Billy Budd, il processo

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Tralasciando il brevissimo capitolo 20 di Billy Budd, dove il chirurgo di bordo sospetta la pazzia del capitano Vere, sconvolto dalla morte di Claggart per mano di Billy Budd, delitto avvenuto sotto i suoi occhi qualche minuto fa, nel capitolo successivo – tra i più lunghi del libro – va in scena il processo, e l’atto finale del romanzo.

Da una parte l’imputato, prostrato nell’animo per quanto è avvenuto, dall’altra tre ufficiali che fanno da giudici, nel mezzo lo stesso Vere, unico testimone dell’accaduto. C’è in gioco la vita di un uomo, ma soprattutto la legge marziale, e il pericolo che una sentenza di clemenza o che rimandi ad altri tribunali di terra la decisione in merito all’innocenza o alla colpevolezza di Billy Budd, non è percorribile. Tutto sembra già scritto come in un libro. E questo da lettore non lo accetto, anche se è giuridicamente logico accettarlo.

Il narratore lo dice subito, senza veli: «Nell’imbroglio di circostanze che precedettero e tennero dietro l’evento a bordo della Bellipotent, e alla luce di quel codice marziale col quale andava formalmente giudicato, innocenza e colpevolezza personificate da Claggart e da Budd in effetti si scambiavano il posto. Da un punto di vista legale, la vittima evidente della tragedia era colui che aveva cercato di rendere vittima un uomo irreprensibile; e l’atto inconfutabile di quest’ultimo, considerato sotto il profilo navale, costituiva il più nefando dei crimini militari».

Se così è, e così è, non c’è storia: Billy Budd viene condannato all’impiccagione, punto. Due considerazioni. La prima, finora tutto era sfumato in questo romanzo: azioni, personalità, passato e presente, storia e cronaca, bene e male. Ora, dopo il colpo mortale inferto di Billy su Claggart, tutto è lineare, procede verso un unico finale già scritto da sempre. Per questo dico che, come ripete nella frase sopra lo stesso Melville, i due personaggi si trasformano in due tipi, personificazioni del Bene e del Male. Nulla più.

Secondo, mi viene in mente un fatto di cronaca di qualche giorno fa, che scuote le coscienze di tutti e mi fa recuperare il senso di questo classico, che è un classico appunto perché continua a parlarci del presente: penso all’uccisione di un giovane da parte di un marito fuori di sé per la perdita della moglie a seguito di un incidente d’auto causato proprio da quel giovane. Anche qui, come nella finzione, chi è il colpevole e l’assassino? Dove sta bene e male? Abbiamo due colpevoli e vittime contemporaneamente?
Non si tratta dello stesso caso, ovvio: la vita non segue una trama già scritta, si muove a caso, percorrendo soluzioni irrazionali e insondabili. Ecco, questo processo mi fa venire in mente quello che altri hanno detto e scritto e inneggiato sui social riguardo a questo delitto.

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9 commenti

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9 risposte a “Billy Budd, il processo

  1. iara R.M.

    Commento a bruciapelo, magari un tantino sgrammaticata ma con pensieri autentici. Questo libro mi è piaciuto tantissimo. Al di là dei fatti che racconta permette di riflettere sui casi della vita e su come bene e male si intrecciano sfumando i loro confini. Divagazioni filosofiche, moraliste, religiose, di attualità, tutta roba prettamente umana che inizia con il capitolo uno e prosegue a lettura conclusa. Noi, da esseri umani spesso, giudichiamo non tanto gli atti di per sé, ma le circostanze in cui sono stati compiuti. Nel leggere la parte finale del libro non ho potuto fare a meno di provare tanta pena per Billy, nonostante si fosse reso colpevole suo malgrado di omicidio. Questo perché conoscevo le circostanze (casuali) in cui il fatto è avvenuto e anche perché la persona uccisa non meritava di morire per una fatalità, ma doveva pagare per le intenzioni malvagie che covava dentro di sé e non trasformarsi in vittima. Volendomi fermare a quel pugno e alle conseguenze, non avrei dubbi nel dire cosa e chi ha sbagliato, ma il retroscena mi annebbia il giudizio. Lo stesso avviene ai nostri tempi, quando i fatti di cronaca ci informano di azioni legali intraprese contro chi per legittima difesa ha causato la morte di un’ altra persona che per dirne una si era introdotto in casa per una rapina. Molto spesso mi trovo in difficoltà a esprimere un giudizio, le mie opinioni oscillano senza certezze e stabilire cosa è giusto e cosa non lo è si fa complicatissimo. Questa storia, forse, non avrà una trama stratosferica, il finale potrà essere prevedibile, ma per me è significativo che questo semplice fatterello abbia lasciato nella mia testa molto più di quanto è scritto. E a dire la verità, più avanti altre pagine offriranno ulteriori spunti di riflessione importanti.

