Loro e noi

Un’espressione molto usata dai blogger di scrittura – «zona comfort» – risuona nei blog da non troppo tempo, ma ha avuto notevole fortuna. Non so chi per primo l’abbia usata per delimitare il confine, il recinto, il rifugio all’interno del quale ognuno di noi si sente protetto nella scrittura. Forse c’è stata una convergenza di pensiero da più punti della rete che l’ha resa popolare a partire da una certa data. Abbandonare questa «zona comfort», avventurarsi in nuove esperienze, diventa per molti un fatto positivo per non incancrenirsi in facili formule di scrittura ripetitive e sempre meno espressive. La «zona comfort» di cui si parla è perciò legata inequivocabilmente alla scrittura. Bene.

C’è però una zona comfort, più estesa, di cui pochi parlano: è il blog stesso, quel contenitore dove ognuno di noi pubblica racconti, informazioni, riflessioni sulla scrittura, l’editoria, la vita. Dove si propongono meme, scritture collettive, dove ci si commenta a vicenda. Dove ci si fa anche i complimenti a vicenda, inchinandosi più degli altri finché il mento non tocca il pavimento, vada per la rima.

C’è una blogger però, non dico che sia l’unica, nessuno si offenda, che l’altro giorno ha pubblicato un post-verità, almeno secondo il mio criterio di verità. È Sandra Faè, e nel suo blog I libri di Sandra, confessa – ma sarebbe meglio dire informa – di aver iniziato a frequentare le presentazioni stampa, insomma le occasioni dove quelli che stanno nell’editoria ufficiale (autori, editor, librai, addetti alla comunicazione) si incontrano per dibattere, parlare o semplicemente firmare le copie del libro. Mi sembra di capire che lì i discorsi, le riflessioni, gli incontri interpersonali hanno un altro tono rispetto alla comunità blog. Ed è lì che può scattare la scintilla per un aspirante scrittore, anche se ha alle spalle già parecchi libri pubblicati, ma che in pochi conoscono.
Finché non sei in quel gruppo, a contatto con quella realtà – Sandra la definisce loro contrapposti a noi – è come trovarsi a cantare in una sagra di paese che non è il festival di Sanremo. Nulla contro le sagre e a favore del più importante incontro-scontro discografico nostrano, qualcuno dirà che anche nella sagra può cantare una voce splendida, mentre al festival ufficiale della canzone italiana ci vanno cani e porci. Resta però il fatto che il mercato discografico italiano non gira intorno alle sagre ma alle manifestazioni ufficiali. Intendiamoci: ai saloni del libro c’è chi vi partecipa da operatore del settore, scrittore e no, e tutti gli altri da semplici lettori di libri. I primi sono loro, gli altri siamo noi.
Il problema di Sandra, e di tutti quelli che fanno come lei – e ce ne sono – è che potrebbe essere respinta da questo mondo, e respinta per motivi che non hanno nulla a che fare con la sua bravura come scrittrice. Uscendo dalla zona comfort dei blog dove siamo tutti amici (io ne ho pochi perché sono poco accomodante, ma meno siamo meglio stiamo), potremmo rischiare di trovarci soli, con loro poco disposti ad ascoltarci, a perdere tempo per noi. Ma chi viaggia incontra brutto tempo, si sa. Più sicuro quindi starsene a casa, protetti e con tutti i comfort a disposizione.

Tanto per spiegare meglio il concetto porto due esempi, uno letterario e l’altro personale. Terminato Billy Budd, affronto La coscienza di Zeno. Libro che non ebbe molta fortuna inizialmente, ma James Joyce dice «mi sarà sempre grato il pensare che il caso m’ha concesso l’occasione di avere avuto parte, per quanto minima, alla accoglienza che un pubblico suo e internazionale ha fatto a Svevo negli ultimi anni di vita. A me rimane la memoria d’una persona cara e un’ammirazione di lunga data che con gli anni anziché affievolirsi, matura». Poteva andare in tanti modi per Svevo, ma un fatto è certo: Joyce, uno dei maggiori scrittori del Novecento lo stimava. Ed è questo il riconoscimento più prezioso, anche se La coscienza di Zeno e il suo autore fossero rimasti sconosciuti. Joyce però sapeva e apprezzava, e questo per la consapevolezza di Svevo come scrittore è stato importante. Perché se almeno uno di loro non ti riconosce dei loro, è tutto un’illusione.

