Filosofia zen alla pubblicazione

121

I rifiuti editoriali ottenuti da Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta prima di venire pubblicato.

5.000.000

Il numero di copie vendute in tutto il mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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22 commenti

Archiviato in Fenomeni editoriali

22 risposte a “Filosofia zen alla pubblicazione

  1. Tiziana

    Perdonami, non ho afferrato il post.
    Vado fuori tema. Io mi sono letta “101 storie zen” edizione Adelphi.
    Lo consiglio: una storia al giorno, prima di andare a dormire.
    Molto zen.
    P.s. credo che stiamo parlando di due cose diverse. Facciamo finta di niente.

    • Credo che solo chi pratica lo zen possa accettare positivamente tutti quei rifiuti e trarre da essi la forza per proseguire nella scrittura. Pazienza, tenacia, fermezza: qualità che dovrebbe avere ogni scrittore per giungere a una vera pubblicazione. Ma oggi c’è il self-publishing… veloce, immediato, moderno. Non serve nessuna forza interiore per pubblicare, basta un clic sul computer. Poi nessuno ti legge, ma l’ego è salvo.

      • Luke: Un libro…! Il Self Publishing è più forte?
        Yoda: No! No! No… più rapido… più facile… più seducente…
        Luke: Ma come distinguo la pubblicazione cattiva dalla buona?
        Yoda: Lo imparerai! Quando sei calmo, in pace! Passivo… uno Scrittore usa la Penna per saggezza e scrittura, mai per pubblicare!
        Luke: Ma dimmi perché non pos…
        Yoda: No. No. Non c’è perché! Niente più ti insegnerò, io, oggi. Pulisci la mente da domande. Uhm…

      • Ma che film è? Scritture stellari…

      • Grilloz

        Yoda: scrivere o non scrivere. non c’è scribacchiare

      • Non vorrei spezzare una lancia a favore della figura dell’editor, però bisogna vedere, nei 121 rifiuti, chi ha effettivamente decretato il rifiuto: sempre l’editor? Oppure il marketing?
        E poi: 121 rifiuti nell’arco di quanto tempo? Un mese, un decennio?
        Tra il rifiuto 1 e il rifiuto 121 possono essere cambiate un sacco di cose.

        E, allo stesso modo, nel 122esimo caso bisogna capire chi ha accettato definitivamente la pubblicazione (l’editor o il marketing?) e perchè.
        Cose che non penso sapremo mai, considerando che l’opera è uscita nel ’74.

        Oggi le cose sono ben diverse: io mi sono fatto l’idea che l’editor come figura sia in via di estinzione. Al suo posto l’opera viene valutata direttamente dal marketing. L’opera può vendere? Allora la si pubblica. Qualità? Qualcuno ha parlato di qualità del testo? È secondaria. Basta andare in libreria per rendersi conto.

        Sul fatto che “non serve nessuna forza interiore per pubblicare”, insomma, ci penserei un attimo prima di pensarlo (e di scriverlo). Non dirmi che per “pubblicare” intendi solo “fare click”… 😀

        Io non sono un fan scatenato del self-publishing. Mi sono fatto una certa esperienza diretta, visto che ho testato tre diverse piattaforme negli ultimi anni. Ma una cosa (almeno una) a vantaggio dell’autopubblicazione la posso dire (e questo lo può capire solo chi ci passa 😛 ). Forse salvi il tuo ego (anche se non è così per tutti) ma almeno salti l’incapacità degli editor. Uno, dieci o 121 che siano.

        Poi hai ragione a dire che nessuno ti legge. Ma questo è un problema ben diverso, non credo che debba spiegartelo io. 🙂

      • Finché ci sarà una casa editrice che pubblica avremo sempre una valutazione del prodotto. Chi può dire se la fa l’editor o il marketing o un misto di entrambi? Se la tua idea è corretta, vuol dire che se un libro vende è prodotto dal marketing, per esempio Stephen King o il Nome della rosa o Camilleri o Crichton; se invece vende cento copie vuol dire che origina dalle scelte sbagliate dell’editor o da incapacità dello scrittore. Analogamente un libro in self che venda milioni di copie è tutto merito dell’autore, direi; ma se vende cento copie è però tutto demerito suo, sia di editing, sia di scrittura, sia di marketing (c’è anche chi dice che cento copie in self a 0,99 è un successo notevole…). C’è tanta gente che vende solo dieci copie e fa i salti di gioia per l’undicesima. Questo non è altro che soddisfare il proprio ego, sia nell’editoria tradizionale sia in self-publishing. Infine ci sono barriere a pubblicare in self? Non lo sapevo, quali?

