Dialoghi in similpelle

Non sono più tanto sicuro che un dialogo, per funzionare, debba essere realistico e verosimile. Leggendo in questi giorni i dialoghi presenti nella Leggenda del santo bevitore, un racconto di Joseph Roth, li ho trovati inusuali, stranianti. Personalmente li avrei scritti con un occhio molto attento alla realtà e alle consuetudini, ricalcando le parole che ogni giorno comunichiamo ai nostri simili. Risultato: non ne sarei più uscito dal racconto, mi sarei arenato in una storia che invece in poche pagine descrive una marea di eventi.
Quando invece facciamo parlare i personaggi normalmente, registrando la realtà per non perdere l’aderenza con il quotidiano, otteniamo solo fiumi di parole, ma non produciamo letteratura. Capite cosa intendo?

Non me ne voglia la vittima del dialogo che segue, il primo che mi è capitato a tiro nella cerchia di blogger amici, per farvi capire meglio il mio sconcerto. Dialogo, questo, non di valore letterario, anche se espresso in un contesto fantasioso ma non romanzato, un semplice esercizio di scrittura.

L’ultimo intervento era finito e, con esso, la giornata.
«E con questo fanno cento interventi. Sono sufficienti per convincerti?» disse il dentista sistemando gli attrezzi. La donna rimase impassibile, come assorta nei suoi pensieri. Poi si sfilò il camice e lo appese. Ricercatrice di scienze noetiche, anche quel giorno – l’ennesimo – si era spacciata per assistente alla poltrona con il chiaro scopo di vedere da vicino gli effetti della psicolamicina. Il dentista intuì le sue perplessità, non senza un certo disappunto.
«Diciamo che da un punto di vista puramente statistico, cento casi sono pochi per le mie ricerche» disse la donna.
«Lo so bene. Sono pochi per un qualsiasi test clinico. Ma hai appena ottenuto un riscontro del cento per cento. Ricordo bene? Abbiamo usato la psicolamicina come anestetico su cento pazienti.» disse il dentista. «Cento» ripeté con enfasi. «Il tuo aggeggio qui» proseguì indicando un’anonima scatoletta piatta appesa alla parete «non ha rilevato nessuna attività cerebrale anomala. Per inciso: niente sogni, niente incubi durante le sedute.»
«E niente onde theta potenziate» puntualizzò la donna.

Ora vi è più chiaro il mio dubbio? Intendo che poi, anche quando diciamo di scrivere letteratura, proponiamo ai nostri lettori dialoghi come quello che avete appena letto, esattamente le parole e il tono che due ricercatori veri userebbero tra loro. E anch’io lo scriverei così. Ma è davvero così che si devono scrivere i dialoghi in letteratura?

Annunci

40 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

40 risposte a “Dialoghi in similpelle

  1. Tiziana

    Mi interessa molto l’argomento. Sto lavorando da un po’ di tempo sui dialoghi. Certe volte mi riescono, altre meno.
    Scrivo talmente tanto che ora non ti saprei dare un esempio di un mio dialogo convincente o almeno non così terribile.
    Tocchi un tasto dolente. Non sono mica facili i dialoghi; renderli veritieri è un continuo esercitarsi.

    • Ma è proprio questo il punto, Tiziana: davvero devono essere veritieri?

      • Tiziana

        Lo chiedi a me? Io sono la meno preparata di tutti. Non saprei.
        Vediamo cosa dicono gli altri. Sono un po’ più navigati di me.

      • Tiziana

        Devono essere coerenti e veritieri, sì, secondo me. Poi se vogliamo dare qualcosa da decifrare o di misterioso o per incuriosire su cosa poi i due si diranno, possiamo giocarci un po’, anche con risposte meno prevedibili.
        Dimmi di questo. Scritto così, tanto per…
        Esempi, con gli esempi si capisce. E con la volontà di mettersi in gioco. Solo così s’impara. Troppa sicurezza della propria bravura non porta a nulla. A volte dei dubbi sono leciti.

