Nient’altro che la verità

Caro aspirante scrittore,

ti ringrazio per l’inedito che mi hai mandato, e per la stima – vedremo se grande o piccola – che riponi nel mio giudizio. Come ho ripetuto in varie occasioni sul blog non sono un editor, non sono un esperto di editoria, non sono niente. A volte, forse, sono un lettore a cui piacerebbe leggere solo storie belle, anzi mi accontenterei di qualche bella pagina qua e là, ma è così raro trovarne.

Tu sai, ne sei consapevole, che mandandomi di tua iniziativa il tuo romanzo, rischi l’affondamento. Ho avuto da dire anche su Melville ultimamente, figurarsi se non avrò da criticare un perfetto, anche se onesto, sconosciuto scrittore. L’onestà però non fa testo, ma solo il testo può essere onesto. E vorrei che il tuo lo fosse. Ma dovrò deluderti. Tu dirai: «Ma come, te l’ho mandato ieri, l’hai già letto tutto?».
No, caro aspirante, ho letto solo l’incipit, la prima frase del tuo romanzo. E già non ci siamo. Almeno, non ci siamo secondo me, ma io non sono un editor. Vediamo se in rete, dove ci sono tanti editor freelance a pagamento o per beneficenza, ce n’è qualcuno che verrà in tuo aiuto.

Dunque l’incipit.
Te ne scrivo uno, perché si vede immediatamente che ti sei ispirato a quello, se non nelle parole almeno nella struttura. Il che non è un male se si verifica una condizione, ma ahimè non si è verificata.

«Tutte le famiglie felici sono simili, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». Chi non lo conosce l’attacco di Anna Karenina, almeno tra quelli che hanno ambizione letteraria? Tu sei tra questi, sicuramente. E io sono contento, perché non riuscirei a leggere un romanzo giallo o di fantascienza o rosa. Non è il mio genere, e non ci perdo tempo. Questo per dire che dovrei apprezzare maggiormente il tuo inedito, proprio perché stai in quel filone in cui mi piace perdermi.

Dunque, tutte le famiglie felici sono simili, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Da lettore mi domando se è vero che tutte le famiglie felici sono simili, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Direi di sì. Cosa vuol dire «direi di sì?». Vuol dire che la frase ha un fondo di verità, magari dai contorni indefiniti, ma di verità. La condizione che per te non si è verificata, è proprio quella della verità. A pensarci bene, esisteranno sicuramente famiglie felici e diverse tra loro, come d’altra parte famiglie infelici, e simili tra loro. Ma qui Tolstoj non sta certo introducendoci a un saggio sulla sociologia della famiglia. Sta dicendo altro, sempre a mio parere sia ben inteso. Enuncia in modo perentorio una verità profonda, e che riguarda tutti: stiamo molto più attenti quando ci parlano dell’infelicità che della felicità. Se per la strada tizio mi dice che gli è capitato qualcosa che l’ha reso felice, gli sorrido e chiedo di che si tratta. Ma se mi dice che gli è capitata una sciagura, la mia attenzione – non so la vostra – è dieci volte più intensa. A noi, non so perché, piacciono le storie dove l’infelicità è protagonista. E tutte le volte che l’infelicità è protagonista ci sembra di star dentro a una storia diversa. Invece, se tutto fila liscio, ci pare di averlo già sentito. Ambientato nel passato, nel futuro, capitato a un essere umano o a un animale, a bambini o ad adulti, la felicità ci pare scontata, tutta uguale, senza particolare succo.

Perciò l’incipit di Anna Karenina è vero: parla, fa intuire, espone – usate voi il verbo che preferite – una verità. Verità che rende bella quella frase. Perché la verità è bella, anche quando è tragica.

Ora penserai che vengo a te, al tuo di incipit. Dammi ancora un attimo. «Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita»; «Chiamatemi Ismaele»; «Si vedrà da queste pagine se sarò io o un altro l’eroe della mia vita»; «Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere»; «Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno tra due catene interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e nuovi seni».

Tutti questi incipit, sempre a mio parere, sono altrettanto veri, incontrovertibili, precisi. Raccontano una qualche verità che sta nel romanzo. Anche Manzoni, che piace poco in generale, ci offre una verità incontrovertibile del luogo geografico dove si svolgerà il suo romanzo storico. Ma ora veniamo a te, caro aspirante.

«Ci sono sensazioni e malesseri che presi uno alla volta possono essere scambiati per un niente e tutti insieme sono uno tsunami: è un pomeriggio di fine estate e mi trovo chiuso in una scatola».

