Billy Budd, storia navale britannica

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Mentre mi accingo a parlarvi del terzo capitolo di Billy Budd non dovete pensare che questa serie di post riguardanti le impressioni di lettura di questo romanzo siano di interesse esclusivo di chi l’ha letto o lo sta leggendo con me in questo istante. Non stiamo raccontando una trama, ma proviamo a concentrarci su come si evolve e consolida l’interesse di un lettore, man mano che un romanzo procede. L’autore dovrebbe sempre considerare, se vuole coinvolgere il suo lettore, quale potrebbe essere la sua reazione pagina dopo pagina, scena dopo scena. Si concentrerà sulle parole? Si sentirà attratto dalla storia? Oppure scatterà la noia, l’allontanamento?

Leggo in tanti blog, anche rispetto a libri celebri, che a volte si saltano le descrizioni, le pagine, perfino i capitoli. Che significa questo se non che l’autore ha abbandonato a se stesso il lettore per perseguire un soliloquio scritto? Potrebbe essere il vostro caso. Cerchiamo di capire quindi come si comporta Melville in questo romanzo, che ripeto non è critica letteraria o scheda di lettura, e indipendentemente dall’esito specifico potremmo trarne indicazioni per le nostre scritture. Quanto meno non commettere gli stessi errori, o emulare i suoi punti di forza.

Mi pare di capire che i primi due capitoli abbiamo finora coinvolto alcuni di noi. Altri meno. Sarebbe quindi interessante scrivere nei commenti qual è il morale della truppa lettori fino a questo punto. Per come sono stati gestiti da Melville – ed è mettere a fuoco la gestione che è importante in questa serie di post –, personalmente i primi due capitoli meritano di entrare nelle pagine migliori delle mie letture. Ma passiamo al terzo.

Il terzo capitolo di Billy Budd, tre sole pagine, si allontana dalla storia del nostro avvenente marinaio per raccontarci quello che successe nell’estate del 1797 nella marina militare britannica. Una frenata brusca nella storia, quindi, e anche inaspettata. Sempre con il suo stile di non facile decifrazione, Melville spiega ai suoi lettori di allora, e a maggior ragione a noi oggi, che ci furono «grandi ammutinamenti». Due in particolare: Spithead e Nore. Per farci comprendere quanto furono pericolosi in tempi di guerra quali erano quelli in cui si racconta la storia di Billy Budd, li paragona a uno sciopero dei pompieri mentre Londra brucia. Entrambe le rivolte, o rivendicazioni dei marinai, non ho capito bene se per motivi politici o di semplice condizione di lavoro, furono sedate nel sangue. Restò però nell’aria il rischio di altri ammutinamenti sulle navi da guerra britanniche. Però anche se i malumori covavano negli equipaggi, di fronte al pericolo della sconfitta militare, presumo contro la Francia rivoluzionaria, scattò un imprevisto patriottismo generale che determinò le vittorie di Nelson prima in Egitto e poi a Trafalgar sulla flotta francese. Questo è ciò che racconta il terzo capitolo.

Si passa perciò dalla piccola storia personale di Billy Budd alla grande storia navale, di botto, senza preavviso. Sarò sincero: il coinvolgimento precedente mi resta attaccato, anche se la mente dubita che questa deviazione sia corretta. Parliamo di sole tre pagine però, che ho trovato interessanti a livello informativo, e da lettore penso che siano state scritte per far poi meglio comprendere il clima generale di tensione che permea la vita a bordo del Bellipotent, la nave da guerra di Billy Budd. Spero, insomma, che l’informazione storica del terzo capitolo serva per raccontarci meglio la psicologia a bordo di una sola nave, che poi è l’unica che ci interessa.

Ma voi, nei vostri scritti, le utilizzate queste deviazioni dalla storia principale? Accrescono l’interesse o lo deprimono? Risposte non univoche, immagino.

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25 commenti

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25 risposte a “Billy Budd, storia navale britannica

  1. Questa è la tecnica del romanzo storico tradizionale: inquadrare l’evento nel suo contesto. Melville scrisse questo romanzo circa un secolo dopo i fatti menzionati, quindi doveva specificarli affinché il lettore capisse il clima dell’epoca della vicenda narrata. Anche Manzoni, per fare un esempio, non si abbandona forse a lunghe digressioni per concettualizzare meglio il contesto storico dei suoi ‘promessi sposi’?
    Questa era la tecnica narrativa del XIX secolo.
    Io come scribacchino uso la tecnica delle note a piè di pagina. Se c’è un’informazione storica necessaria, inserisco una nota nel punto in cui viene pronunciata una certa frase / accade una certa cosa col rimando alla nota che spiega il perché di quella frase / evento nel contesto storico dell’ambientazione romanzesca.

    • Riflettevo sul tuo ultimo punto: la nota a piè di pagina mi sembra poco estetica in un romanzo, se inserita dall’autore. Non è più efficace un inciso all’interno del testo, nel caso di un’informazione di due righe, o di una digressione alla Melville o come con le grida manzoniane, nel caso di testi più lunghi? Mi viene in mente solo Wallace in Una cosa divertente che non farò mai più che usa le note a piè di pagina. Ma in quel caso non si tratta di un romanzo, ma di un reportage giornalistico.

