Spiegazione in nero

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Ieri ho chiesto per email un parere di Donata, complice un dialogo letterario controverso rispetto alle concordanze grammaticali, chiedendo anche a voi tramite il blog come vi sareste comportati in questo frangente. Oggi mi è giunta la risposta privata di Donata che vi giro per conoscenza. Per chi si fosse perso il post di ieri, di seguito il brano oltre alla risposta che mi è stata data.

“Io, piuttosto, sono stufa delle tue bugie: sii sincero con me, una buona volta”
“Che vuoi dire?”
“Per esempio, potresti spiegarmi perché ho trovato questo nella tua giacca.”
“Quindi tutta questa discussione nasce da un misero biglietto trovato in una tasca?”
“Se nel misero biglietto c’è scritto “sei un uomo speciale, quando ci rivediamo?” e quel biglietto non l’ho scritto io, si.”
Mario aprì il frigo, si scelse una birra, lo richiuse.
“Almeno per qualcuno lo sono davvero.”
“È un’ammissione, la tua?”
“Sì, ti ho accontentato: sono stato sincero. Sei più felice, adesso?”

 

Qualcuno (è proprio il caso di dirlo) obietta che si doveva scrivere “qualcuna” anziché “qualcuno”, perché è riferito all’amante. Allo stesso modo, riferendosi alla moglie, “accontentata”. Nel primo caso la frase mi pare corretta. (E hai ragione, ma solo perché ancora non si sa, almeno in teoria, se chi ha scritto il biglietto è un uomo o una donna) Nel secondo preferisco “accontentato” – io lo scriverei così – anche se non correggerei chi lo scrivesse al femminile. (Invece in questo caso è corretto il femminile perché ti ho accontentato equivale a ho accontentato te e questo te è indubitabilmente una donna. Ma il dubbio viene proprio per questo: perché la regola è sul filo del rasoio, infatti dice che se l’oggetto del verbo è espresso prima il participio verbale concorda con questo, se è espresso dopo invece resta al maschile, genere non marcato. Infatti sopra ho scritto ho accontentato te e questo va bene anche se te è femmina, perché viene dopo; se invece veniva prima, e prima poteva venire solo nella forma ti, in quanto riferito a femmina questo ti impone la concordanza al participio. Sono le regole complicate che fanno venire i dubbi. Sul perché poi ti sia venuto questa volta e non prima, non mi posso pronunciare. Sarà psicologia, sarà che in certi momenti siamo più pignoli)

Ormai sei diventata il Salomone (la Salamona, secondo la logica grammaticale di qualcuno, [no per favore, non dire queste sciocchezze, chi vuole il femminile per le donne, tipo ministra o sindaca, lo vuole per ottime ragioni grammaticali; invece tu mi puoi dire che sono il Salomone e io ti posso dire che sei la Sibilla, ma questa è tutt’ altra cosa] niente a che vedere con il salame) delle dispute sulla lingua.

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22 commenti

Archiviato in Dove vanno le parole

22 risposte a “Spiegazione in nero

  1. Vada per il “qualcuno”, allora! 🙂
    La regola del “ti” prima o “a te” dopo è esaustiva.
    Non si finisce mai di imparare!
    Grazie, Donata.

  2. Massimiliano Riccardi

    Se posso mi permetto di dire la mia. In merito all’accontentato piuttosto che accontentata non mi pronuncio. Desidero però sottolineare la valenza psicologica di “qualcuno”, questo al di là della questione grammaticale che è sì importante ma poco significativa dal punto di vista della valenza narrativa. Scrivere “qualcuno” in quel contesto è un calcio nei reni non da poco, l’interlocutore che riceve l’invettiva ha ben chiaro che chi lancia la frase si sente, o vuol far credere di sentirsi, assolutamente non considerato in generale, come essere umano. Come tutti gli uomini è un gran paraculo, sottolinea che vuole essere considerato speciale a prescindere dall’appartenenza di genere. Poi, insomma, come ha sottolineato ieri Tenar, nei dialoghi la grammatica appartiene ai personaggi.
    Boh, mah, la butto lì. Cosa ne so io di Mazzini e Garibaldi (vecchio detto genovese).

  3. Voglio dire: ma qual è il gruppo di scribacchini che si può permettere una come Donata? 😀
    Grazie a lei (per la pazienza e tutto quanto) e a Helgaldo per condividere questa possibilità.

  4. Credo di averlo già scritto da qualche altra parte. Comunque io sono d’accordo con chi dice che la grammatica appartiene (o non appartiene) ai personaggi.