        “Hai per caso una sigaretta? ”
        ” Lo vedi? Il pollice e l’indice si sono ingialliti. L’ultima volta che fumai fu sei mesi fa.”
        “Scusa, ti ho visto con l’accendino in mano e credevo che fumassi.”
        L’anziano si prese un pacchetto dalla tasca interna del giubbotto. Mi offrì una sigaretta.
        “Non avevi smesso?”
        “La tabaccaia mi prepara sempre due pacchetti, come sempre. Io vado in negozio per le liquirizie e mi pare brutto dirle che ho smesso.”

        Opinioni?
        Scritto ora. Di getto.

      • Mi piace, non lo trovo scontato. C’è sorpresa, il comportamento è in apparente contrasto con le parole. Il dialogo è dinamico. Per me questo è un buon esempio di dialogo riuscito.

      • Tiziana

        Me lo segno. Non ci credo mica. Oggi poi non riesco a scrivere due parole di fila in nessuno scritto. Perché? Perché il dubbio ti viene. Non solo a me che non sono nessuno, ma capita a tutti. Me lo segno perché dopo tanta fatica e tante cose scritte, alla duecentesima volta, una ti viene bene.
        Sto passando giornate che mi sto mettendo alla prova, non solo con la teoria. Ho mille dubbi, paure. Ora capisco che c’è chi scrive per lavoro o per diletto da una vita e ci è abituato, ma è umano dubitare di sé stessi anche se quel lavoro è meccanico, fatto in anni. Figuriamoci per chi va a piccoli passi.

  2. Tiziana

    E poi io non so giudicarmi. Quello che credo possa essere un dialogo riuscito per me o abbastanza buono, per chi legge potrebbe non esserlo. Per questo tendo a far leggere agli altri, così è subito tastabile il gradimento o meno.
    In questo può venirmi incontro Grilloz. Non so quale può essere un dialogo passabile dei miei , non dico buono, sarebbe troppo. Sperando che non sia rimasto scioccato dai miei racconti, ma ci è abituato. Siam ragazzi (magari), stiamo imparando. E sbagliando…

  3. La risposta, come sempre è: dipende. I dialoghi *devono* essere realistici e verosimili? No. Perché dovrebbero? Per dirne una: “Aspettando Godot” è un dialogo realistico o verosimile?
    I dialoghi devono essere coerenti, quello sì: i personaggi devono esserlo mentre dialogano e il dialogo deve (dovrebbe) remare nella direzione imposta dal narratore. Realismo e verosimiglianza devono essere funzionali a questo.
    Altra questione è: il realismo verosimile basta a fare Letteratura?
    Personalmente mi sentirei di dire che è davvero difficile: bisogna essere Andy Warhol per potersi permettere “Empire”.

    • Tiziana

      Aspettando Godot è però un’opera teatrale, non tutti scriviamo per il teatro. È un po’ diverso.
      Lì deve essere recitato quel dialogo.

    • So scrivere un dialogo coerente, forse. Coerente con la filosofia dei personaggi, coerente con la storia, con la direzione imposta dal narratore. Ma questo non vuol dire che sia interessante. In generale, la coerenza porta all’ovvio, e i personaggi dialogano come fossero fantocci delle loro stesse idee. Coerente vuol dire il più delle volte scontato. Il dialogo che ho rubato come esempio non dice solo quello che ci si aspetta che si dica?

      • È davvero tanto obbligatorio che la coerenza porti all’ovvio?

      • Il dialogo che ho incontrato in Roth, tra un signore e un vagabondo, iniziava più o meno così:

        Signore: dove va, fratello?
        Vagabondo: Non sapevo di avere un fratello e non so dove mi porti la strada.

        Ora, questa risposta non mi sarebbe mai venuta in mente, perché non è coerente. Immaginiamo un altro racconto che inizi con una domanda del genere. Chi userebbe una risposta del genere? Risponderei seccato o guardingo o feroce: E a te che te ne frega? Oppure: Non sono tuo fratello, o anche: Che cavolo vuoi da me? A me sembra che queste siano coerenti con la realtà. Ma se è così, allora il dialogo già si blocca e perde di interesse.

      • Perché non è coerente? A me, al limite, pare poco scontato…

      • Poco scontato, inusuale, straniante ho scritto nel post. Hai ragione, è proprio questo il punto. Lo cambierei perché non verosimile. E qui sta il dubbio, cioè il mio errore.

