Billy Budd, marinaio

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Billy Budd, dunque.
Come dicevo ieri non sono uno scrittore, né tantomeno un critico né un editor. Ma come tutti voi sono almeno un lettore, e da lettore è impossibile non notare l’incipit di queste 130 pagine di romanzo, perché si parte davvero forte, con un attacco strepitoso.

Nell’epoca precedente le navi a vapore, o allora più frequentemente di adesso, l’attenzione di chi se ne andasse a spasso per le banchine di un qualsiasi porto di mare importante sarebbe stata occasionalmente attratta da un gruppo di bronzei marinari, soldati di legni da guerra o marinai mercantili con l’abito della festa, in permesso a terra. In certi casi essi fiancheggiano, o come una guardia del corpo circondano proprio, qualche superiore figura della loro medesima classe, che avanzava con loro come Aldebaran tra i minor lumi della sua costellazione. Tale cospicuo oggetto era l’«Avvenente marinaio» dell’epoca meno prosaica della marina militare e della mercantile in egual misura. Con indosso nessuna traccia percepibile del vanaglorioso, piuttosto con la disinvolta genuinità della naturale regalità, egli pareva accettare lo spontaneo omaggio dei suoi compagni di nave.
Me ne sovviene un esempio alquanto considerevole. A Liverpool, ormai mezzo secolo fa, io vidi all’ombra della fosca muraglia stradale del Prince’s Dock un marinaio semplice…

Non so voi, ma a me quest’apertura di sipario richiama subito alla mente «Chiamatemi Ismaele» e tutto quel che segue. Sembra la fotocopia per stile, ritmo, fuoco d’artificio di parole, lunghezza delle frasi. Se l’incipit di Moby Dick è celeberrimo, quello di questo libro sembra star qui solo per dire attenzione gente, son tornato con un nuovo Moby Dick, e se lì il cattivo era Achab, qui invece c’è l’avvenente marinaio, genuino e regale, di cui parlerò tra poco, anzi quasi subito. Mezzo secolo fa ho incontrato all’ombra di una muraglia di un dock di Liverpool un marinaio semplice…

È come battere il calcio d’inizio e segnare immediatamente un gol. Quando si parla di stile nei blog generalmente brancoliamo nel buio, parliamo per frasi fatte e trite, ne sappiamo poco o niente. Invece basterebbe questo passo in riferimento all’altro: fin dall’incipit si comprende che queste parole può vergarle solo Melville, ma non perché è indicato nella copertina del libro come l’autore del medesimo. Ma perché c’è la sua impronta evidente, il suo marchio di fabbrica in tutte quelle parole.

Già così il primo capitolo mi ha conquistato. E dura ben 11 pagine, che per me diventano 44: di regola devo rileggere finanche quattro volte le frasi per capirle e collegarle. Direte che sono affetto da un qualche ritardo, un po’ come presumo lo sia Billy Budd. Qualche scusante posso però indicarla: frasi aggrovigliate già di per sé; gergo navale abbondante – Billy Budd, per esempio, è un gabbiere di parrocchetto… –; citazioni di personaggi storici della marina britannica, della rivoluzione francese, della cronaca quotidiana ai tempi di Melville. E le note del traduttore, per farti star dietro a tutte queste informazioni, occupano spazio.

E lui, Billy Budd, invece appare solo per via indiretta. Già nell’incipit se ne sta nascosto, circondato, tra i suoi stessi pari. E il capitano della Diritti dell’uomo, Graveling, lo deve cedere a malincuore al tenente Ratcliffe della Bellipotent, nave da guerra con settantaquattro bocche di fuoco, che è salito a bordo del mercantile per arruolare forzatamente uomini nella marina militare britannica. Graveling si premura di descrivere al tenente la bontà bambina di Baby Budd , implora che venga protetta la sua candida ingenuità infantile. Ecco che Billy Budd, senza apparire sotto i riflettori, basta il dialogo tra i due graduati, è stato delineato nel suo lato debole. A fine capitolo è già salito a bordo della nave da guerra, e l’unica cosa che ha detto in tutto il testo è stato il saluto malinconico e spontaneo alla nave appena lasciata: «E saluti a te, vecchia Diritti dell’uomo», ottenendone per risposta un rimprovero dal nuovo superiore: «Seduto, signore», ruggì il tenente. Mi pare un anticipo delle belve che ruggiscono quando fiutano la preda inerme.

