La storia con le parti noiose

Disse una volta Alfred Hitchcock che un romanzo in self-publishing è una storia con le parti noiose. Non so se il maestro del thriller abbia ragione – di libri noiosi è ricca l’editoria tutta –. Certo è che un bravo editor, ma forse anche uno cattivo, tende a tirarci una riga sopra alle parti noiose, mentre il povero autoeditore, povero nel senso che non può permettersi né l’editor buono né quello cattivo, non può autosuicidare il suo capolavoro cassandolo per intere pagine. Così capita che il personaggio principale parcheggi l’auto, scenda, raggiunga il marciapiede, citofoni, poi ricitofoni, poi il cancello scatta. Lui entra, sale le scale se l’ascensore è rotto, se invece prende l’ascensore vuol dire che non è rotto, sale al terzo piano, se lo richiude alle spalle, estrae le chiavi dalla tasca, le mette nella toppa, apre la porta, entra e se la richiude alle spalle. Percorre l’anticamera, si toglie il cappotto se è inverno, la giacca se è primavera, la camicia se è estate. Mettiamo che sia estate: apre il frigorifero, prende una birra ghiacciata, la stappa, poi si siede in poltrona, fissa la copia di Munch appesa alla parete sopra il Divano Sofà artigiani della qualità, e a questo punto ripensa a tutta la sua vita, a quanto sia stata infelice, distratta, inutile e noiosa. E qui finisce il primo capitolo. Il resto del libro è il resoconto dettagliato che ha portato fino a quella birra che ora è mezza vuota. All’ultimo capitolo il protagonista infine si alza, appoggia la birra, apre la finestra, si affaccia, e fissa il sole che tramonta all’orizzonte. Passano tre minuti e quando l’ultimo spicchio di sole è tramontato tra i palazzi grigi di fronte, lui guarda la strada, i passanti, le aiuole, i cani che fanno i loro bisognini sul marciapiede con padroni al seguito con paletta e sacchettino. Poi resta lì immobile, e la luna calava. Fine della storia.

Il povero self-publisher voleva comunicare la noia del protagonista, e c’è perfettamente riuscito. Quindi ha scritto un capolavoro, come gli ha anche confermato tra le righe il suo beta-lettore, sottoclasse del lettore che paga per leggere ma che può abbandonare il libro quando vuole. Il beta-lettore, lettore di serie B, invece non può. In base a una legge non scritta ma moralmente vincolante deve leggere tutto fino all’ultima riga. Non solo leggere, anche approvare, possibilmente con entusiasmo sincero, all’ennesimo capolavoro dell’autoeditore, il terzo della saga. Può però segnalare imperfezioni di stile: una virgola mancante qua, un congiuntivo sbagliato là, un’apostrofo scritto come l’avete appena letto, di cui il self-publisher lo ringrazierà in un post sull’apposito blog, affermando che senza i suoi beta-lettori non avrebbe potuto giungere al termine di una fatica letteraria immane, durata ben sei mesi o sei anni, il tempo non porta consiglio, tra scrittura e riscrittura.

Il vero problema qual è a questo punto? Il vero problema è come hanno fatto ad aprirgli il portone di casa se in casa non c’era nessuno. Ma questo il beta-lettore si guarda bene dal farlo notare, in fondo sa che l’altro – il self-publisher – gli deve una lettura per quando scriverà il suo capolavoro che narra di una donna che torna a casa alla sera, parcheggia l’auto, blablablà e blablablà.

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48 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

48 risposte a “La storia con le parti noiose

  1. L’incipit non è male. Troppi pochi dettagli però, a mio giudizio. Ad esempio: da quale auto scende il protagonista? Fosse stato un film, e non un noioso romanzo, l’avrei saputo a colpo d’occhio. Nel romanzo questo non è possibile, e quindi va detto. 😛

    • Caro Salvatore, come ben sai ogni romanzo può essere migliorato, con una riscrittura sapiente. Basterebbe aggiungere: parcheggia l’auto, una Kia Sportage a chilometri zero, una delle migliori rappresentanti del settore ibrido fra i concetti di SUV e Crossover, con in più un animo sportivo sia nello stile sia nella guida sia nel design della carrozzeria, che esprime un perfetto connubio fra sportività, comfort e cura nel dettaglio, scende blablablà e blablablà.

  2. iara R.M.

    Dunque, la parte avvincente è la noia. 🙂

  3. Tiziana

    Ritorno con calma perché mi hai ricordato una lezione di Giulio Mozzi.
    Non voglio commentare con l’incertezza di non ricordarmi bene.
    E mi hai fatto ricordare anche un aneddoto di Pontiggia nel descrivere la noia e…
    Poi sono morta dal ridere, non linciatemi, quando solo all’ultimo capitolo c’è un sussulto d’azione e il protagonista è preso veramente. Che noia!
    Altra cosa, ma in quanti lettori beta si avvale uno scrittore?
    Non so se riesco a commentare in modo corretto. Mi pare tutto così strano.
    Ma affidarsi a un editore quando la storia sarà scritta in modo che succeda qualcosa di più scorrevole? Non dico di mettere tante azioni, ma una che inizia, avanza, un intoppo, anche due, e un finale? Se poi non riesce a risolvere nulla il protagonista va bene lo stesso, ma facciamolo muovere e provarci.