Come vedi, richiami Tolstoj nella scrittura, ma non certo nella verità. Che cosa vorresti dire con il tuo incipit al tuo lettore, e quindi a me? Quale immagine mi comunichi con le tue parole? Sensazioni e malesseri vanno forse a braccetto? La fame, il freddo, il dolore, il senso di vuoto sono sensazioni, stimoli esterni o interni all’individuo, in relazione con i cinque sensi. Un’indisposizione fisica o psichica è invece un malessere. Presi singolarmente, per esempio la fame, sono un niente, ma uniti, per esempio alla depressione, alla febbre, diventano una tragedia immane, un terremoto. Ma è vero questo, quando c’è gente che fa una tragedia perché il telefonino non ha campo e non riesce a restare disconnessa più di un’ora?

E poi perché parlare di tsunami, prendendo un fenomeno fisico così lontano dalla mia esperienza di lettore, e anche dalla tua spero. Forse perché fa esotico? Per me lo tsunami è un’onda anomala, vista alla tv, non percepita come suono, tremore della terra, disperazione, nessuna via di fuga. Tu pretendi da me molto da immaginare (sensazioni-malesseri-tsunami) quando Tolstoj è molto più modesto: famiglia-felicità-infelicità. Posso trovare una verità dentro a un evento catastrofico che ho vissuto solo al Tg1? E poi per finire dentro a una scatola. Ti dirò, non sono mai rimasto chiuso in una scatola, come posso partecipare dell’angoscia, della felicità, delle ansie del tuo protagonista, se mi racconta subito di sentirsi come dentro a una scatola. Sarò rimasto chiuso in un ascensore, forse. Ma in una scatola…

Eppure tu vuoi convincermi che esista una verità fatta di sensazioni, malesseri, tsunami e uomini (o donne) inscatolati. E no, caro aspirante, le parole sono giuste, ma la verità è che le usi per raccontarmi solo bugie. E di bugie mi basta già la finzione letteraria esterna, ma dentro al tuo incipit, e poi lungo il romanzo, devi metterci una qualche verità vera.

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29 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

29 risposte a “Nient’altro che la verità

  1. Grilloz

    Però io, da bambino, in una scatola, per gioco, mi ci sono chiuso…

    • Bravo! Da bambino, per gioco, felicità. Non è stato un evento drammatico, ma positivo. Tutti ci siamo nascosti da piccoli in luoghi dove potevamo entrarci. E sempre per avventura. Cioè, hai detto una verità, ed è questo che voglio sottolineare. In una scatola, in un armadio, sotto il letto. Da lì, la sensazione di felicità, avventura, fantasia. Non tsunami e tragedia. Manca la verità interna all’incipit, questo dico.

      • Grilloz

        Ti dirò, a me quella scatola dell’incipit ha fatto pensare ad una scatola reale, come se si trattasse di una storia surreale, ma ho l’impressione che non sia così. E’ un incipit che mente.

      • Si potrebbe riscrivere l’incipit, rendendolo più vero, se si è compreso il senso del discorso…

  2. «Ci sono sensazioni e malesseri che presi uno alla volta possono essere scambiati per un niente e tutti insieme sono uno tsunami: è un pomeriggio di fine estate e mi trovo chiuso in una scatola».
    A me piace.
    Forse perché sono claustrofobica e di scatole in cui mi ritrovo chiusa ce ne sono parecchie, dall’ascensore, agli uffici a cubo, dagli angusti bagni pubblici, alle cabine di prova, dalle sale d’aspetto minuscole alle auto quando non guido io. E conosco anche quelle sensazioni e malesseri…uno al giorno ci sta, ma quando si sommano e peggio sono slegati tra loro, sembrano persecuzioni proprio.
    Ergo, fin qui mi piace. E’ la riga successiva che potrebbe dire se ancora mi piace o se Helgaldo ha visto giusto.

    • «Ci sono sensazioni e malesseri che presi uno alla volta possono essere scambiati per un niente e tutti insieme sono un viaggio sola andata per l’inferno: è un pomeriggio di fine estate e mi trovo nella gabbia dei leoni».

      Anche questa può andare bene allora…

      • Questo ha un gusto un po’ retrò…
        Lo tsunami (dopo quello dell’oceano Indiano nel 2004) è un evento più vicino dell’inferno (per chi ci crede all’inferno) e la scatola è più immediata rispetto alla gabbia di leoni, che oramai anche il circo è in crisi e gli zoo sono in chiusura. 😉

      • Più vicino dell’inferno dello tsunami, sì ma rispetto a che cosa? Sei claustrofobica, hai detto. Ti piace la scatola perché ti richiama il chiuso. Ma qui non si sta parlando di claustrofobia. Tra l’altro a te basta la claustrofobia per sentirti in una scatola, non devi accumularla con altre sensazioni o malesseri. Quindi l’immagine dell’accumulo è falsa. Te ne basta uno solo di malessere, non è vero che un uomo è come un vaso che tracima dopo quando si riempie di tante cose. Viene spezzato da una malattia, un abbandono, anche un saluto non rivolto può essere sufficiente a incrinarlo.

