicendo che: “scrivere richiede molto coraggio, richiede la necessità di vincere le proprie paure, le proprie inibizioni…”

  5. Sia Marco Amato sia (S)punto di (s)vista mi segnalano per email il link del sito della Rai dove si possono ascoltare tutte e 25 le lezioni di Pontiggia. Il link è il seguente:

    http://www.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-88ac61b3-b51a-449c-8f8b-7b5533804529.html

    Marco Amato aggiunge che ascoltando dal sito, spesso il play si blocca e non si può riprendere. Quindi conviene scaricarle per gustarle per intero.

    Nel ringraziare entrambi per l’informazione che offrono ai lettori di questo blog, invito tutti a segnalare direttamente nei commenti qualsiasi risorsa ritengano interessante in relazione all’argomento che si tratta di volta in volta.

  6. (S)punto di (s)vista

    Oh, che bello. Io ho già ascoltato le prime due lezioni. Confermo ciò che dice Marco. L’audio ascoltato direttamente dal sito si blocca. Man mano scaricate il file audio e ascoltatelo.
    Io non ero sicura che potevo mettere il link. Sinceramente è stato meglio che lo hai fatto tu.
    Ringrazio te, non sapevo di queste lezioni e l’ho trovate solo dopo il tuo post.
    Aggiungo che le lezioni meritano di essere ascoltate. Prendetevi del tempo, poiché durano un po’ di più di 40 minuti.

  7. Bello l’anedotto del quadro. Di Pontiggia ho letto La grande sera due volte, la prima volta anni fa e poi l’anno scorso mi è venuta voglia di rileggerlo e l’ho preso in biblioteca. Mi ritrovo parecchio in quello che hai scritto in questo post. Memorizzo il link delle sue lezioni.

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