      Le note a piè di pagina le trovo idonee per i saggi più che per i romanzi. Come mai questa tua scelta originale?

      • L’ho adottata dopo averla sperimentata come… lettore. Mi è capitato varie volte di leggere romanzi scritti in epoche e paesi lontani dal nostro, romanzi che erano stati scritti nel tempo presente dell’autore e che quindi riportavano riferimenti a eventi o persone protagoniste di fatti di cronaca che in quel determinato momento erano chiarissimi per il lettore. Ripubblicati dopo qualche decennio, in un paese diverso, quei romanzi necessitavano di note a piè di pagina che spiegassero al lettore italiano contemporaneo quali fossero i fatti di cronaca che venivano disinvoltamente citati nella narrazione (penso sarà capitato anche a te di leggere romanzi datati / classici con note di questo genere, no?)
        Ecco, le ho trovate meno fastidiose delle digressioni e ho deciso di adottarle.

      • Ma quelle note sono le classiche note a cura del traduttore/redattore/curatore. Ovvio che le ho trovate in abbondanza, mi pare normale. Altra cosa è la nota inserita direttamente dall’autore stesso come complemento al libro. Questa sì è meno comune. Da come scrivi mi pare che tu la usi direttamente per i tuoi scritti, ho capito bene?

      • Sì, hai capito bene. Peraltro mi serve per dare una parvenza di maggiore storicità ai racconti di Hiroshi Misura di cui io sono solo il… traduttore 😉

      • Vediamo se ho capito: c’è uno scrittore o un personaggio di finzione, Hiroshi Misura, che un altro scrittore, che saresti tu, o un tuo alter ego, traduce. Ho capito bene? In questo caso le note sono del secondo ma in fondo fanno parte della finzione. Finzione su finzione.

  2. Per ora sono ancora al secondo capitolo. Il terzo capitolo credo di leggerlo in serata. Devo dire che finora apprezzo. L’unica cosa che digerisco poco sono i periodi un po’ lunghi e, a volte, avari di punteggiatura: mi costringono a rileggere.

    Quanto ai termini marinari mi viene in aiuto il Kindle: doppio click sulle parole sconosciute e imparo un sacco di cose nuove… 😛

    ….oops! Forse l’esperimento era limitato alla lettura cartacea? Ma io l’ho detto che mi sono imbarcato da clandestino. 😀

    Quanto ai miei scritti, io inserisco a volte divagazioni pro-contestualizzazione. Di solito sono brevi (poi la brevità è relativa, si sa…). Se poi accrescano o diminuiscano l’interesse, chi può dirlo? Non credo lo verrò mai a sapere.

    • Curiosità: il testo su Kindle ti fornisce le note del traduttore sui vari richiami del romanzo, per esempio questi due casi di ammutinamento?

      Anch’io fatico con la lettura, e la punteggiatura scarna, sì, non aiuta. Che ne pensi infine della scelta di Adriano sull’utilizzo della notte a piè di pagina? Tu le usi per i tuoi romanzi?

      • Io uso il Kindle Fire HD che, al momento, è un modello intermedio. Le note le vedi come link ipertestuali: quindi appena tocchi il numerello (che a me compare in blu sottolineato), vieni portato alla nota (sia che si trovi a pie’ pagina, sia che si trovi in fondo al capitolo). Poi tornando indietro con il tasto back, vieni riportato al punto di lettura.
        (Ai casi di ammutinamento non ci sono ancora arrivato ma nei primi due capitoli le note funzionano così.)

        Devo però precisare (timore mio) che questo tipo di funzionamento potrebbe dipendere molto dalla versione digitale: se è stata “redatta” correttamente allora tutto funziona come descritto, se invece fatta in qualche modo potrebbe non funzionare. Dico questo perché esistono diversi software per creare una versione digitale a partire da un testo scritto e non sempre il risultato è ottimale.

        Io personalmente non uso molto le note a pie’ pagina quando scrivo. Ma la mia è una scelta mutuata dalle mie abitudini di lettore: quando leggo su carta non ho l’abitudine di andare a cercare la nota: mi spezza troppo. Su digitale è diverso perché bastano due click (avanti e indietro… 🙂 ).

        Quindi se devo approfondire qualche dettaglio cerco di farlo direttamente nel testo con qualche escamotage.

      • La mia era una semplice curiosità tecnologica. Non usi molto le note a piè di pagina, vuol dire che qualche volta le usi. Me ne fai un esempio di utilizzo? Anch’io sono più per cercare un qualche escamotage, cioè inserire direttamente l’informazione come parte della storia e non come un a parte.

      • Esempi seri non ne ho. Solo in un racconto, essendo presente una citazione a un fatto narrato in un mio racconto precedente, ho messo una piccola nota a piè pagina con il titolo del racconto in cui è contenuto tale fatto. Ma note con approfondimento storico come quelle in Billy Budd non ne ho mai fatte. Opto sempre per “scioglierle” nel testo scritto.