Al tempo del liceo, ora il mio caso personale, avevo un amico «genio» in matematica. Dialogava con il professore con parole oscure al resto della classe, e finì ovviamente alla facoltà di matematica. Poi non solo si laureò con il massimo dei voti e nei tempi stabiliti, ma partì per l’estero dove ebbe una cattedra universitaria di matematica teorica. Ma non volle restare in zona comfort, ammesso che questa carriera possa definirsi confortevole e banale. Decise di andare in un gruppo di lavoro in Australia dove le migliori menti matematiche erano riunite in quel momento. Nella zona comfort sei bravissimo, un genio ti definiscono gli altri che geni non sono. Messo però tra altri geni diventi uno dei tanti, magari quello meno geniale del gruppo, ma è lì che devi comunque stare, se davvero quello è il mondo in cui vuoi muoverti e comunicare.

Finché staremo sempre qui, bene tra noi, ci troveremo sempre in zona comfort. E non saremo mai scrittori.

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15 commenti

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15 risposte a “Loro e noi

  1. Non so se era un caso, ma la “comfort-zone” l’ho citata nel mio articolo di Obiettivi contro Sistemi. E infatti Sandra sta cambiando sistema, sta abbandonando l’idea di un unico obiettivo (pubblicare UN libro con un Big) a fronte di un sistema che la porti a valutare contemporaneamente più occasioni (questi eventi, ma anche i libri illustrati, un’altra pubblicazione con GoWare in arrivo, un altro manoscritto in revisione). Più obiettivi, un sistema.

    • Sì, ho un po’ cambiato strategia, ma davvero sto raschiando il fondo del barile, energia ne sta rimanendo poca, soldi da investire in editing onerosi, o tasse di lettura ad agenti che la chiedono (non dico che non sia legittimo chiederla) FI-NI-TI.

  2. Felice di averti ispirato un post tanto bello e vero, dalla mia zona comfort su cui tu ti affacci sempre con un approccio sincero che mi commuove un po’.

  3. Simona C.

    “Fare o non fare. Non c’è provare.” diceva Yoda, invece c’è anche provare, alzare il tiro per testare le proprie possibilità fuori dalla zona sicura. L’esperienza arricchisce sempre, successo o fallimento che sia. Si chiama “crescere”. Brava, Sandra.

    • Ciao Simona! Ben ritrovata. Gli inviti sono arrivati un po’ per caso da quest’agenzia che col 2017 ha aperto un nuovo studio e offre questo servizio di ufficio stampa/conferenze agli editori. Conoscono il mio blog e m’invitano ogni volta, e da lì ho cominciato a ragionare sulla cosa. Capita anche la persona che se la tira da matti e vorresti dirle “piantala subito!” ma per fortuna gli incontri interessanti e piacevoli prevalgono decisamente.

      • Cos’hanno in generale di diversamente interessante rispetto ai nostri sui blog? Cosa comprendi lì che da noi, invece, appare poco o solo intuitivamente?

  4. Forse, caro Hel, è l’idea potente di una storia originale, che ha convinto subito editori e agenti. Da noi, non che sia sbagliato, si gira molto intorno alla forma, il paratattico, lo stile, tutte cose giustissime, in fondo gil addetti ai lavori cercano sempre “la voce” dell’autore, ma quella voce si traduce più appunto nell’originalità di una trama, un personaggio che s’inserisce di prepotenza nel panorama, alla faccia di tutti i ragionamenti del caso.

    • Bene, questa mi sembra un’indicazione importante e non scontata: un personaggio originale, prepotente nell’imporsi sulla pagina. Insomma, vogliono leggere qualcosa di nuovo a livello di trama e personaggi. Quindi anche tutti i nostri discorsi che dicono che l’originalità consiste nel prendere vecchie storie e riproporle in modi nuovi vale fino a un certo punto. Bisogna sforzarsi di rischiare un’idea potente, non battuta finora. Rafforzare più la storia in sé, il nocciolo duro, che lo stile o il marketing. Mi sembra che dici anche, implicitamente, che loro non amano storie pensate sulla domanda dei lettori. In fondo i personaggi devono sorprendere il lettore, non essere copie di personaggi che già piacciono perché c’è un filone che vende. Magari alcune delle cose che ho detto sono fuori luogo, dimmi tu…

      • No, non sono fuori luogo, ma la storia sorprendente deve comunque, e qui sta il difficile, infilarsi in un segmento che stia tra la sufficiente originalità e i terreni di sicura vendita. Mi è stato chiesto di scrivere una storia alla Ferrante, credo di avervelo già detto e qui tornano i cloni.

