Le cinque fasi della trama

Come quasi tutti sanno le fasi in cui si articola una trama sono cinque: dire, fare, baciare, lettera, testamento.

Si inizia col dire, e se ci pensate questo è talmente logico che a una lettura superficiale potrebbe sembrarvi finanche banale. L’incipit è dire, questo è un punto fermo irremovibile: poi non dite che non ve l’avevo detto.
Ovviamente, potete dirlo in tanti modi, e qui sta alla vostra fantasia e bravura trovare il modo più efficace di dirlo. Purtroppo i primi capitoli di molte trame – specie in self-publishing, questo me lo dovete concedere – dicono troppo o troppo poco. Invece bisognerebbe dire il giusto, né troppo né troppo poco. Non fate gli splendidi se non ve lo potete permettere lungo tutta la prima parte della trama; peggio ancora non siate tirchi, il pericolo opposto, e dire invece pochissimo, magari solo le vocali, «aiuo, iao iai iui eo!», perché il lettore difficilmente vi seguirà fino in fondo alla pagina. Se la vostra trama inizia con una coppia rimasta chiusa in ascensore, dite: «Aiuto, siamo rimasti chiusi dentro!», usate cioè tutti i fonemi che conoscete. Attenzione: non tutti sulla stessa riga possibilmente, non fatevi prendere da eiaculazione precoce (vale anche per le autrici) come ho visto fare una volta – purtroppo – nel self-publishing.

Bene, ora che nella prima fase avete detto tutto il dicibile, meglio ancora se dite l’indicibile, e dire l’indicibile vi proietterebbe nell’olimpo della letteratura mondiale e nazionale, anche regionale, ma lo so, non è facile dire l’indicibile, entreremmo nel campo della poesia, anche un po’ enfatica, adesso sarebbe lungo il discorso sulla poesia affrontato in questo post dove già abbiamo cinque fasi della trama, che già inizio centro fine a voi crea delle difficoltà enormi. Enormi, credetemi, in base a molti, moltissimi libri in self-publishing che ho sfogliato. E allora vi chiedo lo sforzo, so che non tutti ci possono riuscire, ma tutti ci dovete provare, di seguirmi in ognuna delle cinque fasi anziché tre. E passiamo alla seconda.

Ecco, prima hai detto? Bene, ora fai. Il fare: uno scarto repentino, un’accelerazione fulminante, seconda quarta. Una molla narrativa: dovete fare. Il lettore si era adagiato nel dire, ora lo prendete alla gola col fare. Improvvisamente. Il protagonista stata dicendo alla madre passami il sale? Ora, prende il sale, se lo getta scaramanticamente alle spalle, si toglie le calze, si taglia le unghie, apre la finestra e si lancia nel vuoto senza paracadute. Il lettore lo segue oltre il davanzale, adrenalina. Non chiedetevi il perché il percome, tranquilli. Meglio sarebbe che si tagliasse le unghie mentre cade nel vuoto, ma bisognerebbe cambiare il punto di vista in corsa, e già non è che con il punto di vista siamo messi bene, che si fa una confusione totale tra punto di vista onnisciente, saccente, primo della classe, so tutto io, e punto di vista immerso nella sicilianità, non vedo non sento non parlo. Questo l’ho trovato spessissimo nel self-publishing.

Passiamo al terzo punto: dire, fare, ora baciare. Baciare è il conflitto, la parte centrale, quella più lunga, articolata, tortuosa, finanche tortosa se ci si bacia a una festa di compleanno di lei. Qui il protagonista ha lui tutto in mano, è veramente protagonista, non come quei protagonisti, sempre nel self-publishing che sono annoiati, non sanno cosa fare, se la passano male, sono dei perdenti, sono depressi, perché non fanno niente ma dicono dicono dicono. Quindi capite perché i vostri romanzi non funzionano: non avete tenuto conto delle prime due fasi: dire-fare.

Ora siamo al climax. La torta, ricordate? Ha detto una frase, il protagonista? Ti voglio bene… mi manchi… ti amo dal primo momento che ti ho detto ti voglio bene… dal primo momento che ti ho detto che mi manchi, attenzione non fate l’errore di cambiare verbo – è il dire che comanda la prima parte –: poi nella seconda fase vi buttate dalla finestra senza dialogo.
Potremmo anche dire: dire è dialogo (cinque capitoli di dialogo), fare è non parlo più (cinque capitoli che ti butti dalla finestra). Ovvio che devi essere uscito prima dall’ascensore… L’ascensore è un esempio, ovviamente. È salire, è scendere, a volte resti bloccato. Ma non pensiamo ora all’ascensore, non perdiamo di vista la trama. Dove siamo? Al baciare, mi seguite?