  4. Assomiglia tanto a una puntata di Beautiful. Quindi ci vorranno altre 20 puntate così per vedere cosa succede davvero.

  5. Io non ho ancora capito se il selfpublisher è un impavido eroe della scrittura autocertificata oppure uno che trova nell’autopubblicazione la panacea per ogni forma di inguaribile insicurezza.
    In entrambi i casi un editor non serve.

  6. L’incipit è geniale. D’altronde, si sa, la citazione colta è un bel lasciapassare per i salotti buoni. Non quelli dove si decide lo Strega, ma quelli dove se ne beve parecchio. Sono quasi sicuro che sia la Fallaci sia Einstein abbiano detto la loro, sul tema.
    E poi non è colpa del povero autoeditore se la vita è noiosa: tutti lo sperimentiamo di continuo sulla nostra pelle. Cos’è, l’arte, se non una rappresentazione della vita di ciascuno di noi compreso quella del possessore della penna che dà voce al Narratore (maiuscolo d’obbligo)? Questa è l’unica Verità che vale la pena di essere raccontata.
    Invece hai dimenticato una funzione fondamentale del beta-lettore: segnalare tantemente gli avverbi, gli aggettivi e tutte quelle cose che nei blog da poco (come il mio) vengono segnalate come spie di cattiva scrittura. Anche le ripetizioni, certo.
    Infine vorrei farti notare che l’incipit e l’excipit si specchiano e si parlano: bisbigliano le parole che diciamo sempre all’inquilino del piano di sopra quando si ostina a prendere l’ascensore insieme a noi, invece di aspettare il proprio turno.

    PS: Quanto hai preso per l’inserimento di prodotti a fini commerciali?

  7. Di romanzi così ne ho lette svariate secchiate le due volte che ho partecipato a IoScrittore. Mai più.

  8. Ma Hitchcock non aveva detto che «la vita è un film con le parti noiose»?

  9. Guarda, se fosse così il romanzo “Dance dance dance” di Haruki Murakami non avrebbe dovuto trovare un editore neppure in un istituto di beneficenza per scrittori falliti. Invece è stato – inspiegabilmente dal mio punto di vista – tradotto in tutto il mondo, probabilmente sfruttando l’onda lunga del successo (ugualmente inspiegabile, sempre dal mio modestissimo punto di vista) dell’autore.
    Se non lo hai mai letto ti dico che è irritante la quantità di volte in cui il narratore spiega come si è vestito, cosa ha mangiato e che musica sta ascoltando in macchina.
    Sono certo che gli stessi che vanno in estasi leggendolo ed elogiano la “prosa ipnotica” del romanziere giapponese, se avessero letto l’identico testo con “Giuseppe” al posto di Gotanda e “Savona” al posto di Sapporo, attribuito non a Murakami ma al “self-publisher Ariano Geta”, l’avrebbero stroncato definendolo un libro sovrabbondante di pagine inutili, descrizioni superflue e una trama incredibilmente noiosa.

    • Murakami non l’ho letto, mi ritengo fortunato… Caro Adriano, primo nel post non ho affatto escluso che libri noiosi siano stati pubblicati anche nell’editoria tradizionale; secondo, Murakami deve piacere tanto tanto, perché nei commenti nei vari blog spesso è indicato come esempio di grande scrittore (motivo per cui lo evito istintivamente, sei tu il primo che sento, nella mia cerchia, che lo ritiene scarso); terzo, non è escluso affatto che i self-publisher si ispirino anche a scrittori come lui in quanto a modello perfetto da seguire; quarto, la tua osservazione si aggiunge alle mie nel condannare le storie con le parti noiose, giusto? 🙂

      • Eh beh, però se parti con una quasi-citazione scrivendo testualmente
        “un romanzo in self-publishing è una storia con le parti noiose”
        il senso sembra inequivocabilmente essere: TUTTI I LIBRI AUTOPUBBLICATI NESSUNO ESCLUSO sono pieni di parti noiose.
        Se poi insisti con (testuale):
        “Certo è che un bravo editor, ma forse anche uno cattivo, tende a tirarci una riga sopra alle parti noiose, mentre il povero autoeditore, povero nel senso che non può permettersi né l’editor buono né quello cattivo, non può autosuicidare il suo capolavoro cassandolo per intere pagine” ribadisci ulteriormente il concetto che un romanzo autopubblicato è SICURAMENTE pieno di parti noiose mentre quelli dei Grandi Editori ne sono più facilmente privi.
        Il senso del mio commento infatti è un altro: volevo intendere che per certi lettori/osservatori il fatto che un libro sia pubblicato da un Grande Editore lo rende automaticamente privo dei difetti che invece abbondano nei romanzi autopubblicati. Questa distinzione è per certi lettori talmente discriminante che se leggessero lo stesso identico testo, il loro giudizio finale su di esso sarebbe assai diverso in base al fattore pubblicazione: lo ha pubblicato un grande editore / va tutto bene ; autopubblicato / ci sono un mare di difetti.
        Per il resto: non mi sono permesso di dire che Murakami è scarso, ho detto che a me non piace, esprimo un mio giudizio personale, non una verità oggettiva.
        Io non condanno le storie con le parti noiose, anche perché le parti sono noiose dal punto di vista di chi le legge (per me è stato noioso leggere le improbabili trame piene di colpi di scena impossibili di un romanzo di Buticchi). Io dico solo che è fuorviante sostenere che i romanzi autopubblicati hanno sicuramente parti noiose, è un chiaro pregiudizio.
        P.S.: ultima annotazione, non c’entra niente con l’argomento, ma volevo precisare che il mio nickname è ARIANO, non AdRIANO 😉

