Billy Budd, pazzia come sanità

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Stabilito in qualche modo che Claggart è il personaggio dal quale Billy Budd deve guardarsi, nel capitolo 10 – brevissimo – e nel successivo – più disteso – l’attenzione è ancora puntata sul mastro d’armi che inizia ad avvolgere le sue spire attorno al nostro eroe.

Per la verità pur dopo ripetute riletture il primo dei due capitoli mi resta quasi oscuro. Un’improvvisa rollata della nave fa cadere il rancio di Billy sul ponte pulito di fresco. E in quel momento Claggart passa tra i marinai scavalcando il liquido oleoso rimasto sul pavimento, e battendo la sua canna giocosamente sulla schiena dell’avvenente marinaio gli si rivolge con ironia: «Proprio ben fatto, ragazzo mio». E tutti ridono alla sua battuta, Billy compreso. Però un mozzo che urta il mastro d’armi qualche metro più in là viene invece colpito con una sferzata secca carica d’odio. Allora capisco che Claggart è un simulatore all’ennesima potenza tanto più pericoloso poiché Billy non ne ha il minimo sentore. Ma andiamo oltre.

Il fatto che un capitolo sia ostico, di difficile lettura, non vuole affatto dire che non sia accattivante e di valore. Tale è l’undicesimo, basato tutto sulla naturale depravazione di Claggart, un mini trattato sul male assoluto, filosofico e biblico insieme. Da lettore ho la sensazione che se il male lo descrivi nei suoi contorni, nelle sue forme, nelle sue manifestazioni tipiche non dev’essere poi un granché. Ma se all’inizio del capitolo ti chiedi che gli piglia al mastro d’armi; cosa c’entra la zuppa rovesciata; perché gli sta tanto in antipatia un giovane innocuo come Billy Budd, e a tutto ciò non trovi risposta. E concludi che esistono i matti, ma di una pazzia discontinua indistinguibile dalla sanità, ecco che allora non hai più confini per l’antagonista. Davvero è malvagio e non cattivo a due sole dimensioni come in un film di Hollywood, piattume che ormai siamo abituati a trasferire pari pari nei nostri romanzi all’acqua di rose. Di cattivi di rango superiore, alla Claggart, non è che se ne trovino molti in giro. Bisogna scendere nell’Inferno di Dante per incontrarne qualcuno simile. Tanto per raffigurarselo, uno tipo Helgaldo.

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12 commenti

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12 risposte a “Billy Budd, pazzia come sanità

  1. (S)punto di (s)vista

    Non è intuitivo. Spiazza questo atteggiamento contraddittorio di Claggart, al pari dell’ ingenuità di Billy. Ci si fida, come noi. Claggart cela la sua cattiveria, che devo capire da dove provenga. Di solito si teme una persona che ha le grazie degli altri, ma lui è un uomo, dovrebbe essere maturo. E allora cos’è che non sopporta di Billy tanto da odiarlo dentro?
    Sei cattivo? Io non credo. Schiettezza non è sinonimo di cattiveria. Altrimenti dovrei venire con te agli inferi. L’immagine che ho della cattiveria è quella di un viso dolce che ti sorride e poi affonda la lama mentre lo abbracci. Una cosa così.

  2. Magistrale! Come faccio a raffigurarmi uno tipo Helgaldo, se proprio Helgaldo non riesco a raffigurarmelo? 🙂
    Per quel che ne so (poco) potresti essere Fabio Volo (questa è cattiva, nemmeno Claggart l’avrebbe concepita 😀 ) o la reincarnazione di Pontiggia…

    Comunque, tornando a Baby Budd, le domande che ti poni credo troveranno risposta nei capitoli successivi (io sono arrivato al 14). Personalmente ho trovato la descrizione di Claggart un po’ ripetitiva. Ok, Melville l’ha delineato molto bene come malvagio, niente da dire. Ma perché continuare a ripeterlo?
    E’ un conto essere logorroici, ma essere logorroici E ripetitivi alla lunga potrebbe stufare…

    Capisco che Melville ha vissuto in un’epoca in cui l’immagine non era di dominio pubblico (niente fotografia, forse agli albori, niente cinematografia) e quindi lo scrittore doveva nutrire l’immaginario collettivo del lettore con descrizioni ampie e minuziose, però tutto ha un limite… 😛

    • L’insistere sul personaggio ripetendo ha colpito anche me. Non è però una ripetizione identica, ma una variazione. Mi pari che passi dal fuori al dentro, dal particolare di una vita al generale di una morale. Costruisce il personaggio mentre ne scrive? Quale effetto cerca con questo dilungarsi? Mi piacerebbe capirne il motivo: perché non è soddisfatto di quello che era stato detto prima? La trama pare sacrificata finora. Quasi non c’è storia, lo ripeto.

  3. Sì, un capitolo in cui Melville analizza la mente umana – nello specifico quella di un uomo che in romanzo moderno verrebbe definito uno psicopatico capace di nascondersi dietro una maschera di apparente normalità – con un’efficacia notevole. I meandri della mente umana sono un argomento che mi intriga, però non tutti gli scrittori sanno addentrarcisi in modo convincente. Melville ci riesce benissimo.

    • (S)punto di (s)vista

      A parte Melville, qual è un autore che sa scavare dentro la mente umana? Ti riempio di domande, Ariano, perché vedo che sei molto preparato.

      • Il mio autore preferito in senso assoluto è Luigi Pirandello proprio per la sua capacità di avventurarsi con metodo nei labirinti di una testa pensante. La sua produzione è vasta e non tutte le opere seguono gli stessi criteri, tuttavia l’elemento psicologico è sempre presente nella sua narrativa. Dovendo citare un titolo in particolare dico “Uno nessuno e centomila”.
        Un altro romanzo in cui l’analisi psicologica del protagonista di fatto è la vera ragione narrativa, essendo la trama abbastanza scarna, è “L’amore coniugale” di Alberto Moravia. Posso consigliarti anche “Il segno rosso del coraggio” di Stephen Crane che è più un racconto lungo che non un romanzo.
        Anche Milan Kundera esplora la mente umana con grande padronanza. I suoi romanzi sono spesso complessi, per iniziare ti posso suggerire uno dei più semplici ma comunque ottimo proprio per esporre il suo metodo di analisi dei comportamenti umani: “La lentezza”.

      • (S)punto di (s)vista

        Pirandello è anche tra i miei preferiti, grazie alla bravura della mia professoressa al liceo che mi invoglio nella sua lettura de “Il fu Mattia Pascal”. Pirandello mi piace per la sua teatralità delle sue opere. Mi appassionai anche al realismo di Verga, ma non c’entra nulla tranne che da chi mi indusse a queste letture. La mia professoressa mi diede ottimi consigli. Di “Uno, nessuno e centomila” leggemmo solo dei pezzi. Hai ragione, Pirandello entra come nessuno nella mente di un personaggio. Dovrò rivedermelo. Mi appunto gli altri. Scusate l’uso personale al post. Grazie mille.

  4. Come sia, come non sia, leggendo i tuoi post mi sta venendo voglia di leggerlo, sto Melville… 😉

  5. Fechtner diceva che al mondo bisogna per forza essere matti, altrimenti si impazzisce. E in fondo chi può mai dire di essere sano? Rispetto a chi? Un metro non può misurare se stesso, ci manca sempre il paragone esterno. Ecco perché la follia ci è incomprensibile.
    Uno sciocco (e anche matto).

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