Stocastico

foto_dadi_rossi

Qualche giorno fa ho incontrato stocastico per la prima volta in vita mia – c’è sempre una prima volta nelle cose –, non l’avevo mai sentito né letto prima. Alle prese con un potente raffreddore che in questi giorni non mi invoglia a scrivere, potrei lasciar perdere. Ma l’invito è troppo ghiotto per non accettarlo. E così parliamo di stocastico.

Quando l’ho letto – ripeto: era la prima volta in assoluto – ho pensato immediatamente a un’imprecazione. Perché il suono, a dirla tutta, un po’ richiama quei modi di dire che avete sentito da altri, o addirittura esclamato voi stessi. Comunque ho abbandonato il letto in cui giacevo dolorante e mi sono trascinato verso il vocabolario, che non mi tradisce mai, alla ricerca di stocastico.

Stocastico, per chi non lo sapesse, ma anche per quei pochi fortunati che lo sanno, vuol dire casuale, aleatorio. Ci sono rimasto come uno stoccafisso, seccato sui bastoni, in pratica tutto d’un pezzo, duro, ma senza gustarne l’effetto collaterale sessuale. Stoccafisso, sul mio dizionario Garzanti, è la parola che in ordine alfabetico viene dopo stocastico. Guarda un po’, mi sono detto, anche i lemmi sono elencati secondo contiguità fatali: ovvio che se in un discorso quotidiano a tavola tra un passami l’olio e un ci prepariamo un caffè, ci ficchiamo uno stocastico, i commensali si irrigidiranno come stoccafissi. E penseranno male del tuo ego.

Il problema è l’uso. Pur con una prosa fluente e ricca, stocastico è difficile che ti venga naturale. Casomai artificiale: se sento uno stocastico, a meno di non trovarmi a un simposio di statistici, non mi verrà mai di dirlo. Colpa del greco: si capisce che stocastico ha una superba radice greca, la lingua dei dotùr, direbbe il Bossi. Aleatorio, invece, è tutto latino, qui si gioca a dadi, e contando che vicino a casa mia c’è una sala giochi dove ogni giorno si dilapidano ricchezze e affetti, mi sembra più aderente alla vita quotidiana.
Non che aleatorio sia un termine basso, intendiamoci: anch’esso ha la sua dose di superiorità intellettuale.

Ma stocastico è tecnico, molto tecnico, direi troppo tecnico. Ripeto, manca il contesto adatto per esprimerlo. Se lo usi, sei un po’ come quel medico che rivolgendosi al bambino, e non alla mamma, gli chiede se ha avuto la piressia; o come quel redattore che compilando la voce anatra in un’enciclopedia, per non ripeterla scrive «il suddetto anatide».
Da far ridere polli e lettori.

Speriamo di non trovarlo mai in un romanzo, lo richiuderemmo subito. Se pubblicare è aleatorio, mettere le parole giuste sulla pagina – non random, direbbe l’informatico – non dovrebbe essere lasciato al caso: questa è l’unica vera missione dello scrittore.

Post scriptum: per quelli che vogliono aumentare le probabilità di essere pubblicati da un editore, e rendere tutto meno aleatorio, casuale, segnalo che nei commenti al post precedente a questo, viene indicato un link che contiene ore e ore di preziose conversazioni sulla scrittura dalla viva voce di Giuseppe Pontiggia. Niente di stocastico.

Annunci

40 commenti

Archiviato in Moleskine

40 risposte a “Stocastico

  1. Hahahahaha io ho commentato il post precedente che citi dirottando la discussione verso lidi abitati da personaggi da trivio. Credo che Salvatore mi abbia perdonato per la deriva, spero.

  2. Ho qualcosa da recuperare, ascolterò Pontiggia. Tu, intanto, recupera la salute e ascolta un buon medico.
    Stocastico… No, ha un suono troppo brutto, ma poi c’è quel bel “aleatorio”, dolce, morbido, perfino sensuale. Ripeti: “aleatorio”… tutta un’altra storia. 🙂

    • Anche aleatorio non è una di quelle parole che non si possono indossare tutti i giorni, come il tacco 12. Impegnativa anch’essa, almeno per me che parlo e scrivo come cammino. Terra terra.

