Esperimento scientifico e letterario

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Discutendo sull’uso insistito di termini tecnici e settoriali all’interno di una trama letteraria, qualche giorno fa Michele Scarparo mi faceva notare quanto possa essere controproducente e rischioso proporre a un editore e al pubblico odierno un romanzo che punti su questa caratteristica, specie se scritto da un esordiente.

Parlando di Moby Dick, per esempio, sottolineava che al di là della trama simbolica e archetipica, della grandiosa figura di Achab e dell’altrettanto celebre incipit, il resto del romanzo, esageratamente ricco di dettagli marinareschi fine a se stessi, non certo funzionali alla storia, lo portava alla conclusione che «io Melville l’ho mollato a metà, stufo di inseguire trinchetti e cazzilli vari che sapevano forse solo quei pochi disperati che andavano per mare un paio di secoli fa».

Scherzosamente ieri vi ho proposto la sua opinione presentandola come il pensiero di un matto per valutare su di voi l’effetto che poteva suscitare un giudizio che abbatte un classico. Anche se, sinceramente, non posso non dargli ragione: Moby Dick è un classico della letteratura mondiale, e ce lo dobbiamo tenere com’è. Però, resti tra noi, possiamo dire che poco ci manca che sia più affascinante il cinema polacco di Kripstak e Petrektek, i duo comico di Zelig, del capolavoro di Melville.

Confesso anch’io di avere fatto una fatica immane a leggerlo fino all’ultima pagina, e più volte mi sono disperato per le descrizione esageratamente minuziose di capodogli e balene, nodi marinareschi e omelie da Antico Testamento. Diciamocela tutta: meglio il film, che taglia le parti noiose e descrittive, che tutta quella inutile sfilza di capitoli che sembrano, e forse sono, un modesto saggio sulla navigazione mercantile britannica nell’Ottocento.

Prima però di buttare definitivamente alle ortiche Melville e tutta la letteratura mondiale che fa uso di terminologia tecnica o di gerghi particolari, voglio fare un tentativo serio ed estremo. Voglio esaminare il più freddamente possibile, in una sorta di esperimento scientifico, un romanzo di questo tipo, e stabilire una volta per tutte, almeno per me, se ciò che sto leggendo è letteratura alta o cagata pazzesca, tipo Corazzata Potemkin di fantozziana memoria.

Da domani inizierò quindi a leggere da comune lettore, non certo da critico letterario, da editor o da scrittore, tutti ruoli che non mi appartengono, sempre di Herman Melville, uno dei suoi ultimi romanzi tra i più celebrati della letteratura: Billy Budd. Lo leggerò nell’edizione Universale economica Feltrinelli, e vi dirò giorno dopo giorno le mie impressioni, cercando di essere il più sincero e obiettivo possibile. Chi volesse seguirmi in questa rischiosa impresa non ha che da recuperare il libro, che rispetto alla Balena bianca è un peso piuma. Non arriva alle 150 pagine. E anche se il sottoscritto è un lettore lento – l’ultima mia fatica, il Decameron mi ha tenuto impegnato per più di un anno, fate un po’ voi – con Billy Budd dovrei sbrigarmi in tempi relativamente celeri.
Chi volesse seguirmi, capitolo dopo capitolo, è gradito compagno di viaggio.
Salpo domani, sembra che il vento sia favorevole per navigare in questa avventura. Buon viaggio.

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32 commenti

Archiviato in Leggere

32 risposte a “Esperimento scientifico e letterario

  1. (S)punto di (s)vista

    Decisamente “Billy Budd, il marinaio” è l’ultima opera di Melville. Anzi è postuma.Venne pubblicata nel 1924.Lui morì nel 1891.
    Io ho iniziato a leggerlo, me ne avevano parlato. Sono all’inizio, quindi credo che andremo di pari passo.
    Mi sono appuntata due parole che non conoscevo. I termini nautici non ne sento l’esigenza, ma essendo un libro di fine ottocento ci sono parole che trovo interessanti e che, almeno io, non le uso.
    Al liceo linguistico ci davano un testo ed era buona norma capire il senso del testo così, ma le parole nuove o comunque inusuali era buona norma appuntarsele per poi andare a ricercarle nel dizionario.
    Non lo so se sia una pazzia, con le lingue ha funzionato.