Baciare. O ti bacia o non ti bacia. Ecco il conflitto nella sua essenza. Te la dà o non te la dà? Di solito nel self-publishing non te la dà. Nell’editoria tradizionale se ne può parlare: hai un contratto, dei soldi, gli paghi tu la cena di compleanno e la torta con l’anticipo dell’editore? Allora forse te la dà. Forse. Però potrebbe avere quell’aria interrogativa per via del dilemma: si sarà tagliato le unghie? Tu gli dici che l’hai fatto, se non ci crede gliele fai vedere (è importante anche il vedere nella seconda fase, ma questa parentesi non leggerla ora, la leggi dopo se no ti perdi la progressione della frase, perché voi o c’è il soggetto, il verbo, il complemento, altrimenti non mi seguite più), ecco l’importanza del fare, e lei ti bacia.

Che ti bacia o non ti bacia, baciare orienta le ultime due fasi. Ora c’è lettera, ricordi? Se c’è lettera le stai scrivendo («perché non mi hai baciato?»). Quindi: dire, fare, baciare, lettera – lei non ti bacia. Sempre. Se ti bacia è finita la storia, la gente se ne va, è rimasta delusa, le trame che finiscono bene non piacciono a nessuno, neppure nel self-publishing. Per questo lei non ti bacia, è funzionale alla trama, cioè il suo rifiuto serve per introdurti alla lettera. Ecco, in questa fase sei tu che scrivi: ta-tan! Finalmente entra in gioco la scrittura. Sai scrivere una lettera a chi non ti ha baciato? Allora sei uno scrittore, è il tuo momento. Ma non scrivere una lettera da sfigato del self-publishing dove dici dici dici. Un po’ dici, un po’ fai, un po’ baci. Ricapitoli per il lettore quello che la trama ha mostrato finora. In lettera fai letteratura, in un certo senso. Ripercorri i processi mentali che ti hanno portato a lanciarti nel vuoto tagliandoti le unghie a fianco del narratore che sa tutto lui, dopo essere uscito dall’ascensore. In lettera bisognerebbe parlare anche del tecnico dell’ascensore della ditta Mammoli che è corso a riparare il guasto. È un personaggio di secondo piano, è vero. Il protagonista poi è rimasto chiuso al terzo, non si incontra con il tecnico, non lo vede proprio. Però ci parla, attraverso l’interfono dell’ascensore nella prima fase, quella del dire. «Siamo rimasti chiusi dentro», oppure se preferisci «iao iai iui eo», ma io lo sconsiglio, anche perché il tecnico non capirebbe.

Scritta la lettera dovresti imbucarla. Busta, francobollo, mittente, destinatario, buca delle lettere. Questo è fare: compro la busta? lecco il francobollo? metto il mittente? il destinatario? vado alla posta? Ė tutto fare. Quindi? Quindi devi scriverlo nella fase due. Fai una digressione, scriverai la lettera dopo il baciare, nella lettera. Ma la logistica della busta è un flashforward nella fase due, che fa sempre colpo, non come nel self-publishing che non fa mai colpo perché hai solo la fase uno dove dici che comprerai una busta, dici che comprerai il francobollo, dici che metterai il mittente, il destinatario. Dici anche con un inciso troppo marcato che andrai alla posta a imbucarla. Poi non lo fai, e non chiudi la storia della lettera. Scriverai la lettera e poi non potrai imbustarla. E tutta la trama vacilla, non chiude. E il lettore lo capisce, e soprattutto non perdona.

E adesso il finale. Hai spedito la lettera? Lei non risponde, e tu lo sai che lei non ti risponderà mai. Forse da morto quando è già troppo tardi. L’ideale sarebbe che la lettera di risposta arrivasse mentre ti stai buttando nel vuoto, suonano alla porta, la tua mamma va ad aprire ed è il postino che le consegna la lettera con ricevuta di ritorno. Poi la mamma, con la busta in mano, ti cerca per casa e non ti trova, dove sei finito, pensa. L’unica cosa sensata che ti rimane da compiere – hai appena scritto la lettera, se sciolto, vai spedito, sei ispirato, hai la penna in mano – è fare testamento. Che è un finale già visto ma sempre memorabile. Poi vai a tavola, chiedi il sale, porta le forbici. Sipario.

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6 commenti

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6 risposte a “Le cinque fasi della trama

  1. I bambini lo sanno più di noi. Cioè di me.
    Facciamo che ero uno scrittore e che tu eri il direttore di collana…

  2. Grilloz

    Mi sono un po’ perso dopo il punto di vista omertoso…

    • Ancora? Ancora con questa storia che B segue ad A e C segue a B? Che delusione che sei… Io cerco di farvi capire, ma voi niente. Volete solo la pappa pronta, già fatta e masticata… ti sei perso? Ma è proprio questo che deve succedere: ti devi perdere. Se non ti perdi, che cosa leggi a fare, allora vai al cinema e ti guardi Vacanze di Natale.

      • Grilloz

        In effetti leggo proprio per perdermi 😛 ma col mio senso dell’orientamento gli scrittori hanno vita facile 😉

    • Perché poi omertoso. Questo è siciliano, è diverso. L’apertura alla siciliana negli scacchi, il pesce spada alla siciliana, non è che dici il pesce spada all’omertosa. Il punto di vista alla siciliana, il contrario di quello onnisciente, c’è su tutti i manuali se vai a vedere, non me lo sono certo inventato io.

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