      • (S)punto di (s)vista

        Io preferisco la terza: casuale.
        Non sei il solo. Io non ho mai usato quella parola e molto poco “aleatorio”.
        Mai usare ciò che non conosciamo, o almeno non facciamo finta di conoscerlo. Una bella dose di ignoranza fa sì che impariamo. Se sappiamo già tutto, che gusto c’è? Parole alte potrei elencarne quante ne vuoi, ma bisogna sapere quando e dove usarle. L’esempio del dottore rende.
        Ad esempio possiamo vedere come un avvocato dice parole tipo: “oblazione”,”offendicula”,” sinallagma “.
        Nessuno, tranne un avvocato capirà. Lo stesso vale con parole elevate per chi scrive. Se il lettore non comprenderà (nel mio caso neppure io che lo scrivo), non so quanto sia necessario metterle.

      • Oh, gli offendicula… da quanto tempo non li sentivo nominare!

      • A me gli offendicula sembrano un sinonimo di pudenda 🙂

      • Parenti alla lontanissima, di ottavo, anzi nono grado e considerato che in diritto la legge non riconosce la parentela oltre il sesto grado…

  3. E dove l’avresti sentito, codesto stocastico?

  4. Beh, ci aveva già pensato R. Silverberg a scrivere un romanzo sull’argomento (è con quello che ho scoperto cosa vuol dire).

  5. Forse la scelta delle parole non è lasciata al caso, ma come certe storie arrivino nella testa di uno scrittore è assolutamente un processo stocastico.
    (… e per sentirmi vecchia stasera vado a ripassare gli appunti di Inferenza Statistica 😛 )

  6. Se non avevi mai sentito il termine stocastico probabilmente non hai una formazione scientifica. Dici che manca il contesto adatto in cui esprimerlo: tutt’altro, è quello della statistica medica, giusto per fare un esempio.
    “Speriamo di non trovarlo mai in un romanzo, lo richiuderemmo subito.” Io personalmente chiudo un romanzo se non mi piace, non se trovo una parola che non conosco o che non mi piace.

    • Mi pare di aver scritto che se sento uno stocastico, a meno di non trovarmi a un simposio di statistici, non mi verrà mai di dirlo. Ho aggiunto, per essere più chiaro, che stocastico è un termine tecnico, molto tecnico, troppo tecnico. Probabilmente la statistica medica, per te, non c’entra nulla con la tecnica, ma è pura poesia. Buon per te, ovviamente. Richiuderò il libro di poesia che inserirà stocastico tra parole comuni per raccontare il tumulto dei sentimenti umani, mentre tu proverai un brivido particolare nel declamare proprio quella parola.

    • Ne “La solitudine dei numeri primi” c’è un passo parla di «coalescenza di due stelle». Ora, che il termine sia scientificamente corretto e persino comprensibile (almeno a me, che ho una formazione di un certo tipo e per la quale “stocastico” era normale lavoro quando ho fatto cose con il CNR) non ci piove; che in un romanzo del genere – e non in un articolo per “Annalen der Physik” ma nemmeno per “Le scienze” – l’editor abbia lasciato passare una costruzione siffatta è, francamente, imbarazzante per non dire peggio. Chi si dice scrittore, in particolare di narrativa, ha il dovere – morale, quanto meno – di farsi capire da tutti. I saggisti e i tecnici possono accomodarsi presso le relative riviste specializzate.

      • Bisogna sempre considerare il contesto in cui si usa il termine specialistico. Se la prosa è ricca di terminologia tecnica, magari perché il protagonista – un matematico in questo caso – sta discutendo con un interlocutore di pari spessore scientifico, allora trovo che sia corretto. Se invece il termine è messo lì perché fa figo chi lo scrive, allora è un cambio di registro ingiustificato e ingiustificabile. Tutte le parole hanno uguale cittadinanza nel mondo delle lettere, ma è il contesto generale in cui sono inserite a decretarne il valore o l’umorismo involontario.
        Penso che stocastico ci starebbe bene in Gadda, perché lo stile di Gadda saccheggia i registri tutti per formare la sua prosa. Il contesto letterario, e anche stilistico, di Gadda lo autorizza a usarlo, perché è intriso di tutte queste parole. Diciamo che formano la struttura, il tessuto della sua prosa. Ma se ne usasse solo una qua e là per farsi bello delle proprie conoscenze, ecco che salterebbe tutto.

        Sto leggendo Melville, Billy Badd. Tutto il romanzo è popolato di terminologia marinaresca. Non si usa mai la parola generica marinaio, o mozzo, o capitano. Ogni personaggio viene sempre identificato con il suo ruolo preciso, la mansione che svolge, l’azione che compie, il luogo della nave dove avviene. Serve un vocabolario nautico per comprendere tutte queste sfumature molto precise. Questo però ne fa alta letteratura, perché dalla prima all’ultima pagina definisce l’universo narrativo con precisione assoluta. Può essere faticoso da leggere, ma anche stimolante e più veritiero che se avesse usato termini comuni. Come sempre è il contesto che decide sulla legittimità della parola.