    • Bene, ecco una compagnia di viaggio. Allora viaggeremo insieme. Per un po’ vorrà dire che mi precederai e potrò verificare all’istante la convergenza e la divergenza della nostra lettura.

  2. (S)punto di (s)vista

    Per quel che riguarda la narrativa odierna, mi pare fuori luogo usare troppi gerghi o un linguaggio alto, come il narratore onnisciente, quello che si mischia alla storia.
    Non si usa più. Certe cose viste ora potrebbero apparire strane. Figuriamoci per un esordiente. Ma non lo farebbe nemmeno uno famoso.
    Il lettore sarebbe spiazzato. Mettiamoci comunque in testa che il lettore non è “stupido “, è onnivoro (legge di tutto), ed ha voglia di leggere. Quindi servono storie, sempre. Poi ognuno scriva ciò che gli è più congeniale. Se si vuole narrare di un dottore che fa lezione all’aula magna, dovrà esprimersi in modo tecnico. Dipende dal contesto.

  3. Mi sembra di capire (o magari ho capito male io) che Melville ti ha già deluso in Moby Dick. Il tentativo serio ed estremo l’hai già fatto terminandone la lettura. Mi piacerebbe capire quale meccanismo mentale ti spinge a voler leggere ancora una sua opera. Capisco che vuoi fare un nuovo esperimento “prima di gettare Melville alle ortiche”. Ma la mia domanda è…

    Perché?
    🙂

    • Come Moby Dick anche Billy Budd fa parte di quelle letture cosiddette mitiche, testi che dovrebbero dire di più di quello che raccontano. Da qui la curiosità di aprire il libro.
      E poi come lettore sono lento, profondo, distratto, annoiato, superficiale. Dipende dal periodo. In questo istante, dopo un anno di Decameron, mi sento all’altezza di riaffrontare Melville.
      Vorrei anche capire se c’è ancora una chance per una letteratura «difficile», che non cerca di ingraziarsi il lettore, ma è costruita apparentemente solo sulle esigenze e le fisime dell’autore.

  4. (S)punto di (s)vista

    Io rispondo per me. Di un autore non è detto che ci piacciano tutti i suoi libri, vedi Eco o chi vuoi tu.
    Ognuno di noi scrive cose buone, altre da dimenticare, non per questo smettiamo di farlo. Nel caso del lettore, se approfondisse meglio, scoprirebbe che alcuni romanzi dello stesso scrittore valgono, altri no.
    Come dice Pontiggia una volta scritto bene un romanzo, non è detto che il successivo abbia lo stesso successo. Basta scoprirlo.

  5. (S)punto di (s)vista

    Ovviamente è il mio punto di vista – il mio nome è perfetto in questo caso. Tuttavia può essere uno spunto di approfondimento come Helgaldo ha consigliato.

    • Stiamo parlando di dare una seconda possibilità a un autore?

      Io credo che per leggere una seconda opera di un autore, ci deve essere per forza qualcosa che ci è piaciuto nella prima opera letta. Qualsiasi cosa: ritmo, prosa, trama, intreccio, ambientazione, personaggi. Qualsiasi cosa, anche solo una sensazione che non riusciamo a spiegarci.

      Ma se nella prima opera di un qualsiasi autore non ci è piaciuto nulla (tanto da fare una gran fatica a terminarne la lettura) mi chiedo cosa ci possa mai indurre a voler cercare qualcosa nelle opere successive…

      P.S.: ho letto solo ora la risposta di Helgaldo al mio commento sopra. Ecco, appunto: dunque la curiosità per una “lettura mitica” è già un buon motivo. Questo presuppone che, nonostante tutto, qualcosa di Moby Dick è stato apprezzato… 🙂

      • (S)punto di (s)vista

        Sai Darius , io credo che dare una seconda possibilità sia una buona filosofia di vita in generale, non solo nello scegliere un altro libro dello stesso autore, il quale, non ci ha soddisfatto pienamente. Male che vada ci avrà confermato la delusione iniziale. E se invece fosse una scoperta?
        Sarà che io ho dato possibilità agli altri, ma anche ricevuto. Se mi fossi fermata alla prima apparenza o errore avrei dato un giudizio parziale.
        È un po’ come quando ci si sta antipatici a pelle e non vuoi andare oltre.
        Mi è successo di ricredermi. Ecco, vorrei cambiare idea su molte cose.