  3. iara R.M.

    Io credo che il terzo capitolo rispecchi lo stile narrativo dell’autore. Non sarebbe stato il linea con la narrazione inserire il contesto storico in parentesi o annotazioni a margine. Melville avanza nella storia raccontando a modo suo.
    Poteva limitarsi a qualche riferimento sparso e basta? Credo di sì, ma presumo che l’autore dedicando un capitolo a parte abbia voluto comunicare al lettore l’importanza di quel determinato periodo e in questo modo, mi ha “costretta” a soffermarmi e a riflettere su questo aspetto. Altri scrittori, sarebbero partiti direttamente con la vicenda centrale legata a Billy Budd. La scelta di Melville può piacere o no, ma questo modo di procedere lo trovo coerente. Chi ama la storia apprezzerà la possibilità di arricchire le proprie conoscenze. Personalmente, ammetto che questa parte mi ha coinvolta un pochino di meno, ma non al punto di sbadigliare o chiudere l’e-reader. (Ebbene sì. Non sei il solo Darius! 🙂 )

  4. iara R.M.

    Io, però, fatico davvero a capire quando si cerca di stabilire a priori quale sia lo stile giusto per una narrazione. Se lo stile è la voce dell’autore, non andrebbe compresa più che giudicata? Poi, non piace e vabbé, succede. Seguendo in massa determinati canoni, schemi, comunque vogliamo chiamarli, gli scrittori non rischiano di diventare tutti parte di un coro? E le voci soliste? Originali?

  5. Si usava molto nell’ottocento. Come mi è stato ricordato non c’era wikipedia per controllare il contesto di una storia, il lettore non aveva un archivio di immagini viste in decine e decine di documentari e libri illustrati. Se aveva un dubbio sull’ambientazione doveva chiudere il libro, andare in biblioteca (a cavallo? In calesse?), sperare che avessero un buon assortimenti di testi e spulciare fino a trovare le informazioni. Era molto più comodo se l’autore inseriva tutto il necessario nel corpo nel romanzo, il lettore già edotto poteva saltare a piè pari il capitolo. Anche in Salgari, ad esempio, uno dei capitoli iniziali è sempre dedicato al contesto storico, di solito il secondo o proprio il terzo.

    • Dici bene, anche se nel caso specifico, ma penso anche alle grida manzoniane, informazioni e narrazione si mischiano per gettare luce sulla storia. Si sceglie sempre di informare il lettore rispetto alle finalità narrative che ci si prefigge. Ritieni perciò che oggi questo modo di raccontare, chiamiamolo sovrabbondante, non abbia più motivo di esistere?

      • Sicuramente va dosato in modo diverso. All’epoca si leggeva anche con meno distrattori. Alla sera nelle famiglie borghesi o si leggeva o si suonava il piano o si giocava a carte o si diceva rosario. Stop. Se si leggeva si leggeva, si aveva comunque un numero limitato di libri e un capitolo che dava informazioni in più era comunque un intrattenimento migliore che guardare il camino. Oggi invece dobbiamo sgomitare e fare i fuochi d’artificio per attirare l’attenzione del lettore. Però se si scrive anche per raccontare qualcosa di dimenticato o poco noto, il lettore va messo nelle condizioni di capire. Certo è che avremo meno lettori. Forse però quelli attenti e quelli giusti

  6. (S)punto di (s)vista

    Il terzo capitolo mi ha meno coinvolto rispetto ai due precedenti. Capisco che una nota storica sia necessaria per immergerci in quell’epoca. E rispetta lo stile storico nei romanzi dell’epoca. Diciamo che fa bene per rinfrescare la storia.
    Le note distraggono un po’, è possibile.
    Vorrei chiedere ad Ariano, se è possibile, se è un traduttore? A parte delle note a piè di pagina, mi interessava sapere se parlava della localizzazione del libro.
    So che per dare una traduzione ottima, si usa la localizzazione del libro, ossia un portare il testo come se fosse scritto in quel luogo d’origini.
    Ovviamente, se puoi e se vuoi rispondere.

    • Se intendi un traduttore professionale, no, sono dilettante anche in questo settore. Riguardo la localizzazione del libro, ovviamente i racconti di Hiroshi Miura sono ambientati in Giappone. Ho fatto del mio meglio ricevendo peraltro i graditissimi complimenti di una blogger nipponica che ha letto un paio di storie e ha ritenuto le ambientazioni molto credibili.

      • (S)punto di (s)vista

        Premetto da ignorante all’ennesima potenza che non ho conoscenza della letteratura nipponica. Mi informerò. Se hai ricevuto i complimenti da una giapponese, non è poco, vuol dire che non sei così dilettante.
        L’unica cosa letta sul mondo giapponese e sul buddismo è “101 storie zen” di Senzaki e Reps. Ovviamente in italiano. Piaciuto tantissimo. 🙂

  7. (S)punto di (s)vista

    Scusate le ripetizioni, non ho riletto prima di postare il commento.

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