    • Non credere che non mi piaccia questo classico, lo sto leggendo con molto piacere e credo che tutti questi post, se li metti in fila, formino un romanzo lungo quasi quanto Billy Budd, che non abbiamo esaminato dal punto di vista letterario, ma umano. E da semplici lettori. Proprio perché ne ho voluto fare un esperimento cerco però di esaminare anche la mia vicinanza a certi aspetti del romanzo e la mia reazione ad altri. Mentre mi sono molto piaciute le pagine precedenti, perché non definivano con precisione la storia e i personaggi, ma mi parlavano di tanti aspetti della vita, ora ho la sensazione che l’autore abbia detto tutto. A partire da quel pugno è come se tutti i personaggi, che poi sono solo tre – Claggart, Billy Budd e Vere – smettono di essere vivi e diventano manichini nelle mani del narratore che muove i fili del loro destino senza che possano ribellarsi. Felice che Billy Budd continui a parlarti profondamente. Non capita con tanti libri, anche famosi, sai?
      Ma Billy Budd è uno tra quelli famosi, comunque.

      • iara R.M.

        Ti è mai capitato di fare Una sola cazzata Una (scusa la parolaccia) sufficiente a dirottare altrove la tua vita, senza che potessi farci nulla?
        Quel pugno ha questo sapore. Essì, si diventa come burattini nelle mani di un narratore. Per me, la storia ha senso proprio per questo.

      • Questa osservazione dell’evento unico che indirizza tutta una vita è interessante. Ma allora funzionerebbe meglio se quel pugno fosse sferrato all’inizio del romanzo non verso la conclusione. Mi spiego: Josef K. viene arrestato a pagina 1 del Processo. Anch’egli è un burattino nell’ingranaggio del narratore. Il valore dell’opera è che in tutto il romanzo appare il suo destino come ineludibile. Qui invece, Billy diventa burattino a partire da un evento che lui stesso scatena. Il fatto è che non è il destino a decretare il suo gesto, è lui che lo esegue, ma non sa nemmeno perché l’ha fatto, o è troppo tenue la sua giustificazione. Mi pare più nella testa di Melville che in quella del marinaio.

  2. Infatti, come avevo già “spoilerato”, è più un’allegoria, una storia piena di simbolismi, che non una vicenda reale.
    L’esecuzione della sentenza sarà l’atto finale dell’allegoria, con un dettaglio che lascia immaginare che l’allegoria sia di tipo religioso (ma diamo tempo al tempo, quando ci arriverai ne parleremo sicuramente).

  3. Per me, in entrambe i casi, il colpevole è il sistema. Nel caso di Billy Budd, il sistema consente a Claggart di avanzare un’accusa così pesante senza fornire prove, il sistema ha portato Billy Budd a bordo di una nave senza esserne adeguatamente preparato, il sistema usa personaggi di malaffare come Claggart in un ruolo chiave nella vita di bordo.
    Sembrerebbe quasi dire che il Bene deve conoscere il Male se vuole difendersi da esso.
    Anche nel riferimento odierno il colpevole è il sistema: i cittadini hanno motivi fondati di non ritenere la giustizia vigente celere nelle sue indagini, certa nella sua esecuzione e soprattutto giusta. Quando la giustizia fallisce, per strada, al volante, si trovano sempre più persone che non dovrebbero stare lì, perché al giustizia non le ha fermate. Il sistema ha fallito prima dell’incidente. Se poi a seguito di una morte c’è la sensazione che questa per la giustizia non conti niente, è facile che un uomo frustrato dal dolore, non trovi altra consolazione che far giustizia da sé. Se il sistema avesse funzionato prima, il giovane non era al volante o non correva oltre i limiti in centro abitato o non passava col semaforo rosso. La fatalità è quando l’auto ha problemi e non riesci a fermarti, quando hai un malore improvviso e non controlli più il mezzo. Tutto il resto è imputabile al fatto che il sistema ancora oggi tende a “scusare” certi comportamenti al volante. E ne vedo tutti i sacrosanti giorni. Quel marito poi si è sentito fregato due volte: dopo che il sistema non ha saputo prevenire la morte della moglie, il sistema non ha saputo dare una risposta rapida e certa.

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