      • Be’, se la mettiamo sulla filosofia di vita in generale, anche io sono d’accordo con questo pensiero. Qui però parliamo di romanzi. Se io rimango particolarmente deluso da un romanzo (o meglio: dallo stile e dalla prosa “densa” di fronzoli inutili di un autore) è difficile che mi decida a dare una seconda chance. E se proprio volessi darla, prima di acquistare una seconda opera dello stesso autore ne sfoglierei alcune pagine a caso prima di procedere all’acquisto: basterebbe davvero poco per capire se stile e/o prosa sono ancora gli stessi…

        In fondo, anche questa tattica (lo sfogliare pagine prima di acquistare) è una seconda chance. 😀

      • So many books, so little time…

      • (S)punto di (s)vista

        Certamente, sfogliare prima dell’acquisto è una buona idea.

      • (S)punto di (s)vista

        It is true. We must choose. There is not other choice. Don’t you agree?
        Anyway I prefer to speak Italian. 😛

      • È un meme famoso, la mia era solo una citazione 🙂

      • (S)punto di (s)vista

        Ti do del tu anche se non ti conosco, ma qui ce lo diamo tutti. Mi fa troppo reverenza per una persona molto più grande. Mi stai simpatico, ma tra ieri e oggi mi stai facendo credere che non avevo capito l’argomento, mi fai lavorare tanto, pure in inglese e non ti è piaciuto lo stravolgimento col tuo nome.
        Non vorrei cambiare idea. Ma hai sempre la seconda possibilità.
        Scherzo, eh…

      • No, perché? In realtà m’è piaciuto “Chiamatemi Michele”; volevo solo una risposta a tono con il post di Helgaldo, tutto qui. La corazzata Potëmkin non l’ho tirata fuori io ma mi sono accodato. Non sono cattivo, è che mi disegnano così 😛

        PS: Ok, ufficialmente sono passibile di “anziano”, credo: questa “persona molto più grande” fa un po’ l’effetto di quando trovi un bocia che per la prima volta ti dice “Buongiorno” e ti dà del lei. Dite alla Fornero di scansarsi, grazie. 😉

      • (S)punto di (s)vista

        Andando nei blog un po’ si impara a conoscersi, ma è chiaro che nella quotidianità reale, non ci siamo mai visti. Intendevo questo per non conoscenza. Un po’ ci conosciamo tutti, frequentando questo blog. Non è una bugia dire di non conoscersi, poiché non bastano due chiacchiere, ma molte di più. Il tu va bene, non siamo così fiscali e non così anziani.
        Scherzavo, giuro.
        Non so cosa sia un “bocia”.

      • Bocia: toso, puteo, cinno, burdèl. Mulo no, perché è già troppo grande.

        Non so: come si dice bambino/moccioso dalle tue parti? 🙂

      • (S)punto di (s)vista

        Ora ho capito. Si dice “bambino” dalle mie parti. 😁 Ti ho fregato. Sono in incognito, come il signor Helgaldo. Non mi piace stare sotto i riflettori. Sarebbe troppo semplice parlare nel dialetto di provenienza. 😆
        Mi aspetta il libro da leggere, sennò crollo.😴

  6. La mia risposta è nel commento di ieri. Però seguirò il tuo viaggio e di chi vorrà farti compagnia.
    (Io di Moby Dick ricordo solo quel celeberrimo primo capitolo e di Melville solo Moby Dick)

  7. Io di Melville ho letto solo il monumentale “Moby Dick” e sono totalmente d’accordo sulla pesantezza dei capitoli “didattici” sulle balene che rappresentano circa la metà (beh, anche meno della metà) del romanzo. Ma la metà prettamente narrativa costituisce uno dei libri più coinvolgenti che abbia mai letto, ha una scrittura che ti trascina dentro la storia con una potenza narrativa grandiosa.
    Uno scrittore con una simile capacità letteraria merita sulla fiducia un approfondimento. Questa tua proposta di quasi-GdL mi fornisce lo spunto per aggiungere una seconda opera di Melville alle mie letture e per contribuire al tuo esperimento scientifico-letterario. Poiché mi sembra di capire che l’esperimento non preveda la dissezione, il prelievo di organi interni e l’imbalsamazione dei partecipanti, intendo aggregarmi.

