De crowdfundingbus

Invece la richiesta che mi faceva era che lui aveva pensato a un romanzo molto ambizioso che aveva cominciato una campagna di crowdfunding se lo potevo aiutare, mi aveva chiesto, e mi aveva riassunto anche la trama del romanzo io non ero stato attento mi ero fermato alla parola crowdfunding. Che il crowdfunding, se non mi sbagliavo, era una cosa che funzionava così: uno che voleva fare un film, un libro o un disco si rivolgeva ai suoi lettori, spettatori o ascoltatori e chiedeva i soldi a loro. Dopo, quando aveva poi i soldi, se arrivava ad averli, faceva il film, il libro o il disco, se non ci arrivava, cioè se non si era raggiunta la cifra che serviva, i soldi tornavano indietro a chi li aveva offerti.
Ecco, secondo me, quando uno comincia a scrivere, il fatto che tutto il tempo si dedica alla scrittura possa essere, forse, del tempo buttato via, il fatto che se non trova, alla fine, una casa editrice disposta a spendere dei soldi per pubblicare le cose che lui sta provando a scrivere, il fatto che quelle ore che passa, tutti i giorni e tutte le notti, a provare a mettere insieme qualcosa di sensato possano essere, anche, delle ore buttate via, ecco questo fatto per me era un fatto positivo, che dava, a quei tentativi, un carattere disperato del quale secondo me poteva esserci anche bisogno. Se ci fosse stato il crowdfunding, per esempio, ai tempi di Kazimir Malevič, e Malevič avesse mandato una mail alla sua mailing list dicendo che voleva fare un quadro dove c’era un quadrato nero su fondo bianco, e che aveva bisogno di duemila euro, ecco probabilmente non avrebbe convinto molta gente a finanziarlo, e noi, forse, saremmo senza suprematismo e senza arte astratta. O se ci fosse stato il crowdfunding ai tempi di Honoré de Balzac, e Balzac avesse scritto alla sua mailing list che gli era venuto in mente di continuare, in prosa, La divina commedia di Dante Alighieri e di fare una serie di romanzi che si sarebbero chiamati La comédie humaine e dove i personaggi ritornavano di romanzo in romanzo, ecco non so quanti conoscenti di Balzac l’avrebbero finanziato, e La comédie humaine probabilmente non sarebbe esistita il mondo sarebbe diverso, in un certo senso. Che io, non so, una volta, l’estate scorsa, si votava nel comune dove abito io, Casalecchio di Reno, e mi avevano suonato alla porta due ragazzi per convincermi ad andare a votare per il candidato del Partito democratico e io gli avevo detto che c’era un requisito minimo, per ottenere il mio voto: non avere la faccia tosta di candidarsi. Uno che non si candida, potrei anche votarlo, gli avevo detto, uno che si candida no. Allo stesso modo, avevo detto a Igor Miti, c’era un requisito minimo, per far sì che io fossi disposto a finanziare un’opera d’arte, cioè che l’artista (regista, scrittore o musicista che sia) non avesse la faccia tosta di chiedermi di finanziarlo. Se non me lo chiedono, potrei anche finanziarli, se me lo chiedono no, gli avevo detto, e Igor Miti aveva messo giù e non mi aveva più telefonato.

Paolo Nori, Manuale pratico di giornalismo disinformato, Marcos y Marcos

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4 commenti

Archiviato in Fenomeni editoriali

4 risposte a “De crowdfundingbus

  1. Tiziana

    Io rimango a vedere intorno a me, come sempre. Cerco di non giudicare perché ognuno di noi reputa ciò che più è giusto per lui. Per mio carattere io non sono capace a chiedere, dubito che riuscirei a farmi finanziare per due motivi sostanzialmente: il primo perché mi imbarazza, mi costa fatica chiedere aiuto, devo essere costretta. Come seconda motivazione è che lo sentirei come un forzatura per chi mi vuole bene, ma obiettivamente non credo di avere così tanta gente che me ne voglia, anche se non ho idea di quante persone servano per finanziarti. Pensandoci ne ho una terza di motivazione per cui vorrei che fosse un editore a credere in me (in piccolo uno lo avrei, ma non me la sento, per ora). Riflettendo ancora ho un quarto motivo ed è il più importante: non sono pronta, non sono così brava da riuscire a scrivere un romanzo come lo intendo io. Capito questo, gli altri punti si autoeliminano da soli. Anche se avessi un ego così grande da credere in un mio potenziale romanzo, desidero che sia l’editore a pubblicarlo, vuol dire che siamo in due a crederci.
    Scritto quest’analisi lunga non giudico nessuno, anzi. Conosco molti amici, bravi scrittori che hanno pubblicato in crowfunding e son sicura che per loro era il modo giusto di pubblicare e avere successo, tuttavia non è il mio.

  2. fabio painnet blade

    Azzeccatissimo il confronto col candidato politico di turno. Frequento uno spazio in rete in cui gli artisti regalano le loro opere, nel senso che te le spediscono a casa accollandosi perfino le spese: mondi paralleli e inconciliabili (talvolta). Si scrive per necessità, quando non farlo diventerebbe un peso insopportabile, questo è il punto. Sovente mi appoggio a quest’idea mentre, deluso dalla proposta mediatica, mi affaccio alla grande finestra della rete. Ma ciò che serve è la capacità di selezionare, in politica ‘eleggere’ (per tornare al tuo paragone), ovvero scegliere.
    In quanto al crowdfunding è un’assurdità dei nostri tempi, come le community e le eap. La comunicazione ha le sue ragioni che l’ingenuità spesso non conosce.

    • Grazie per la testimonianza. Non sapevo dell’esistenza di questo spazio parallelo. Per fortuna ci sono tanti modi di vedere l’opera artistica e l’artista stesso. Universi paralleli, e infiniti.

  3. fabio painnet blade

    Sì, leggevo il confronto con scrittrice Nadia e mi domandavo se nessuno mai si pone il problema dei criteri di selezione di un’opera. Fra le indagini più
    dettagliate della rete ho trovato un contributo parecchio interessante firmato Luca Pareschi, http://www.leparoleelecose.it/?p=10554
    Non so se hai mai letto questo docum, se la tua risp è no, fallo al più presto non ne rimarrai/rimarrete deluso/i.

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