Insomma, un capitolo denso, ma preparatorio e lento. Melville non ha fretta, apre gradualmente il sipario con la storia prima della storia, potevamo essere già a bordo della nave da guerra e lì conoscere direttamente Billy Budd all’opera. Ma dove sta il piacere per il lettore se si trova davanti questo armadio d’uomo, osservandolo da appena un metro di distanza?

Sappiamo solo che Billy Budd abbandona con rassegnazione e tristezza la Diritti dell’uomo. E dove mancano i diritti dell’uomo, si sa, è l’inizio della fine.

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18 commenti

Archiviato in Leggere

18 risposte a “Billy Budd, marinaio

  1. (S)punto di (s)vista

    Billy Budd ha conquistato anche me. È inconfondibile lo stile di Melville. Diresti subito che è un suo romanzo.
    Billy è conteso dalle due navi, è il paciere. È quello che in ogni gruppo, non solo su una nave, fa da collante, calma gli animi; ha carisma. Si è fatto valere con il rosso marinaio.
    La nave per l’equipaggio è “Diritti”, un’abbreviazione.
    I gerghi marinari sono necessari, secondo me.
    Non so se sto dicendo troppo. Siamo sullo stesso capitolo. Vado piano. Direi che così ci comprendiamo e ci confrontiamo. Andare in sincronia non dà anticipazioni all’altro. Sono contenta di aver pensato allo stesso libro in tempi uguali o poco distanti.

  2. Già partiamo male (umilissimo parere di lettore 🙂 ): se ti può consolare, anche io devo rileggere le frasi almeno due volte per capirle. E la seconda (o terza volta) devo farlo più lentamente. Il continuo andare con gli occhi su e giù per il paragrafo mi spezza il ritmo. E la poesia… 😀

    … anche se capisco che per leggere un racconto di 150 anni fa occorre fare un certo sforzo per “contestualizzare”.

    • (S)punto di (s)vista

      Perché non ti imbarchi anche tu nella lettura? Andiamo tutti molto piano. Chi ci corre dietro? Lasciamo ai lettori forti da Guiness ai loro primati. Io preferisco andare al passo giusto. È inutile andare veloce e non ricordare nulla di ciò che si è letto.
      Dai, c’è posto sulla nave. Non abbiamo ancora tolto l’ancora. 🙂

    • Sarebbe interessante chiedersi se siamo disposti a faticare nella lettura anche per un contemporaneo, magari inedito. Se trovassi in libreria o in self un esordiente che scrive in modo ostico, pur bene, saremmo disposti a leggerlo? O forse gli consiglieremmo di proporsi in stile più semplice? E all’opposto: ce la sentiremmo, avendone le capacità, di scrivere alla Melville, o preferiremmo seguire l’italiano medio che leggiamo e scriviamo tutti i giorni?

      • Mi chiedo come sia possibile scrivere bene in modo ostico.
        Una cosa non dovrebbe escludere l’altra? Convengo che la mia potrebbe essere una domanda da ‘gnurant… 🙂
        Però spiegatemi (magari in un altro post, per non divagare troppo) come sia possibile scrivere bene in modo ostico. Voglio capire dove sta il mio limite di lettore.

        Comunque voglio essere sincero: io un contemporaneo che scrive così non so se lo leggerei (e non faccio distinzioni tra self, esordienti, editi, inediti). La lettura è un po’ come una bibita fresca per la mente: dovrebbe andare giù che è un piacere… 😛

        Con questo esperimento è diverso perché, leggendo un romanzo scritto più o meno 150 anni fa, è come fare un salto indietro nel tempo e leggere come si “leggeva” all’epoca. Mi trovo d’accordo con te quando dici che “bisogna tenercelo così com’è”. Ma io me lo tengo perché sono passati 150 anni, non perché è scritto da Melville e quindi, automaticamente, “intoccabile”… 😀

      • I contemporanei, se entri in una libreria, o in una biblioteca, sono pochi in rapporto a quelli che contemporanei non sono. Ci siamo formati, letterariamente, su testi greci, romani, medievali, rinascimentali, ottocenteschi, del primo novecento. Eppure diciamo, giustamente, che oggi non leggeremmo un contemporaneo che scrivesse come allora. La mente ormai chiede solo bibite fresche. Perché rifiuta a priori le tisane calde? Mi sembra che ormai si vendano solo bibite fresche, se vuoi bere dell’altro devi rifugiarti nei classici. Anch’io la penso come te, sarà però un pensiero indipendente o è pilotato dalla cultura dominante oggi, che tende comunque alla semplificazione?

      • Per “bibita fresca” non intendo necessariamente lettura leggera e spensierata, ma solamente fruibile e godibile.