      • No.

        Hai parlato di 121 “rifiuti editoriali” non di 121 editor che hanno rifiutato.
        È in questo senso che ho fatto la mia riflessione: un rifiuto editoriale lo immagino come una risposta da parte di una casa editrice, di uno staff. La bocciatura può arrivare dall’editor (e quindi il marketing non ci si mette neanche) ma la bocciatura potrebbe arrivare dal marketing (per inciso: l’editor lo pubblicherebbe ma il marketing lo giudica invendibile e quindi l’editore non si prende il rischio).

        La mia è una idea semplice, ovviamente al netto di tutti i possibili motivi (e meccanismi) che non posso conoscere.

        In merito alle barriere del self non saprei dirti nemmeno io. Suppongo che la tua sia una domanda ironica. 🙂
        Tu però hai parlato di “forza interiore”, non di barriere. Hai scritto che “non ci vuole nessuna forza interiore per pubblicare in self”. È una frase tipica di chi non si sporca le mani… 😀

        Vuoi imbiancare casa ma vuoi risparmiare soldi? Imbianca tu. Non sei un imbianchino di professione? Non importa. Prova. Non ci vuole “nessuna forza interiore”. Forse hai ragione. Ma lo puoi sapere solo dopo che hai imbiancato.
        Anzi: facciamo che ne parliamo dopo che hai imbiancato. 😀

  2. Ho letto anche io la notizia. Però che un editore si sbagli e non capisca, ci sta. Che siano pure due. Tre… dieci persino. Però quando sono 121 allora c’è qualcosa che non torna: possibile che fossero tutti incapaci e solo il 122° fosse savio?
    Piuttosto mi domando: il 122° cosa avrà deciso di fare, sul testo, per trasformarlo da “irricevibile” in un successo? E che cosa avrà cambiato nel testo Pirsig man mano che riceveva rifiuti (e magari qualche suggerimento)?

    • Ecco un bel libro, ad averne i mezzi, genesi di un successo planetario attraverso 121 sconfitte. Se si potesse ricostruire a ritroso la storia di questa pubblicazione ne avremmo un grande insegnamento.

  3. Tiziana

    Letto ora anch’io. Che dire: come dice una mia amica, meglio un unico libro buono, che tanti mediocri pubblicati.
    Però che tenacia, 121 rifiuti sono tanti, anche se sommando varie volte, non con unico libro, credo che si possa arrivare.

    Io ho una citazione di Gianluca Morozzi che mi stimola molto a far meglio:
    Ho partecipato a 80 concorsi letterari e li ho persi tutti.

    • Dipende se queste sconfitte l’hanno sfiduciato o indotto a migliorare. Quasi sempre è una questione di prospettiva.

      • Tiziana

        Direi che gli è andata alla grande. Classe 1971, pubblica dal 2001. Almeno tre libri sono tradotti all’estero.
        L’hanno senz’altro migliorato.
        Questi sono casi estremi, non a tutti va bene, però se uno ci crede veramente e s’impegna i risultati si ottengono, anche in forma minore, ma le piccole soddisfazioni fanno sempre piacere.

  4. Centoventuno editori che si sono fatti sfuggire un grosso affare.

  5. Non avrò mai la tenacia zen di inviare una mia opera a 121 editori. Credo che il mio massimo sia 27.
    Non so quanti, ma anche Il diario di Anna Frank, ha ricevuto diversi rifiuti, uno con la specifica motivazione “a chi potrà mai interessare il diario di un’ebrea.”
    L’editoria è ciò che di più lontano esista dalla scienza esatta.

    • Proprio per questo, cara Sandra, dobbiamo insistere. Ventisette rifiuti e avere ancora voglia di provarci quando c’è il self-publishing così a portata di mano vuol dire che hai un fuoco dentro indomabile. Tiferei per il ventottesimo invio. Con un po’ di zen…

      • 27 invii non 27 rifiuti, i rifiuti sono aspetta che guardo, 4, gli altri sono ancora in tempo a rispondere, gli inoltri risalgono a 1 mese fa circa.

  6. Oddio per il romanzo a cui tengo di più sono a cinque rifiuti e già la mia autostima è dispersa nel fondo della fossa delle Marianne. 121… Questo dovrebbe darmi la forza per un sesto invio…

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