Cose d’oggi

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Scrivere è infinitamente più difficile di qualsiasi vivere. È più straziante, agonico, azzardato, ridicolo, canceroso di qualsiasi forma d’esistenza, anche condotta in maniera malandrina. Eppure scrivono tutti: carcerati e presentatori televisivi, attrici ed ex puttane d’alto o basso bordo, criminali in fuga e a piede libero, figli di padri morti ma celebri, politici che raffazzonano diari e quelle che Luigi Einaudi definiva «prediche inutili». Chi non ha scritto minaccia di farlo al più presto. Chi non sa usare penna o macchina, detta, confessa, incide su nastri.

Chi è «nato per lui», cioè per lo Scrivere si brucia i polmoni, digerisce angoscia, si rode il fegato, divora cuore e memoria, si ritiene traditore, ma non parla del suo Scrivere ad anima viva, a interrogazione precisa risponde negando, cerca di seppellirsi tra coltri di silenzio. Ma gli altri, gente e gentucola o gentaccia o «vip» in vena di scritture, gli altri si confidano, spediscono messaggi, annunciano l’imminente memoriale, si prenotano per la storia e per l’apparizione televisiva.
Leggo l’ultima lettera arrivatami da una cittadina toscana che per discrezione non nomino. È di un poeta, autore d’un librettino speditomi mesi fa. È anche «raccomandata». Il signore mi si rivolge con un iniziale «Ill.mo scrittore» e conclude la missiva con un minaccioso «Suo dev.mo». All’interno vi è il burocratico invito a occuparsi di lui pubblicamente, con tanto di segnalazione-recensione-giudizio. Ho sul tavolo e nel cestino della carta straccia (massimo strumento scrittorio almeno per me) mille e altri mille libri diversi – stampati a pagamento, prefati da professori sconosciuti ma anche da critici in vena di mercede – e la pena che ne sale mi dà alla testa.

Se tutti questi ottimi signori prima di scrivere, leggessero romanzi e poesie pubblicati nell’ultimo secolo, la crisi libraria ed editoriale si trasformerebbe d’incanto in un «boom» stupefacente e diritti d’autore equipollenti. Esempio: due anni fa un noto ebdomario mi chiese di scrivere una paginetta sulle fiabe ormai in decadenza. Misi giù un articolo che aveva, come tema e titolo «C’era una volta la fiaba». Ebbene: ricevetti quarantadue lettere di ex insegnanti, maestrine con la penna rossa, zie di provincia, fanciulle smaniose, tutti maniaci del fiabesco che inneggiando – ma proprio in coro – dicevano: lei ha perfettamente ragione, la sua diagnosi è esatta, era ora che qualcuno sfoderasse questa sacrosanta verità, però, come può vedere dall’allegato dattiloscritto mio, la fiaba esiste ancora, è quella che le spedisco con preghiera di trovarmi un editore.

Tortura, vertigine malefica, terrore di non riuscire ad afferrare e restituire al «reale» attraverso trama, personaggi, climi, ecco cosa prova un romanziere (sempreché sia «nato per lui», cioè lo Scrivere). E inoltre: orrore per quanto ha già fatto, senso di inutilità per quel che sta facendo, un moto perpetuo di autocritica che ti sveglia di notte e anche al caffè, incapacità di esprimersi in una casuale cartolina.

«Loro», invece, buttano giù alacremente, felici di accumulare pagine, ignorando che ogni espressione è solo sofferenza e nello stesso un «horror vacui» tanto molesto quanto grottesco. «Loro» non sanno la pena certosina del «levare», anzi rimpinzano, si raccontano, trasformano in esperienza cattedratica le baggianate vissute, gli incidenti ridicoli, i letti frequentati, le conoscenze salottiere.
Io non so odiare, e talvolta la cosa mi secca. Ma in questo caso l’odio e la disperazione sono inevitabili, mi disumanizzano, mi fanno venir voglia di bruciare intere biblioteche, dove la sciocchezza e la vanità umane, rilegate e con sovraccoperta a colori, inflazionano la già stenta e rugosa «civiltà delle lettere». Mi curo e risano leggendo tre righe di Leopardi, un passo desolato di Landolfi, e in questo preciso momento una lettera di Mino Maccari a Italo Cremona (è del ’62) ove invita l’amico a portare un po’ di smog da Torino tra le arie troppo salubri del Cinquale d’allora.

