Dal blog al libro

Stella Pulpo, conosciuta in rete per il blog Memorie di una vagina, è in libreria in questi giorni con il suo romanzo d’esordio, Fai uno squillo quando arrivi (Editore Rizzoli, pagine 378, euro 19).

Detto così potrebbe sembrare una recensione, invece è solo un’osservazione. Memorie di una vagina, l’ho già scritto qualche volta su queste pagine, è un blog di successo, irriverente e ironico in un ben calcolato mix, che si ispira alla solitudine milanese dei trentenni social ma dissociati, spesso in carriera, frequentemente in corriera, all’inseguimento dell’efficienza lavorativa di giorno, dell’apericena con gli amici di sera e del palestrato tra le lenzuola di notte, in un eterno presente da Peter Pan, ma malinconico, senza Campanellini e Capitani Uncini con cui costruire una famiglia, anche allargata.

Detto così potrebbe sembrare un’osservazione senza senso, invece toglierei il condizionale, è proprio un’osservazione senza senso. Ma quello che mi interessa notare sta tutto nella copertina del libro – confesso che ho dato una sbirciata anche al primo capitolo per verificare alcune idee di blogging che ho in testa da tempo, ma che offrono spunti marginali rispetto all’obiettivo primario di questo post –.

«Dall’autrice del blog Memorie di una vagina». Eh sì, c’è scritto proprio così in copertina. Se un blog è ben ideato, nel senso di ben scritto, ben sviluppato, ha un tema chiaro e semplice, con un suo pubblico preciso, poi si arriva al libro sugli scaffali della Mondadori in Duomo a Milano quasi per via diretta – oggi lo trovate al piano meno uno in un certo numero di copie –.

Dal blog al libro, questa è l’aspirazione di molti blogger-scrittori. Che non vuol dire, badate bene, dal blogger allo scrittore. Se nasci blogger probabilmente morirai blogger, perché scriverai una pagina di libro come scriveresti una pagina di blog. Ed è proprio questo il caso del capitolo che ho letto abusivamente in libreria. Ma questa osservazione è secondaria rispetto alla principale: partire dal blog per giungere al libro si può, basta seguire il modello Vagina. Anche se parli di formiche, non tira solo il sesso.

E se invece quelli che leggeranno il libro non provengono dal blog? Allora forse ti diranno che sei uno scrittore. E il pubblico si biforca immediatamente: di qua quelli che vedono nel libro l’estensione del tuo blog, di là quelli che vedono nel blog l’approfondimento del tuo libro. Comunque la giri, chiamalo successo.

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19 commenti

Archiviato in Fenomeni editoriali

19 risposte a “Dal blog al libro

  1. Grilloz

    La copertina mi ha ricordato questa

  2. Avevo fatto anch’io dei ragionamenti in questa direzione, a suo tempo. Da essi, nella veste dell’esperimento, era nato: Diario d’un romanzo. Il primo problema in cui mi sono immediatamente imbattuto è che il tema del tuo “romanzo in formazione” dev’essere verticale, cioè chiaro e con confini ben delineati. Faccio alcuni esempi: la vita di una massaia romana ai tempi di internet; oppure: l’apprendista ammaestratore di topiragno; o ancora: notti al pronto soccorso: gli angeli dell’occidente (infermieri o medici). Ma se tu vuoi scrivere un thriller classico, ad esempio, cosa scrivi sul tuo blog che non faccia subito scoprire del romanzo quegli elementi che dovrebbero essere riservati solo alla lettura vera e propria del libro?

    Quindi, sì, si può creare un blog tematico e poi farci un romanzo, ma con dei limiti. Gli argomenti che potrebbero facilmente essere trattati in questa veste strategico-markettara, con la sola eccezione della mafia, personalmente non mi interessano. Per intenderci, io non scriverò mai un libro o blog che parla delle memorie del mio cazzo…

    Altro discorso, invece, è tenere un blog non per sponsorizzare un romanzo, ma chi il romanzo lo scrive. Se scrivi bene, anche se il tuo romanzo parla di tutt’altro rispetto a quelli che sono i temi tipici del tuo blog, io da lettore me lo leggo lo stesso. Un esempio di questo tipo può essere Paolo Cognetti.

    • Se l’argomento Mafia ti interessa potresti creare un blog che ne tratti. Storia, usi, retroscena, testimonianze, letteratura, riflessioni personali sull’argomento. Nessuno ti vieta di scrivere un thriller, un giallo, un romanzo storico, una parodia grottesca incentrata su quest’argomento. Un affresco siciliano. Magari Helgaldo non seguirebbe il tuo blog, lo perderesti come lettore, è questo il timore? Ho spesso la sensazione che per cercare di tenere dentro tutti poi si resti sempre bloccati. Il romanzo viene comunque dopo, come costola di altre osservazioni. Se uno frequenta i corridoi di Palazzo di giustizia a Palermo, ma perché non ambientarci all’interno un giallo? Invece si preferisce zigzagare lasciandosi aperte tutte le strade, per poi non prenderne nessuna per timore di chiudersi in un ghetto. Ma ci sono ghetti enormi, con potenziali narrativi che aspettano solo di venir raccontati. E ci sono schiere di potenziali lettori proprio per quel particolare argomento.