      • Tiziana

        Be’, è inusuale. A una persona che non conosciamo non dai questa confidenza nel dire che non sai dove ti porterà la strada o addirittura che ignori l’esistenza di un fratello.
        Al limite, se non avesse voluto essere scortese direbbe:
        “Non lo so. Il più lontano possibile.”
        Volendo aggiungere ancora:
        “Non lo so. Sicuramente il più lontano possibile. Qui non è il mio posto.”
        Scontato? Però più fattibile, più coerente da dare tra un signore e un vagabondo. Oppure come dice Hell.
        Non sempre a uno sconosciuto si risponde in maniera educata.

  4. Tiziana

    Aspettando Godot
    ATTO PRIMO
    Strada di campagna, con albero. E’ sera.

    Estragone, seduto per terra, sta cercando di togliersi una scarpa. Vi si accanisce con ambo le mani, sbuffando. Si ferma stremato, riprende fiato, ricomincia daccapo.
    Entra Vladimiro.

    ESTRAGONE (dandosi per vinto) Niente da fare.
    VLADIMIRO (avvicinandosi a passettini rigidi e gambe divaricate) Comincio a crederlo anch’io. (Si ferma) Ho resistito a lungo a questo pensiero; mi dicevo: Vladimiro, sii ragionevole, non hai ancora tentato tutto. E riprendevo la lotta. (Prende un’aria assorta, pensando alla lotta. A Estragone) Dunque, sei di nuovo qui, tu?
    ESTRAGONE Credi?
    VLADIMIRO Sono contento di rivederti. Credevo fossi partito per sempre.
    ESTRAGONE Anch’io.
    VLADIMIRO Che si può fare per festeggiare questa riunione? (S’interrompe per riflettere) Alzati che t’abbracci. (Tende la mano a Estragone).
    ESTRAGONE (irritato) Dopo, dopo.

    Silenzio.

    VLADIMIRO (offeso, con freddezza) Si può sapere dove il signore ha passato la notte?
    ESTRAGONE In un fosso.
    VLADIMIRO (sbalordito) Un fosso! E dove?
    ESTRAGONE (senza fare il gesto) Laggiú.
    VLADIMIRO E non ti hanno picchiato?
    ESTRAGONE Sí… Ma non tanto.
    VLADIMIRO Sempre gli stessi?
    ESTRAGONE Gli stessi? Non so.

    Silenzio.

    VLADIMIRO Quando ci penso… mi domando… come sa-resti finito… senza di me… in tutto questo tempo… (Recisamente) Non saresti altro che un mucchietto d’ossa, oggi come oggi; ci scommetterei.
    ESTRAGONE (punto sul vivo) E con questo?
    VLADIMIRO (stancamente) E troppo per un uomo solo. (Pausa. Vivacemente) D’altra parte, a che serve scoraggiarsi adesso, dico io. Bisognava pensarci secoli fa, verso il 1900.
    ESTRAGONE Piantala. Aiutami a togliere questa schifezza.
    VLADIMIRO Tenendoci per mano, saremmo stati tra i primi a buttarci giú dalla Torre Eiffel. Eravamo in gamba, allora. Adesso è troppo tardi. Non ci lascerebbero nemmeno salire. (Estragone si accanisce sulla scarpa). Ma cosa fai?
    ESTRAGONE Mi tolgo le scarpe. Non t’è mai capitato, a te?
    VLADIMIRO Quante volte t’ho detto che bisogna levarsele tutti i giorni! Dovresti darmi retta.
    ESTRAGONE (debolmente) Aiutami!
    VLADIMIRO Hai male?
    ESTRAGONE Male! E viene a chiedermi se ho male!
    VLADIMIRO (arrabbiandosi) Sei sempre solo tu a soffrire!
    Io non conto niente. Ma vorrei vederti, al mio posto!
    Sapresti cosa vuoi dire.
    ESTRAGONE Hai avuto male?
    VLADIMIRO Se ho avuto male! Mi viene a chiedere se ho avuto male!
    ESTRAGONE (con l’indice puntato) Non è una buona ragione per non abbottonarsi.
    VLADIMIRO (chinandosi) Già, è vero. (Si riabbottona) Il vero signore si vede dalle piccole cose.
    ESTRAGONE Che vuoi che ti dica, tu aspetti sempre l’ultimo momento.
    VLADIMIRO (meditabondo) L’ultimo momento… (Riflettendo) Campa cavallo mio che l’erba cresce. Chi è piú che lo diceva?
    ESTRAGONE Allora non vuoi aiutarmi?
    ………

  5. Tiziana

    Credo che ci sia differenza. Un testo teatrale è dato da un dialogo in cui scrivendo trasporti letteralmente il parlato.
    Forse sto dicendo baggianate, ma la vedo così.
    Gli altri che mi citi, non li ho letti.