      • Rispetto a noi, ai tempi odierni, alle minacce fisiche vere (e non presunte), visto che parli di “verità”.
        La claustrofobia, come tante altre cose, è un accumulo di sensazioni e malesseri: poco spazio per muoversi, mancanza di aria fresca e/o ossigenata, e quella che c’è peggiorata dal puzzo di sudore di qualcuno, magari ti sei vestito troppo e non ti manca tempo per toglierti qualche orpello, stress di dover attendere in fila un’impiegata poco solerte, bassa pressione che aumenta lo stato di malessere, e pure ti è rimasto sullo stomaco quell’ultimo caffè che invece dell’acqua hanno usato l’idraulico liquido sulla macchinetta. Si comincia da un fastidio e si finisce con un attacco di panico vero e proprio. Nel peggiore dei casi, svenimento e visita della guardia medica (voglio rassicurare: mai successo personalmente, solo che conosco il tema).
        O come diceva Totò: ” …è la somma che fa il totale!”

      • Ma in questo incipit non si parla di claustrofobia, né di minacce fisiche. Altrimenti l’autore scriveva “la sensazione e il malessere datomi dalla claustrofobia”, e allora sentirsi dentro una scatola ha senso, lo tsunami un po’ meno. Felicità-famiglia-infelicità sono legate strettamene nella vita di tutti i giorni di tutti. Tsumani-sentimenti-scatole, direi di no.

      • “Felicità-famiglia-infelicità sono legate strettamene nella vita di tutti i giorni di tutti.”
        Per chi ce l’ha, una famiglia…
        Forse è il caso di dire che ognuno ha le sue, di verità.

      • Per chi non ha famiglia, la famiglia è una cosa ancora più importante. Cinema e letteratura sono ricche di personaggi che non hanno famiglia, trovatelli, che cercano in tutti i modi di ricostruire le proprie origini, di formarsi una famiglia. Anche un individuo solo costituisce una famiglia, e con essa si rapporta rispetto alla propria felicità e infelicità.

      • Poi non sono d’accordo sull’affermazione: ” non è vero che un uomo è come un vaso che tracima dopo quando si riempie di tante cose.” Perché è proprio così invece: è l’accumulo di troppe cose, fino al punto di non sopportazione, che fa sentire lo tsunami. Altrimenti, è solo pioggerella…

      • Uno tsunami è un evento straordinario, sentimenti e malesseri sono quotidiani. La morte di un figlio, un evento straordinario, determina uno tsunami emotivo, ma l’accumulo quotidiano è una pioggerella. Sarà la pioggia a corrodere, non certo l’evento straordinario. Trovo che le immagini scelte siano fuori posto perché o valgono per il letterale e per il figurato o non sono state scelte bene. Nella prima riga di un romanzo mi aspetto precisione e coerenza. Pensa alle Metamorfosi, Gregor Samsa ha zampe e antenne quando si sveglia, non riesce a scendere dal letto, apre la porta con la bocca. Non si tratta di una metafora. E’ proprio trasformato in un insetto e da insetto si comporta.

      • Ma quello che tu dici dipende dal resto del libro.
        Se mi chiedi di giudicare solo l’incipit, a me piace. Se tu invece hai sbirciato il resto (e credo di sì, vista la risposta a Tenar) stai giocando con noi a carte coperte. Non so dirti se ci sono altri 8, per ora ne vedo uno.
        Sulla Metamorfosi… non m’è piaciuto. L’ho letto e non m’è piaciuto. Non è il MIO genere, e vi preferisco i gialli, il fantascienza e il rosa. 🙂

      • …i gialli, il fantasy, la fantascienza e il rosa. (oggi il multitasking lascia a desiderare, proprio parlando di accumulo)

      • O forse rètro (anche se lo Zanichelli consente tutto…)

  3. “A noi, non so perché, piacciono le storie dove l’infelicità è protagonista”. Perché, per rispondere all’implicita domanda con una risposta ovvia (tanto merita la tua domanda, caro Helgaldo), ogni storia comincia con un problema, non con una soluzione. Anche se… potrei accettare che cominci con una soluzione che poi si rivela un problema ancora più grosso. L’infelicità è plausibilmente il sintomo di un problema. Ergo… 😉

    Ad ogni modo, io sul lago di Como ci sono stato ma non mi sono mai dato la pena di verificare se la verità dell’incipit del Manzoni sia poi così vera. Magari non lo è. In fondo il Manzoni è solo uno scrittore, mica un geografo. Questo cosa dovrebbe significare? Che forse non è la verità vera quello che dovremmo trovare in un ottimo incipit, ma una verità plausibile. Questo è quello che penso io, sia chiaro.