    Io tendo a tenere un registro ben diverso tra la mia prosa e tra il dialogo dei personaggi. Se necessario, tengo anche registri diversi a seconda dei dialoghi che inserisco.

    Mi spiego. Se devo inserire un dialogo tra due persone colte, allora userò termini colti e grammatica corretta. Ma se devo inserire un dialogo tra due personaggi rozzi, stonerebbe molto dare loro un linguaggio forbito e grammaticalmente corretto.

    Certo: non mi prenderei, come autore, la licenza di inserire deliberatamente errori grammaticali nel dialogo tra due personaggi rozzi. Ma certamente una mancata concordanza di genere la lascerei anche volutamente. “Qualcuno” o “qualcuna” per farla breve, è una finezza.

    Allo stesso modo, prediligo la “concordanza di credibilità” 😛 alla concordanza di genere: se devo inserire un dialogo tra due persone furenti, è difficile che nella concitazione della rabbia si badi a finezze come la concordanza di genere.

  5. Si dice sempre che per poter trasgredire alla grammatica bisogna conoscerne le regole. Ora, questo frammento di dialogo non aveva nulla di trasgressivo. E anche se l’avesse avuto quello che mi ha messo il dubbio era una questione meramente di grammatica. Ammetto che le regole di grammatica non le conosco, e nonostante questo scrivo in forma sostanzialmente corretta. Credo che questo sia anche il vostro caso. Ciò non toglie che sapersi districare con la grammatica rende più sicura la prosa, soprattutto quando decidiamo di trasgredirla.

    La costante che però noto tutte le volte che sottopongo alla rete casi pratici di grammatica, dubbi che potrebbero venire a chiunque, è che le spiegazioni che vengono fornite non sono mai di tipo grammaticale, e ci si addentra in questioni estranee al contesto per giustificare il deficit grammaticale. Nessuno, io per primo, è mai in grado di spiegare, e spiegare nella forma più semplice possibile che vorrebbe dire conoscere in profondità la lingua, quale sia la regola. Sostanzialmente si trasgredisce a una regola senza conoscerla. Ma che trasgressione è la nostra?

    • Penso che ci siano delle cose che assorbiamo nel tempo e che diventano automaticamente bagaglio delle nostre conoscenze, un po’ come quando alle scuole elementari ci dicevano: “se non ti fai le basi adesso, non le recuperi più” ed è vero. Io molte regole grammaticali le conosco per come mi sono state insegnate (o per come le ho apprese io, intendiamoci) e le ho interiorizzate anche se ne ho dimenticato il perché.
      Ritengo, dunque, sempre importante che qualcuno metta in dubbio delle certezze, che se ne discuta, che si chieda a chi ne sa di più, ritornare alle origini, alle nozioni grammaticali primarie è sempre utile, a maggior ragione per chi come noi vuole scrivere.
      Quella tiritera sul verbo in o o in a finale (accontentato, accontentata): non ne facevo una questione stilistica (per me non si dovrebbe avere l’arbitrio di scegliere cosa sia giusto o sbagliato quando si scrive: quello dei personaggi, del linguaggio mi sembra un alibi per giustificare tutto), ma era proprio il portato della mia preparazione in materia. Capire a fondo la differenza per me sarà fondamentale da adesso in poi.
      (E pensare che di analisi grammaticale, a scuola, ero una bomba!) 🙂

      • Credo che sia più utile farsi venire dei dubbi a partire da una frase vera, come quella che hai usato tu e che io ritenevo del tutto esatta (qua la mano), che dare una regola astratta e inutile. Perché di fatto, come dice Donata, questa concordanza è complessa da definire, quindi l’errore è possibile anche da parte di persone con un grado alto di istruzione. Perché la frase ci suona meglio in un certo modo, perché l’abbiamo sempre scritta così, perché pensiamo in buona fede che sia corretta.

        La conseguenza più nefasta è che poi influenziamo gli altri, e introduciamo errori nei testi altrui pensando di correggerli. Per questo noi che scriviamo romanzi e post pubblici dovremmo andarci cauti su questo genere di argomenti. Un aspirante che legge i nostri commenti poi si convince che si possa scrivere in qualsiasi modo, basta che i personaggi seguano la propria “grammatica”.

    • Caro Grilloz ho girato la tua nota a Donata, che ti ringrazia per la precisazione, e mi ha scritto tre osservazioni che giro a te e a tutti gli altri.