  6. Tiziana

    Secondo me un dialogo deve mandare avanti la storia, quindi essere evolutivo.
    Se dici:
    “Ciao.”
    “Ciao.
    “Ci vediamo alle sette.”
    “Sì, certo.”
    “Non tardare, mi raccomando.”
    “No, stai tranquillo.”

    Non aggiunge niente, è noioso, la storia non prosegue e obiettivamente non è così verosimile a meno che non facciamo parlare due robot.
    Inoltre un dialogo deve far capire un po’ del personaggio.
    Smorzando un po’ il discorso, ho fatto dialogare una signora che fa ginnastica che parla con la donna che insegna i passi. Per poco, ma si può fare.
    Tornando seria, sono un po’ confusa. Io concepisco un dialogo come verosimile ma non ovvio.

  7. Tiziana

    …che parla con la donna che insegna i passi attraverso la televisione… *
    (avevo omesso un pezzo).
    😁

  8. Prendo un altro dialogo su cui si è già discusso da Michele Scarparo:

    La campanella suonò che Cristian era ancora nell’atrio; ormai era inutile correre, il danno era fatto e tanto valeva prendersela comoda: avrebbe cominciato l’anno con un ritardo. Tanto non sarebbe stato l’unico. La porta della quinta B era chiusa; dall’interno nessun rumore. Quando la aprì, tutti si voltarono tranne il professor Iovine.
    « Leone. Subito fuori. Entrerai la prossima ora, se il docente vorrà. »
    Christian richiuse la porta, biascicando una bestemmia: nonostante le ferie estive quello non poteva essersi ammorbidito, perché quando uno è stronzo tale rimane. Come i tondi e i quadrati che, dall’alto della sua filosofia, quel figlio di buona donna usava spesso per ricordargli che non avrebbe mai potuto combinare niente nella vita.
    Al termine della prima ora si intrufolò dentro al seguito della professoressa di lettere; lei almeno lo guardò negli occhi, prima di aprire il registro.
    «Leone, iniziamo bene l’anno da quanto vedo.»
    Christian chinò la testa e si andò a sedere di fianco a Marco, al suo posto, senza risponderle. La mattinata passò inutile come solo un giorno di scuola sa essere; all’intervallo, mentre tutti si scambiavano avventure e aneddoti sull’estate appena trascorsa, Christian rimase quieto al posto, sbocconcellando una pizzetta e fissando imbambolato gli alberi dondolare al vento e al sole, fuori. Fu Marco a venire da lui. Ma lui non aveva voglia di fare conversazione né di qualsiasi altra cosa: tutto era solo una gran rottura. Non ne aveva proprio per nessuno.
    «Chri! Perché te ne stai sulle tue?»
    «E i cazzi tuoi? Mai?»

    Anche qui tutto è basato sulla coerenza. Viene descritta la realtà, il dialogo è verosimile. I personaggi, dal professore agli studenti parlano esattamente come se fossero veri. Questo è apprezzato, di solito, nei nostri blog. C’è anche chi plagia i consigli sulla verosimiglianza sul proprio blog… 😀

    Ma è letteratura, questa. Cioè, quando si fa letteratura ci si deve muovere così?

    • No, questa non è letteratura. Volendo essere fiscali non è neppure un dialogo.
      Se fosse facile stabilire cosa sia quel quid che rende lo scambio di qualche battuta un Dialogo, avremmo un Nobel in tasca. Però si riconosce. A naso, ma si riconosce. E no: qui non c’è.
      Un giorno, girando per blog, leggo un dialogo. Quattro battute, mica tanta roba. Ma fulminanti. “Maremmacane”, mi sono detto, “chi è questo blogger, che scrive così?”
      E niente: era uno che cominciava un post con un pezzo de “Il giovane Holden”.