    • Perfetto, allora siamo in tre a farci compagnia. In realtà di Melville ho letto anche Bartleby lo scrivano, ma è un romanzo «normale», dove il linguaggio è piano, consueto. Invece, a partire da un galeotto «stocastico», con annessa discussione se e quando usare termini specifici in gran quantità in un romanzo, mi è venuta la voglia di verificare se la lettura regge a questo genere di prova. Moby Dick era mastodontico, le parti di approfondimento della materia nautica spezzavano la trama, che pur unica nel suo genere ne risultava annacquata e indebolita. Vediamo se in un romanzo breve la sensazione cambia. E soprattutto se è un modo di scrivere che può ancora offrire delle possibilità narrative agli aspiranti scrittori di oggi.

  8. iara R.M.

    Ma sì. L’idea di confrontarmi mi piace. Mi unisco alla lettura.

  9. Il buon Billy aleggia sul gruppo di lettura, quindi attenderò che venda estratto in quella sede. Sui termini tecnici invece ho idee contrastanti. Moby Dick l’ho letto a 13 anni e forse era presto. Ricordo, lo ammetto, una noia infinita e l’attesa spasmodica che il balenone si mangiasse tutti. Però i termini tecnici fanno molta atmosfera. Nella letteratura d’intrattenimento, a me non dispiace la serie di O’Brian, ambientata su una nave inglese durante le guerre napoleoniche. Dopo mezzo volume ti senti un marinaio anche tu e sai districarti tra rande e controfiocchi. Il glossario finale sarà un decimo del volume, ma nel caso specifico non mi pesa per niente perché ti immerge in un’epoca e in un mondo (poi vai al lago, passa una barca a vela, spari due termini tecnici e tutti i colleghi ti guardano ammirati). Insomma, c’è un confine sottile tra “il costruire il mondo” e “annoiare a morte il lettore”.

    • Infatti in uno scambio con Scarparo dicevo dell’importanza del termini specifici per dare consistenza al mondo immaginario. Si costruisce un lessico che poi ritorna. Il confine però è labile, ricordo capitoli sulla macellazione delle balene, sui sottoprodotti del l’olio di balena che francamente escono dalla storia. Un editor odierno forse avrebbe eliminato quei capitoli, chissà. Ci voglio riprovare così entro di diritto anch’io nel tuo gruppo di lettura.

  10. (S)punto di (s)vista

    Tenar, speriamo che venga sorteggiato prima possibile, così da leggere tutti assieme.
    Mi piace che altri si siano aggregati. Abbiamo creato un piccolo gruppo di lettura. 😊

  11. Secondo me non è tanto (o meglio non solo) un questione di termini tecnici o specifici e magari lontani da noi, quanto anche il fatto che opere del genere siano figlie del loro tempo, quindi scritte con dei termini e uno stile che non ci è familiare, dato che, volenti o nolenti, bene o male, il linguaggio si evolve e noi non siamo abituati al lessico, alla costruzione e al modo letterario che si usavano un tempo.
    Poi ritengo dipenda anche molto dall’autore in sé. Ho letto con molta tranquillità Guerra e Pace, mentre è stato per me un incubo Il Dottor Zivago.
    Ciao da uno sciocco.

    • Questo è proprio l’obiettivo della lettura. Come scriviamo oggi, riferendoci magari a Facebook come Melville si riferiva alla vita sulle navi mercantili dell’Ottocento, potrebbe risultare incomprensibile tra vent’anni? Se la lettura, con tutte le caratteristiche che hai citato, reggerà allora reggerà anche la nostra in futuro. Si dà per scontato che la contemporaneità non passa mai di moda, ma quella di Melville è passata. Una volta si scaldava il motore prima di partire, oggi che usa più questa espressione?

  12. Ah, questo post spiega i successivi… temevo soffrissi di ossessione o amnesia. Purtroppo non potrò viaggiare con te ma l’idea mi sembra ottima! Ti auguro buona fortuna!

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