Billy Budd, Fabio Volo

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Invidia e antipatia le parole chiave nelle due pagine che compongono il capitolo 12 di Billy Budd. Di qui abbiamo un uomo intelligente, preparato, profondo: Claggart. Davanti a lui si staglia l’avvenente marinaio, Billy, ignaro di suscitare nell’altro tante passioni negative. Non solo ignaro, anche superficiale, se un cuore semplice e incapace di cattiveria può essere catalogato come superficiale. Ma c’è di più, secondo il narratore. Si crea un paradosso: «Eccetto una persona, il mastro d’armi era forse il solo uomo a bordo intellettualmente capace di apprezzare adeguatamente il fenomeno morale offerto da Billy Budd», ci tiene a farci sapere.
Quindi Claggart apprezza la moralità di Billy, e proprio per questo lo invidia e ne prova antipatia. Non potendo essere Billy, Claggart sceglie il comportamento opposto, di essere Claggart, desiderando la distruzione dell’altro.

Siamo sinceri: non tutti gli scrittori riescono a tenere in equilibrio questa tensione senza capitolare. Non ci riuscirei di certo io: quando m’immagino un sentimento, lo vivo per intero, senza spezzettamenti. Uno invidia o ama, fa il bene o il male. Tutto questo oceano di onde emotive che si sovrappongono, si inseguono, si frangono non c’è. Queste pagine si aggiungono alle precedenti, e c’è chi giustamente ne vede quasi dei doppioni. Ma la questione invece cambia, o è vista da una nuova visuale. Continua a non esserci nulla di decisivo, se non un moto dei sentimenti. Ma non ci dicono sempre a ogni piè sospinto che bisogna mostrare, non dire? E qui invece cosa ci offre il romanzo? Invidia e antipatia e apprezzamento dell’antagonista per il nostro eroe immacolato. Ma voi che cosa avete pensato a questo punto del libro? Mi domando se queste osservazioni stiano davvero nel libro o siano solo frutto della mia fantasia o di un’errata lettura, e il vostro Billy Budd al capitolo 12 racconti invece una storia del tutto diversa da quella che sto leggendo io. Mi conforterebbe essere smentito perché mi sto perdendo in questo Claggart e vorrei tornare a una realtà dove Bene e Male si dividono a metà sulla scena, in un romanzo più tradizionale, direi anche più banale, meno problematico.

Inoltre è da un po’ che ci penso, ma Billy Budd mi fa venire in mente un film con Fabio Volo, che non è un gran film. Ma non perché c’è Fabio Volo, che sarebbe una battuta di pessimo gusto, ma perché è un film che non decolla. Parlo della Febbre di Alessandro D’Alatri, dove Volo interpreta il ruolo di un oscuro geometra comunale, ma entusiasta della vita e con un grande sogno nel cassetto: aprire un locale con i suoi amici. Buono fino al midollo, viene preso in antipatia dal suo capo reparto che prova invidia per la sua felicità semplice, al punto di mettergli il bastone tra le ruote fino a procurarne il licenziamento e la chiusura del locale. Ma anche qui antipatia e invidia nascono dal riconoscimento da parte del cattivo di quanto sia gioiosa una vita impermeabile alle meschinità altrui. La Febbre come Billy Budd? Il capo reparto come Claggart? Invidia, antipatia, apprezzamento i pilastri universali della cattiveria? Ve lo chiedo, usciamo dal libro e parliamo di quello che siamo veramente come uomini. Perché poi i personaggi non sono altro che ombre di noi stessi. Anche migliori di noi.

E poi scusatemi: eccetto una persona. Ma chi è questa persona? Mi sono definitivamente perso.

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23 commenti

Archiviato in Leggere

23 risposte a “Billy Budd, Fabio Volo

  1. iara R.M.

    Ormai a me mancano pochi capitoli (cinque) per terminare la lettura. Mentre in precedenza ho divorato le pagine mossa dall’entusiasmo e dalla curiosità di sapere come proseguiva la storia, adesso volutamente ho rallentato. Quasi non voglio arrivare alla fine. Questa sensazione non posso spiegarla meglio adesso, forse, più avanti…
    Melville parla della natura umana, impossibile da comprendere totalmente. Qualcosa di misterioso pervade l’essere umano anche quello più semplice. La bontà come la cattiveria, quella che in apparenza non trova fatti o giustificazioni concrete per essere compresa, resta impenetrabile. Quel “perché?” resta sospeso. La stessa domanda che ferisce e non trova risposta ai nostri giorni, tutte le volte che ci troviamo davanti a crimini cruenti e incomprensibili. La lettura mi ha scossa profondamente, tanto che quasi non riesco a parlarne come vorrei. Le riflessioni si muovono fuori dalle pagine. Ho bisogno di tempo per elaborare queste sensazioni e per riuscire a condividere i pensieri.