      • Per curiosità ho però anche letto i dialoghi che hanno sviluppato gli altri blogger rielaborando il tuo. Sono tutti caratterizzati dalla risposta più ovvia, come se da questo dipendesse il fine e la correttezza del dialogo in sé, trovare la battuta che logicamente si attacca a quella precedente, dando realtà al dialogo. Mi pare che ci si prefigga solo questo fine, quello di essere credibili.

  9. Luz

    Secondo me si stanno mettendo sullo stesso piano due tipi di scrittura essenzialmente differenti fra loro. Scrivo, voglio “fare letteratura”, ma nel farlo mi scelgo un genere nel quale mi sento a mio agio, che sia la mia “comfort zone”. Se miro a costruire un romanzo realistico, per intenderci ciò che più di un secolo fa sarebbe stato definito “verista”, me ne vado a raccontare una banlieue parigina, gente vera, sporca e cattiva se è utile alla trama, comunque autentica, verosimile. Va da sé che i dialoghi saranno ridotti al minimo, scarni, una fotografia della realtà.
    Se intendo costruire un racconto poetico, scelgo un altro registro, che sicuramente suonerà come straniante e poco realistico, ma è una scelta di genere e “sto facendo ugualmente letteratura”.

    • Cara Luz, non sono d’accordo. Giusto considerare il contesto, però un dialogo indipendentemente dal genere dev’essere godibile, epico, lasciare il segno. Un dialogo tra due parlanti non è interessante, se però scelgo il dialogo per una pagina scritta dev’essere qualcosa di più che autentico e verosimile, dev’essere illuminante della realtà, non descrittivo della stessa. Per questo sono in crisi, perché trovo e so scrivere solo dialoghi buoni a riempire la pagina di virgolette, ma senza anima.

      • Luz

        Guarda, io scrivo drammaturgia (mi scrivo da me i testi da rappresentare) e scrivo narrativa. Sono due mondi distanti, differenti al massimo. Una “palestra” innegabilmente utile per capire, e quello che ho capito, dopo anni di esperienza, è che il discorso diretto deve poter essere semplicemente parte della realtà rappresentata. E lasciando il segno, riservandosi di essere epico, come dici tu.
        Sei assolutamente certo che i tuoi dialoghi risultino così vuoti d’anima? Se ti va, passamene qualcuno.

      • Sono certo che di puntare alla battuta più ovvia, e quindi prevedibile, telefonata. Almeno, in questo istante la vedo così.

  10. Beh, diciamo che in effetti non è possibile riprodurre su carta il vero modo in cui parliamo. Pause continue, i vari eeh ahh, errori e ripartenze… insomma, il tutto sarebbe praticamente illeggibile. Quasi come farne un esercizio di stile, però inutile, perché vano.

    • Sono d’accordo con quello che dici. Il dialogo scritto imita, ricorda il parlato, ma ne è completamente estraneo. Resta però il fatto che riprodurre un parlato non dà valore letterario alla pagina, anche se ci si riuscisse perfettamente la lettura sarebbe di una noia mortale. Tutte le volte che ci annoiamo a leggere un dialogo magari dipende proprio dal fatto che l’autore riproduce le parole inutili di quando si parla, frasi che dicono poco o nulla, che non sono significative.

      • Tiziana

        Sono d’accordo con Marco.
        Comunque a me sono nati più dubbi che certezze. In particolare mi preoccupa chi non ha mai dubbi, anche se per mestiere scrive, sul serio.
        O chi si mette in cattedra senza confrontarsi con gli altri. O per elencare il proprio curriculum per dire quanto si è bravi. Non ce n’è bisogno. Siamo qui per aiutarci, non per sminuire gli altri.
        Non ci sono maestri e allievi, almeno non qui. Poi in classe o in altri luoghi insegnate ciò che volete.