  5. Sicuramente quella è la strada, però, ci sono anche dei però. La pupattola grazie al cielo mi ha dato una scusa ragionevole per disertare un po’ il bel mondo del giallo nostrano che per qualche anno ho frequentato. Anche lì tanti complimenti reciproci, tante pacche sulle spalle, tanti mi piace da dire alle persone giuste nella speranza di trovare quella giustissima. E, se posso essere onesta, un generale appiattimento su ciò che piace agli attuali guru di settore, che sono davvero molto bravi, ma possibile che l’unica via percorribile sia scimmiottarli? Quindi non so, non solo per motivi personali sto un po’ rientrando in me stessa, nella mia zona comfort, perché l’alternativa sembra quella di entrare a forza nella zona comfort altrui e io non ne ho tantissima voglia.

    • Be’, anche la considerazione di sostituire la nostra con l’altrui comfort è un’osservazione con cui dover fare i conti. Ma se un vero esperto dà un’indicazione, un giudizio, in qualche modo ti ci devi confrontare. Per esempio, se ti chiede di scrivere una storia alla Ferrante, come dice Sandra, nasce un dilemma di tipo professionale: mi metto a scrivere alla Ferrante, ammesso che ne sia capace, o ignoro i consigli di quelli che orientano l’editoria e vado avanti per la mia strada?

      • Se fosse solo una questione di stile, ok, ma se tu hai delle storie da raccontare, che fai? Cambi i tuoi contenuti per scrivere “alla maniera di…”. Io, almeno per il momento, non ne ho voglia. Un editore, grosso e rispettato, mi ha dato la ricetta perfetta per la pubblicazione e mi ha spiegato con gentilezza perché il mio libro non andava bene, non era questione di stile, di coerenza interna, solo di presunta vendibilità (presunta, perché con i cloni non si sa mai). Si trattava di epurare da tutta una serie di tematiche, togliere o smussare personaggi e rendere il tutto più leggero, senza dimenticare le spalle comiche. Ma a me non interessava, ho iniziato ad annoiarmi già solo mentre me lo raccontava, il romanzo che lui avrebbe pubblicato e che io avrei potuto scriverlo. E avrei potuto scriverlo, ma annoiandomi. E io non ne ho voglia. Anche se inizio a pensare che arriverò per sempre seconda a ogni concorso serio e accumulerò chili di opere nei cassetti.

      • Resta comunque un consiglio editoriale significativo quello che ti hanno dato, che ha una sua ragion d’essere, specie nella letteratura seriale. Chiaramente pone problemi creativi, se non si riesce a incorporare il consiglio nella propria prosa, nel modo in cui ci piace affrontare una storia e i personaggi. Pone un compromesso, a volte da rifiutare, tra quello che amiamo scrivere e quello che chiede il mercato. Probabilmente avrebbe ripetuto lo stesso identico consiglio a un altro scrittore, per farlo salire nel gradimento delle vendite.

  6. Penso che ci potremo confrontare serenamente tra un anno e vedere dove sono arrivata, se sarò arrivata, se non mi sarò stressata prima, quante porte in faccia avrò ricevuto e quante sarò riuscita ad aprire rimanendo me stessa. Ci diamo appuntamento? E’ facile: il primo giorno di primavera del 2018.
    Poi è chiaro che un figlio è un gran diversivo, ma io non ce l’ho…

    • Spero che tu sia arrivata molto in alto. Del resto non conosco abbastanza il contesto delle opere affini alle tue per capire se nel tuo caso il problema si può porre, probabilmente no e questo è già un aiuto. È un fatto, però che molti editori cerchino opere “alla maniera di…” lasciando che siano pochi editori o, per lo più, gli stranieri ad aprire strade nuove. Un ottimo modus operandi può essere quello di iniziare con “alla maniera di…” per acquisire autorevolezza e spazio di manovra per poi proporre qualcosa di più personale. Io non ho né la pazienza né la voglia di muovermi così.” Alla maniera di…” posso al limite scrivere gli apocrifi sherlochiani (possibilmente pure quelli alla mia maniera, però), ma questo, ovviamente, mi lascia meno strade percorribili (in sostanza o volare basso o scrivere qualcosa di abbastanza bello da non poter essere ignorato). Questo non per smorzare il tuo entusiasmo, tutt’altro, anche perché probabilmente il problema per te non si pone neppure, solo per confrontare la mia esperienza.

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