    • Prendiamo tutto il tempo che serve. A volte è bello anche rielaborare mentalmente prima di parlare. Sono contento che ti abbia fatto questo effetto la lettura di un libro, è cosa rara di questi tempi.

  2. (S)punto di (s)vista

    Perché ti ha scossa? Io l’opposto. Sono partita come un razzo nella lettura e sto andando piano per assaporarmi tutto. Ho paura di ciò che potrebbe succedere. La rabbia o la cattiveria repressa, non sfogata fa danni. Claggart cova una cattiveria e un’invidia per quello che lui non è e che vede in Billy.
    Temo che il pentolone esploderà, temo qualcosa di brutto e mi accingo a leggerlo con calma.
    Il film con Fabio Volo non lo conosco e non saprei che dire. Sembra tuttavia un paragone azzeccato. Il capo che abusa del suo potere con giochi subdoli e spesso nascosti per non dare nell’occhio. Purtroppo esistono anche nella realtà, ma questa è tutt’altra storia.

    • iara R.M.

      Mi ha scossa la riflessione involontaria che da un certo punto in poi, ha accompagnato la mia lettura. Ma è prematuro parlarne ora.

      • (S)punto di (s)vista

        Sei più avanti con la lettura e per ora non posso comprendere il tuo stato d’animo.

  3. L’invidia è un brutto sentimento ma credo tra i più umani. Anni fa a un corso di scrittura creativa parlammo dei 7 peccati capitali e quelli che tutti abbiamo ammesso di aver provato sono stati: invidia e gola.
    Poi è chiaro che i suoi effetti vanno limitati al rodimento personale (meglio se poco) non deve sfociare in azioni lesive verso l’invidiato.

    • Pensa che Melville teorizza nella pagina esattamente il contrario della tua giusta osservazione. Dice che un uomo chiamato in giudizio per aver commesso crimini orribili, ammetterà altre debolezze morali, ma non l’invidia, sentimento inconfessabile.

  4. Credo l’invidia sia la faccia cattiva dell’ammirazione: l’ammirazione è buona, consente di attivarci per raggiungere pure noi la condizione che osserviamo nell’altro, mentre l’invidia è cattiva, perchè l’invidioso preferisce denigrare l’altro piuttosto che migliorare se stesso. Forse l’invidioso soffre della convinzione di non poter far nulla per la propria situazione (è un pessimista) oppure desidera una determinata condizione più per input sociali (gli altri se lo aspettano da lui) che per se stesso realmente.

    • In effetti Melville afferma proprio questo. L’invidia non può essere slegata dall’ammirazione. Perciò chi invidia è un individuo necessariamente intelligente perché riconosce le qualità dell’invidiato. Ecco, a me sembra che questa osservazione di Melville, del tutto marginale in fondo sia profonda e attinente al motivare le intenzioni di un personaggio. Però è il segnale di una profonda conoscenza delle sfumature umane, conoscenza che non trovo così approfondita nei nostri scritti, che si concentrano sugli aspetti della trama, trascurando la psiche, in base all’idea che tanto ci conosciamo abbastanza da non dover spiegare più di tante le pulsione umane.

  5. Neppure io ho mai visto il film che citi quindi non saprei dire, comunque il tema dell’invidia che rode dentro chi la prova spingendolo a fare del male all’oggetto della sua invidia per sentirsi meglio (sempre in termini relativi) è un tema sfruttato, non è certo un’esclusiva di Melville.
    L’altra persona capace di apprezzare davvero l’integrità morale di Billy credo che sia il capitano della nave.

    • Questo cenno a Vere può essere vero, ma perché non dirne allora il nome? Di fatto non ho trovato finora un indizio di un’attenzione particolare del capitano per nessuno della nave, incluso Billy Budd. Forse nei capitoli successivi si rivelerà esatta la tua supposizione, ma finora non ho trovato nessuno a cui potesse univocamente riferirsi quella frase. Finora Billy è stato in contatto con il suo “mentore”, con chi l’ha reclutato a bordo, con altri marinai con cui divide il rancio ma innominati nel romanzo. Per me resta un mistero.

  6. (S)punto di (s)vista

    Non abbiamo accennato a Squittio, il caporale che aiuta Claggart.