  11. Il tuo dubbio è giusto, credo però che non sia la coerenza del dialogo per come la intendi tu, legata all’ovvietà, a renderlo noioso, dunque più o meno letterario. Il dialogo può essere ovvio, ma per funzionare deve essere credibile e credibile per me significa fare dire ai personaggi cose che risultino funzionali alla storia e interessanti. Poi che si dicano cose inutili è un’altra faccenda: entriamo nell’ambito del contenuto. Ecco, per me è proprio il contenuto che fa la differenza: cosa facciamo dire a chi dice qualcosa.
    A prescindere dalla coerenza/credibilità/ovvietà dello scambio di battute, se esso è futile e non porta da nessuna parte, hai voglia di cercare la formula più giusta.

    Tu hai citato l’esempio di Roth, ma posso dire in tutta sincerità? La sua battuta ti ha colpito e in effetti è stravagante, ma che tipo di storia sta raccontando l’autore? Che tipo di personaggio vuole mostrare? Se io avessi letto, al posto di questa, la tua risposta a quella domanda, non mi sarei detta: che noia questo dialogo! Avrei cercato il famoso “vediamo dove va a parare.”
    Secondo me è tutto relativo al modo in cui vogliamo che una storia ci sorprenda, a come ci rapportiamo alle letture che facciamo, a cosa ci aspettiamo di trovare in un personaggio.

    • Giusto, vogliamo che una storia ci sorprenda. Ci sorprende il dialogo tra due ragionieri che parlano di lavoro, di partita doppia? La sorpresa, e quindi l’invito a proseguire nella lettura, è se parlano di sesso o di un omicidio commesso o del prezzo della droga che è troppo alto. Invece trovo nei romanzi ragionieri che parlando di ragioneria e mafiosi che parlano di omicidio. Quando il mafioso parla di letteratura, ecco che tutti se ne interessano. E il personaggio diventa interessante. Se poi parla di letteratura e intanto commissiona un omicidio, allora l’interesse è doppio. Sento però già le voci di quelli (io stesso) che dicono che un mafioso che parla di letteratura non è credibile.

  12. Non so dove tu abbia preso quel dialogo ma, dal basso della mia esperienza di lettore, non mi sembra proprio un esempio di “letteratura”… Direi piuttosto narrativa, narrativa d’intrattenimento (cioè, sempre detto dal basso della mia esperienza, roba molto più bassa, più a buon mercato, forse più sciatta).

    😀

    Per il resto non saprei che dire. Ma cosa vuol dire esattamente “fare letteratura”? Mettiamolo nero su bianco. Ho come l’impressione che ne uscirebbero cinquanta sfumature di grigio… 🙂

    • Mi porto avanti citando Wikipedia… 😛

      “Tale definizione non è affatto scontata e va precisata sotto diversi aspetti. Da un lato, le definizioni che sono state date del termine, sensibili a diverse ideologie, visioni del mondo, sensibilità politiche o filosofiche, sono diverse tra loro e spesso assolutamente inconciliabili.”

    • Ho scritto chiaramente nel post che quel dialogo non è letteratura, e neanche narrativa di intrattenimento. È solo un esercizio di scrittura. Però è credibile e verosimile. Ed è questo il punto. Che poi trovo i dialoghi sia nella letteratura sia nella prosa di intrattenimento dominati da questo criterio, la verosimiglianza. Basta questo a un dialogo per dirsi efficace?

  13. Tiziana

    Credo di essere l’unica tra i commentatori a non aver scritto nulla di sostanzioso come può essere un libro. Presumo quindi che nel proprio romanzo ci siano i dialoghi. Qual è stato il vostro modo di scriverli? Avete riflettuto se potevano essere coerenti con la storia o neppure ci avete pensato? Scelta consapevole o istinto di far parlare due o più persone come un dialogo verosimile?
    Io trovo che non sia così semplice e scontato scrivere dei dialoghi.
    O sennò sono io la folle che mi danno l’anima scrivendo, esercitandomi…

  14. Direi “dipende dal libro”. Indovina un po’, anche il gruppo di lettura legge Roth a questo giro, La cripta dei cappuccini. Dialoghi scarsi di numero, ma abbastanza standard (per il momento, non sono ancora a metà), consoni ai personaggi. Non ho letto La leggenda del santo bevitore, anche se ce l’ho in casa, ma mi viene da pensare che Roth modifichi il suo stile a seconda degli intenti narrativi, come del resto è giusto che sia.

  15. Pingback: Piccoli esercizi di scrittura – Ricette per una storia #3 – Scrivere per caso

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...