      • Se ne parla qui:
        https://morenafanti.wordpress.com/2016/11/08/coalescere-cosa/

        Non è che mi hai proprio convinto, eh. Infatti io Melville l’ho mollato a metà stufo – tra le altre cose – di inseguire trinchetti e cazzilli vari che sapevano forse solo quei pochi disperati che andavano per mare un paio di secoli fa. E non venirmi a dire che se io scrivessi un romanzo su un astronauta sulla ISS e lo infarcissi di airlock, payload, z1 truss segment, rack e via di questo passo sarebbe alta letteratura, perché non è vero. Alta letteratura è raccontare la storia di Achab, perché archetipica; tutte le menate marinaresche, al limite, si sopportano solo perché non si possono togliere.

      • E se facessimo una virile stretta di mano? 😀

      • Mi riferisco al passaggio: “Chi si dice scrittore, in particolare di narrativa, ha il dovere – morale, quanto meno – di farsi capire da tutti.”

      • 😀 ma certo, bacio metaforico, ovvio, diciamo accademico, al massimo

  7. E’ una mia impressione o mi pare di notare una nota sarcastica nella tua risposta al mio commento? No, perché non l’ho trovato gentile, né tantomeno rispettoso nei miei riguardi. Se per caso ti fossi indispettito per il mio commento, ti chiedo scusa, non voleva assolutamente essere polemico o irrispettoso, intendevo solo dire che quello è un termine noto a chi proviene da una certa formazione. Mi è sembrata un po’ eccessiva la tua frase che ho citato, piuttosto ho trovato perfetto ciò che hai espresso nei commenti qui sopra: “Come sempre è il contesto che decide sulla legittimità della parola.”

    • Questo post nasceva dall’uso di stocastico nel blog di Salvatore Anfuso, utilizzato non per parlare di statistica medica, che sarebbe una gran cosa, bensì dei soliti problemi del solito aspirante scrittore. Da qui la mia iperbolica e spassionata censura non di stocastico, ovviamente, ma di tutte quelle parole specialistiche inserite con comicità involontaria in contesti del tutto anomali, spia dell’esperto che cova in molti di noi e che ogni tanto vuol far capolino per dire al mondo che si sanno un bel po’ di cose in più di quelle che basterebbero sulla pagina per renderla semplicemente bella.

      Il mio post ha un tono ironico e leggero, ne hanno riso tutti, a partire dal blogger «incriminato». Tutti tranne te, che invece viene a dirci, anzi a spiegarci con cognizione di causa del contesto tipico di stocastico.

      Come vedi dai commenti altri hanno aggiunto altre parole, allargando immediatamente il campo. Se fosse stato usato coltro, cote, corimbo, tavellone, bilico, mandrino… per trattare i soliti problemi del solito aspirante scrittore avrei detto allo stesso modo che non le conoscevo, e sarebbe venuto l’esperto di quella parola per dirmi che probabilmente non conosco la materia.

      Dico sempre di guardare la luna e non il dito. Macché, l’esperto si fissa sul dito. Spero che la prossima venga meglio per entrambi, consoliamoci: partendo male, la comunicazione non può che migliorare.

      • Beh scusa, ma io non conosco l’intera rete dei tuoi contatti o riferimenti, per cui ho commentato sulla base di ciò che ho letto. Gli altri che ne ridono hanno maggiori informazioni di me, per cui, Ok, sono lo sciocco che guarda il dito.

      • Il problema è sempre nel contesto. Ti mancavano alcune informazioni, tutto qui. Se è vero che uno scrittore è un dilettante che non ha mai smesso, non smettere di scrivere anche in questo blog, ormai la porta è aperta. Di più, puoi dare qualcosa a molti e ottenerne in cambio molto da tutti quelli che già lo frequentano. Se non sbaglio ti ho visto partecipare al gioco di Marina con una versione che riavvolge il nastro. Peccato che sia arrivata in sala sui titoli di coda del thriller, saresti stato un ottimo partecipante. Ma poiché qui ci piace giocare sempre credo che farai il tuo gioco. E se non saremo d’accordo lo saremo almeno a partire da informazioni condivise. Quindi ti aspetto. Sei il benvenuto.

  8. Non chiedermi perché, ma ho pensato che potrebbe essere un bellissimo nome per un corvo addomesticato. Stocastico.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...