E vorrei ricordare mio padre, vecchio militare. Tutti coloro che scrivono o pretendono scrivere o infliggono al prossimo le loro scritture evocano il padre. È paracarro inevitabile. Ma io lo faccio solo per recuperare un minimo di fiato. Dunque: mio padre, fino alla morte, faceva le tre o le quattro di notte avendo sul tavolo una serie di dizionari: dal Petrocchi al Panzini, dallo Zingarelli al Tommaseo. Controllava ogni parola passando di testo in testo, annotando col lapis lungo i bordi bianchi, con la pazienza e l’accanimento di chi conobbe le guerre di trincea. Questo esercizio, assurdo, ossessivo, mistico, da Bouvard e Pecuchet, è forse l’unica medicina contro lo scrivere banale.

«In finis» non dimentico un episodio che riguarda il mai Nobel classico, ovverosia Jorge Luis Borges. È uno dei rarissimi episodi inediti, dato che Borges cieco vive di interviste e racconta tutto a tutti. Alla buon’ora: fu avvicinato, il grande Borges, qualche tempo fa e, con un’infinità di cautele dovute a un cieco, gli fu chiesto: sarebbe di suo gradimento il dono d’una copia della grande Enciclopedia Garzanti? Borges annuì col suo sorriso dolce e sfatto, rispose: la palpeggerei con infinito godimento. Per chi sa, è una suprema lezione di scrittura. Per chi non sa, valga pure come storiella.

Ai tanti, ai troppi che scrivono, che sono disposti alla rovina pur di pubblicare, nulla si può consigliare. Nessuno gli leverà mai dal cranio la necessità e l’urgenza e il supremo grado storico del loro scritto. Anche questo pezzullo mi procurerà nuove missive che iniziando con un «Ill.mo» sosterranno: lei ha perfettamente ragione, finalmente qualcuno che ha il coraggio di dire la verità, però, come potrà vedere dall’allegato manoscritto, io sono della sua stessa specie e merito dunque una porzione dell’Olimpo letterario.

Come fargli capire che non c’è Olimpo, ma solo inferni, che lo scrivere non è diritto ma condanna?

Giovanni Arpino

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7 commenti

Archiviato in Fenomeni editoriali

7 risposte a “Cose d’oggi

  1. Michele Scarparo

    Dice, proprio oggi, Cognetti di Mario Rigoni Stern:
    «[La casa, ndr] la progettò lui stesso, con la camera da letto a est e la cucina a ovest, “così la mattina c’era luce in camera, la sera in cucina”, lontano dal paese dove si chiedevano perché il loro ex alpino, impiegato del catasto, scrittore ormai famoso, se ne andasse a vivere in mezzo ai boschi. Non era l’unica cosa che non capivano di Mario.»

    Il post è qui:
    http://paolocognetti.blogspot.it/2017/03/in-altipiano.html

  2. Ma la scrittura è cattiva
    è una fossa di serpenti
    e per uno che ci arriva
    quanti sono i fallimenti
    mi diceva quella gente
    che s’intende di pubblicazioni
    hai la scrittura da perdente
    mi dispiace non funzioni
    niente lustrini ………

    Il ritornello non lo metto, ma questo era un altro che nel suo settore dicevano incapace. E poi ha venduto milioni di dischi.

    • Masini. E’ una condanna, concordo.

    • Quando qualcuno fa notare che purtroppo tutti si credono scrittori alla Proust, qualcun altro obietta che qualcuno però ce la fa a diventarlo per davvero. Come avviene anche per la musica, come dice Masini (avrei lasciato la citazione così com’è, perché cambiarla?). Di Masini ce ne sono un certo numero in giro, ma non certo tutti quelli che cantano sono o saranno dei Masini. Cioè, devi avere almeno le stesse qualità musicali di Masini per dirti cantante. Ci si può poi consolare, quando ti dicono che non vai bene musicalmente, pensando a Vaffanculo di Masini. Ma non l’ha scritta chi lo pensa, l’ha scritta Masini. Di solito questo è un particolare del tutto trascurabile a detta di quelli che non sfondano come cantanti.

      • Quis custodiet ipsos custodes?
        A Masini erano contestate proprio le qualità musicali, uno che “urla” invece di cantare, uno che soffre invece di divertire. Chi le contestava? Una certa critica, quelli che i cd li ricevono gratis per valutarli e recensirli, non i fans che se li pagano a prezzo pieno per gustarseli. Se non vi piace Masini, pensate a Mia Martini.
        Con questo non difendo né tutti quelli che vogliono per forza pubblicare ed essere letti (che scrivere non glielo vieta nessuno, la differenza è chi ti legge e dove vuoi arrivare) né quelli che parlano di inferno, luogo democraticamente facile da raggiungere, ma lo descrivono proprio con l’esclusività di un Olimpo.
        Un po’ come quello che dice che i soldi non fanno la felicità, perchè ci sono troppe preoccupazioni a gestire miliardi.

  3. Grilloz

    Ma chi lo dice che la puttana d’alto o basso bordo non sia, invece, proprio lei, nata per scrivere?

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