        Mi viene in mente Terzani, anche se immagino che non regga il paragone visto che il suo scrivere (almeno per quel che ho letto io) ha più un taglio di cronaca.
        Però la sua scrittura la trovo “densa”: tanti particolari, tanti aneddoti, tante digressioni ma una scrittura decisamente più godibile rispetto a tanti altri. Ecco, il Terzani di Un indovino mi disse, In Asia e Un altro giro di giostra (per dire i primi titoli che mi vengono), per me sono state “bibite fresche” rispetto a molti altri.

      • Per bibita fresca non intendevo leggera e spensierata, ma che va giù veloce in grande quantità. Un infuso caldo bisogna gustarlo lentamente, sorseggiarlo, per non scottarsi. Insomma, se devo rileggere tre volte per capire, ho l’infuso. Penso a Dante, per esempio, si possono leggere solo poche pagine al giorno, altrimenti ti perdi molte sfumature.

      • (S)punto di (s)vista

        Io sono rimasta colpita da un mio “quasi coetaneo” (ci sono quei 2-3 anni di differenza, quindi per me è della mia generazione) che vorrei leggere. Non capisco mai chi ha reticenza verso un contemporaneo e non ancora famoso, o chi non è uno scrittore come suo unico mestiere. È come quando cercano uno con esperienza al lavoro, ma è chiaro che a 25-30 non è probabile che ne hai.
        Io non mi fisso sullo stile, mi deve colpire altro quando scelgo di leggere qualcuno. Qualcuno appunto. Non è detto che sia famoso. Sono una fruitrice di molti racconti, anche di antologie. Sinceramente non vado a priori a leggere solo un tipo di scrittori. È come un vestito, faccio una scelta su quello che mi ha colpito in vetrina. Chiunque sia.
        Semplice o difficile non è questo il nocciolo. È ti piace la storia o no?
        Se mi garba, supero anche una lettura più raffinata. Anzi, mi arricchirà.

      • (S)punto di (s)vista

        È improbabile che ne hai *

      • (S)punto di (s)vista

        Direte: ma come faccio a sapere se quella storia valga la pena di essere letta? Beh, signori siamo nel 2017. Prima di acquistare un libro abbiamo tutti i mezzi per informarci su di esso, anche quello di un esordiente visto che una sinossi la troviamo sempre. Nessuno ci vieta di chiedere al libraio, oppure sbirciare il nome in un sito dell’autore.
        Come facevano prima a comprare un libro dove si sapeva il titolo e poco più? Sulla fiducia.
        Abbiamo ampio modo di informarci ora, eppure ci facciamo più problemi delle generazioni passate a cominciare un libro, figuriamoci a comprarlo senza conoscere nulla.
        Non è che i famosi di prima lo fossero dal loro primo romanzo. Un po’ di rischio lo correrei. In fondo leggere non è mai tempo perso.

      • (S)punto di (s)vista

        Lo stesso rischio che non mi piaccia quel libro o ha deluso l’aspettativa iniziale me lo prenderei anche su un classico. Non a tutti ha entusiasmato un libro di uno scrittore importante. Spesso ci vengono consigliati. E allora?
        Non vedo il problema. Si richiude. Si potrebbe regalarlo a chi lo apprezza o in biblioteche dove altri lo leggerebbero. O a casa. Potrebbe piacere ai nostri figli.

  3. Sì, lo stile mi ricorda molto quello di “Moby Dick”, anche qui c’è subito in nuce il prosieguo della vicenda, con Billy che lascia i “Diritti dell’uomo” per salire sulla “Bellipotent”… Il nome del vascello è stato lasciato come nell’originale (almeno nell’edizione che sto leggendo io) però, da curiosone ex studente di lingue quale sono, ho appurato che “Bellipotent” è una parola inglese arcaica ricalcata dal latino bellum al quale viene aggiunta la potenza… “Potente guerra” o “Forza della guerra” al posto dei “Diritti dell’uomo”… povero Billy Budd.
    Per quanto riguarda il gergo navale, ammetto di non avere la minima idea di cosa siano il terzaruolo, le vele di gabbia, il cavallo fiammingo, il matafione e il parrocchetto, ma li associo genericamente a “parti della nave” e mi concentro sulla narrazione.

    • Anch’io sarei propenso per “le parti delle navi”, però poi vado a vedere le note e la narrazione singhiozza. Grazie per l’approfondimento, che illumina ulteriormente sulla scelta dei nomi, a questo punto non scelti a caso.

  4. Massimiliano Riccardi

    Bell’esperimento Helgaldo

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