      • Tiri in ballo un argomento interessante: bisogna piacere per forza a tutti? No, purché si piaccia a qualcuno. 😛

      • Grilloz

        Io penso che tra piacere un po’ a tutti e piacere tanto a pochi sia preferibile la seconda.
        Certo se uno piacesse tanto a tutti (o almeno a tanti)…

  3. Tiziana

    Se nasco niente, muoio niente? Si può sempre migliorare, o no?

    Sul fatto di piacere ci vuole carisma e quello non si costruisce a tavolino, o ce l’hai o non ce l’hai.

  4. Quello che dici ha molto senso, ma bisogna stare attenti agli argomenti che tirano. Tira il sesso, tira essere genitori alternativi, tira la cucina di tendenza. Ora, se poi uno vuole scrivere qualcosa di fortemente autobiografico in linea con l’argomento del blog, ok, ma cercare di smarcarsi in seguito non è così facile. Magari a questa autrice non interessa, ma se un domandi volesse scrivere, che so, un romanzo storico ambientato nel ‘700 in Australia privo di quelle caratteristiche stilistiche che la contraddistinguono non so se troverebbe la strada spianata. Né so se un blog sul ‘700 australiano potrebbe avere lo stesso successo. Insomma, il discorso funziona, ma solo per alcuni filoni che, appunto, tirano.

    • Anche King non può smarcarsi dal suo filone, e forse ne soffre, ma non al punto di sentirsi in una gabbia. Qualcosa siamo nella vita, per fortuna. Dovremmo valorizzare quel qualcosa, anche solo a livello di hobby, e non pensare di abbandonarlo ancor prima di aver mosso i primi passi. King, ma anche Simenon o Conan Doyle, non hanno prodotto il meglio con l’opera prima. Scandagliare il mondo horror, poliziesco, o anche il semplice shopping milanese o romano, alla Kinsella, a mio avviso può richiedere anni, decenni, esiste una tale varietà di spunti da potersene riempire la carriera. Sta allo scrittore la responsabilità di diventare competente in un certo campo, per poi attingervi per creare le sue storie. Si può essere interessati all’informatica e ambientare un romanzo rosa a Cupertino. Non tutti poi dobbiamo pubblicare con il grande editore, basterebbe anche il piccolo, ma che opera con una certa linea editoriale in un determinato campo.

  5. Io quoto Tenar e comunque c’è imprescindibile colpo di fortuna e il fatto che Vagina tira va bene, ma per me rimane volgare e non è un esempio che mi stimoli ad andare in quella direzione, posto che nulla è replicabile altrimenti – cose già dette – avremmo tutti capito come fare.
    Scriviamo e facciamo tentativi, punto. C’è sempre una sfasatura tra ciò che potenzialmente io, Tenar, Michele (scusate se vi tiro in ballo) potremmo fare se solo ci notassero e i traguardi raggiunti, pazienza.

    • Sono dello stesso avviso per quanto riguarda te, Michele e Tenar. Mi chiedo dove arrivereste se foste più «monotematici»: in generale gli scrittori – e intendo i grandissimi – non mi sembrano così eclettici da aver voglia di passare da un genere a un altro. Anche Il nome della rosa a volte ha più il tono del saggio che del giallo. Di sicuro approfondire un solo tema facilita nel trovare un pubblico interessato. Se poi la scrittura è piacevole, spiritosa, non banale, sei seguito.

      • A me è stato chiesto esplicitamente di rientrare maggiormente nei ranghi. Ho dato una risposta di cui forse mi pentirò per tutta la vita, ma non voglio rinunciare alla mia voglia di sperimentare. King in realtà ha scritto tante cose diverse, anche con diversi pseudonimi per sfuggire alle etichette, ma Doyle, ad esempio, è arrivato ad odiare i gialli che lo hanno reso famoso. Non ho risposte, ovviamente, e quella che tu proponi è una strategia che paga per chi vuole sopratutto pubblicare e pubblicare bene, ma al momento la gabbia non mi interessa, mi interessa scrivere libri che siano sia intrattenimento che riflessione e andare ostinatamente nella mia direzione. Almeno è mia e so che non arriverò mai a disconoscere o ad odiare ciò che scrivo e ho scritto.

      • La differenza vera la fa la necessità di uno stipendio. Come sempre. Se sono un professionista della scrittura i voli pindarici sono il male, perché aleatori nel risultato e cioè nella resa monetaria. La libertà esiste solo con la pancia piena tutti i giorni e un tetto garantito in testa.
        È chiaro che la necessità di uno stipendio si confà tanto a me scrittore quanto a quelli della casa editrice.
        In ultimo, è ovvio che uno scrittore deve saper scrivere di tutto ma è altrettanto ovvio che non può scrivere tutto bene.

      • Tiziana

        Pienamente d’accordo con te, Michele.

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