    Ogni tanto, anche se il periodo non è per me dei migliori, passo a leggerti volentieri. 😉

  4. Anche a me quest’incipit piace. Ho quasi la sensazione che anche questo protagonista si sia trasformato in un insetto e, chiuso dentro una scatola, sia sommerso da tutte le sensazioni e i malesseri di essere insetto. Magari presi ad uno ad uno sono malesseri che anche un essere umano ha provato, un prurito in testa dove dovrebbe esserci un’antenna, ad esempio, ma tutte insieme di colpo sono soverchianti.
    Insomma, mi fa pregustare una storia. Arriverei almeno fino in fondo alla pagina per vedere se la scatola è reale, se è un insetto, o un gatto, oppure no. E non è cosa che tutti gli incipit fanno.

    • No, l’immagine è solo figurata. Il protagonista lascia casa, cammina per strada raggiunge l’appartamento di un amico. L’incipit, come in Anna Karenina, è chiuso in se stesso. A me non risulta che sentimenti o malesseri debbano accumularsi per creare un effetto. Ne basta uno per agire totalmente su tutto l’individuo. Prendiamo un insetto vero, Gregor Samsa: per tutto il romanzo tutti lo vedono sempre e solo, lui compreso, come un insetto. E quindi si parla di una verità, che qui è già negata fin dalla prima frase. Sentimenti, accumulo degli stessi, tsunami e scatole non stanno in nessuna relazione evidente tra loro. Mi sembra una frase che suona solo bella, ma priva di valore.

      • Come si dice sopra, stai giocando a carte scoperte. Non sarà l’incipit del secolo, fa il verso a Anna Karenina e ti fa pensare di essere dentro a un Kafka alternativo, ma, se fossi un valutatore, arriverei almeno in fondo alla alla pagina. Se scandagliassi la mia libreria credo ne troverei di peggiori, magari all’inizio di bei libri. Poi, il discorso che fai sulla scrittura è molto condivisibile, ma due righe secondo me sono davvero troppo poco per giudicare un libro e anche un intento di verità.

      • Ovviamente secondo me, basandomi solo sul mio gusto personale, che ha un valore nullo

  5. «Tutti i telefoni vanno bene quando c’è segnale ma, quando non c’è campo, non c’è campo ogni volta per una sfiga diversa.»

    Ma questo è l’incipit di “Alla ricerca del campo perduto! (Dai, parte lo SCAN)” 😛

  6. Tiziana

    È curioso, per certi versi ti sprona a continuare la lettura, però non lo so.
    E non è perché non conosciamo il resto del romanzo.
    Chiamatemi Ismaele sono solo due parole e sono pazzesche.

    Mi ha colpito quest’appunto :
    Tu pretendi da me molto da immaginare (sensazioni-malesseri-tsunami) quando Tolstoj è molto più modesto: famiglia-felicità-infelicità.

    Ecco. Mi incuriosisce, ma devo fare tanto sforzo per immaginare di cosa mi parlerà il libro. Può darsi che sia un buon tema, scritto bene, non ci è dato sapere, ma non mi convince al 100%. A volte ci andiamo a complicare con misteri e frasi troppo complesse quando con semplicità possiamo raccontare qualcosa che arrivi prima. Se anche vuoi incuriosire, deve trasmettere un’immagine, una storia, non il dubbio di cosa stiamo parlando e scoprirlo molto dopo.
    Sono una che si addentra nella storia subito, voglio sapere se pulire le scarpe ed entrare o restare sul tappeto perché ho le scarpe piene di fango. Tu, scrittore, invitami a entrare anche se sono reticente visto che ho le scarpe sporche. Fammi accomodare senza farmi sentire in imbarazzo. Fammi entrare nel tuo libro senza che mi senta in imbarazzo di non sapere dove mi porterai.

  7. Simona C.

    Mi sarebbe bastato «È un pomeriggio d’estate e sono chiuso in una scatola.»
    Mi avrebbe incuriosita, mentre l’attacco con “sensazioni” e “malesseri” è così molle e generico che non mi dice nulla, anzi affossa un’immagine interessante e particolare come un tizio chiuso in una scatola. Io in un libro non cerco una verità che già conosco, voglio che mi racconti una verità diversa che alla fine diventi anche un po’ mia. Per farmi contenta, questo autore dovrebbe, con il seguito della storia, farmi capire come ci si sente in una scatola e quel “sensazioni” e “malesseri”, ripeto, non mi dice nulla.

    • Simona C.

      E poi uno tsunami è qualcosa che investe, travolge, spazza via, non vedo il nesso con la sensazione di essere rinchiusi in una scatola.

  8. iara R.M.

    Condivido l’idea di Simona. Le parole precedenti sembrano voler spiegare la frase finale che invece da sola basta a dare l’idea di disagio, malessere, sofferenza e insofferenza.
    Quante difficoltà, quanto dolore può sopportare un essere umano? Forse, questo lo si potrebbe scoprire andando avanti nella lettura.

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