Billy Budd, l’impiccagione

Siamo giunti quasi in fondo al nostro lungo viaggio in Billy Budd. Dopo l’omicidio, il processo sommario e la sentenza di morte, non resta ora che eseguire la condanna per impiccagione sul ponte della Bellipotent.
Le ultime parole di Billy Budd in punto di morte sono di ammirazione per il capitano Vere, l’uomo che ne ha decretato la condanna: «Dio benedica il capitano Vere!». E a rispondergli, come in un coro greco, è l’intero equipaggio, ripetendole con una sola voce. Poi il segnale muto di eseguire la sentenza. Un attimo dopo Billy Budd, l’avvenente marinaio, pende immobile dal pennone senza neppure un involontario spasmo del corpo, mentre un’alba rosa sorge sul mare.

Qui ha termine la vita di Billy Budd, marinaio. E lo stacco è brusco e crudele perché nel capitolo che segue, siamo al 26, pochi giorni dopo l’impiccagione il commissario di bordo e il medico discutono a mensa filosofeggiando su questi spasmi involontari che non si sono manifestati in modo evidente durante l’impiccagione. Parlano di Billy come se guardassero un oggetto da esaminare chirurgicamente e senza trasporto emotivo. Questo spostare l’attenzione per un uomo da un piano quasi allegorico e spirituale a un altro ferocemente materiale forse è la violenza peggiore che il narratore poteva compiere su Billy.

A onor del vero il chirurgo, quando la discussione diventa troppo astratta e disumana si inventa una scusa per interrompere il dialogo che ucciderebbe una seconda volta in pochi giorni non solo il corpo ma anche l’anima dello sfortunato protagonista. Mi ricorda certe interminabili discussioni di convenienza politica sul tema dell’immigrazione negli studi televisivi, con alle spalle la gigantografia del bambino morto annegato su una spiaggia del Mediterraneo. Dove in pochi attimi si passa dalla commozione umana al cinismo della ragion politica.

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10 commenti

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10 risposte a “Billy Budd, l’impiccagione

  1. iara R.M.

    Non aggiungo altro. Condivido quello che hai scritto. A ogni modo, lo vedo accadere nel reale con una brutalità che non trova la consolazione della finzione o di un’illusione simile. Qualunque tragedia dopo un po’, diventa solo qualcosa di cui discutere, con distaccata razionalità. Del resto, non ci si può mica commuovere per ogni ingiustizia o morto ammazzato? Nelle pagine che seguiranno Melville ucciderà ulteriormente la memoria di Billy , almeno così mi è sembrato.

  2. Tiziana

    Io invece penso l’opposto, che di Billy ne rimarrà il ricordo sulla nave. La fine del romanzo ne è una prova. Ora è presto per dirlo.
    Invece, nel nostro quotidiano, non ci si può commuovere per tutto, ma per molto sì. Almeno in alcuni casi è difficile dimenticare, rimanere indifferenti. Col tempo parecchie storie cadranno nel dimenticatoio, ma basterà parlarne, un accenno di qualcun altro per farlo ricordare. Così nel racconto di Billy Budd. È accaduto il peggio, sulla nave si ritorna al proprio ruolo, non c’è tempo per soffermarsi su quella disgrazia. Ma poi arriva un cenno su quel ragazzo e torna alla mente.
    Nella vita è così. Ti succede un fatto, anche brutto, il tempo affievolisce il dolore, ci si scosta poiché siamo pregni di impegni, ma il ricordo arriva quando meno te l’aspetti.
    Vivere non è dimenticarsi, ma andare avanti, come per la ciurma una volta che è morto Billy. La vita è questo.

    • Questo commento, giustissimo, è molto personale. Racconta di te, di noi, di tutti. E il tutto nasce in fondo da uno spunto irreale, scritto più di centocinquanta anni fa. Questa è la forza dei classici, ecco un motivo vero per leggerli.

  3. Tiziana

    Quando finirai il romanzo, Helgaldo ti dovrai ascoltare una canzone su Billy Budd. Poi capirai il perché proprio una ballata. È presto, resta ancora qualche capitolo. Dai che manca poco. 😉

  4. La scena dell’impiccagione per me è il fulcro dell’allegoria: Billy Budd viene “sacrificato” sull’altare dell’ordine interno della marina britannica e la sua morte avviene senza un’ombra di sofferenza e con la luce del sole che lo investe mentre raggiunge la parte alta del pennone. Per me è un’immagine di martirio, un po’ come quei santi di cui nelle agiografie medioevali si legge che subirono ogni sorta di tortura eppure sembravano non provare dolore. Billy Budd viene “santificato” da Melville come colui che si sottopone docilmente al martirio. E lo stesso che lo ha fortemente voluto in un certo senso sembra riconoscere questa angelica santità di Billy che tuttavia “deve” essere martirizzato per salvare la sua nave e forse l’intera marina, così come Gesù “doveva” per forza essere martirizzato per salvare gli uomini.
    Le grette osservazioni degli ufficiali denotano l’incapacità di saper vedere al di là dei meri aspetti materiali, così come nelle ultime due pagine vi sarà (SPOILER) la sua demonizzazione in nome della propaganda e la sua “beatificazione” da parte dei marinai.

    • Nessuno spoiler, tanto qui leggiamo solo noi questi commenti. Certo, il sacrificio di Billy ha qualcosa di santo. Resta però, a mitigarne l’innocenza, o a giustificarne la condanna, l’omicidio commesso. Sembra quasi che il narratore – non dico Melville, proprio il narratore – voglia inseguire una santità laica. Potrebbe essere anche questa una chiave di lettura? Ma non una chiave di lettura da critico, ma da semplice lettore quale sono, quali siamo.

      • É certamente una chiave di lettura possibile. Però è da tenere presente che Melville era un uomo religioso, non un fanatico, forse a tratti un po’ eretico, ma profondamente religioso (per dire: negli ultimi anni di vita scrisse un lunghissimo poema basato su un pellegrinaggio a Gerusalemme e la ricerca della vera fede).

      • Tiziana

        Grazie della nota. Non conoscevo la parte religiosa di Melville.

  5. iara R.M.

    Io l’ho detestata la ballata.

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