      Primo: vero, la mia risposta risulta più rigida di quella della Crusca, perché quando ti pongono una singola domanda rispondi a quella, con quello che sai; e magari non ti ricordi di dire che il tuo non è un ordine, è un consiglio per chi vuole una regola. E non allarghi il discorso per non complicare la vita a te e agli altri.

      Secondo: la Crusca, che fa la casistica completa, mostra bene una cosa: su 4 casi, in uno c’è una forma “preferibile” (e nota bene, preferibile perché “nettamente prevalente”, perché quello che comanda è l’uso), negli altri 3 c’è libertà di scelta; libertà esercitata anche da Manzoni, vivaddio!

      Terzo: per fortuna, quando ci sono due possibilità per esprimere una cosa, non è detto che una delle due debba per forza essere sbagliata. Ma io mi accorgo che questa idea, che una debba per forza essere sbagliata, ce l’hanno quasi tutti gli allievi di un master in cui insegno, che hanno 25 anni cioè circa un terzo di quelli che ho io, eppure sono più reazionari, più conservatori di me. Ma non hanno torto, perché sanno che saranno spesso giudicati secondo se rispettano o no certe regole, magari sceme, ma ritenute oro colato da chi li giudicherà. Come accadde una volta a Saviano, sul quale si scatenò un putiferio perché aveva scritto “qual’è” con l’apostrofo, forma che io ritengo linguisticamente giustificata, e non si parlò più delle cose che aveva affermato (che potevano essere giuste o sbagliate).

      Concludo quindi scusandomi se per una volta ho tralasciato la mia abituale “flessibilità normativa”, e pregando tutti, ma proprio tutti, di non andare in crisi per la differenza (non obbligatoria) tra “ti ho accontentata” se “ti” è femmina, e “ho accontentato te”, femmina o maschio che sia “te”. Chi ha inventato le regole grammaticali più astruse e ingiustificate (e ce ne sono molte) lo ha fatto, secondo me, proprio per mandare in crisi gli altri e restare unico giudice, signore e padrone della lingua, che invece è di tutti noi. Leggere il parere della Crusca invece non porta affatto a questo, porta anzi a pensare “ah meno male, se ho un dubbio non è perché sono ignorante, è perché ci sono delle oscillazioni nell’uso e quindi, se Dio vuole, almeno in questi casi posso anche andare a orecchio”.

      P.S. Il caso che mi avevate sottoposto, se ben me lo ricordo, rientra nel caso 2 della Crusca.

      Donata

      • Grilloz

        Ringrazia Donata da parte mia 🙂
        Il bello delle lingue, ma anche il difficile, è che le grammatiche non sono state scritte prima per regolare, ma sono nate spontaneamente dall’uso e poi scritte per descrivere il funzionamento della lingua. E’ una cosa che trovo affascinante.
        Per chi ha un po’ di dimestichezza coi linguaggi di programmazione, in quel caso le grammatiche sono state scritte prima, da chi ha inventato il linguaggio, e in quel caso le regole sono tassative (anche se poi nascono programmatori geniali che riescono a forzare quelle regole e ottenere dal linguaggio qualcosa per cui non era previsto).
        Per esperienza ho imparato a pormi i dubbi, a non acettare le regole così come sono e a cercare di capire cosa c’è dietro. Le regole fanno comodo a chi non ha voglia di sporcarsi le mani, creano una zona confortevole in cui tutto funziona dividere tutto in giusto e sbagliato, dividere il mondo in buoni e cattivi è facile, ma la realtà ha sempre delle sfumature 😉

        Grazie per il confronto 🙂

  6. E’ un po’ come dibattere del sesso degli angeli.
    Penso che l’utilizzo del maschile abbia anche la funzione di dare un senso di impersonale: se il personaggio non è in scena, è come se non esistesse, quindi come se fosse un indefinito essere umano. Impersonale.
    Come sempre, uno sciocco.

    • Basta dire che sei sciocco, altrimenti finirò per crederci. Per me non c’erano problemi, ero perfettamente in linea con le frasi incriminate. Però ragionare sulle parole non è tempo perso per chi vuole usarle per ottenere il meglio da loro.

      • Non ho detto che è tempo perso, intendevo che mi ha ricordato una discussione scolastica. Infatti ho dato una mia interpretazione di questa sfumatura e per farlo vi ho dedicato qualche momento a rifletterci su. Se avessi pensato che fosse tempo perso non ci sarei stato nemmeno a pensare.

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