  7. “Eccetto una persona” io l’ho inteso come un riferimento allo stellare Vere di cui il narratore aveva appena finito di tessere le lodi in fatto di intelletto, moralità e meriti ottenuti sul campo. L’intelletto di Vere mi pare che sia stato sottolineato nel passaggio in cui viene descritto come costui si rifornisca di libri da leggere prima di ogni partenza.

    In merito a Claggart, personalmente non ho nulla da aggiungere rispetto ai miei commenti precedenti: il personaggio lo trovo molto ben tratteggiato nei suoi sentimenti negativi. Solo mi sembra che il narratore continui a ripetere il concetto in più salse. Insomma, abbiam capito! 😀 Adesso però che decolli la storia una volta per tutte.

    • iara R.M.

      Anche io ho inteso il riferimento allo stellare Vere.
      Riguardo Claggart mi sembra che l’indugiare di Melville sulla sua descrizione sia una scelta voluta per aumentarne il peso. Si serve delle parole come uno zoom. Ci addentra nella sua psiche lentamente (in linea con tutto il resto), partendo da lontano. Divaga sulla natura umana, su quegli aspetti che vengono poi definiti: depravazione secondo natura. Concretizza la riflessione nel capitolo successivo quando trova nell’invidia e nell’antipatia una possibile risposta alle precedenti riflessioni. Ho avuto la sensazione che nello scrivere l’autore interrogasse sé stesso e ne riportasse la riflessione per iscritto. Variazioni sul tema come scrive Helgaldo che a poco a poco sciolgono il nodo della questione.

    • Puoi avere ragione, ma come ho scritto ad Ariano mancano dei riferimenti tali da rendere certa la tua supposizione.

      • iara R.M.

        Più che di certezza, parlerei di deduzione. Escludendo Claggart, gli altri dell’equipaggio di cui l’autore neanche ritiene di doversi dilungare in descrizioni, il danese che pur avendo simpatia per Billy non mi sembra venga delineato come un personaggio con particolari doti intellettive, in ultimo resta solo il capitano Vere.

      • Ti dirò una cosa: per leggere “Billy Budd” ho rimediato un libro che raccoglie tre opere di Melville: il romanzo breve che stiamo leggendo (che in effetti io ho già finito), e due racconti lunghi: “Bartleby lo scrivano”, abbastanza nominato, e “Chicchirichì!” che invece non avevo mai sentito nominare. Ho letto anche questi ultimi due e, beh, ti dico che Melville ha questa tecnica narrativa, o forse consuetudine né volontaria né studiata, di riferire le cose in modo sempre vago, incerto. Quanto più l’analisi diventa serrata e meticolosa nel cercare di esporre il perché di certi comportamenti dei personaggi, tanto più lui si stesso dichiara di non avere risposte certe e di non riuscire a trovarne. Nei due racconti citati la voce narrante parla di due curiose persone, Bartleby e Merrymusk, che in un certo modo sono un mistero, il primo coi connotati di un uomo in preda a una forma estrema di depressione e “resistenza passiva” verso gli altri esseri umani e il secondo per il suo disumano stoicismo nell’affrontare le avversità della vita. L’impressione che ho di Melville è che volesse a ogni costo capire il mondo intorno a lui e al tempo stesso si sentisse frustrato dall’incapacità di trovare risposte ai suoi interrogativi.
        Insomma, raccontare in modo incerto, lasciare nel dubbio il lettore, è forse il suo modo per far provare al lettore la medesima sensazione di incapacità di capire che lo tormenta.

      • Mi fa piacere che a partire da Billy Budd hai avuto una scusa per allagare il campo su altre opere minori di Melville. Un po’ come le ciliegie una tira l’altra.
        Interessante la tua osservazione sul raccontare in modo incerto che trasferisce l’incertezza e il tormento anche sul lettore. Da sperimentare nei nostri testi?

  8. iara R.M.

    A proposito della questione sollevata da Ariano, mi viene da pensare che quando ci si addentra nella complessità psicologica diventa complicato spiegarne tutte le implicazioni; riuscire a farlo con precisione mi darebbe l’idea di una semplificazione quantomeno concettuale. Forse, per rendere sulla carta determinati aspetti, di alcuni personaggi, occorre proprio lasciare irrisolta la loro complessità. Non spiegare, non cercare per forza risposte, soluzioni che probabilmente nella vita non riusciremmo a trovare. Da questo punto di vista, più che di un espediente, mi pare si tratti di onestà intellettuale.

  9. Caro Helgaldo, non so dirti se si possa applicare la tecnica narrativa dell’incertezza ai nostri testi coi medesimi esiti di Melville. Presumo che ognuno di noi, individualmente, debba prima stabilire cosa vuole realmente trasmettere ai propri lettori.

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