      • Caro Ariano, e non Adriano, che per certi lettori il libro pubblicato da un Grande Editore sia perfetto, mentre se pubblicato in self abbonda di difetti, a me non interessa. Male per quei certi lettori, che leggano i fotoromanzi. Male anche per quelli che dicono bellissimo qualunque libro pubblicato in self solo perché pubblicato in self. Tutti capolavori, tra quelli della mia cerchia. Sono davvero così fortunato? Quando apro un libro in self a caso, spesso non arrivo in fondo al primo paragrafo. Quando dico a qualcuno «bello!» è perché è bello per davvero.

        E poi la quasi citazione… Guarda che l’ha detta Hitckcock, se leggi bene ho scritto che io dubito sia giusta, ergo vuol dire che inequivocabilmente per me non tutti i libri autopubblicati sono pieni di parti noiose. C’è sempre lo zero virgola che si salva, Manzoni per esempio è un autopubblicato, eppure si salva (anche se per molti ha delle parti noiose, la scuola docet…).

        Voglio proprio vedere quel beta-lettore che dice pubblicamente che il libro di tizio o di caio che sta leggendo in questo momento è noioso, e ne taglierebbe alcune parti senza pensarci due volte. C’è poi IoScrittore: quelli che vi partecipano e hanno dei libri in lettura danno giudizi ben più duri del tuo Murakami. Che poi anche tu non ci vai giù leggero. «Non avrebbe dovuto trovare un editore neppure in un istituto di beneficenza per scrittori falliti». Però è vero, non hai detto che non ti piace, ma solo che è uno scrittore fallito. 😀

  10. Ovviamente “l’istituto di beneficenza” era una battuta e ho specificato per due volte che l’opinione negativa era un mio punto di vista personale.
    Per il resto, sono tutti sofismi del tipo: io non ho detto ciò che ho detto e adesso ci aggiungo un po’ di chiacchiere sopra per fare scena.
    Anche queste sono “parti noiose” a pensarci bene 😀

    • Ovviamente se inizio scrivendo che Hitchcock dice che il self-publishing… vuol dire che tutto avrà una certa chiave grottesca. Ma tu no, lo leggi e analizzi come se fosse invece una disamina scientifica, e ribatti seriamente, altro che battute, mettendo in maiuscolo le singole frasi, puntualizzando che però guarda che anche Murakami risulta un po’ noioso. L’istituto di beneficenza era una battuta, ma tutto il resto l’hai scritto seriamente. Seriamente o in tono leggero, l’importante è non affrontare mai le questioni vere, spostando sempre il tiro su altro. Ci fosse uno che mi rispondesse: leggi questo e quest’altro titolo, e vedrai che anche tra i selfer ci sono libri validi. Invece, niente.

      • Per carità, non voglio sottrarmi alle questioni vere.
        Pertanto ti rispondo e mi assumo la responsabilità di consigliarti come selfer validi “Il gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo 😉

      • Dopo aver letto Billy Budd ho iniziato proprio La coscienza di Zeno: ne ho parlato qualche giorno fa in un post dal titolo Loro e noi, dove tra l’altro riporto quello che Joyce pensava di questo self-publisher. Perché lui, come Tomasi di Lampedusa, non erano apprezzati da altri selfer di pari grado. Ma da gente che pubblicava alla grande e ne riconosceva il valore. Il problema non è editoria o autoeditoria, è scrittura di valore o senza valore.
        Leggevo proprio ieri sera dell’incontro tra Zeno Cosini e la famiglia della moglie. Descrivendo una delle sorelle, dice così: «Come avevano fatto a dirla bella? La prima cosa che in lei si osservava era lo strabismo tanto forte che, ripensando a lei dopo di non averla vista per qualche tempo, la personificava tutta». Qui sono state rimosse le descrizioni noiose, uno scrittore mediocre invece la scannerizzava tutta, dai capelli ai tacchi, per dare spessore e veerità al personaggio. Ma sai che noia…

  11. Grilloz

    Veramente io mi stavo domandando perché citofoni, ben due volte, se ha le chiavi in tasca. Ma forse era solo annoiato e sovrapensiero…

  12. Grilloz

    P.S. però non sono noiose le frasi in sé, ma come vengono espresse e se sono funzionali alla storia. No?

  13. Pingback: Piccoli esercizi di scrittura – Ricetta per una storia #1 – Scrivere per caso

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